Il caso della scomparsa di Guerrina Piscaglia e la successiva condanna di Padre Graziano (al secolo Gratien Alabi) ha sollevato ampie discussioni, non solo per gli aspetti penali ma anche per le richieste di risarcimento avanzate dai familiari contro la Diocesi di Arezzo-Cortona-San Sepolcro e l'Ordine dei Canonici regolari premostratensi.
Introduzione al Caso Guerrina Piscaglia
Guerrina Piscaglia, una donna di 49 anni, scomparve il 1° maggio 2014 da Ca' Raffaello, un borgo rurale aretino che costituisce un'enclave della montagna di Rimini, un'isola di Toscana all'interno della Romagna. Da quel giorno, Guerrina non ha più fatto ritorno a casa.
Inizialmente, la gente del posto e i parenti pensarono a un allontanamento volontario, poiché la donna sembrava essere "un'altra, strana" da mesi. La denuncia di scomparsa fu presentata solo dopo quasi tre mesi dalle sorelle di Guerrina, le quali conclusero che non si era allontanata spontaneamente. Solo allora partirono le ricerche e, con esse, l'eco mediatica che portò cronisti e televisioni al borgo sperduto.
Secondo la ricostruzione degli inquirenti e le successive sentenze, quel 1° maggio 2014, dopo il pranzo a casa dei suoceri, Guerrina uscì di casa ben vestita. Al processo, taluno dichiarò che si era avviata verso la canonica, altri lungo la strada Marecchiese, con racconti opposti. Di fatto, da quel momento nessuno la vide più e non furono trovate tracce.
La Figura di Padre Graziano (Gratien Alabi)

Al centro della vicenda si trova Padre Graziano, al secolo Gratien Alabi, un frate congolese di 54 anni, ex parroco a Ca' Raffaello e appartenente all'Ordine dei Premonstratensi. Egli era arrivato in parrocchia, di trecento anime sì e no, insieme ad altri due preti di colore. Descritto come cordiale, Padre Graziano affascinava le signore che frequentavano la chiesa.
Le indagini, condotte dal pm Ersilia Spena e poi da Marco Dioni, ipotizzarono un legame tra Guerrina Piscaglia (madre di Lorenzo, oggi 33enne, e moglie del 54enne Mirko Alessandrini) e Padre Graziano. Questa relazione fu inizialmente negata e successivamente ammessa dal frate, che però si è sempre professato innocente riguardo al destino finale della donna. Furono trovate molte telefonate e ben 4.027 messaggi tra loro in quattro mesi, incluso il più noto «Ho cucinato il coniglio per te».
Secondo i giudici, Padre Graziano aveva da tempo una "relazione morbosa" con Guerrina, un "strano amore" dato che frequentava continuamente prostitute. La donna, descritta come buona e sempliciotta, con un matrimonio difficile e un figlio con gravi handicap fisici e psicologici, si invaghì del prete, cercando in lui "le braccia forti di una virilità rassicurante". Oltre quattromila SMS tra i due, nel giro di pochissimi giorni, sono la testimonianza di qualcosa che in Guerrina prese pian piano il sopravvento. Il parroco probabilmente capì che lei stava cercando qualcosa che non corrispondeva più a ciò che lui aveva cercato.
Il movente dell'omicidio, secondo la Corte di Firenze, fu il timore di Padre Graziano di perdere il proprio incarico per uno scandalo, dopo la richiesta di Guerrina di consolidare la loro storia sotto la minaccia di rivelare tutto ai superiori. I giudici hanno ritenuto che Alabi "manipolò Guerrina sino a perdere il controllo" e che "fu proprio in ragione delle stesse funzioni che Graziano trovò più conveniente strangolare Guerrina piuttosto che andare incontro alle conseguenze disciplinari della sua condotta".
Le Indagini e la Condanna

L'arresto di Padre Graziano avvenne a fine 2014, circa sei mesi dopo la scomparsa di Guerrina. Il pm Dioni lo accusò in un processo indiziario, ascoltando molti testimoni. La posizione del religioso crollò in parte per un messaggio scritto in un italiano improbabile da un fantomatico "zio Francesco", un personaggio senza volto. Si scoprì dopo tre mesi che Don Graziano aveva presso di sé il cellulare di Guerrina, dal quale partivano messaggi rassicuranti volti a far credere in una volontaria fuga d'amore, ma scritti da una mano straniera di lingua madre francese, lingua parlata in Congo. Fu incastrato da errori nell'uso dei cellulari e dal quantitativo impressionante di contatti telefonici tra il prete e la parrocchiana, interrotti bruscamente quel pomeriggio dell'1 maggio quando Guerrina andò a piedi verso la canonica e sparì.
Nonostante si sia sempre detto innocente, Padre Graziano è stato condannato in via definitiva. La condanna in primo grado fu di 27 anni, poi ridotta a 25 anni in appello e confermata in Cassazione. Per i giudici, Padre Graziano uccise la donna in un impeto di rabbia e, successivamente, avrebbe fatto sparire il corpo e depistato le indagini. L'ex frate, intanto ridotto allo stato laicale, è attualmente detenuto nel carcere romano di Rebibbia, avendo scontato buona parte del quarto di secolo di condanna definitiva, e ora intravede fessure di semilibertà all'orizzonte.
Le prove in tribunale non includevano DNA, impronte o prove schiaccianti del tipo "pistola fumante", ma si basarono su una trama indiziaria complessa, compresa l'abilità del sacerdote di rimanere nelle grazie della stessa famiglia di Guerrina per mesi, finché i tabulati telefonici, disposti dalla procura su input della catechista e dello zio della scomparsa, lo catapultarono nel ciclone delle indagini.
La Causa Civile e la Posizione della Diocesi di Arezzo
Guerrina, risarcimento negato - La vita in diretta Estate 29/07/2019
Mirco Alessandrini, marito di Guerrina Piscaglia, e il figlio Lorenzo, disabile, insieme alle sorelle e nipoti di Guerrina, hanno chiesto un risarcimento in sede civile di un milione di euro alla Diocesi di Arezzo-Cortona-San Sepolcro e all’Ordine dei padri Premostratensi a Roma. La richiesta di danni è stata presentata in solido sia al frate condannato che alla curia.
Gli avvocati della famiglia, Nicola Detti e Francesca Faggiotto per marito e figlio, e Chiara Rinaldi e Maria Federica Celatti per sorelle e nipoti, sostengono che la responsabilità vada accertata in solido. Essi argomentano che "l'abito talare fu una vera e propria conditio sine qua non della relazione sessuale prima e dell'evento morte poi" poiché "pose Padre Graziano nella condizione di poter più agevolmente compiere il fatto dannoso". Inoltre, secondo il ramo Piscaglia della famiglia, il vescovo, che aveva la facoltà di rimuovere il frate assegnato alla parrocchia e che era stato informato della relazione da una lettera di una parrocchiana, avrebbe dovuto attivarsi in tal senso, "conscio della pericolosità della relazione" tra Alabi e Guerrina.
Tuttavia, l'arcivescovo Riccardo Fontana ha respinto la richiesta, dichiarando che «le condotte di Padre Graziano sono state autonome, la Chiesa non ha alcuna responsabilità nel delitto. In base alle interpretazioni del codice civile e del diritto canonico, alla Curia non spettava alcun ruolo di direzione e sorveglianza sul sacerdote». Il Corriere di Arezzo riporta che il giudice della sezione civile del tribunale di Arezzo, Fabrizio Pieschi, ha stabilito che «l’omicidio non è stato né agevolato né reso possibile dalle funzioni pastorali» e il religioso non avrebbe «agito sfruttando la propria posizione, né vi è prova che abbia tratto vantaggio dalla propria funzione religiosa nell’attuazione del proposito criminoso».
Il giudice civile ha rigettato la prima istanza, ritenendo la Chiesa non responsabile di quanto commesso con le sue condotte da Alabi. È stato escluso il rapporto committente-dipendente nell'ambito ecclesiastico. Per il tribunale di Arezzo, sarà Padre Graziano a dover pagare i risarcimenti fissati in 220 mila euro per il marito e 350 mila euro per il figlio, oltre alle spese legali, per un totale di circa 600 mila euro. Le sorelle e le nipoti di Guerrina hanno rilanciato in appello la richiesta di risarcimento danni alla Diocesi di Arezzo Cortona Sansepolcro, con un'udienza fissata al tribunale civile di Arezzo.
Il Corpo di Guerrina Piscaglia: Un Mistero Irrisolto
Nonostante la condanna per omicidio e distruzione di cadavere, il corpo di Guerrina Piscaglia non è mai stato trovato, alimentando gravi dubbi e interrogativi irrisolti: "Dove finì Guerrina fra pascoli e boschi? Dov'è il corpo se la giustizia dice che il parroco la uccise e lo nascose? Qualcuno forse sa tutto e ha sempre taciuto?".
A distanza di dieci anni dalla sua scomparsa, e anche 12 anni dal giorno della scomparsa sulla via della canonica di Ca' Raffaello, si è vissuto un altro primo maggio senza tomba per Guerrina Piscaglia. E senza certificato di morte. A vuoto tutte le ricerche del corpo o dei resti svolte nella prima fase delle indagini (fine estate 2014) e successivamente, con cani molecolari, georadar, dragaggio di laghetti, esplorazioni nei cimiteri. Niente. L'ipotesi più probabile è che Guerrina sia stata gettata cadavere in un cassonetto e avviata così all'inceneritore dei rifiuti.
Per la burocrazia ufficiale Guerrina Piscaglia non è deceduta. Manca il certificato di morte, un atto che senza cadavere o resti può scattare dopo un complesso e impegnativo iter sollecitato dai familiari, già provati dalla vicenda, o su iniziativa della procura. Non c'è né l'una né l'altra cosa, lasciando Guerrina in un "limbo" burocratico e un altro primo maggio di interrogativi aperti e mai chiusi su come e dove fu uccisa la donna, che fine fece il corpo e chi collaborò con Gratien Alabi.
La Vita Dopo la Scomparsa
Mirko Alessandrini, il vedovo di Guerrina, ha lasciato Ca' Raffaello e vive con il figlio a Sansepolcro. Al suo avvocato Nicola Detti avrebbe riferito: «In certe sere Guerrina mi manca molto». Dieci anni dopo, la causa civile per il risarcimento ai parenti (il marito, il figlio, le sorelle) continua, con la richiesta che supera il milione di euro.
Ca' Raffaello, descritta come "una spruzzata di case tra la Toscana e la Romagna", è diventata un luogo cupo e pieno di malinconia, dove "la stella ha smesso di occhieggiare da tempo". Le ombre di possibili complici mai dissolte e un grumo di interrogativi sulla canonica e sulla sparizione, oltre alla perenne affermazione di innocenza del sacerdote condannato, continuano a rendere questo caso uno dei gialli più intriganti della cronaca aretina e nazionale.