L'Iconografia della Crocifissione e il Contributo del Maestro Aleksandr Stalnov

La Crocifissione rappresenta il simbolo per antonomasia della religione cristiana, occupando un posto centrale nella produzione dell'arte sacra. La croce divenne un simbolo di culto già nelle chiese primitive; uno degli esempi più significativi è la croce gemmata realizzata a mosaico, databile tra la fine del IV e l'inizio del V secolo, posta sopra il Calvario nella basilica paleocristiana di Santa Pudenziana a Roma.

Mosaico della croce gemmata nella Basilica di Santa Pudenziana

L'Evoluzione dell'Iconografia di Cristo nei Primi Secoli

Dall'Aniconismo al Cristo Imberbe

La prima arte cristiana, quella delle catacombe, fu interessata solo per breve tempo dal problema dell’aniconismo, ossia del divieto ebraico a rappresentare Dio in forma umana. Sebbene il Dio degli ebrei fosse puro spirito, Cristo era Dio incarnato, un vero uomo che aveva vissuto e sofferto il supplizio della croce, "vincendo" poi la morte grazie alla sua natura divina. «Il Dio invisibile si è fatto visibile in Cristo», afferma san Paolo nella sua Lettera ai Colossesi (1, 15).

La prima raffigurazione di Gesù in forma umana, seppure di natura ancora simbolica, fu quella del Buon Pastore, un semplice ragazzo che porta una pecora (talvolta un agnello) sulle spalle, abbigliato con una veste corta e i calzari, talvolta con il flauto di Pan in mano. La sua immagine è legata alla parabola del Buon Pastore e della pecorella smarrita, allegoria del Cristo che va incontro al peccatore pentito. Questo motivo iconografico è molto importante nella storia dell’arte cristiana, perché è la prima volta in cui Gesù viene presentato in carne e ossa e non attraverso il ricorso a simboli animali o vegetali.

Assai famosa è l’immagine del Buon Pastore scolpita tra la fine del III e i primi anni del IV secolo, un tempo parte di un sarcofago e oggi nei Musei Vaticani. Nel Mausoleo di Galla Placidia a Ravenna, Cristo è raffigurato come Buon Pastore, circondato dalle sue pecore.

Mosaico del Buon Pastore nel Mausoleo di Galla Placidia

I Vangeli e le altre fonti non ci hanno tramandato un ritratto di Gesù, né precise indicazioni sul suo aspetto fisico. Così, quando comparvero le prime esplicite rappresentazioni del Cristo come maestro, ossia del Cristo-docente seduto tra gli apostoli, o che compie i miracoli, gli artisti scelsero di mantenere l’iconografia classica del giovane senza barba, ispirata all’ideale greco della bellezza.

Questa particolare iconografia di Gesù non ebbe grande successo se non nei primi secoli del Cristianesimo, perché venne presto soppiantata da quella di Cristo con la barba. Tuttavia, non tramontò mai del tutto: è, per esempio, imberbe il Cristo che divide le pecore dai capretti, nella Basilica di Sant’Apollinare Nuovo a Ravenna, così come il Cristo Cosmocratore della Chiesa di San Vitale, sempre a Ravenna, entrambi della prima metà del VI secolo. È imberbe anche il Cristo in gloria dell’Altare del Duca Ratchis, opera longobarda dell’VIII secolo.

L'Affermazione del Cristo Barbato e Pantocratore

Sul finire del II secolo e agli inizi del secolo successivo, si diffuse l’immagine, senza dubbio più autorevole, del cosiddetto Cristo barbato, vestito con un lungo abito talare. Questo particolare modo di rappresentare Gesù, detto anche del Cristo filosofo, fu certamente desunto dall’iconografia pagana del filosofo attorniato dai suoi discepoli; era considerato anche più rispondente al suo possibile aspetto fisico reale.

Nella seconda metà del IV secolo, quando durante il regno di Teodosio la religione cristiana divenne ufficiale, e in una sostanziale identificazione con l’immagine imperiale, Gesù è sempre rappresentato in questa forma, seduto o in piedi, ma sempre in posizione perfettamente frontale, a rendere evidente il suo status non solo divino ma di imperatore dell’Universo. In età bizantina, si affermò il Cristo Pantocratore, che in greco vuol dire, letteralmente, ‘signore di ogni cosa, onnipotente’.

Mosaico del Cristo Pantocratore nella Cattedrale di Cefalù

Normalmente presente nei catini absidali delle chiese, o al centro delle cupole, il Cristo Pantocratore si presenta a mezzo busto, con le braccia aperte, un libro nella mano sinistra e la destra benedicente. Gesù è vestito di rosso e di blu, i suoi colori simbolici, e solitamente è immerso nel fondo oro che simboleggia la luce divina. Nella tradizione bizantina orientale, a differenza che in quella occidentale, il rosso, che è un colore regale, indica la natura divina di Gesù: simboleggia la sua gloria, la luce increata, il fuoco dello Spirito. Il blu, invece, simboleggia la sua natura umana, il mistero della carne assunta, essendo il colore del mondo creato (l’acqua, il cielo visibile o “cielo basso”) e quindi dell’esperienza sensibile. In Europa la simbologia è invertita: rosso, colore del sangue = natura umana; blu, colore del cielo = natura divina.

Le Prime Rappresentazioni della Crocifissione

Fra il IV e il V secolo comparvero le prime raffigurazioni del Crocifisso, che sarebbe diventato il soggetto più importante di tutta l’iconografia cristiana. Una rappresentazione della crocifissione risalente alla fine del II secolo o all'inizio del III, compare in un probabile amuleto intagliato in eliotropio, oggi conservato al British Museum. Secondo Kotanski le parole accanto alla crocifissione contengono un'invocazione a Gesù redentore, figlio del Padre, mentre l'iscrizione sul retro, di diversa mano e aggiunta successivamente, contiene alcuni termini di significato sconosciuto, ma presenti in amuleti pagani. Già nel II secolo Giustino martire affermava che gli esorcismi erano effettuati "nel nome di Gesù Cristo, che fu crocefisso sotto Ponzio Pilato", come verosimile alla luce della narrazione della guarigione di uno storpio da parte di Pietro (Atti 3-4 e in particolare 4,9-10). L'uso apotropaico del nome di Gesù e della rappresentazione della sua crocifissione anche in un contesto forse pagano, si spiega con le parole di Origene: "il nome di Gesù è così potente contro i demoni che talvolta è efficace anche se pronunziato da uomini cattivi" (Contra Celsum 1.6).

Fra le più antiche rappresentazioni cristiane della crocifissione ve ne sono altre due incise su pietre dure e utilizzate come sigilli. Una venne ritrovata in Romania nei pressi di Costanza nel 1895 e oggi si trova al British Museum. Una pietra molto simile, acquistata dal collezionista inglese George Frederick Nott, è oggi dispersa ma ne resta il calco in gesso. Entrambi i sigilli sono datati alla prima metà del IV secolo. In entrambe le gemme Cristo in croce è circondato dagli apostoli, sei per lato, una forma di rappresentazione contrastante con i racconti evangelici e che, perciò, sembra voler enfatizzare che il fondamento della Chiesa è Cristo crocefisso.

La più antica rappresentazione esplicita di Cristo crocifisso giunta fino a noi è quella scolpita nella Porta lignea della Basilica di Santa Sabina a Roma, intagliata in legno di cipresso nel secondo quarto del V secolo. Gesù è nella posizione del crocifisso, con le braccia aperte, ma non compare la croce, o perlomeno è coperta dal suo corpo, sicché il Messia sembra inchiodato direttamente alle mura cittadine che compaiono sullo sfondo.

Dettaglio della Crocifissione dalla porta lignea di Santa Sabina a Roma

Nella Chiesa di Santa Maria Antiqua a Roma, un affresco della metà dell’VIII secolo mostra il Cristo crocifisso frontale e interamente vestito, raffigurato vivo al centro del riquadro.

Dal Christus Triumphans al Christus Patiens

Nell'Italia centrale del XII secolo nacque la tradizione delle croci dipinte, destinate ad essere appese nell'arco trionfale delle chiese o al di sopra dell'iconostasi. In esse il Cristo è in posizione frontale con la testa eretta e gli occhi aperti, vivo sulla croce e ritratto come trionfatore sulla morte (Christus Triumphans), attorniato da scene tratte dalla Passione. Poteva presentare agli estremi dei bracci della croce figurine di contorno, che a partire dalla seconda metà del XIII secolo divennero le figure a mezzobusto della Vergine e San Giovanni evangelista in posizione di compianto. Talvolta si incontrano anche i simboli degli evangelisti e, nel braccio superiore (la cimasa), un Cristo in maestà.

Crocifisso ligneo di Maestro Guglielmo, esempio di Christus Triumphans

Agli inizi del XIII secolo compare una nuova tipologia, quella del Christus Patiens d'ispirazione bizantina, la cui diffusione fu facilitata dalla coeva predicazione francescana. Il Cristo sofferente ha la testa reclinata sulla spalla e gli occhi chiusi e il corpo incurvato in uno spasimo di dolore, coi fianchi cinti dal perizonium. La prima rappresentazione è quella della Croce n. 20 di Pisa (1210-1230) di un anonimo artista bizantino operante in Toscana. Uno dei primi a recepire questa novità iconografica fu Giunta Pisano, del quale restano tre crocifissi firmati e uno attribuitogli dalla critica, tra cui il Crocifisso della basilica di San Domenico a Bologna, dove il corpo del Cristo è inarcato sulla sinistra, invadendo il tabellone laterale, da cui spariscono quindi le scene della Passione. Tra Giunta e Cimabue irrompe Coppo di Marcovaldo, primo innovatore non solo dell'arte definita ancora grottesca da Longhi, ma primo vero pittore espressionista della storia. Giotto fu il primo a rinnovare questa iconografia in pittura nell'ultimo decennio del XIII secolo, prendendo spunto dai traguardi nel frattempo raggiunti dalla scultura gotica, in particolare da Nicola Pisano, già dal 1260.

Crocifisso di Cimabue, esempio di Christus Patiens

Nei paesi in cui la diffusione della cristianesimo è avvenuta a seguito di guerre di conquista o di azione missionaria troviamo, sul piano iconografico, elementi di originalità che possono affondare le loro radici nella precedente cultura. Colpisce, per esempio, la crudezza delle statue di Gesù crocefisso o del suo corpo morto calato dalla croce, che si trovano in tutte le chiese messicane. A tale proposito Octavio Paz afferma che: "Il messicano venera il Cristo sanguinante e umiliato, colpito dai soldati, condannato dai giudici, perché vede in lui l'immagine trasfigurata del proprio destino."

L'Icona nella Tradizione Bizantina e Russa

Definizione e Simbolismo dell'Icona

In età bizantina si affermò il genere pittorico dell’icona (dal greco èikon, ‘immagine’), un tipo di raffigurazione sacra dipinta su legno, a volte arricchita con lamine d’oro, argento o altro metallo o decorata con pietre preziose e smalti. Le icone rappresentano prevalentemente figure sacre, come il Cristo benedicente e la Vergine con Gesù Bambino in braccio. Il volto di Cristo, ad esempio, è affiancato dalle lettere IC Σ XC Σ (forma greca abbreviata di “Gesù Cristo”) o dalle lettere O Ω N (“colui che è”) o dalle scritte “onnipotente”, “datore di vita”. Sin dal VI secolo, le caratteristiche somatiche del Cristo divennero molto specifiche e determinate: volto ovale, lunghi capelli sciolti, naso sottile, barba scura.

Nelle icone e nelle raffigurazioni che da queste derivano, Gesù presenta specifici attributi iconografici. La sua aureola, inizialmente liscia come quella di tutti gli altri santi, diventa fin dall’VIII secolo crociata, e questo al fine di identificarlo senza possibilità di errore. La Sindone è una delle cosiddette immagini “acheropite”, che in greco significa ‘non fatte da mano umana’, perché ritenute create miracolosamente: esse sono la vera immagine del Sacro Volto, la “vera icona”. Secondo la tradizione e le fonti letterarie, l’acheropita più autorevole e importante era il Mandylion (‘fazzoletto’, in siriaco) prima conservato a Edessa, poi venerato a Costantinopoli e infine trafugato durante la quarta crociata del XIII secolo. Intorno alla Sindone si consuma, da anni, un acceso dibattito tra studiosi: secondo alcuni, il telo funebre che recherebbe l’impronta del corpo di Cristo deposto dalla croce è un falso medievale. La Chiesa cattolica, d’altro canto, ha scelto di non esprimersi ufficialmente sulla questione dell’autenticità.

Volto dell'Uomo della Sindone da negativo fotografico

La Crocifissione nella Liturgia Bizantina

Nella rappresentazione iconografica bizantina il Crocifisso non viene mai rappresentato nel suo realismo della carne né nell’agonia, anche se Cristo è morto non ha perduto la Sua regale e divina nobiltà, resta il Verbo e la vita eterna. Nella liturgia bizantina viene cantato il seguente tropario, in cui le due prospettive, quella della gloria e quella della sofferenza, si intrecciano e si completano: «Oggi è inchiodato al legno Colui che ha fatto emergere la terra dalle acque. Il Re degli angeli è incoronato di spine. E’ avvolto in una porpora mendace Colui che avvolge di nubi il cielo. Riceve uno schiaffo Colui che nel Giordano ha donato ad Adamo la liberazione. Lo Sposo della Chiesa è trafitto dai chiodi. Il Figlio della Vergine è trapassato da una lancia. Adoriamo la Sua Passione, o Cristo. Mostraci anche la tua Risurrezione!»

Ai fianchi della Croce ci sono i testimoni della sofferenza e della gloria di Cristo: in due gruppi vediamo, da una parte, Maria e le donne che hanno seguito Gesù e, dall’altra, il discepolo amato ed il centurione. Al livello inferiore osserviamo che il crocifisso è piantato su un piccolo monte: è il Golgota, il luogo del cranio, dove secondo la tradizione ebraica era stato sepolto il primo uomo, Adamo, raffigurato ai piedi della croce. In alcune icone il sangue che cola dal corpo di Cristo raggiunge e bagna il teschio di Adamo.

Icona della Crocifissione con il teschio di Adamo ai piedi della croce

Aleksandr Stalnov: Un Maestro dell'Iconografia Ortodossa Contemporanea

Biografia e Filosofia dell'Icona

Aleksandr Stalnov (Sasha) è nato a San Pietroburgo nel 1962. È un maestro iconografo presso il Dipartimento iconografico dell’Accademia Ortodossa Teologica di San Pietroburgo e opera presso il Laboratorio iconografico “San Giovanni Evangelista” fondato nel 1999 a San Pietroburgo. Fanno parte di questo laboratorio anche altri iconografi, tra cui Christina Prokhorova, Valentina Zhdanova e Ivan Kusov.

Secondo Stalnov e la filosofia del suo laboratorio, l’icona è un oggetto sacro, non un oggetto d’arte: la sua forma e il suo significato non sono limitati dall’idea estetica. Un’icona canonica rappresenta una "porta stretta". Fare un’icona è mettersi al servizio di Dio, un po’ come il sacerdozio. L’icona non è solo un dipinto, come nella tradizione artistica e religiosa occidentale: è la “Scrittura” che si fa immagine, che si manifesta, e l’iconografo è l’intermediario. Per questo, durante la sua realizzazione l’iconografo prega; può aiutarsi ascoltando musica sacra, recitare salmi, oppure restare in silenzio, mettendosi in ascolto. L’icona non è frutto della sola mente, o della sola tecnica, ma anche del cuore, del cuore che sta in ascolto di Dio. Per diventare iconografi occorre, quindi, aver maturato una vera e propria vocazione.

Stalnov racconta di aver inizialmente pensato di fare il pittore o il restauratore. Abitando a San Pietroburgo, città moderna e molto occidentale, durante i suoi studi sulla pittura, si recò a Novgorod, città antica e famosa per la sua importantissima scuola di pittura di icone. Lì, in un monastero adibito a laboratori di pittura per icone durante il regime sovietico, rimase colpito dalla bellezza di questa arte. Fu una vera e propria scoperta, anche come riscoperta di una tradizione antichissima. L’interesse fu così forte che, tornato a San Pietroburgo, non si interessò più alla pittura “laica”, ma cominciò ad approfondire le icone, che per lui non sono solo opere da guardare come fatto artistico, ma un vero collegamento con Dio, con un senso più grande.

Collaborazioni e Opere in Italia

Aleksandr Stalnov è stato chiamato, nel 1991, dal Centro “Russia Cristiana” di Seriate, vicino Bergamo, che ha lo scopo di far conoscere la ricchezza artistica, culturale e liturgica del patrimonio ortodosso russo, nonché di favorire il dialogo ecumenico fra Cattolici e Ortodossi Russi. Nello stesso anno ha conosciuto Giancarlo Pellegrini, noto iconografo italiano, con il quale ha cominciato a collaborare intensamente dal 1993.

Per l’icona della Trasfigurazione di San Miniato Basso è stato scelto il modello a mosaico della Cappella Palatina di Palermo. Stilisticamente non ci sono particolari differenze con il linguaggio iconografico orientale; cambiano la sensibilità, alcuni particolari elementi della tradizione, ma non il messaggio, che è il messaggio di Cristo. Stalnov ha comunque cercato di rimanere nel solco tracciato dalla tradizione, pur concedendosi una certa libertà espressiva nel tradurre in pittura un modello musivo. Ha trovato in Italia persone con grande fede, la quale va di pari passo con l’arte, considerando che in Italia si trova la più grande concentrazione di arte e architettura del mondo.

Un Esempio della Tradizione Russa: L'Icona Crocifissione/Stauroteca dei Vecchi Credenti

In questo contesto di profonda tradizione iconografica russa si inserisce l'esempio di un'icona di Crocifissione/Stauroteca che appartiene all’ambiente dei Vecchi Credenti. Questa opera, datata alla fine del XVIII secolo, unisce pittura in tempera all’uovo su tavola a una stauroteca metallica centrale, una vera croce-reliquiario destinata alla venerazione. La tavola presenta un campo rosso vibrante che esalta il rilievo della croce; ai lati si dispongono episodi della Passione e figure di santi oranti, a suggerire il continuum tra memoriale liturgico e devozione quotidiana.

La composizione costruisce un percorso teologico chiaro: il centro è occupato dalla croce-reliquiario, mentre in alto un medaglione con Cristo benedicente sigilla la scena. Le miniature laterali, che includono la Deposizione, il Compianto/Seppellimento, le Sante Mirrofore e i soldati, custodiscono la memoria narrativa dell’evento. Dal punto di vista tecnico, l’icona mostra lumeggiature calibrate, profili netti e cromie corallo/verde su fondo caldo, mentre il rilievo centrale offre un dialogo prezioso tra metallo e colore. La mano attenta ai canoni tardo-settecenteschi disegna vesti e architetture con precisione calligrafica; il craquelure regolare della superficie pittorica restituisce il respiro del tempo. Per il collezionista colto, questa icona russa Crocifissione con stauroteca coniuga valore devozionale, qualità pittorica e fascino antiquario: un’opera che testimonia la pietà dei Vecchi Credenti e la centralità del mistero della Croce nella spiritualità russa.

Icona russa Crocifissione/Stauroteca dei Vecchi Credenti

L'Icona di Maria Maddalena: Un Esempio dell'Arte di Stalnov

Un magnifico esempio di icona ortodossa contemporanea, che segue in tutto la tradizione iconografica orientale, è l'icona di Maria Maddalena realizzata dal maestro russo Aleksandr Stalnov. Questa icona, appartenente al dipartimento iconografico dell’Accademia Ortodossa Teologica di San Pietroburgo, nella sua solenne e curatissima "semplicità" rivela tutto il valore dell’icona come strumento di preghiera, che cura il dettaglio.

L'icona rappresenta Maria Maddalena, definita in russo “uguale agli apostoli”, colei che nei vangeli si dice sia stata liberata dal Signore Gesù da sette demoni, che era diventata sua discepola e lo ascoltava, lo seguiva e lo serviva, insieme ad altre donne. Maria Maddalena, nella modestia del suo ruolo nei vangeli, insegna un amore grande, coraggioso e sconfinato verso il suo maestro, che la porta fin dove gli stessi apostoli non erano riusciti ad arrivare, ma erano scappati. Questa figura, riconoscibile dal vaso di mirra che tiene in mano e dai classici colori che la contraddistinguono sempre nell’iconografia, ci dice, nella sua semplice eleganza, come la santità sia il lasciarsi amare dal Signore, lasciarlo entrare dentro di noi, per permettergli di liberarci da tutto ciò che ci può impedire di conoscerlo, di amarlo, di fidarci totalmente di lui e seguirlo.

Icona di Maria Maddalena del maestro Aleksandr Stalnov

Don Gianluca Busi: Allievo e Divulgatore dell'Iconografia

Don Gianluca Busi, sacerdote e iconografo, è un esempio di come la tradizione iconografica si diffonda e venga studiata. Nato in Italia nel 1964, è parroco a Marzabotto e membro della commissione di Arte Sacra della Diocesi di Bologna. Ha conseguito la Licenza in Teologia dogmatica e la Laurea in Lettere e Filosofia. Si è perfezionato alla scuola del Maestro Aleksandr Stalnov dell’Accademia Teologica di San Pietroburgo tra il 1997 e il 2006. Questa formazione gli ha permesso di creare quasi 300 icone, molte delle quali per luoghi di culto in Italia e all’estero. Don Busi tiene corsi di icone come docente in Italia e all’estero e collabora a progetti di progettazione di nuove chiese. È anche conduttore di programmi radio e TV di spiritualità e arte, contribuendo alla diffusione della conoscenza delle icone e della loro profonda valenza spirituale.

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