Le figure di Giuseppe, sia il patriarca biblico che il padre putativo di Gesù, insieme alla persona stessa di Gesù di Nazaret, costituiscono pilastri fondamentali della fede cristiana. Joseph Ratzinger, poi Papa Benedetto XVI, ha dedicato ampie e profonde riflessioni a questi temi, offrendo interpretazioni che fondono l'esegesi storico-critica con la lettura teologica e spirituale.

Gesù di Nazaret: La Ricerca del Volto Reale Secondo Benedetto XVI
Il progetto principale di Joseph Ratzinger come teologo e poi come Papa è stato quello di presentare il Gesù dei Vangeli come il Gesù reale, il "Gesù storico" in senso vero e proprio. Egli era convinto che questa figura evangelica sia "molto più logica e dal punto di vista storico anche più comprensibile delle ricostruzioni" moderne. Ratzinger sosteneva che "solo se era successo qualcosa di straordinario, se la figura e le parole di Gesù avevano superato tutte le speranze e le aspettative dell'epoca, si spiega la sua crocifissione e si spiega la sua efficacia".
Già circa vent'anni dopo la morte di Gesù, si trova pienamente dispiegata una cristologia, come nel grande inno a Cristo della Lettera ai Filippesi (2,6-11), dove si afferma che Gesù era uguale a Dio ma si è spogliato, facendosi uomo e umiliandosi fino alla morte sulla croce, meritando l'adorazione riservata a Dio solo (Isaia 45,23). La ricerca critica si domanda come si sia giunti a una tale cristologia in così breve tempo e come gruppi sconosciuti abbiano potuto essere così creativi e persuasivi.
Il Metodo Esegetico di Joseph Ratzinger
Nel suo primo libro da pontefice, "Gesù di Nazaret", Benedetto XVI ha confermato le sue "grandi capacità di scrittore e comunicatore" per trasmettere i contenuti essenziali della fede cristiana. Per ricostruire la figura di Gesù, il Papa ha dichiarato di utilizzare un doppio orientamento metodologico:
- Lo storico-critico, considerato "irrinunciabile" per la fede biblica.
- L'esegesi canonica, intesa come la lettura dei singoli testi della Bibbia nel quadro della sua interezza.
Questa esegesi, spiega il Papa, "non è in contraddizione con il metodo storico-critico, ma lo sviluppa in maniera organica e lo fa divenire vera e propria teologia". Il suo libro è l'espressione di una "ricerca personale del 'volto del Signore'", che non si prefigge di essere un atto magisteriale, ma un invito al dialogo e persino alla contraddizione da parte del lettore.
Il Messaggio di Gesù e il Regno di Dio
La narrazione della vita di Gesù in "Gesù di Nazaret" inizia con il battesimo nel Giordano, prosegue con le tentazioni di Cristo e la predicazione del Vangelo, culminando con la grande rappresentazione del Discorso della Montagna. È in questo passaggio, secondo il Papa, che "si manifesta la potenza di Dio nella sua vicinanza al popolo". Ratzinger sottolinea che "Dio parla da uomo agli uomini", scendendo nelle profondità delle loro sofferenze con un linguaggio che non è "acqua zuccherata", criticando una fede che rifugge la croce.
Particolarmente intense sono le illustrazioni delle parabole, considerate "senza dubbio il cuore della predicazione di Gesù", come quella del buon Samaritano, e le invocazioni contenute nel Padre Nostro. Emerge una visione della fede "esigente e rigorosa", in cui l'io deve "sapersi fare prossimo all'altro", un messaggio contrastante con l'ideologia del benessere e l'individualismo contemporanei.
Il Gesù di Ratzinger non è "né ribelle né liberale", né un leader politico né un semplice maestro di morale, ma "colui che porta tra gli uomini il volto e la legge di Dio". "La legge di Cristo - scrive - è la libertà", intesa non come licenza, ma come "libertà per il bene, libertà che si lascia guidare dallo Spirito Santo". Il primo volume della sua trilogia si conclude con le immagini del Vangelo di Giovanni, la confessione di Pietro e la Trasfigurazione, anticipando un secondo volume dedicato alla Passione e al mistero pasquale.

San Giuseppe nelle Omelie e Riflessioni di Benedetto XVI
La figura di San Giuseppe, patrono personale di Joseph Ratzinger e della Santa Chiesa, è stata al centro di numerose omelie e riflessioni del Papa emerito. Egli lo definiva un "umile santo, un umile lavoratore".
Giuseppe, Uomo Giusto e Pratico
San Matteo caratterizza San Giuseppe con una parola: "Era un giusto", "dikaios" dall'ebraico "dike". Nell'Antico Testamento, come nel Salmo 1, "giusto" è l'uomo "immerso nella Parola di Dio, che vive nella Parola di Dio, che vive la Legge non come 'giogo', ma come 'gioia'", e che "vive - potremmo dire - la Legge come 'Vangelo'".
In una sua omelia, Benedetto XVI si domandò: "Perché Dio ha scelto Giuseppe? Perché Giuseppe era un uomo giusto, pio. Ma anche perché Giuseppe era un uomo pratico". Giuseppe non era un sognatore, nonostante il sogno fosse il tramite con cui Dio era entrato nella sua vita; era piuttosto "un uomo pratico e sobrio, un uomo di decisione, capace di organizzare". Le sue capacità organizzative furono evidenti nel trovare un luogo per la nascita di Gesù a Betlemme, nell'organizzare la fuga in Egitto e nel provvedere alla vita quotidiana della Sacra Famiglia a Nazaret.
Il 19 marzo 2006, Benedetto XVI sottolineò che "la grandezza di San Giuseppe, al pari di quella di Maria, risalta ancor più perché la sua missione si è svolta nell'umiltà e nel nascondimento della casa di Nazaret". Nel 2009, il Papa emerito evidenziò come San Giuseppe fosse "padre senza aver esercitato una paternità carnale", esercitando "una paternità piena e intera" come "servitore della vita e della crescita".

La Legge e l'Amore: Il Cammino di San Giuseppe
Benedetto XVI ha approfondito il significato di "giusto" per San Giuseppe, distinguendo l'atteggiamento dell'Antico e del Nuovo Testamento. L'atto fondamentale nel Cristianesimo è l'incontro con Gesù, la Parola di Dio fatta Persona. Nell'Antico Testamento, invece, la Parola di Dio ha la forma della "Torah", la Legge, un cammino di educazione verso Cristo. San Giuseppe è un "giusto, esemplare ancora dell’Antico Testamento".
Esiste un pericolo, evidenziato nelle discussioni di Gesù con i farisei e nelle lettere di San Paolo, che la Legge sia vista come un mero "pacchetto di norme", portando all'amarezza e a una relazione impersonale con Dio. La promessa, invece, è che le prescrizioni siano viste come "espressione della volontà di Dio, nella quale Dio parla con me". Un vero giusto come San Giuseppe vive la legge non come semplice osservanza, ma come "una parola di amore, un invito al dialogo". Attraverso questo dialogo, si scopre che "tutta la legge è solo amore di Dio e del prossimo".
Il dramma di Giuseppe di fronte alla gravidanza di Maria, descritto nel Vangelo di Matteo, mostra la sua lotta interiore per "capire la vera volontà di Dio", trovando "l'unità tra amore e norma, tra giustizia e amore". Questo lo ha reso aperto all'apparizione dell'angelo. San Ilario di Poitiers, nel IV secolo, affermò che "tutto il nostro timore è collocato nell’amore"; così, "tutta la legge è collocata nell’amore, è espressione dell’amore e va adempiuta entrando nella logica dell’amore".
Anche per i cristiani esiste la tentazione di ridurre la fede a un insieme di norme. Essere giusti significa "trovare questa strada" che conduce "dall’Antico al Nuovo Testamento nella ricerca della Persona, del volto di Dio in Cristo". Questo processo è l'essenza dell'Avvento: "uscire dalla pura norma verso l’incontro dell’amore".
Il Silenzio di San Giuseppe e il Discernimento
Un aspetto particolarmente sottolineato da Benedetto XVI è il silenzio di San Giuseppe. Questo silenzio non è un vuoto, ma "la pienezza di fede che egli porta nel cuore", una "contemplazione del mistero di Dio" e una "totale disponibilità ai voleri divini". È un silenzio intessuto di "preghiera costante", di benedizione e adorazione, che ha permesso a Giuseppe, all'unisono con Maria, di custodire la Parola di Dio e confrontarla con gli eventi della vita di Gesù. Dal "padre" Giuseppe, Gesù "ha appreso - sul piano umano - quella robusta interiorità che è presupposto dell’autentica giustizia", la "giustizia superiore" che avrebbe insegnato ai suoi discepoli.
In un mondo "spesso troppo rumoroso", Benedetto XVI invita a "lasciarsi contagiare dal silenzio di San Giuseppe" per coltivare il raccoglimento interiore e accogliere la voce di Dio.
Il Vangelo evidenzia anche la "sensibilità interiore per Dio" di San Giuseppe, la sua "capacità di percepire la voce di Dio" attraverso il sogno. Questa capacità di discernimento, che gli permise di distinguere un sogno comune da un vero incontro con l'angelo, è cruciale. La sua risposta alla parola dell'angelo fu fede e obbedienza, tradotte in azioni concrete. Per i fedeli, questa sensibilità verso Dio e la capacità di discernimento sono altrettanto importanti, per riconoscere i "gesti di tenerezza di Dio" e le "parole di invito" nella vita di ogni giorno.
Le Origini di Gesù e il Ruolo dell'Antico Testamento
Le Genealogie di Gesù e l'Attesa della Storia
Nei Vangeli dell'Infanzia (Matteo 1-2 e Luca 1-2), Ratzinger-Benedetto XVI osserva che le genealogie di Gesù, pur non concordando su molti nomi, mostrano come in Gesù "si riassume tutta la storia di Israele" e, più ampiamente, "è tutta la storia che lo attende senza saperlo". La sua origine è al tempo stesso "nota ed ignota".
Un punto significativo è l'inserzione di quattro donne nella genealogia di Matteo - Tamar, Rahab, Rut e la moglie di Uria (Betsabea) - che non erano ebree o presentavano situazioni irregolari. Questo, secondo l'esegesi, indica che Gesù "è come se avesse ricevuto sangue pagano", e la sua venuta è il compimento non solo dell'attesa di Israele, ma anche del "desiderio delle genti".
Comune a Matteo e Luca è il fatto che la genealogia "si interrompe e si stacca" con Giuseppe. Luca afferma che Gesù "fu ritenuto figlio di Giuseppe" (Lc 3,23), riconoscendo la sua paternità giuridica.
Gli eventi dell'infanzia di Gesù sono strettamente collegati alle parole dell'Antico Testamento. Ratzinger spiega che in questi racconti "si racconta una storia che spiega la Scrittura e, inversamente, ciò che la Scrittura, in molti luoghi, ha voluto dire, diventa visibile solo ora, per mezzo di questa nuova storia". Non è una semplice illustrazione, ma "la realtà che le parole attendevano". Egli parla di "parole che rimangono, per così dire, ancora senza padrone", come Isaia 53, il cui "vero protagonista dei testi si fa ancora aspettare" e solo con Gesù la parola acquista il suo pieno significato.
Le fonti di questi racconti sono, secondo Joachim Gnilka, "tradizioni di famiglia". Luca accenna al fatto che Maria stessa fosse una delle fonti, avendo "custodiva tutte queste cose nel suo cuore" (Lc 2,51; cfr. 2,19).
L'Annunciazione e il Nome di Gesù
Nel saluto dell'angelo a Maria, Ratzinger nota l'uso della formula greca "chaîre" ("rallégrati!"), che connette "gioia e grazia" (chará e cháris) dalla stessa radice. Con questo augurio, "inizia, in senso proprio, il Nuovo Testamento".
Il nome di Gesù (Yeshua) significa "YHWH è salvezza", un compimento della rivelazione del nome di Dio iniziata nel roveto ardente. L'angelo annuncia a Giuseppe che Gesù "salverà il suo popolo dai suoi peccati". Questo compito teologico è elevato, poiché solo Dio può perdonare i peccati, collegando il bambino direttamente al potere salvifico divino.
Tuttavia, questa definizione della missione messianica poteva apparire deludente per l'attesa comune di Israele, più orientata alla restaurazione politica e al benessere materiale. La promessa del perdono dei peccati poteva sembrare "troppo poco" per le sofferenze concrete di Israele e "troppo" perché invadeva la sfera divina. Ratzinger afferma che in queste parole è anticipata "tutta la controversia sulla messianicità di Gesù". La priorità del perdono dei peccati è il "fondamento di ogni vera guarigione dell’uomo", poiché se la relazione fondamentale con Dio è disturbata, nulla può essere veramente in ordine.
La Profezia dell'Emmanuele (Isaia 7,14)
Il profeta Isaia annuncia: "Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele [Dio con noi]" (Is 7,14). Matteo e la tradizione cristiana vedono qui l'annuncio della nascita di Gesù dalla Vergine Maria, riconoscendo che Gesù non solo porta il nome di Emmanuele, ma "è Egli stesso la permanenza di Dio con gli uomini. È vero uomo e, insieme, Dio, vero Figlio di Dio".
Benedetto XVI analizza criticamente i tentativi dell'esegesi storico-critica di trovare una spiegazione contemporanea e storica a questa profezia per il re Acaz, mostrando come tutti questi tentativi abbiano fallito. Rudolf Kilian riassume come "nessuna delle interpretazioni riesca veramente a convincere. Intorno alla madre e al figlio resta il mistero". Questo perché il testo è "aperto verso il futuro", e il vaticinio profetico è come un "buco di serratura miracolosamente predisposto, nel quale la chiave Cristo entra perfettamente".
La risposta di Maria all'annuncio, a differenza del dubbio di Zaccaria, non riguarda il "che", ma il "come" la promessa possa realizzarsi. Ratzinger contesta l'interpretazione agostiniana di un voto di verginità di Maria come fuori dal contesto del giudaismo dell'epoca. Infine, l'angelo che si allontana da Maria (Lc 1,38) la lascia sola "con il compito che, in verità, supera ogni capacità umana", un cammino che passerà attraverso "molte oscurità".
Giuseppe, Figlio di Giacobbe: Un Modello di Autenticità
La Lotta di Giacobbe allo Yabboq
Benedetto XVI ha riflettuto anche sull'episodio del patriarca Giacobbe nel Libro della Genesi (Gen 32,23-33), dove Giacobbe lotta per tutta la notte con uno sconosciuto. Questo episodio si svolge nell'oscurità e l'identità dell'aggressore rimane misteriosa. In questa lotta, Giacobbe, che aveva ingannato il fratello Esaù, si trova inerme e deve affrontare una situazione imprevista. Nonostante sia colpito all'articolazione del femore, rifiuta di lasciare andare l'avversario finché non riceve una benedizione. Il contendente chiede il suo nome, "Giacobbe", e poi gli conferisce un nome nuovo: "Israele, perché hai combattuto con Dio e con gli uomini e hai vinto".
Il nome "Giacobbe" richiamava la sua origine di "ingannatore, soppiantatore". Ma Dio trasforma questa realtà negativa in positiva, dandogli una nuova identità. La benedizione ricevuta non è quella strappata con l'inganno, ma quella "gratuitamente donata da Dio", che Giacobbe può ricevere solo arrendendosi e confessando la verità su se stesso. Così, egli riconosce il suo avversario come "il Dio della benedizione": "Davvero - disse - ho visto Dio faccia a faccia, eppure la mia vita è rimasta salva".
Questo racconto della lotta allo Yabboq è paradigmatico per il popolo di Israele e, per la tradizione spirituale della Chiesa, è "il simbolo della preghiera come combattimento della fede e vittoria della perseveranza" (CCC n. 2573). La vita del credente è paragonabile a "questa lunga notte di lotta e di preghiera", dove la benedizione di Dio deve essere "ricevuta con umiltà da Lui, come dono gratuito". Ricevendo un nome nuovo, Giacobbe-Israele dà un nome nuovo anche al luogo della lotta: Penuel, che significa "Volto di Dio", riconoscendo quel luogo come sacro e colmo della presenza del Signore. "Colui che si lascia benedire da Dio, si abbandona a Lui, si lascia trasformare da Lui, rende benedetto il mondo".
La lotta di Giacobbe Commento don Gabriele Nanni 6 luglio 2021 SD 480p
La Storia di Giuseppe, Figlio di Giacobbe: L'Uomo Autentico
La vita di Giuseppe, figlio di Giacobbe, è spesso studiata come modello di vita autentica, indicando "l'unico uomo perfettamente autentico, Gesù Cristo". I capitoli della Genesi su Giuseppe non sono solo il suo racconto, ma la storia di "Dio, che rimane fedele a sé stesso e alle sue promesse, nonostante quello che gli eventi ci dicono". La vita di Giuseppe insegna a essere autentici "alla luce di quello che Dio sta facendo", anche se non lo si comprende pienamente, fiduciosi che Dio "sta operando secondo i suoi grandi propositi".
La storia di Giuseppe inizia in Genesi 37, quando, all'età di diciassette anni, pascolava il gregge con i suoi fratelli e riferì al padre chiacchiere maligne su di loro. Israele amava Giuseppe più di tutti i suoi figli e gli aveva fatto una tunica con maniche lunghe. I suoi fratelli, mossi dall'odio e dalla gelosia per il favoritismo del padre e per i sogni profetici di Giuseppe (il covone che si alzava, il sole, la luna e undici stelle che si prostravano), complottarono contro di lui.
Inviato dal padre a Sichem per verificare lo stato dei fratelli e del bestiame, Giuseppe li cercò e li trovò a Dotan. Lì, essi lo videro da lontano e complottarono per ucciderlo e gettarlo in una cisterna. Ruben, volendo salvarlo, suggerì di gettarlo nella cisterna senza spargere sangue, con l'intenzione di ricondurlo al padre. Tuttavia, mentre pranzavano, Giuda propose di venderlo a una carovana di Ismaeliti. Così, Giuseppe fu tirato fuori dalla cisterna e venduto per venti sicli d'argento agli Ismaeliti, che lo condussero in Egitto. I fratelli inzupparono la sua tunica nel sangue di un capro e la inviarono al padre, che riconobbe il sangue e concluse che una bestia feroce aveva divorato Giuseppe, gettandosi in un lungo lutto.
Questa narrazione illustra come Giuseppe, nonostante le prove (vendita in schiavitù - Gen 37, resistenza alla tentazione - Gen 39, falsa incarcerazione - Gen 40), perseverò. La sua perseveranza fu ricompensata quando fu promosso a una posizione di potere in Egitto (Gen 41). Successivamente, la storia racconta il senso di colpa e la vergogna dei fratelli (Gen 42) e come Giuseppe scelse non la vendetta, ma la messa alla prova per vedere se fossero cambiati (Gen 43-44). I capitoli Genesi 45-47 descrivono il ricongiungimento emotivo con la sua famiglia, con Giuseppe che riconosce come Dio avesse usato le prove della sua vita "per realizzare il Suo scopo più grande".
