Il Presbiterio e le Sue Finestre: Architettura, Liturgia e Luce Sacra

Il presbiterio, termine ricco di storia e significato, rappresenta uno degli spazi più sacri e centrali all'interno delle chiese cristiane. La parola "presbiterio" ricorre più volte nel Nuovo Testamento, sia greco sia latino, sia per i giudei (cfr. Luca, XXII, 66; Atti, XXII, 5) sia per i cristiani (cfr. I Timot., IV, 14). Nell'età subapostolica e patristica, diviene ancora più frequente, ad esempio, in Ignazio di Antiochia e in Cipriano. Nel Medioevo ebbe un uso assai vario e vasto, significando sia la dignità sacerdotale (sinonimo di sacerdozio) sia il collegio presbiteriale d'una chiesa con il vescovo a capo. Questo collegio, nel tempo, diede luogo ai "capitoli" nelle chiese cattedrali e al collegio cardinalizio a Roma.

Nella sua accezione architettonica, il presbiterio è il posto riservato al vescovo e al clero, situato nella parte estrema della chiesa, nel santuario, dietro l'altare. La sua forma richiama quella del pretorio delle basiliche civili dove si amministrava la giustizia; come avveniva per il tribunale, il presbiterio era rilevato di qualche gradino, chiuso da cancelli, ornato spesso di colonne e circondato di seggi (concistorium), dove, invece degli assessori, prendevano posto i preti. Al centro aveva il trono (suggestus), destinato non più al magistrato, ma al vescovo. Non mancavano spesso nelle cripte liturgiche delle catacombe il posto e i seggi destinati al clero, come nelle basilichette del cimitero romano maggiore di S. Agnese e in un cimitero cristiano scoperto nel 1864 ad Alessandria d'Egitto. Il presbiterio poi non manca mai in tutte le chiese che sorgono dopo la pace costantiniana.

Pianta di basilica paleocristiana con indicazione del presbiterio e della pergula

Evoluzione Storica e Architettonica del Presbiterio

Le Origini nelle Basiliche Paleocristiane

Nelle prime basiliche paleocristiane, il presbiterio era separato dalla navata e dall'eventuale transetto mediante la pergula. Quest'ultima, come nel caso della Basilica costantiniana di San Pietro in Vaticano, era spesso costituita da quattro o più colonne montate sopra dei plutei. La pergula aveva anche il compito di separare il presbiterio dall'annessa Schola Cantorum, dove si trovavano i cantores, a sua volta separata dalla navata da plutei marmorei. Era sempre terminato da un'abside di forma rettilinea, o semicircolare o poligonale: in fondo era sempre la cattedra vescovile e attorno alle pareti i sedili. I presbiterî, nudi e massicci nelle primitive basiliche cimiteriali, vennero sfarzosamente decorati nelle basiliche della pace costantiniana con pitture, musaici e rivestimenti di marmo. I pavimenti erano realizzati in lastre di marmo (come a S. Clemente di Roma), di porfido (come sembra in S. Pietro), in musaico (come a S. Alessandro sulla Via Nomentana, a Roma) in opus tessellatum o in opus alexandrinum. Poco si sa circa i sedili del clero; negli esempi riportati di basilichette di catacombe, erano scavati nel tufo, e probabilmente erano di pietra o di muratura rivestita di lastre di marmo.

Dal Medioevo al Gotico: Trasformazioni e Ampliamenti

Tuttavia, vi erano eccezioni alle disposizioni tipiche, come nella basilica di Parenzo dove il fondo dell'abside era occupato in origine dalla tomba del santo locale e la cattedra era posta davanti. Dopo la traslazione dei martiri nell'interno della città, si costruirono confessioni, cioè cripte, imitanti le gallerie cimiteriali, come si vede, tra le tante, nell'antica basilica romana di S. Prassede. Ciò rese necessario sollevare notevolmente il livello del presbiterio nei confronti del resto della basilica; un uso che venne mantenuto in parecchi casi per molto tempo e che diede luogo nel Seicento a numerose e ricche trasformazioni degli schemi medievali, di notevolissimo effetto scenografico. Esempi includono Roma con le basiliche di S. Cecilia e di S. Marco, e Ravenna con S. Apollinare Nuovo.

Con l'avvento dell'architettura romanica, il dislivello fra il pavimento del presbiterio e quello delle navate divenne tale che quei pochi gradini che servivano per raggiungere l'altare divennero vere e proprie rampe di scale, mentre le cripte, che erano giunte ad essere costituite persino da nove navate, divennero delle vere e proprie "chiese dentro la chiesa". Da questi schemi si distaccarono le chiese costruite in Francia, dove invece le reliquie del martire furono portate nel presbiterio, il quale perciò diventò martyrium e il vescovo con i preti prese posto altrove. Alle volte, specie nel Medioevo, furono costruite due absidi, delle quali una fu adibita a santuario e l'altra a presbiterio, allo scopo di meglio onorare e isolare l'altare con le reliquie dei santi.

Durante il periodo Gotico, la struttura del presbiterio cambiò radicalmente: nelle chiese costruite ex-novo si decise di abbassare il livello del piano di calpestìo e così l'area presbiteriale risultò sopraelevata rispetto alle navate soltanto di pochi gradini. Con l'ampliamento delle absidi si iniziò a disporre i seggi del coro lungo le pareti laterali del tratto di abside prima dell'emiciclo finale e l'altare in quest'ultimo. Inoltre, soprattutto in Inghilterra, il presbiterio fu separato dalla navata dall'evoluzione della pergula, una parete lignea scolpita con archetti e scene della vita di Gesù e dei Santi, molto simile all'iconostasi ortodossa.

Con l'espansione della religione e l'aumentare della prosperità della Chiesa, le cerimonie divennero più fastose, richiedendo l'intervento di un clero più numeroso. Il limitato spazio del presbiterio divenne perciò insufficiente e per aumentarlo, specie nelle grandi basiliche, si ricorse spesso al partito di trasportare l'altare al di là del transetto, come nelle basiliche romane di S. Giovanni in Laterano, di S. Pietro, di S. Maria in Trastevere. All'epoca di Carlomagno, che arricchì considerevolmente la Chiesa, i monasteri si moltiplicarono e, aumentato quindi il numero dei preti, si cominciarono a costruire presbiterî molto ampi e spaziosi, ricorrendo anche all'uso di deambulatori, cioè al prolungamento delle navate laterali dietro l'abside, riprendendo un motivo già usato in antico (p. es., S. Giovanni in Laterano, S. Maria Maggiore e S. Sebastiano di Roma; S. Giorgio Maggiore di Napoli; S. Martino di Tours) e che divenne legge per le cattedrali e per tutte le chiese di una qualche importanza nell'arte ogivale. Anche nei presbiterî delle chiese bizantine è frequente il deambulatorio (p. es., S. Vitale di Ravenna; S. Lazzaro di Milano) e soprattutto ebbe particolare importanza l'uso dei cancelli che separavano il presbiterio dalla navata, riccamente ornati con forme simboliche e decorazioni geometriche o ispirate alla fauna o alla flora, sormontati da colonne e da architravi adorni di materiale prezioso.

Rinascimento e Concilio di Trento: Nuove Disposizioni Liturgiche

Con il Rinascimento si ha una nuova trasformazione radicale della struttura del presbiterio: viene definitivamente rimossa l'iconostasi gotica e, al suo posto, si inizia a utilizzare balaustre e plutei marmorei. Anche l'altare cambia la sua forma: dopo l'introduzione, durante il Medioevo, della Messa celebrata dando le spalle ai fedeli, si iniziarono a vedere, soprattutto in pieno Rinascimento, i primi altari addossati alla parete di fondo delle absidi. I seggi del coro iniziarono ad essere disposti sulle cantorie, al di fuori del presbiterio, anche se, in alcuni casi, i seggi furono disposti, ove vi era la possibilità, dietro l'altar maggiore.

Con il Concilio di Trento, convocato nel 1545 da papa Paolo III e portato avanti sino al 1563, e la Riforma Cattolica, la struttura del presbiterio variò ancora una volta. Innanzitutto si accentrò e si esaltò l'altare con ogni sorta di decorazione (quadri, candelieri, statue, bassorilievi, stucchi) e lo si posizionò (eccetto che in alcuni rari casi) a ridosso della parete fondale dell'abside; di conseguenza il coro si spostò definitivamente al di fuori del recinto presbiteriale. Laddove l'altare c'era già, come nelle chiese romaniche e paleocristiane, fu arricchito di decorazioni e, molto spesso, coperto da un ciborio (a Roma ve ne sono alcuni esempi, come l'altare della chiesa di San Cesareo de Appia e quello della chiesa dei Santi Nereo e Achilleo).

Dall'Ottocento al Concilio Vaticano II: La Rivoluzione Moderna

A partire dalla metà dell'Ottocento apparvero dei nuovi stili architettonici, che ritraevano quelli del passato: i più importanti furono il neoromanico e il neogotico, che si affiancarono al neoclassico. Con la Riforma liturgica seguita al Concilio Vaticano II, la struttura del presbiterio fu totalmente rivoluzionata. Innanzitutto, siccome la Messa viene celebrata con l'officiante rivolto verso i fedeli, l'altare in molti casi fu portato in posizione più avanzata rispetto a prima, e fu separato dal tabernacolo che venne incastonato nella parete di fondo dell'abside, centralmente, oppure posto, in posizione decentrata, su di una colonnina o persino in un altro vano della chiesa, sempre sul presbiterio. Un'ulteriore apertura del presbiterio verso i fedeli fu data in molti casi dalla rimozione delle balaustre.

Nelle chiese più antiche, ovvero quelle ottocentesche e barocche, in cui erano presenti la balaustra e l'altare addossato al muro, a volte si lasciarono gli antichi presbiteri nello stato in cui erano e ne furono costruiti dei nuovi (con un nuovo altare, tabernacolo, sede e ambone proprio al di fuori del recinto della balaustrata). Altre volte l'antico presbiterio venne trasformato, o rimuovendo e spostando in blocco l'altare verso il popolo, o lasciando la vecchia struttura dell'altare con la sua pala, eventualmente rimuovendone la mensa e costruendone un altro ex-novo al centro.

Il Presbiterio come Luogo di Luce e Sacralità: Il Ruolo delle Finestre e delle Vetrate

Se nella chiesa possiamo trovare un luogo specifico dove la luce che entra dalle vetrate artistiche assume un significato pieno e preciso, liturgico e soprattutto sacro, questo è sicuramente il presbiterio. La finestra stessa, anche priva della vetrata artistica, attira il nostro sguardo verso l’abside: nel momento stesso in cui entriamo in una chiesa medievale, per esempio, la chiesa di una abbazia cistercense con la sua intensa penombra, il nostro spirito anela e si rivolge alla luce che i nostri occhi individuano proprio nell’area più importante del luogo sacro. Tuttavia, in alcuni contesti, come richiamo alle architetture degli antichi monasteri, si possono trovare piccole vetrate bianche, prive di qualsiasi calore e di un significato intrinseco aggiunto a quello del numero, della disposizione e della forma, ponendo l'accento sulla purezza e sulla struttura.

Luce che filtra attraverso le vetrate del presbiterio, creando un'atmosfera sacra

Esempi Noti di Vetrate Artistiche nel Presbiterio

Opere di PROGETTO ARTE POLI

Nelle opere di PROGETTO ARTE POLI, il concetto di vetrata artistica nel presbiterio è particolarmente chiaro e sviluppato. Un esempio significativo è la vetrata di San Nicolò di Verona, un'opera contemporanea che si inserisce armonicamente in un contesto storicizzato, riuscendo a valorizzare l’area presbiteriale. Questa vetrata attenua la luminosità dell’abside riportando in evidenza il presbiterio antistante; con il suo disegno astratto, essa è in dialogo attivo non solo con i fuochi liturgici ma anche con il vecchio altare tridentino e soprattutto con i fedeli.

Un secondo importante esempio è la vetrata di San Fidenzio sempre a Verona: un lucernario a mezzaluna che con la sua luce bagna e trasforma l’area presbiteriale con la sua luce e vibrazione. Al bianco luminoso si sovrappongono i colori e i riflessi del vetro soffiato che sono come un richiamo al Creato che dall’esterno riesce in questo modo ad entrare nel Luogo Sacro ed essere partecipe della liturgia.

Ad ogni modo, non mancano esempi di vetrate artistiche che hanno un intento simile a quello delle vetrate delle grandi cattedrali gotiche, ovvero quello di immergere il fedele nella luce del sacro: un esempio ormai noto è sicuramente quello delle vetrate di Avellino, dove grandi triangoli multicolori hanno un disegno prevalentemente astratto, alternate da vetrate simboliche dedicate a Maria.

Dettaglio di vetrata artistica moderna in un presbiterio, astratta e colorata

Elementi Decorativi e Arredi del Presbiterio: Dettagli e Opere d'Arte

Il presbiterio, oltre alla sua funzione liturgica e alla luce che lo permea, è spesso arricchito da una vasta gamma di elementi decorativi e opere d'arte che ne sottolineano la sacralità e la storia.

Il Coro e i Suoi Arredi

In origine, secondo l’uso tradizionale, l’altare era in fondo, sotto il quadro, e il coro era dove ora si trova il presbiterio, con il lato minore che volgeva le spalle al popolo. La scalinata d’accesso e le balaustre, come quelle progettate da Francesco Contini nel 1630, sono elementi chiave. L’Altare Maggiore, come quello bellissimo e semplicissimo (1640) progettato da Giovan Battista Nigetti, con il ricchissimo mosaico intarsiato di Pier Paolo Corberelli, è un fulcro della decorazione.

Nelle basiliche più grandi, il coro assumeva dimensioni e dettagli impressionanti. Si ammirano spesso residenze di noce, come la magnifica opera di Riccardo Taurigny (1564-1572) che raffigura scene come S. Pietro che riceve dal Signore le chiavi o il battesimo di Cornelio. I parapetti delle cantorie sono a volte opera di artisti rinomati, come Ambrogio Dusi (1653), aiutato da carpentieri e altri artisti. Gli stalli, spesso in legno di noce ben conservato, potevano essere numerosi, come gli 88 stalli menzionati in un esempio. Il tema delle figurazioni, elaborato da teologi come Eutizio Cordes monaco di S. Giustina, spesso enunciava l'opera redentrice di Gesù Cristo, prefigurata nel Vecchio Testamento, attuata nella sua vita e applicata all’umanità. A ciascun fatto della vita terrena di Gesù Cristo, rappresentato nei grandi specchi del dossale, corrisponde, in bassorilievo negli schienali degli stalli superiori, un fatto dell’Antico Testamento che è la figura profetica dell’altro; mentre gli schienali degli stalli inferiori portano bassorilievi allusivi ai Sacramenti, ai doni dello Spirito Santo, alle virtù e ai vizi. I banditori della Redenzione sono spesso rappresentati nelle statue sedute poste sull’inginocchiatoio: due profeti dell’Antico Testamento, i quattro evangelisti, i quattro massimi dottori della Chiesa Latina, a cui si aggiungono i titolari della basilica. Questo tipo di coro è un esempio dei più grandiosi e completi cicli figurativi storici e simbolici cari al Medioevo per istruire nel dogma e nella morale cristiana. Il leggìo col cassone sottoposto è anch’esso opera di maestri artigiani, come Riccardo Taurigny (agosto 1566 - luglio 1572), raffigurando la vita e il martirio di santi. In fondo al coro si trova spesso una pala d'altare di grande pregio, come il "Martirio di S. Giustina" di Paolo Veronese (1575). Sotto il quadro, una bella porta in pietra poteva chiudere verso il popolo. Nei pilastri sotto le finestre potevano essere raffigurati episodi biblici come "David vincitore di Golia" o "Sansone" (sec. XVII). In origine, da questi pilastri sporgevano gli amboni per l’Epistola e il Vangelo. Le lunette delle arcate piccole potevano ospitare tele come "Giaele uccide Sisara" di Pietro Ricchi (1672) o "Nadab e Abiud puniti per aver usato fuoco profano" di Giovan Francesco Cassana (1672).

La Cripta Sottostante

Sotto il presbiterio e il coro si stende spesso una bella e spaziosa Cripta, come quella del 1562, la cui volta è un capolavoro di statica per la piccolezza della monta rispetto alla corda.

Esempi Specifici di Decorazione

Cattedrale della Madonna del Ponte di Lanciano

Il presbiterio è leggermente rialzato, con abside decorato ai lati da scanni in legno di noce per il coro dei canonici e al centro dal maestoso altare in commesso di marmi policromi, opera di Felice e Loreto Di Cicco di Pescocostanzo. L’altare a tabernacolo, in marmi con coppie di paraste a capitelli corinzi, sorregge una trabeazione aggettante verso i due lati estremi sorretti dalle colonne, e da cui dipartono due robuste volute laterali, e al centro un medaglione in marmo bianco dove si trova una coppia di putti, reca al centro un arco a tutto sesto, che possiede a incasso la nicchia con la statua del XV secolo della Madonna. Sopra di esso vi è lo stemma del Comune di Lanciano in aggetto. Alla base della balaustra di Crescenzo Trinchese, vi sono quattro Angeli che reggono cornucopie, opera di Francesco Pagano (Napoli, 1695 -1764). I rivestimenti in finto marmo sono stati eseguiti dal comasco Alessandro Terzani, mentre ai lati della cona della statua della Madonna e al di sopra degli scanni del coro sono collocate rispettivamente due allegorie e gli episodi con Salomone e la regina di Saba e Davide e Abigail, realizzate dal seguace di Giacinto Diano, Giuseppangelo Ronzi di Penne nel 1805. La cona è opera del marmoraro Crescenzo Trinchese (documentato 1743-1784) il quale l’8 novembre 1758 si era impegnato a eseguirla per 7000 ducati insieme all’altarino, che ne era parte integrante, e alla balaustra del presbiterio, entro il 1762, sotto la direzione del progettista, il regio Gennaro Campanile. Questi arredi sono stati oggetto di studio in pubblicazioni come "La ristrutturazione settecentesca. Gli arredi marmorei, gli stucchi e la decorazione pittorica" di Franco Battistella e "Importazione in Abruzzo di altari marmorei napoletani" di Mimma Pasculli Ferrara.

Decorazioni Bizantine e Medievali

In alcune zone, come in quella che fu la marmorea iconostasi alla pari di Torcello e di S. Marco, sopra la credenza marmorea sono leggibili figure della Madonna di trono con ai lati la Maddalena portaprofumi e i Santi Giovanni Ev. Al di sotto, sono emersi curiosi graffiti con segni simbolici, con iniziali di lettere maiuscole (B) a cui seguono una X (ics) o croce di S. Andrea e brevi frasi di difficile lettura. Un rombo come il nostro non è raro nei graffiti di pellegrini ai luoghi santi. Forse la lettera B allude a B(on) e la X (ics) o croce di S. Andrea.

La parete destra, ora spoglia, conteneva sotto gli archetti del ballatoio degli ovali di sante regine. In basso invece fanno ancora bella mostra il bellissimo altare d’argento del 1684 e il grande quadro di “S. Nicola Nero”, particolarmente venerato dai pellegrini. L’altare d’argento ha una sua preistoria: fu donato, infatti, insieme ad una grandiosa copertura, dallo zar di Serbia Stefano Uroš II Milutin nel 1319 ed ha ricoperto la tomba di S. Nicola per vari secoli. Nel Seicento però, quando molte opere d’arte furono sostituite da altre in stile barocco, anche l’altare d’argento subì la stessa sorte. L’iniziativa fu presa dal regio commissario Stefano Garnillo de Salzedo nel 1682. Insieme a candelieri e altri oggetti liturgici, l’altare fu fuso e completamente rifatto dagli artisti napoletani Domenico Marinelli e Ennio Avitabile. Così il capolavoro slavo bizantino scomparve e nacque un capolavoro barocco. Tutt’intorno (procedendo verso destra) vi sono scene della vita di S. Nicola: di fronte la Nascita, lateralmente Adeodato (il ragazzo rapito dai saraceni, e riportato da S. Nicola).

Particolarmente preziosi sono gli affreschi dell’abside destra, anche perché gli unici giunti sino a noi. L’autore, Giovanni di Taranto, e la data, il 1304, ci sono noti dalla lettera dell’artista al re di Napoli in cui racconta la sventura di essersi imbattuto in dei briganti che l’avevano derubato. L’affresco raffigura la crocifissione con le donne piangenti e S. Giovanni Evangelista. A sinistra si vede S. Martino, vescovo di Tours, santo nazionale dei francesi, cui è dedicata la cappella, mentre la figura a destra potrebbe essere S. Biagio.

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