Il Patrimonio Storico di Eremi e Istituzioni Psichiatriche in Italia

La storia d'Italia è costellata di edifici che hanno cambiato la loro funzione nel corso dei secoli, passando da luoghi di culto e monachesimo a centri di cura per la salute mentale, sanatori e infine, in alcuni casi, a spazi riqualificati o abbandonati. Questo articolo esplora la storia e l'evoluzione di alcune di queste significative strutture, offrendo uno spaccato del mutare degli approcci alla cura, all'assistenza e alla reclusione.

Lo Spedale de' Pazzi di Fregionaia (Maggiano, Lucca): Dalla Custodia alla Terapia

Le Origini e l'Istituzione

Lo ‘Spedale per i Pazzi di Fregionaia, situato appena fuori Lucca, nelle vicinanze dell’odierna frazione di Maggiano, fu istituito dalla Repubblica di Lucca nella seconda metà del Settecento. Nel 1769, il Senato della Repubblica lucchese formulò al Pontefice Clemente XIV una richiesta per ottenere la soppressione del Monastero dei Canonici Lateranensi di Santa Maria di Fregionaia. L’anno seguente, fu così deciso di destinare la struttura al ricovero e alla custodia dei folli.

Il 20 aprile 1773, con l’insediamento del personale, lo Spedale de’ Pazzi di Fregionaia fu ufficialmente aperto come dipendenza dallo Spedale cittadino di San Luca della Misericordia. Il giorno seguente arrivarono i primi undici malati, provenienti dal Carcere cittadino della Torre.

Vista esterna dell'ex Ospedale Psichiatrico di Fregionaia a Maggiano, Lucca

Evoluzione Terapeutica nell'Ottocento

I primi anni di vita dell’ospedale videro la prevalenza di sistemi custodialistici, ma a partire dal secondo decennio dell’Ottocento, grazie all’opera di Giovanni Buonaccorsi, fu adottata come terapia riabilitativa l’occupazione manuale dei malati. Nel corso dell’Ottocento si registrò un progressivo aumento delle ammissioni, correlato con l’annessione di Lucca al Granducato e con il conseguente ricovero di persone provenienti da territori che non avevano fatto parte del Ducato di Lucca.

L'Ospedale psichiatrico di Maggiano ha vissuto un progressivo divenire da “prigione di matti”, il cui compito principale era la contenzione e l’allontanamento degli stessi dal “mondo dei sani”, a luogo di terapia dove il malato poteva coltivare le proprie capacità residue e nel quale i medici si mettevano in relazione con i pazienti nel tentativo di cogliere l’immagine autentica e dolorosa della follia.

Il Percorso Espositivo e l'Umanizzazione della Cura

Attualmente, un percorso espositivo si articola in tre ambienti che accompagnano il visitatore in un itinerario emotivo che, partendo dalla profonda disperazione, attraverso l’umanizzazione del malato psichiatrico giunge alla liberazione nella poesia.

Le prime due sale propongono gli strumenti scientifici, una selezione dei numerosi strumenti che compongono la collezione dell’ospedale psichiatrico di Maggiano, tra cui l’elettroshock, le camice di contenzione, il guanto volumetrico di Patrizi, la scodella di pane e il campione di alghe, oltre a strumenti chirurgici e del laboratorio analisi. Gli oggetti emergono nel profondo buio di un’inquietante atmosfera che sconvolge tutti i sensi. Le scelte espositive, prive di didascalie o pannelli didattici e caratterizzate dall'opprimente colore viola di pareti e soffitto, intendono facilitare una fruizione interiore senza alcuna concessione alla violenza dello spettacolo del male.

Strumenti terapeutici e di contenzione in mostra all'ex Ospedale Psichiatrico di Maggiano

La terza sala propone una lettura parallela dell’ospedale psichiatrico di Maggiano, un ospedale che ha aperto le porte a un approccio diverso alla terapia, in un tentativo di entrare in relazione con il malato che diviene uomo con diritti, desideri, capacità manuali e creatività. Qui trovano spazio gli oggetti di una quotidianità più umana: le foto, le urne per le votazioni, le chiavi, le pitture e i lavori manuali prodotti dai malati nei vari laboratori istituiti dalla metà degli anni ’60. Il buio si è rischiarato: ancora non si vede la luce ma si intravede.

Opere artistiche e manufatti dei pazienti dell'ex Ospedale Psichiatrico di Maggiano

L'Eremo Camaldolese di Pecetto (Torino): Da Luogo di Culto a Sanatorio

Fondazione e Architettura

Questo complesso monastico, situato sulle colline di Torino, vanta una storia secolare. L’ordine dei Camaldolesi costruì il suo primo eremo a Pecetto nel 1602, in una posizione panoramica, come ringraziamento per la fine della peste del 1599. La storia dei Camaldolesi del Piemonte si intreccia con quella dell’Ordine Supremo della Santissima Annunziata, massima onorificenza cavalleresca di Casa Savoia, garantendo prosperità per due secoli. Ceva riuscì a ottenere il supporto di Casa Savoia, favorendo la nascita di un ordine religioso di fiducia, parzialmente autonomo da Roma.

La chiesa fu costruita grazie alle donazioni della facoltosa famiglia Graneri, in particolare da Gaspare Graneri. I Graneri, arricchitisi con le miniere di ferro e la lavorazione del metallo, acquisirono prima il feudo di Mercenasco e poi La Roche in Francia, diventando Graneri della Roccia con il titolo di marchesi. Il complesso, progettato dall’ingegnere Francesco Lanfranchi a partire dal 1661, comprende una chiesa seicentesca, un monastero e un parco di 175 ettari, donato all’ordine camaldolese.

Il progetto lanfranchiano prevedeva, oltre alla costruzione della grande chiesa con la facciata rivolta verso Torino, la realizzazione di grandi porticati nel retro della stessa sui quali affacciavano gli spazi di clausura, i parlatori, la foresteria, il chiostro, l’infermeria e i giardini. Le celle erano strutturate come piccole casette indipendenti con un giardino cintato, disposte in file di quattro. Vennero edificati tutti gli edifici originariamente progettati ma, col tempo, buona parte di essi venne abbandonata e demolita.

Planimetria del progetto originale di Francesco Lanfranchi per l'eremo di Pecetto

Trasformazione e Abbandono

Attivi fino alla Rivoluzione francese, i monasteri furono soppressi nel 1801. Ai giorni nostri restano solo, della costruzione originaria, la chiesa, il muro perimetrale e i ruderi di un’unica cella monacale. Nella chiesa restano ancora, sempre più degradati, gli stucchi decorativi della stessa.

Nel 1918 il monastero fu convertito dalla Croce Rossa Italiana in sanatorio per reduci di guerra e successivamente per la cura della tubercolosi femminile. Negli anni ’60 del Novecento, fu costruito all’interno del parco un edificio ospedaliero, riconvertito in residenza assistenziale nel 1995 e definitivamente chiuso nel 2013. Questo complesso, sebbene vanti una storia secolare, è stato trascurato e lasciato in stato di grave abbandono.

Ruderi dell'eremo camaldolese di Pecetto, Torino

Le Ville Sbertoli a Pistoia: Un Villaggio Terapeutico per la Salute Mentale

La Fondazione della "Casa della Salute"

Le ville, adagiate sulla dolce pendenza del Collegigliato, con alle spalle gli Appennini e di fronte la città di Pistoia, furono scelte dal Professor Agostino Sbertoli per fondare la sua “Casa della salute”. Il nucleo iniziale del manicomio era costituito da quella che in passato era nota con il nome di villa del Mezzogiorno o Villa Franchini - Taviani (oggi Villa Cerletti e Perusini), la più elegante e bella di tutte le ville.

Secondo alcune storie, il Professor Sbertoli avrebbe costituito la “Casa della salute” per aiutare un figlio malato e permettergli di ricevere le cure in un ambiente a lui familiare; la villa, infatti, secondo questa teoria sarebbe appartenuta alla famiglia del Professore. Il manicomio fu aperto intorno al 1868 e guadagnò così tante iscrizioni che ben presto il Professor Sbertoli dovette ampliarlo, acquistando le altre ville sul colle e dando così vita a quel villaggio terapeutico che si stava diffondendo in quel periodo e che era così diverso per forma e ambientazione dagli altri manicomi dell’epoca. Quando Agostino Sbertoli morì, nel 1898, fu suo figlio Nino che ne prese le veci.

Vista aerea o esterna delle Ville Sbertoli a Pistoia in stato di abbandono

Stato di Abbandono e Suggestioni Attuali

Oggi le ville giacciono in uno stato di completo abbandono. Per accedervi si dovrebbe richiedere un permesso alla ASL n° 3, anche se dalle informazioni raccolte difficilmente sarà concesso. La più bella di tutte le ville è villa del Mezzogiorno, così chiamata per la sua splendida posizione a sud, che domina tutta la città di Pistoia.

Alcuni visitatori hanno descritto l'esperienza di esplorazione di questi luoghi. Entrati dal retro, attraverso un piccolo buco tra le inferriate delle finestre, al primo piano ci si trova di fronte alla bellezza e all’eleganza delle decorazioni. Piano piano si iniziano a notare le porte delle celle, alcune delle quali divelte, sedie a rotelle, bagni, fogli e carte sul pavimento, strani disegni e scritte sui muri, alcuni lasciati da visitatori altri dai pazienti. Il luogo ha un che di inquietante, a volte si sentono strani scricchioli e rumori e ovviamente la suggestione è molta. Le leggende che girano sulle ville non mancano e c’è chi sostiene che siano infestate dai fantasmi e che ancora oggi nell’aria risuonino strane urla. È stato percorso anche un lungo tunnel sotterraneo, abbastanza angosciante, che ha condotto ad un’altra struttura, malmessa.

Interno di una delle Ville Sbertoli abbandonate con segni del passaggio dei pazienti o visitatori

Le ville Sbertoli si trovano in via Collegigliato: sulla sinistra, risalendo il colle, si può vedere un cancello con scritto "Ville Sbertoli". Sul lato della strada c’è un buco nella rete, da lì ci si ritrova su via Solitaria, la strada fatta costruire dal Professore per rendere più comodo e confortevole l’accesso.

L'Eremo di Lanzo Torinese: Da Centro Monastico a RSA

Origini e Funzione Monastica

L'eremo di Lanzo Torinese è stato, nel tempo, uno degli edifici a vocazione ospedaliera presenti nella città capofila delle Valli di Lanzo, nella provincia di Torino. Fu costruito su progetto dell'ingegnere Francesco Lanfranchi a partire dal 1661 tra Lanzo Torinese e Balangero dal conte Gaspare Graneri della Rocca di Ceres. Fu uno dei quattro eremi camaldolesi costruiti nel Seicento in Piemonte, assieme a quelli di Torino (Pecetto), Busca e Cherasco, edifici in cui i monaci vivevano in "celle" in solitudine e preghiera. Il progetto lanfranchiano prevedeva la costruzione di una grande chiesa con la facciata rivolta verso Torino, grandi porticati nel retro della stessa sui quali affacciavano gli spazi di clausura, i parlatori, la foresteria, il chiostro, l'infermeria e i giardini.

Disegno architettonico dell'eremo di Lanzo, progetto di Lanfranchi

Soppressioni e Riconversioni

Nel 1802, in seguito alla Rivoluzione francese, l'eremo venne chiuso e riconsegnato ai camaldolesi solo nel 1815 con l'avvento della Restaurazione. Nel 1836, vista la soppressione della famiglia camaldolese, l'eremo venne dato in affidamento ai carmelitani scalzi, che lo gestirono fino alla soppressione degli ordini religiosi. L'ospedale "Eremo di Lanzo" venne riconvertito in RSA (Residenza Sanitaria Assistenziale) nel 1995 e venne definitivamente chiuso nel 2013.

Tracce del Passato

Ai giorni nostri restano solo, della costruzione originaria, la chiesa, il muro perimetrale e i ruderi di un'unica cella monacale.

Foto storica o attuale dell'Eremo di Lanzo Torinese

L'Eremo di Arco (Trento): Da Albergo a Centro di Riabilitazione

Dalle Origini al Sanatorio

L’edificio che ospita la casa di cura ad Arco fu costruito nel 1887. Il 27 giugno 1887, il Capitano Distrettuale comunicò al Comune che Sua Maestà Imperial Regia, il Serenissimo Arciduca Alberto, aveva accettato che il nuovo albergo portasse il suo nome. Nel 1929 l’edificio venne acquistato dalla “Società Eremo di Arco”, ristrutturato e aperto come sanatorio, ottenendo l’autorizzazione per 84 posti letto il 25 novembre 1932. Il sanatorio cambiò nome nel 1943 quando, dopo l’8 settembre, i tedeschi occuparono il territorio, imponendo un nuovo assetto gestionale.

Foto storica dell'Eremo di Arco come sanatorio

La Svolta nella Riabilitazione

In seguito, l’Eremo iniziò a sviluppare un nuovo indirizzo specialistico: la riabilitazione, autorizzata e accreditata il 23 dicembre 1993 dalla Giunta della Provincia Autonoma di Trento con delibera n. [numero non specificato nel testo originale].

L'edificio dell'Eremo di Arco oggi, riconvertito a centro di riabilitazione

L'Ex Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Sant’Eframo (Napoli): Tra Storia Monastica e Riqualificazione Sociale

Le Diverse Identità dell'Edificio

Monastero di Sant’Eframo Nuovo, Ospedale psichiatrico giudiziario “Sant’Eframo”, Ex OPG “Je so’ pazzo”: questi sono i tre nomi per le tre diverse storie, tutte accadute tra le stesse mura, di un complesso monumentale nel cuore di Napoli.

Dalla Fondazione Monastica al Manicomio Criminale

In origine, l’imponente complesso monumentale, pur ‘incastrato’ nella selva edilizia del centro storico, nacque come monastero. Nel 1572 sorse Sant’Eframo Nuovo, il cui progetto iniziale prevedeva una pianta ancor più estesa, allo scopo di ospitare l’intero ordine di frati cappuccini napoletani. Il monastero fu quasi distrutto da un incendio nel 1840. Sul finire dello stesso secolo fu confiscato, una storia comune a molti edifici religiosi dell’epoca, e convertito in carcere, finché assunse, nel 1925, la funzione di manicomio criminale. Solo nel 1975 fu denominato Ospedale Psichiatrico Giudiziario (OPG).

Vista esterna dell'ex OPG di Sant'Eframo a Napoli

La Chiusura e la Riqualificazione con "Je so' Pazzo"

Nel 2000 fu riscontrata l’inagibilità dell’edificio e i detenuti furono trasferiti nel carcere di Secondigliano-Scampia. Negli anni successivi, l’OPG fu chiuso definitivamente. Oggi, “Je so’ pazzo” è il nome della storia presente: quello scelto dal collettivo che ha restituito alla città un immenso edificio abbandonato a Materdei, trasformandolo nel quartier generale di un gruppo impegnato in ambito politico e sociale, offrendo alla comunità servizi di formazione e di assistenza.

Esplorando le Mura del Passato

Non tutti gli ambienti sono stati riarredati e adoperati per le attività di "Je so’ pazzo": sia per un intento di preservazione storica, sia per le difficoltà a rimettere in sesto un intero complesso edilizio, diverse sezioni dell’ex OPG sono rimaste inutilizzate e lasciate così com’erano una volta. Chi ha la fortuna di trovare un accompagnatore che apra i lucchetti, può esplorare alcuni corridoi e celle di quello che un tempo fu il carcere destinato ai criminali con patologie psichiche. L’ala destinata normalmente al pubblico si presenta piuttosto ordinata e sgombra, in alcuni punti lievemente risistemata per le visite.

Qua e là si possono ancora notare alcuni dettagli dell’ex OPG: le targhe dei reparti e quelle delle infermerie sono ancora sui cornicioni delle porte; impressionano le strette fessure da cui i guardiani controllavano i detenuti stipati nelle piccole celle; i corridoi semibui sono un vero e proprio labirinto. È importante astenersi da ogni tentativo di ricostruzione emotiva di una realtà che non si è in grado di immaginare senza averla vissuta, evitando la retorica facile e il pathos. Le incisioni presenti sulle pareti di un paio di celle, pur solleticando fantasie cinematografiche, non hanno nulla di inquietante o spaventoso. Certo, poi ci sono le leggende, come quella di un pericoloso detenuto con istinti cannibali, o ancora ci sono le ben più attendibili testimonianze di chi da quel carcere è uscito, e ne ricorda il grigiore delle mura e il puzzo costante.

Interno dell'ex OPG di Sant'Eframo a Napoli con corridoi e celle

La struttura del complesso conserva l’originaria pianta conventuale, divisa in tre chiostri. Attraversando i cortili che un tempo fungevano da ora d’aria, quindi le lavanderie, i locali caldaie, le ex cucine e altre piccole corti, ci si può spingere fino alla sommità di un tetto. Un ringraziamento va a chi, come la nostra amica Chiara del collettivo "Je so’ pazzo", si impegna per accompagnare i visitatori, aprendo anche porte normalmente interdette al pubblico, come quella che conduce nella sezione destinata alle guardie carcerarie.

Riepilogo delle Informazioni di Accessibilità dell'Ex OPG di Sant'Eframo (aggiornamento febbraio 2019):

  • Categoria: convento/centro detentivo
  • Tipologia: manicomio criminale
  • Stato: riqualificato/parziale disuso
  • Zona: centro storico di Napoli
  • Raggiungibilità: a piedi
  • Accessibilità: orari d’apertura
  • Dintorni: popolati
  • Visita: su richiesta
  • Durata: 60-90 minuti

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