Don Tonino Bello, la Finitudine e il Significato dell'Accoglienza

I pensieri del Servo di Dio, don Tonino Bello, sono un vangelo apocrifo che continua a contagiare e a risuonare potentemente, specialmente in un'epoca prigioniera di guerre e paure. Le sue parole e la sua testimonianza offrono una lente preziosa attraverso cui comprendere la finitudine umana e riscoprire il significato profondo dell'amore, del dono e dell'ospitalità.

Ritratto di don Tonino Bello con espressione sorridente e accogliente

La Finitudine: Una Parola Chiave del Novecento

Nel 2006, un filosofo francese intitolava il suo libro “Dopo la finitudine”, sottolineando come questa parola, sebbene non comune, riassuma l'ossessione di un'epoca. La “finitudine” connota non un semplice dato di fatto o una mera condizione, ma un rapporto attivo con la fine, costitutivo dell'umano modo di essere. Secondo Heidegger, essa funzionerebbe come orizzonte ultimo della comprensione della realtà.

Il poeta italiano Giorgio Caproni ha coniato il neologismo “asparizione” per dare un contenuto intuitivo alla finitudine, intendendo un apparire che è al contempo uno sparire e viceversa. Per lui, la vita si dà nel suo splendore mentre si sottrae indefinitamente. Avere e perdere diventano termini non solo correlati, ma sinonimi: l'uomo "ha" solo nella misura in cui ha "già da sempre" perduto. La finitudine, in questa prospettiva, non è una deficienza ma una relazione costitutiva, una forma di saggezza.

Nonostante la finitudine sia stata un concetto centrale nel Novecento, alcuni filosofi come Quentin Meillassoux invitano a congedarla, suggerendo che essa rappresenti un orizzonte troppo ristretto per i problemi globali della nostra epoca, continuando a pensare l'uomo come unità di misura ultima. Tuttavia, la consapevolezza della finitudine ci rende umani e fonda la nostra comunità di destino, la solidarietà tra "disperati". Siamo mortali, ma non siamo soli.

La finitudine necessaria – Telmo Pievani

L'Amore come Risposta alla Sofferenza e alla Finitudine

Don Tonino Bello, riflettendo su Gesù nel Getsemani, parlava del silenzio di Dio, della sofferenza fino al sudore di sangue e della solitudine. Questi sentimenti, amplificati dal tradimento di Giuda, pongono una domanda cruciale: è peggio essere traditi o tradire? Chi è tradito può perdonare, ma chi tradisce spesso non si perdona. Eppure, don Tonino sottolinea la dolce follia dell'amore di chi continua a guardare con amore anche nella solitudine più estrema.

In un suo pensiero, don Tonino Bello scriveva che il vero dramma non è non essere amati, ma non amare. I problemi hanno soluzioni, i drammi no. Nonostante i silenzi, le sofferenze e le solitudini, ognuno è chiamato a continuare ad amare, l'unica forza capace di vincere ogni morte. Se per Israele l'amore era forte come la morte, in Cristo l'amore vince la morte.

La sofferenza e la vulnerabilità, lungi dall'essere ostacoli, possono rivelarsi momenti di profonda rivelazione e crescita umana. Accettare la propria fragilità non è una resa, ma l'inizio di un cammino di autenticità e di relazione. È un invito a riscoprire il senso dell'esistenza non nella negazione del limite, ma nella sua piena assunzione.

L'Ospitalità: Un Locus Theologicus

Don Tonino Bello anticipava i nostri tempi, esortandoci ad "allenarci al cambio" e a "levare il capo per intuire i tempi che arrivano", custodi dell'antico ma aperti all'inedito. In questo contesto, l'ospitalità emerge come una virtù centrale nella vita cristiana e sociale.

L'ospitalità non è solo una virtù politica e cristiana, ma un vero e proprio locus theologicus: un tempo e uno spazio in cui, superando la paura e la mancanza di conoscenza dell'altro, Dio si rivela inaspettatamente, trasformando la vita delle persone. Accogliendoci reciprocamente, in realtà, accogliamo Dio e i suoi angeli, anche senza rendercene conto (cf. Eb 13,2).

Radici Bibliche e Storiche dell'Accoglienza

L'ospitalità è una delle più antiche e diffuse forme di virtù sociale dell'umanità, con radici nell'obbligo all'aiuto reciproco. Molte storie bibliche sono legate all'ospitalità e all'accoglienza. I patriarchi e l'intero popolo d'Israele si presentano originariamente come "stranieri" che possono vivere solo se "accolti" da altri. La vicenda di Abramo, padre per eccellenza di Israele, ne è paradigma essenziale (cf. Gen 18-19).

Anticamente, al forestiero che si accoglieva a casa non si chiedeva né nome né identità; la sua condizione di bisogno era sufficiente a far scattare la "grammatica dell'ospitalità". La violazione di questa sacralità, come nel caso di Paride che causò la guerra di Troia, o i peccati di Sodoma e Gabaa, dimostra l'importanza storica e religiosa dell'accoglienza.

L'ospitalità, però, richiede ben più che permettere l'esistenza dell'altro. Dire "Vieni a casa mia" significa estendere il proprio io, poiché la casa è l'io allargato. L'ospite migliore è colui che fa sentire l'altro totalmente a suo agio, quasi come a casa propria. C'è qualcosa di sacro e divino in questo gesto, tanto che si può immaginare il Paradiso come l'esperienza di sentirsi totalmente e interamente accolti da Dio.

Il Nuovo Testamento offre l'immagine di un Dio che bussa alla porta (cf. Ap 22,20) e di Cristo che viene nel mondo, ma non viene riconosciuto o accolto dai suoi (Gv 1,9-11). Relazionarsi a Dio è accoglierlo, fargli spazio. Questo stesso atteggiamento è richiesto verso le altre persone, riconoscendo loro una qualità divina, come testimoniato in "ero straniero e mi avete accolto" (Mt 25,35).

Le Sfide dell'Accoglienza e la "Ostipitalità"

Quando l'atteggiamento sociale diventa ossessivamente difensivo, e lo straniero è percepito come un nemico ("hospes hostis"), si assiste a un veloce e inesorabile degrado. L'ospitalità implica una gamma di relazioni intricate e richiede rispetto, accettazione della differenza e una serie di disposizioni essenziali.

Per un dialogo autentico è necessaria un'attitudine di ricerca profonda, partendo dalla convinzione di percorrere un "suolo sacro". L'altro è portatore di un "patrimonio umano" che non può essere minimizzato. Questo richiede rispetto e amicizia, riconoscendo nell'altro ciò che c'è di più prezioso. Don Tonino Bello criticava le relazioni "funzionali" o "strumentali" tipiche di certi approcci pastorali, che mirano solo a dare senza ricevere.

L'apertura all'altro esige umiltà, consapevolezza della contingenza e della vulnerabilità. Niente è più letale del sentimento di superiorità. È necessaria anche simpatia e attenzione, come diceva Simone Weil, per addentrarsi nel mondo interiore dell'altro e rompere le gerarchizzazioni problematiche. L'alterità è un mistero che sconcerta e seduce, come segnalato da Martin Heidegger con "la stranezza dell'ente". Questo incontro può provocare disorientamento e straniamento, processi che fanno parte dei "cammini dell'ospitalità".

Alain Montandon, basandosi su Ulisse, identifica l'ospitalità come un segnale di civilizzazione e umanità, un "fenomeno sociale totale" che inizia sulla porta di casa, al cospetto dello sconosciuto. Jacques Derrida ha chiamato questa dinamica "ostipitalità", evidenziando la frontiera e la potenziale minaccia insita nell'incontro. Il gesto ospitale presuppone la rottura dei residui di ostilità, pur mantenendo una distanza che preserva l'irriducibile alterità dell'altro. Il dialogo, un esercizio di oltrepassare le frontiere della nostra finitudine, è condizione essenziale dell'ospitalità, capace di trasformare gli interlocutori e condurli verso un nuovo punto di luce e un gesto solidale.

Don Tonino Bello, citando Emmanuel Levinas, ricordava: "L'altro è un volto da scoprire, contemplare e accarezzare", riassumendo la nostra teoria morale: "Ama il prossimo tuo come te stesso". Il dialogo è l'espressione viva di questa nobile virtù.

Illustrazione di persone di diverse culture che si stringono la mano in un gesto di accoglienza

La Civiltà del Dono: Superare l'Era dei Diritti Puri

L'uomo è da sempre un tema centrale, ma l'irruzione delle tecnologie avanzate e il dibattito sulla "svolta antropologica" rendono pressante l'interrogativo sulla sua essenza e sul suo destino. La tentazione del "superuomo" o dell'uomo biotecnologico, erede dello Zarathustra di Nietzsche, si scontra con la consapevolezza della nostra fragilità. Se il progresso ha migliorato l'aspettativa di vita, le disuguaglianze permangono e l'agire politico non assicura l'immortalità.

La civiltà moderna, figlia del pensiero liberale di John Locke che individuava vita e libertà come diritti fondamentali, si è caratterizzata come la "civiltà dei diritti". Tuttavia, l'emancipazione dell'uomo è arrivata a significare la negazione di ogni vincolo, della spiritualità e dell'etica. Don Tonino Bello e molti teologi e filosofi contemporanei si chiedono: è possibile parlare dell'uomo negando etica e spiritualità? Libertà e vita possono essere considerate diritti puri?

Queste domande trovano risposta non in una cultura dei diritti puri, ma in una cultura del dono. La vita e la libertà non possono essere diritti puri, perché sono dono. Nessuno è all'origine della propria vita, ma la riceve da altri in un sistema di relazioni. Il dono riafferma la "dipendenza" dell'uomo, implica una relazione tra chi offre e chi riceve, rinviando all'uomo nella prospettiva dell'ego cum (Nancy), l'uomo in relazione, realtà dipendente e insieme spirituale, dotata di responsabilità.

Donare significa dare gratuitamente, senza scambio, senza contro-dono, senza la creazione di un debito. Non c'è dono autentico senza gratuità, che è benevolenza, amore preveniente, come la grazia divina. In una società fondata sull'utile, il dono si fa strada perché "tutto ciò che vale veramente non si può comprare, lo si può solo ricevere in dono". La gratuità è "inutilis" nel senso economico, ma essenziale per il cuore umano, che, nonostante la cultura individualista, rimane aperto al dono.

Il grande dono per noi è Dio stesso, che si rende presente nella vita degli uomini e ci invita a riconoscerLo nei poveri: "Avevo fame e mi avete dato da mangiare, avevo sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete ospitato, ero nudo e mi avete vestito" (Mt 25,35). All'uomo spetta scegliere di accogliere questo dono, di essere dono gli uni per gli altri. Vivere indifferenti davanti al dolore e all'altro non è una scelta possibile; non possiamo lasciare che qualcuno rimanga "ai margini della vita".

Mani che si tendono in un gesto di aiuto e carità, con un'atmosfera calda e accogliente

La Profezia di Don Tonino Bello: Un Cuore Aperto al Futuro

Don Tonino Bello aveva compreso i profondi cambiamenti dei tempi e la crescente influenza del "dio denaro" sulle necessità della povera gente. Già alla fine degli anni '80, intravedeva le sfide del terzo millennio: la fame nel mondo, la guerra atomica, le sfide ecologiche e cibernetiche. Le migrazioni erano per lui una spia di queste criticità, un fenomeno da governare con giustizia e solidarietà, non da respingere o occultare.

Il pastore di Molfetta non chiudeva gli occhi di fronte ai popoli che bussavano alle porte del nostro mondo, ma apriva le porte della sua casa e del suo cuore, dimostrando una solidarietà che partiva dal cuore e si estendeva alla tasca. Aveva una coscienza politica che denunciava la "sindrome repressiva" e "l'ambiguità delle leggi", strumenti di quella "necropolitica" che ha preso il sopravvento. Ma soprattutto, aveva la coscienza del cristiano: per lui il migrante era "l'allegoria del nostro precariato, l'emblema della nostra mancanza di patria, il simbolo del nostro essere stranieri gli uni agli altri, e forse anche a noi stessi". Arrivava a chiedersi: "E se addirittura fossero sentinelle che hanno già avvistato estuari di libertà per questo nostro zingaro cuore?"

La sua visione era integrale, senza dicotomie. Amante della Vita a tutto tondo, scriveva: "Vivere è assaporare l'avventura della libertà!" e "Vivere è librarsi: con Dio, con il fratello!". Il suo desiderio insopprimibile, "Dammi Signore un'ala di riserva", racchiude letteratura e teologia, fede e poesia, cultura e sapienza, il Bello della vita.

Un esempio emblematico della sua lungimiranza fu il suo editoriale in occasione dei 500 anni della "scoperta dell'America", intitolato "scoperta o conquista". Poche parole che rovesciavano anni di studi e bugie storiche. Il tempo ha dato ragione al profeta: il 30 marzo 2023, una nota congiunta vaticana ha stabilito che la "dottrina della scoperta" non fa parte dell'insegnamento della Chiesa cattolica, riconoscendo che le bolle papali furono manipolate per giustificare abusi e proclamando la necessità di chiedere perdono. Chiedere perdono significa entrare in comunione con il prossimo e in sintonia con Dio, poiché "la pace è soprattutto dono che viene dall'alto".

Nel 1985, per la giornata della vita, don Tonino scrisse: "Ti chiedo perdono anzitutto per le vite uccise prima che nascessero...". Per lui, l'aborto era un "antipasqua", ma "antipasqua non è solo l'aborto, è ogni accoglienza mancata. È ogni rifiuto: il rifiuto della casa, del lavoro, dell'istruzione, dei diritti primari. Antipasqua è negare tutti questi diritti agli uomini di tutta la terra. Antipasqua è la guerra: ogni guerra". Questi temi, centrali nei suoi scritti (povertà, guerre, migranti, violenze, aborto, eutanasia), sono stati ripresi nel recente documento "Dignitas Infinita", che sottolinea il rispetto della dignità della persona umana al di là di ogni circostanza.

Siamo oggi lontani da queste provocazioni civili e religiose, con l'1% della popolazione mondiale che possiede l'82% della ricchezza monetaria. La condizione dei migranti, i loro viaggi di disperata speranza che si trasformano in schiavitù e violenze, rivela la nostra distanza dai diritti umani. Don Tonino, invece, non si voltava dall'altra parte. Con la sua vita e la sua penna, scosse le coscienze, portando i migranti in episcopio e riconoscendo in loro "sentinelle che hanno già avvistato estuari di libertà per questo nostro zingaro cuore".

L'ospitalità è una delle grandi sfide del nostro tempo. Ci obbliga a scegliere come reagire di fronte all'estraneo, all'ignoto. Dobbiamo esercitare questa virtù dell'apertura e resistere alle crescenti tendenze verso la chiusura, il tribalismo e l'isolamento. L'etica del dialogo, essenziale per trovare valori comuni in un mondo pluralista, presuppone un tale atteggiamento, che è il cuore di ogni convivenza civile e democratica.

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