La "Madonna del Rosario": Origini e Vicende
La "Madonna del Rosario" è un dipinto a olio su tela (364x249 cm) realizzato presumibilmente intorno al 1605-1607 dal pittore italiano Michelangelo Merisi, detto Il Caravaggio. L'opera è un esempio emblematico della pittura del Merisi, che coinvolge gli osservatori attraverso i gesti e gli atteggiamenti dei protagonisti, creando un intenso richiamo alla preghiera e invitando a rivolgersi a Maria come guida per raggiungere Gesù. Si ritiene che la tela sia stata dipinta a Napoli e, secondo alcune ipotesi, fosse destinata alla cappella del Rosario nella Chiesa di San Domenico.
Iconografia e Analisi Stilistica
Nel dipinto, Maria tiene in braccio il piccolo Gesù, circondata da un gruppo di frati, tra cui San Domenico alla sua destra e San Pietro Martire alla sinistra. In basso, alcuni fedeli imploranti tendono le mani verso di lei. Queste figure rappresentano la povertà che Caravaggio incontrava quotidianamente per le strade, persone malvestite, sporche e malate, che sembrano avere bisogno di tutto. Merisi predilige rappresentare l’aspetto più umile e vulnerabile dei fedeli, con i piedi sporchi in primo piano che costituiscono un atto di amore pittorico verso la realtà nella sua fragilità.
San Domenico, con le mani aperte e lo sguardo rivolto verso Maria, sembra ricevere da lei, con un gesto materno silenzioso ma eloquente, l’invito a distribuire le corone del Rosario. Ciò che manca ai poveri è simboleggiato nei grani del Rosario che Maria elargisce con premura, chiedendo di fare ciò che Gesù desidera, proprio come alle nozze di Cana. Maria è l’elemento portante: a lei rimandano gli sguardi e i gesti dei fedeli, e da lei partono lo sguardo e il gesto che conferiscono dinamismo all’insieme. Il realismo con cui Caravaggio ritrae i fedeli ha un forte impatto psicologico, creando un’identificazione tra il popolo e la scena rappresentata, in una continuità tra l’immagine e la realtà, ottenuta con un sapiente effetto retorico. L’artista non mostra bisogni soddisfatti né miracoli, ma un San Pietro che esibisce una ferita sul capo. Il dipinto esorta a unirsi a quel gruppo di fedeli, inginocchiati per ricevere il vero dono che Maria e Gesù offrono: la preghiera, forza dell’uomo e debolezza di Dio.

Nel periodo in cui Caravaggio realizzò questo dipinto, era ancora vivo il ricordo della grazia attribuita alla Madonna per la vittoria nella battaglia di Lepanto (1571), uno scontro cruciale tra la cristianità e l’Impero Ottomano. Papa Pio V aveva invitato i fedeli alla preghiera del Rosario per chiedere l’aiuto di Maria e, dopo la decisiva vittoria della flotta cristiana, ebbe l’ispirazione di far suonare le campane a festa.
Il rimando alla potente famiglia Colonna, protettrice di Caravaggio, è suggerito dalla grande colonna sulla sinistra, alla quale è legato il drappo rosso che sovrasta la scena come un sipario. Questa colonna, oltre a essere un possibile riferimento alla casata presente nello stemma di famiglia, rappresenta anche un simbolo della Chiesa. Marcantonio Colonna, nonno di un presunto committente, è stato ipotizzato come il personaggio ritratto mentre sorregge il mantello di San Domenico, identificato presumibilmente in Luigi Carafa, meglio identificato come Luigi Carafa-Colonna, con sopracciglia ed espressione degli occhi simili, e con i baffi e barba imbiancati.
Provenienza e Dibattito sull'Autografia
La testimonianza più antica sull'opera si deve a un resoconto di Frans Pourbus risalente al settembre 1607, indirizzato al duca di Mantova Vincenzo I Gonzaga. La documentata presenza a Napoli della pala ha supportato l'ipotesi che essa sia stata realizzata dal Merisi proprio in quella città, durante il suo soggiorno partenopeo. Tuttavia, esistono diverse teorie sulla committenza originale.
In merito a questi interrogativi, due sono le ipotesi oggi più accreditate. Tra le ipotesi di committenza si annoverano quella legata al testamento del cardinale Gesualdo del 24 ottobre 1600, che avrebbe commissionato una "Madonna del Rosario" a Giovanni Balducci per i Domenicani in Taurasi. Un'altra ipotesi collega l'opera a una commissione da parte degli Este per la chiesa di San Domenico a Modena, che venne considerata chiesa ducale e di corte. Riguardo l'ipotesi modenese, il fitto carteggio relativo a questa commissione non offre certezze sul fatto che l'opera allogata dall'Este sia mai stata eseguita; anzi, da un certo punto in poi, si evince la preoccupazione degli agenti del duca di recuperare gli anticipi versati al Caravaggio, il che suggerisce come questi ultimi ormai disperassero che il Merisi onorasse l'impegno. Entrambe le tesi, tuttavia, soggiacciono a obiezioni significative.
Nel settembre del 1607, l'opera era già nelle mani del pittore-mercante Finson, il quale evidentemente non riuscì a venderla in Italia e la portò con sé nei Paesi Bassi. Originariamente, come dimostra un quadro del 1636 di Pieter Neefs, che riproduce l'interno della chiesa dominicana di Anversa, il dipinto di Caravaggio venne incorporato nel celebre Ciclo dei Quindici Misteri (con tele di Rubens, Van Dyck e Jordaens) che tuttora adorna la chiesa di San Paolo. La completa autografia del quadro è stata in passato messa in dubbio da alcuni studiosi. Su questa base si è ipotizzato che il quadro, per ciò che concerne Maria, il Bambino e il donatore, sarebbe stato terminato in un momento successivo da un altro pittore, forse ad Anversa. Tuttavia, questa tesi non è del tutto coerente alla versione finale dell'incisione del Vorsterman, relativa a quest'opera del Caravaggio; se la seconda incisione fosse la "fotografia" del quadro successivamente completato, non è chiaro come mai essa combaci con il dipinto nella Madonna e il Bambino, ma se ne discosti per il donatore.

La "Flagellazione di Cristo" nella Chiesa di San Domenico Maggiore
Contesto della Commissione a Napoli
La storia della "Flagellazione di Cristo" di Caravaggio ha inizio nel 1602, quando don Ferdinando II Gonzaga dona alla famiglia de Franchis una cappella situata all'inizio della navata sinistra della chiesa di San Domenico Maggiore a Napoli. I de Franchis, in particolare Vincenzo, giurista e presidente del Sacro Regio Consiglio, erano una figura di spicco nel panorama culturale e nobiliare di Napoli. Cinque anni dopo, nel 1607, Tommaso de Franchis, figlio di Vincenzo, si rivolse a Michelangelo Merisi, detto Caravaggio, per realizzare il dipinto destinato ad adornare la cappella di famiglia.
In quegli anni, Caravaggio era un uomo in fuga, avendo ucciso Ranuccio Tomassoni a Roma il 28 maggio 1606 e subito il "bando capitale", una condanna a morte. Grazie all'aiuto della potente famiglia Colonna, era riuscito a rifugiarsi a Napoli. La Congregazione del Pio Monte della Misericordia, fondata in quegli anni, annoverava tra i suoi aderenti anche Luigi Carafa-Colonna, membro della famiglia che protesse la fuga di Merisi da Roma. Fu proprio Luigi Carafa-Colonna a fare da tramite nella complessa trattativa che portò Caravaggio a eseguire la tela delle "Sette opere di Misericordia" (1606-1607). La "Flagellazione di Cristo" è datata 1607-1608.
Descrizione e Analogia Stilistica dell'Opera
Il dipinto è organizzato intorno alla colonna alla quale è legato Cristo, con due torturatori disposti ai lati (uno a destra e uno dietro la colonna) e un terzo aguzzino in primo piano, chino nell'atto di preparare il flagello. I gesti precisi e lenti dei torturatori proiettano lo sguardo dello spettatore nello sfondo del quadro e verso il primo piano. Questa costruzione scenografica ricalca la "Crocefissione di San Pietro", eseguita dallo stesso Merisi a Roma per Santa Maria del Popolo, con due personaggi attivi ai lati del protagonista e un terzo in primo piano, tutti vestiti con abiti contemporanei all'artista e non con i classici vestiti dei soldati romani.

L'opera costituisce una rappresentazione non convenzionale della realtà umana e naturale, un modo nuovo di fare pittura, bloccando sulla tela, tra contrasti netti e laceranti di luci e ombre, frammenti o brandelli di corpi in movimento colti nel momento di più alta e sconvolgente tensione non solo fisica, quanto soprattutto psichica, emotiva e sentimentale. Il celebre dipinto, oggi conservato nel Museo di Capodimonte, presenta sorprendenti analogie con la "Flagellazione di Cristo" scolpita nel 1576 sull'altare dei fratelli Rapario nella cappella Cavaniglia di Sant'Anna dei Lombardi. Questa influenza suggerisce che Caravaggio frequentò l'antica cittadella degli olivetani, rimanendone abbagliato e traendo ispirazione dalle opere lì custodite. Suggestioni, echi e specchi riflessi caratterizzano la sua produzione napoletana. Nel 1805, un violento terremoto distrusse parzialmente Sant'Anna dei Lombardi, causando la perdita di altre tre opere di Caravaggio (San Francesco che riceve le Stimmate, San Francesco in meditazione e una Resurrezione) commissionategli da Alfonso Fenaroli nel 1607, di cui esiste solo una copia del fiammingo Louis Finson.
La Cappella Carafa di Roccella (già de Franchis) e il Palazzo De Franchis
La cappella originaria dei de Franchis, contigua a quella degli Spinelli, fu oggetto di lavori di ampliamento tra il 1635 e il 1652. Questo avvenne dopo che i de Franchis, nel 1631, acquistarono la cappella di Santo Stefano e la permutarono l'anno successivo per unirle in un unico grande ambiente. Durante questi lavori, o addirittura da prima, la "Flagellazione" fu temporaneamente ospitata nel palazzo della famiglia De Franchis. Proprio in questo periodo, potrebbe essere stata commissionata ad Andrea Vaccaro la famosa copia del capolavoro che oggi si trova nella Chiesa di San Domenico Maggiore.
La residenza dei de Franchis si trovava all'angolo tra via Tribunali e l'attuale via Raimondo de Sangro di Sansevero. Notizie sulla strada sono fornite dal Celano, che alla fine del XVII secolo la chiamava "via de' Franchi". Tommaso de Franchis, committente di Caravaggio, viveva nel palazzo, in corrispondenza dell'attuale civico 4 della strada. Questo edificio, oggi apparentemente anonimo, nasconde una storia importante e può definirsi un "luogo della memoria", perché rappresenta una tappa dell'itinerario napoletano di Caravaggio. Sergio Attanasio, presidente dell'associazione Palazzi Storici Napoletani, ha verificato, attraverso il confronto tra più documenti, che Caravaggio frequentò verosimilmente questo edificio per discutere le caratteristiche dell'opera con Tommaso, definirne il costo e ricevere i pagamenti, di cui si ha traccia dettagliata nell'Archivio Storico del Banco di Napoli. Recentemente, è stata apposta una targa in ottone nell'androne dell'edificio per includerlo nei "luoghi del Caravaggio a Napoli".
I lavori nella cappella terminarono nel 1652 e il quadro fu riportato. Nel 1675, la tela della Flagellazione, detta anche il "Cristo alla colonna", venne trasferita dall'altare su un lato della cappella per fare posto alla statua della Madonna detta di Zi' Andrea, voluta da padre Andrea d'Auria. Successivamente, nel corso dei secoli XIX e XX, l'opera fu spostata in altre cappelle, tra cui la Cappella del Rosario a San Domenico Maggiore, prima di essere definitivamente trasferita nel 1972 al Museo di Capodimonte. Dopo il terremoto dell'Irpinia del 1980, la "Flagellazione" è stata permanentemente collocata a Capodimonte per ragioni di sicurezza, seppur la proprietà giuridica dell'opera resta al Fondo Edifici di Culto (F.E.C.).
Attualmente, nella Cappella del Rosario di San Domenico Maggiore (conosciuta anche come Cappella Carafa di Roccella) si trova la copia della "Flagellazione" realizzata da Andrea Vaccaro. Questa cappella, in origine destinata alla famiglia Guidotti e poi ottenuta dalla Confraternita del Santo Rosario nel XVI secolo, ospita al suo interno l’immagine della Beata Vergine del Rosario, arricchita sui lati da 15 formelle che rappresentano i Misteri del Rosario.