I Crocifissi di Michelangelo: Storia, Attribuzioni e Controversie

Il genio di Michelangelo Buonarroti, celebre scultore, pittore e architetto, si è espresso anche attraverso la creazione di crocifissi, opere che talvolta hanno attraversato secoli di storia, dibattiti e riscoperta. Il percorso di queste opere d'arte è spesso intriso di vicende complesse, attribuzioni controverse e un profondo legame con la spiritualità e la conoscenza anatomica dell'artista.

Il Crocifisso Ligneo di Santo Spirito a Firenze

Nel Crocifisso ligneo realizzato da Michelangelo Buonarroti per Santo Spirito si concentra una delle esperienze più profonde e silenziose della sua formazione giovanile. In Santo Spirito il Crocifisso di Michelangelo Buonarroti non è soltanto un’opera d’arte, ma il segno tangibile di un incontro profondo tra arte, corpo e spiritualità agostiniana.

Origini e Contesto Giovanile

Databile tra il 1492 e il 1493, quando Michelangelo aveva circa diciotto anni, il Crocifisso fu realizzato durante il periodo di permanenza dell’artista presso il convento di Santo Spirito. Qui il giovane scultore trovò non solo ospitalità, ma soprattutto la possibilità, concessa dal priore Nicolò Bichiellini, di accedere ai locali dell’ospedale conventuale, dove poté studiare l’anatomia umana sui corpi dei defunti. Questa esperienza, attestata dalle fonti e ricordata da Giorgio Vasari e Ascanio Condivi, segnò in modo decisivo la sua formazione, unendo conoscenza scientifica, riflessione teologica e vita comunitaria.

Il Crocifisso ligneo, scolpito da Michelangelo poco dopo la morte di Lorenzo il Magnifico, fu donato dall’artista in segno di gratitudine al priore Niccolò di Lapo Bichiellini per l’ospitalità ricevuta nel convento di Santo Spirito nel 1492. Per ricompensarlo di così tanto aiuto ricevuto, Michelangelo scolpì per lui quel meraviglioso Crocifisso. È quella una scultura dolcissima, serena, priva di quella terribilità che tanta parte avrà nella produzione successiva di Michelangelo, dove l’autore mostra una conoscenza strabiliante dell’anatomia umana, dovuta all’opportunità che ebbe in quei mesi di studiare i cadaveri dell’infermeria del convento grazie all’appoggio del priore (sezionare i cadaveri era allora fermamente proibito dalla Chiesa).

Crocifisso ligneo di Santo Spirito, Firenze

La Riscoperta e il Restauro

Per secoli, tuttavia, il Crocifisso rimase in una sorta di nascondimento. Le fonti letterarie ne attestavano l’esistenza, ma dell’opera si erano perse le tracce materiali. Fu solo nel 1962 che la studiosa Margrit Lisner, durante il censimento dei crocifissi lignei toscani, individuò nel Refettorio del convento una scultura di qualità eccezionale. Alla luce delle fonti e delle evidenze stilistiche, Lisner riconobbe in quel Crocifisso il Cristo ligneo eseguito da Michelangelo per Santo Spirito. Dopo secoli di oblio e spostamenti all’interno del complesso, l’opera fu riscoperta nel 1962 dalla studiosa tedesca Margrit Lisner sotto una pesante ridipintura verdastra. Restaurata e temporaneamente esposta a Casa Buonarroti, fu riportata in Santo Spirito nel dicembre del 2000 grazie a una complessa trattativa che coinvolse anche la restituzione di una statua della Madonna della consolazione, opera di Pedro Berruguete.

Nel 1964, dopo il restauro, il Crocifisso fu presentato al pubblico come opera giovanile di Michelangelo, prima a Roma e poi a Firenze, suscitando un ampio dibattito critico. Solo nel 2000 il Crocifisso è tornato definitivamente a Santo Spirito. Oggi il Crocifisso di Michelangelo rappresenta il cuore spirituale e simbolico del percorso di visita. Non solo una testimonianza straordinaria della formazione giovanile dell’artista, ma il segno di un rapporto profondo tra arte, studio e fede.

Significato Artistico e Spirituale

Il Cristo, definito dalle fonti «poco meno che naturale», rivela già una conoscenza anatomica sorprendente. Ciò che colpisce maggiormente non è l’esibizione del sapere tecnico, ma la scelta espressiva: Michelangelo rinuncia a ogni accento drammatico per concentrarsi su una dolente compostezza, su un corpo fragile e umano, restituito con misura, rispetto e silenzio. Il Crocifisso di Santo Spirito rappresenta Cristo nudo, sofferente ma sereno, con una contorsione del corpo che rappresenta una novità sostanziale rispetto ai tipi iconografici scultorei di epoche precedenti che presentavano un impianto simmetricamente frontale. Questo andamento del corpo in forma di morbida spirale trae ispirazione dal serpente di bronzo del racconto biblico, che lo stesso Michelangelo avrebbe in seguito dipinto nella Cappella sistina.

Il modellato del Cristo è preciso, ma morbido, delicato, attento anche ai dettagli minimi. La scelta di rappresentare un corpo adolescente in tutta la sua nudità ha un significato mistico profondo. “Michelangelo ha voluto indicare la purezza, la bellezza salvifica”, spiega padre Pagano. “C’è un’espressione di sant’Agostino che dice: ‘Cristo è bello anche sulla croce’. E Michelangelo, nutrendosi della spiritualità agostiniana, ha voluto trasmettere che la croce non è solo morte, ma anche salvezza e risurrezione”. Il priore della comunità pone particolare accento anche al cartiglio presente sulla Croce, con la scritta “Iesus Nazarenus Rex Iudaeorum” incisa da destra a sinistra in ebraico, greco e latino, riprendendo fedelmente la reliquia custodita nella basilica di Santa Croce in Gerusalemme a Roma, ben conosciuta da Lorenzo il Magnifico, dalla sua cerchia e di conseguenza da Michelangelo. In quelle parole in tre lingue diverse, si riconosce un segno di universalità della salvezza.

Nel 1999, gli anatomopatologi Gulisano e Bernabei studiarono l'anatomia del Cristo. Approfondendo ogni singolo dettaglio, si resero conto che il corpo è riprodotto in maniera esatta: si tratta di un ragazzino di quattordici anni morto da pochissime ore che ancora non aveva raggiunto la rigidità cadaverica.

IL CROCIFISSO DI MICHELANGELO NELLA STORIA DI SANTO SPIRITO

Celebrazioni e Nuove Iniziative

Un quarto di secolo fa, il Crocifisso ligneo scolpito dal giovane Buonarroti trovava casa nella sagrestia della basilica di Santo Spirito a Firenze. Oggi quella scelta viene celebrata con una mostra e una riflessione sul rapporto tra arte, spazio sacro e tutela. Un’opera che rivela il legame tra il genio nascente dell’artista e la spiritualità agostiniana, ricorda il priore Giuseppe Pagano. La Comunità agostiniana di Santo Spirito apre una nuova stagione di convegni e iniziative culturali con un ciclo di eventi dal titolo “L’anima del genio: 25 anni del Crocifisso di Michelangelo a Santo Spirito”. La rassegna, in programma da ottobre a dicembre 2025, intende celebrare il quarto di secolo dal ritorno nella basilica della scultura lignea policroma attribuita al giovane Michelangelo.

Nell’ambito delle celebrazioni, il 14 ottobre a Palazzo Vecchio sarà presentato ufficialmente anche il nuovo Centro studi papa Leone XIV, primo Pontefice agostiniano, che avrà sede stabile presso la basilica. È stata inoltre annunciata l’imminente apertura del Centro Studi Papa Leone XIV, che avrà sede proprio in Santo Spirito. Il Centro, promosso in collaborazione con l'Arcidiocesi di Firenze e la Facoltà Teologica dell'Italia centrale, sarà dedicato agli insegnamenti agostiniani e si proporrà come luogo di formazione interdisciplinare alla vita sociale e politica. “Il nostro intento è quello di offrire strumenti di formazione alla vita sociale e politica in chiave interdisciplinare e aperta, ispirandoci agli insegnamenti dei Padri della Chiesa e in particolare di Sant’Agostino”, spiega il priore. “La nostra intenzione è quella di camminare insieme al Santo Padre e offrire un piccolo sostegno al suo pontificato e al suo magistero”.

Tra le prime iniziative del Centro, tre conferenze introduttive:

  • L’arcivescovo Giovanni Cesare Pagazzi, archivista e bibliotecario di Santa Romana Chiesa, parlerà della dottrina sociale della Chiesa.
  • Seguiranno interventi di padre Giuseppe Caruso, già preside dell’Istituto Patristico Augustinianum su “Agostino e la pace”.
  • Donatella Pagliacci, docente di Antropologia filosofica ed etica della persona all’Università di Macerata, su “Agostino, la vita politica e sociale”.

Il ciclo “L’anima del Genio” prevede conferenze, concerti, presentazioni editoriali e un annullo filatelico dedicato all’opera. Si aprirà il 28 ottobre prossimo con la conferenza dello storico Giovanni Cipriani su “Michelangelo e Santo Spirito. La Firenze di Piero de’ Medici e Savonarola”. L’11 novembre seguirà l’intervento di Marco Passeri sull’altare Maggiore, costruito nei primi del Seicento sopra il luogo originario dove fu collocato il Crocifisso. Il 21 novembre è in programma un concerto con Edoardo Materassi, mentre il 2 dicembre Enrico Sartoni interverrà con una conferenza dedicata proprio all’opera michelangiolesca. In quella stessa data si terranno anche presentazioni di libri e l’annullo filatelico. La rassegna si concluderà giovedì 11 dicembre con il concerto di Natale e l’inaugurazione del presepe.

Oggi il Crocifisso è sospeso al centro della sagrestia di Santo Spirito, non solo luogo museale, ma spazio di preghiera e riflessione. “La sagrestia stessa è considerata da alcuni studiosi come un piccolo santuario mariano”, racconta padre Pagano. Ospita infatti numerose reliquie e conserva la memoria di un’antica devozione alla Vergine della Consolazione, a cui gli agostiniani attribuiscono anche il “miracolo” del ritorno dell’opera nel 2000. Alcuni capitelli inoltre, secondo tradizione, potrebbero essere stati scolpiti o almeno ispirati dallo stesso Michelangelo. Richiamano volti infantili, simboli dell’incarnazione, e contribuiscono a fare della sagrestia un ambiente dove arte, spiritualità e storia si fondono in un’esperienza viva e condivisa.

Il legame tra l’artista e gli agostiniani non si limitò alla giovinezza: “Michelangelo manterrà con noi un rapporto di confidenza e stima anche negli anni successivi. È testimoniato da episodi come il consiglio che diede agli agostiniani romani quando si trovarono a discutere del compenso di Raffaello per gli affreschi nella Chiesa di Sant’Agostino”.

Dal 19 settembre a novembre, come parte delle celebrazioni per il 20° anniversario del ritorno del Crocifisso di Michelangelo al complesso monumentale di Santo Spirito a Firenze, la comunità agostiniana accoglierà la presenza del Crocifisso di Lorenzo Puglisi, proprio accanto al Crocifisso di Santo Spirito di Buonarroti. Infatti, sabato 19 settembre, nella Basilica di Santo Spirito a Firenze, si aprirà la mostra Lorenzo Puglisi | Prima di Michelangelo. Crocifissione, umanità, mistero: organizzata da Francesca Sacchi Tommasi di Etra studio in collaborazione con ArtCom Project, la mostra presenta il dipinto della Crocifissione di Puglisi insieme al famoso Crocifisso ligneo, opera giovanile di Michelangelo Buonarroti, nella Sagrestia della Basilica Fiorentina. Il Crocifisso ligneo che Michelangelo Buonarroti scolpì tra il 1493 e il 1494 “per compiacere il priore”, ovvero per ringraziarlo dell’ospitalità e dell’opportunità di studiare anatomia, era rimasto “nascosto” per secoli, nel senso che se ne erano perse le tracce. Tuttavia, la sua esistenza era testimoniata negli scritti di Vasari, e fu proprio questo a spingere la studiosa Margrit Lisner ad approfondire le sue ricerche che, grazie all’ospitalità del padre agostiniano Guido Balestri, permisero la scoperta del Cristo Nudo e la sua attribuzione a Michelangelo.

Il Controverso Crocifisso del Bargello (Ex "Gallino")

Se andate in visita al Museo del Bargello di Firenze potrete imbattervi in una “vecchia conoscenza”, ovvero un piccolo Crocifisso di legno (41,3 x 39,7 cm), che ora se ne sta in un angolo ma che qualche anno fa scatenò un vero e proprio uragano nel mondo dell’arte. Il fatto che una parte della critica la proponeva a gran voce come un’opera giovanile di Michelangelo, e questa attribuzione (e forse la gran pubblicità che ne derivava…) convinse lo Stato ad acquistarlo per 3.250.000 euro.

La Controversa Acquisizione

Immediatamente dopo (siamo nel 2008) fu esposto in varie sedi prestigiose con grande pompa mediatica. Negli anni ‘90, quando l’opera cominciò a circolare, si vociferava di una sua certa e prestigiosa provenienza, che a un certo punto prese il nome della nobile famiglia fiorentina dei Corsini. A riprova di ciò, venne additato il Ritratto di Sant’Andrea Corsini, capolavoro di Guido Reni, da sempre conservato in Palazzo Corsini. Niente di più sbagliato e di più falso. Il Crocifisso ritratto dal Reni non ha niente a che vedere con questo, poiché si rifà ai modelli barocchi di Bernini e Algardi. E anche a riguardo della presunta provenienza dalla nobile famiglia, si scoprì poi che era stata una vera e propria invenzione, poiché questo piccolo Crocifisso ligneo era da anni sul mercato antiquariale. E proprio un antiquario fiorentino lo aveva acquistato a New York per la modesta cifra di 10.000 euro.

Ma evidentemente l’astuto antiquario torinese, che nel frattempo era entrato in possesso dell’opera, non si era dato per vinto, e anzi aveva intensificato e potenziato l’operazione di attribuzione al Divino Maestro. A questa attribuzione aderì in maniera convinta anche la studiosa esperta di Cinquecento Cristina Acidini, Soprintendente allora del Polo Museale Fiorentino, e il famoso studioso Arturo Carlo Quintavalle. Un passo decisivo per l’intelligente antiquario che continuò a portare avanti la sua strategia, e nel 2006 propose l’acquisto dell’opera alla Cassa di Risparmio di Firenze, da sempre attenta acquirente di importanti capolavori fiorentini, con una richiesta iniziale di 15 milioni di euro. Giuliano Gallino non si fermò però certo davanti a questo insuccesso, e il 5 luglio 2007 propose l’acquisto al ministero, guidato al tempo da Francesco Rutelli, per un valore di 18 milioni di euro. Dopo i pareri espressi dal Comitato per i beni storico-artistici, organo tecnico-scientifico del ministero, la trattativa si concluse nel 2008, quando a capo del ministero era intanto subentrato Sandro Bondi. La prima esposizione di questo nuovo e prestigiosissimo acquisto dello Stato fu all’ambasciata d’Italia presso la Santa Sede, e in seguito alla Camera dei Deputati e ancora in altre sedi, come il Castello Sforzesco di Milano.

Crocifisso del Bargello, Firenze

Il Dibattito sull'Attribuzione

Coloro che erano a favore dell’autorevole autore si rifacevano al confronto con l’unico altro Crocifisso di mano di Michelangelo, quello nella basilica di Santo Spirito a Firenze, un’altra opera con una storia rocambolesca e avvincente, e della cui autografia praticamente nessuno ha mai dubitato. In effetti anche il Crocifisso Gallino ha un’attenta resa nei dettagli anatomici, ben visibile nei tendini dei piedi o nell’articolazione del ginocchio ma soprattutto nella mirabile resa del torso. Anche l’espressione, silenziosamente dolente ma non straziata, ricorda l’opera di Santo Spirito. La datazione per il piccolo Crocifisso viene quindi collocata, per analogia, tra il 1495 e il 1497 circa.

Ma si devono tenere presenti anche aspetti che stridono con tale autografia, come la resa del retro della figura, non particolarmente accurata (al contrario di quello di S. Spirito), come non lo sono il retro delle mani o la resa dei capelli. L’altra cosa è che il prezzo pagato non è assolutamente congruo, anzi ridicolamente basso per una scultura giovanile e autografa di Michelangelo, visto che, per esempio, un suo disegno passato da Christies nel maggio 2022 ha raggiunto la ragguardevole cifra di 23 milioni di euro.

Quando un’opera è così controversa (è vero che a favore erano studiosi di peso, ma è altrettanto vero che si erano espressi in maniera totalmente negativa altri studiosi del calibro di Luciano Berti, Margrit Lisner, Paola Barocchi, Francesco Caglioti e Mina Gregori) (senza contare che il Crocifisso poteva contare nella sua breve storia di ben importanti dinieghi all’acquisto, come quello di Luciano Berti per Casa Buonarroti, di Mina Gregori per la Cassa di Risparmio di Firenze e dell’allora ministro della Cultura Giovanna Melandri che disse “non ci vidi chiaro e non comprai quel Cristo”), lo Stato dovrebbe muoversi con i piedi di piombo, e non agire di fretta, evidentemente mosso dal battage pubblicitario che un nome come quello di Michelangelo muove.

Lo Stato Attuale dell'Opera

Adesso il cartellino del Bargello è assai meno roboante: “Intagliatore fiorentino inizio Cinquecento”. E i 3 milioni e 250 mila euro di soldi pubblici? L’opera è in realtà circonfusa, fin dal suo apparire sul mercato, da informazioni poco certe e, come vedremo, da vere e proprie invenzioni. Chiaramente la vicenda ebbe anche degli strascichi giudiziari da parte della Corte dei Conti, che investirono i fautori di quell’acquisto, e cioè l’allora sovrintendente al Polo Museale Fiorentino, Cristina Acidini, e Roberto Cecchi, il sottosegretario al ministero dei Beni culturali che firmò l’accordo, che però alla fine sono stati assolti in quanto ritenuti non colpevoli di danno erariale. Purtroppo, però, oggi l’opera è esposta con un cartellino che recita “Intagliatore fiorentino inizio Cinquecento”, menzionando vagamente “ulteriori e approfonditi studi” che hanno fatto rivedere al ribasso le sue quotazioni e quindi siamo finiti proprio in quell’ipotesi, e cioè che è stato pagato un prezzo spropositato per l’opera di un anonimo legnaiolo di primo Cinquecento, che era stata valutata al massimo 700.000 euro. Quello che comunque fu a lungo discusso, e del quale conviene continuare a parlare, è anche l’opportunità di un tale acquisto. Ma se davvero il Crocifisso non è di Michelangelo, chi potrebbe averlo intagliato?

I Crocifissi d'Avorio della Collezione Farnese

Il Percorso Storico

Il 2 aprile 1673, a Parma è arrivata un’opera di Michelangelo. Il giorno precedente, un certo Muzio Pusterla è tornato da Roma con una collezione intera di oggetti d’arte e preziosi, caricando ben dieci asini per trasportare tutta quella roba. Oggi, dopo la messa cantata in cattedrale, presieduta dal vescovo Carlo Nembrini, si è potuto finalmente vedere il crocifisso. Questo crocifisso era già registrato fra i beni del palazzo romano nel 1570, in proprietà al bisnonno di Ranuccio, il condottiero Alessandro Farnese. E andando più indietro nel tempo, sono noti i rapporti fra Michelangelo e un altro Alessandro Farnese, papa Paolo III, bisnonno del precedente. Ma Paolo III chiese a Michelangelo anche opere minori. Un testo del 1804, opera di Pietro degli Onofri, un Gesuita cui era stata levata la tonaca, descrive un altro crocifisso d’avorio di Michelangelo conservato a Napoli.

Crocifisso d'avorio, collezione Farnese

Dubbi sull'Attribuzione

“Vedesi, è ver, l’uom nudo, e tutta scorgesi la proporzion delle membra, ma il corpo così ben ricercato di muscoli, di vene, di nervi, di tendini, e l’ossatura tutta non figuran un uom veramente spirante? L’aria del volto dolorosissima, gli occhi son convulsi: i capelli come sono sottilmente piumosi, e sfilati! Che fine ha fatto la croce eburnea giunta a Parma? Ripartirà dopo un secolo e poco più, nel 1788, quando il duca Carlo I spoglia la Pilotta per portare tutte le collezioni a Napoli. Insomma, non ci sarebbe nulla di strano se il Farnese avesse fatto fare alcuni crocifissi al genio dello scalpello e ne avesse tenuto uno per sé. Il museo di Capodimonte, attualmente conserva ben due crocefissi in avorio provenienti dalla collezione Farnese: probabilmente è di uno di questi che si è parlato fin qui. Solo che oggi vengono attribuiti entrambi all’ambito del Giambologna, che opera a cavallo di ’500 e ’600.

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