La diocesi di Arezzo vanta una storia ricca e profonda di vita monastica, che ha plasmato non solo il paesaggio spirituale, ma anche quello sociale e culturale del territorio. Tra i luoghi di particolare interesse, la Chiesa di San Biagio a Monastero rappresenta una tappa fondamentale per chi desidera approfondire l'eredità artistica e religiosa della zona.
La Chiesa di San Biagio a Monastero: Storia e Arte
La chiesa di San Biagio a Monastero si trova in località Monastero, raggiungibile attraverso la strada che collega Bagnoro a Santa Firmina. Questo luogo è uno dei punti d'interesse per chi intende esplorare l'influenza di Piero della Francesca e del Rinascimento aretino. La genesi del toponimo non è mai stata chiarita, ma fino alla prima metà del Cinquecento il luogo era citato come “Monistero”.
Origini e Consacrazione
Anche l’origine dell’edificio sacro a pianta rettangolare lascia molti dubbi. Nel 1214 la chiesa di Monastero venne consacrata dal vescovo Martino, dedicandola a San Biagio, San Donato e alla Natività della Vergine. Nel 1750 il parroco Giovanni Santini ritrovò nel pozzetto reliquiario dell’altare una pergamena che ricordava quel momento, poi incisa per volere del vescovo Filippo Incontri nella lapide che oggi è murata nella parete sinistra. Resta da capire se si trattò della riconsacrazione dopo una ricostruzione o se fu l’inaugurazione del primo edificio. In questo secondo caso, proposto da Luciano Pantani, gli elementi altomedievali, compresi i due frammenti di bassorilievi zoomorfi e fitomorfi incastonati a sinistra dell’altare maggiore - Tafi li considera però romanici - sarebbero solo materiali di recupero da altri luoghi di culto.
Affreschi e Visite Pastorali
Tra il 1495 e il 1529 l’interno della chiesa fu affrescato in tempi diversi da artisti locali. La visita pastorale del 1535 del vescovo Francesco Minerbetti, pochi anni dopo l’ultima impresa pittorica, ci dice che il rettore di “Sancti Blaxii de Monistero” era l’aromatario Gregorio Bartolomei, un commerciante di spezie e farmaci. Nella visita apostolica ordinata da papa Gregorio XIII nel 1583 il rettore era Girolamo de’ Ghinci. In quel frangente si ordinò di demolire tre altari, considerati “indecenti”. Nella visita del 1592 del vescovo Pietro Usimbardi c’era il solito il rettore, mentre il patronato era degli eredi di Donato Marsupini, delle monache di Santa Maria Novella e di quelle di San Benedetto. Il visitatore denunciava varie mancanze, persino la sedia per confessare.

Restauri e Opere d'Arte
In seguito a due perizie di Pilade Ghiandai, il 1° luglio 1904 iniziarono i lavori di restauro dell’edificio. In particolar modo si intervenne nella parete destra perché l’umidità stava compromettendo tutto. Per tutto il secolo scorso il degrado della chiesa, ormai abbandonata, non si arrestò. Scorrendo la chiesa in senso orario, a sinistra si incontrano tre cappelle in successione.
Le prime due cappelle sono datate 1523 e vengono attribuite ad Angelo di Lorentino e collaboratori. Nella prima nicchia si vede la “Madonna che dona una rosa al Bambino”, con le fasce laterali che presentano “San Rocco” e “Sant’Antonio Abate”, con “Dio Padre” nel sottarco che regge il mondo con la mano. Nella cappella seguente, il più noto dei figli di Lorentino d’Andrea eseguì invece la “Madonna in trono con il Bambino” e nelle fasce laterali ancora “Sant’Antonio Abate” e “San Rocco”, mentre nel sottarco si nota il monogramma di San Bernardino. Questa edicola fu commissionata da Viti e Cristofano Elere. La terza cappella, alterata e poco leggibile, riporta come data il 1495 e raffigura la “Madonna con il Bambino tra Sant’Antonio Abate e San Michele”.
Sul lato opposto, ripartendo dal presbiterio, “Sant’Antonio Abate, San Biagio e San Rocco” sono del 1525 e commissionati da Domenico di Nardo. Nicoletta Baldini propone come autore Niccolò di Lorentino, primogenito di Lorentino d’Andrea, accostandoli agli affreschi nella cappella del castello della Fioraia a Castelnuovo di Subbiano. Luciano Pantani attribuisce alla medesima mano anche la vicina “Maddalena” datata 1523, pagata da Mariotto di Bertino. Tra i vari santi di Monastero, “San Rocco” e “Sant’Antonio Abate” si ripetono più volte, a testimonianza di due culti molto sentiti nella campagna aretina.
Il Monastero di Monastero: Dagli Agostiniani alle Camaldolesi
Il monastero in località Monastero fu fondato nel 1563 come Monastero Agostiniano. È rimasto tale fino al 1911, quando dal vescovo di Arezzo furono inviate alcune monache Camaldolesi provenienti dal monastero di quella città, essendo restate le Agostiniane solo in tre. Le monache Camaldolesi, qui presenti dal 13 ottobre 1911, nell’essenza della vita contemplativa e la cura della preghiera liturgica svolta sempre solennemente, si dedicano anche alla confezione di ostie, lavaggio e rammendo di biancheria da chiesa e all’accoglienza estiva nella foresteria del monastero.

Il Carisma Camaldolese e la Vita Monastica
Il carisma delle monache si esplica nel silenzio davanti a Dio e in ascolto filiale di Lui. Importante è la preghiera comunitaria e personale per conformare la vita a Cristo obbediente fino alla morte, con particolare attenzione alle Sacre Scritture in ordine alla vita interiore, alla lode di Dio, al bene della comunità e del mondo intero. La comunità monastica partecipa spiritualmente e accompagna il cammino della Chiesa locale in tutti i suoi eventi attraverso la preghiera; si dedica inoltre a vari lavori manuali.
Ospitalità nel Monastero
Attualmente, le strutture ricettive all'interno o adiacenti al Monastero offrono diverse tipologie di camere:
- Le Camere del Sacrestano sono classiche, doppie, arredate con gusto, sobrie e semplici. Nascono dove in origine erano situate le camere dei monaci, ma sono state riviste ed ampliate.
- Le Camere del Priore sono le camere superiori, spaziose e luminose, arredate con sobrietà e gusto, confortevoli. Molte di esse hanno vista panoramica sulla valle o sul campanile del monastero.
- Le Camere dell’Abate sono le camere maggiori, si differenziano per tipologia, particolarità e ampiezza, arredate con sobrietà e gusto, semplici e sobrie, sono confortevoli. Alcune godono di vista panoramica, altre sono sottotetto o di importanza storica.
L'Importanza del Monachesimo nella Diocesi Aretina
Il monachesimo ha giocato un ruolo cruciale nella formazione spirituale e territoriale della diocesi di Arezzo, fin dai primi secoli del cristianesimo.
Alle Origini del Monachesimo Aretino
Siamo nel IV secolo, e proprio in questo periodo sta nascendo in Egitto e in Medio Oriente la vita eremitica e monastica. San Donato stesso, patrono della diocesi e secondo vescovo della città, prima di essere scelto a guidare la Chiesa Aretina, fece vita eremitica insieme al monaco Sant'Ilariano. Donato, fuggito da Roma a causa delle persecuzioni contro i cristiani, giunse ad Arezzo e venne accolto con gioia dal monaco Ilariano, vivendo con lui in preghiera e digiuni. Questo episodio testimonia l'antica vocazione monastica del territorio.
Con il rinnovamento portato poi da San Benedetto, sorsero ovunque abbazie e monasteri, dove all’opera di Dio (la preghiera) si accompagnava l’opera dell’uomo (il lavoro) e il riposo. Le abbazie e i monasteri divennero i punti di riferimento di intere popolazioni, e intorno ad essi sorsero molti dei nostri paesi, così come avvenne per le pievi battesimali. Nella diocesi aretina, per ricordare solo quelle più note, si annoverano Badia al Pino, Badia Agnano, Badia a Ruoti, Badia Prataglia, Badicorte, Badia S. Veriano, Badicroce, Monistero, Badia Largnano, Badia a Monastero, Badia S. Trinita (distrutta), Abbadia di Montepulciano (una volta in diocesi aretina), Badia Tedalda. Il termine "Badia" è l’abbreviazione di Abbadia, cioè Abbazia.
Il Contributo dei Monasteri alla Società
La vita ordinata e tranquilla dei monasteri, nel corso dei secoli, incise molto nella società circostante. La fede cristiana era la forza interiore di quella giovane società che stava dando origine alla nuova Europa. In terra d’Arezzo, la bonifica della Valdichiana è iniziata per opera dei monaci di San Benedetto. Proprio ad Arezzo il monaco Guido (XI secolo) inventò il sistema della notazione su righi, fondamentale per la musica. E se possiamo scrivere la storia di Arezzo, si deve alle migliaia di codici esistenti nei grandi archivi monastici del nostro territorio diocesano, come la Badia di S. Flora e Lucilla.

Monasteri Benedettini Antichi
Le più antiche e dirette notizie dell’esistenza di monasteri benedettini nella nostra diocesi risalgono addirittura all’anno 714, in celebri documenti longobardi del re Liutprando, che si conservano nell’Archivio Capitolare Aretino, e si riferiscono ai Monasteri di S. Angelo in Luco, di S. Bartolomeo a Sugliano, di S. Stefano di Poggio Ubertini e di S. Salvatore a Vitiano. L’Abbazia di S. Maria a Mamma, attuale Badiola, presso S. Giovanni Valdarno (Parrocchia di S. Andrea), era un’antica badia benedettina dipendente dal Monastero di S. Salvatore a Vitiano. Anche nella città di Arezzo esisteva un antichissimo Monastero, dedicato a S. Andrea. Il Duomo stesso, prima di diventare Chiesa Madre della diocesi nel 1203, era una chiesa benedettina, denominata S. Pietro.
La Riforma Camaldolese e la Sua Diffusione
Uno dei grandi riformatori del monachesimo è stato San Romualdo, fondatore dell’Eremo di Camaldoli, nel 1012 circa. Egli volle riportare lo spirito di penitenza degli antichi eremiti, e al tempo stesso non volle che si perdesse il senso della vita cenobitica. Per questo, dopo l’Eremo, fondò un po’ più in basso il Monastero di Fontebona, dedicandolo ai Santi Donato e Ilariano. L’austerità, la povertà (espressa anche nel saio di lana grezza, non colorata), la vita di preghiera e di duro lavoro nella foresta, furono un richiamo al vero spirito benedettino. La riforma ebbe un successo straordinario: gran parte dei monasteri della nostra diocesi passarono alla regola camaldolese; nel 1113 una trentina di monasteri erano entrati a far parte della Congregazione Camaldolese. In seguito si arrivò ad oltre 70 abbazie, sparse in tutta Italia, comprese le isole.
Monachesimo, storie di uomini e di deserti - Tra follia e santità
Gli Ordini Mendicanti e la Santità Aretina
In questo nuovo periodo, caratterizzato dall’urbanesimo e da una società più dinamica, fioriscono gli Ordini Mendicanti: Francescani, Domenicani, Agostiniani. Ancora una volta Arezzo è fortunata, perché possiede La Verna, che dopo Assisi, è la memoria francescana più importante. E inoltre l’Eremo delle Celle di Cortona, fondato da S. Francesco, e l’Eremo di Monte Casale, dove S. Francesco ricevette le stimmate. Tra i primi seguaci del Poverello troviamo degli aretini, come il Beato Giovanni da Perugia. Ma il fiore più bello del francescanesimo nella nostra diocesi è certamente Santa Margherita da Cortona.
Non meno importante la presenza domenicana, che ha avuto fondamentali centri nel Convento di S. Domenico di Arezzo (con il Crocifisso del Cimabue), a Cortona (con la presenza del domenicano Beato Angelico che vi pitturò la stupenda Annunciazione), e nel Convento di S. Maria delle Grazie a Pieve S. Stefano. Ma ancora una volta è una donna la figura più straordinaria di quest’ordine: S. Agnese da Montepulciano, una santa domenicana aretina (1268-20 aprile 1317), morta al tempo del Vescovo Guido Tarlati. Montepulciano allora era in diocesi di Arezzo, e lo Spirito Santo che mosse S. Agnese fu assecondato dall’opera dei vescovi aretini che seppero valorizzare i carismi di Agnese.
Non si deve dimenticare l’apporto degli Agostiniani, che in diocesi ebbero notevole importanza, con numerose basiliche e conventi (oltre ad Arezzo, anche a Cortona, a Castiglion Fiorentino, a Monte S. Savino, ecc.). Ma lo spirito benedettino continuava a produrre i suoi frutti, e raggiunge i vertici della perfezione nella Beata Giustina Bèzzoli (1260-12 marzo 1319), e in Santa Verdiana. Anche l’Ordine Carmelitano ha portato alla santità la straordinaria figura di Santa Teresa Margherita Redi.
I Monasteri Femminili e la "Via Sacra" di Arezzo
Arezzo ha una storia ricca di conventi femminili, molti dei quali si trovavano lungo l'antica "Via Sacra" (oggi Via Garibaldi), che ospitava almeno 10 di queste comunità.
Monastero di San Benedetto
All’inizio di Via Sacra, all’incrocio con la Via di S. Clemente, troviamo il Monastero di S. Benedetto, forse il più antico di tutti i conventi femminili aretini. La prima notizia di un monastero benedettino femminile nella città di Arezzo risale al 1149, ma era un monastero che esisteva da tempo, già aggregato a quello camaldolese di S. Giovanni Evangelista di Pratovecchio. Le monache, per la loro vita di severa penitenza e di strettissima clausura, erano molto stimate dagli aretini, che le chiamavano “Le Murate di S. Benedetto” o “Le Murate di S. Clemente”. Questo Monastero femminile, “uno dei più illustri di Arezzo”, sorgeva in Via S. Clemente, dove ora è la Pia Casa di Riposo. Venne soppresso con le leggi napoleoniche del 1808. È rimasta la Chiesa di S. Benedetto; nel luogo del Convento c’è la struttura della Pia Casa di Riposo.
Le Carceri di Arezzo, lungo Via Garibaldi, portano il nome di S. Benedetto perché sono ubicate di fronte all’antico monastero benedettino e poi camaldolese.
Altri Monasteri Femminili Storici
- Un altro eremo benedettino femminile, esistente nel paese fortificato di Civitella della Chiana, si ha notizia nel 1276.
- Il Monastero di S. Domenico, fondato agli inizi del 1300, poco dopo quello maschile di S. Domenico, nel 1583 contava una quarantina di suore “poverissime”. Seguivano la regola di S. Agostino e recitavano il Mattutino prima dell’aurora. Come il precedente, fu soppresso dalle leggi napoleoniche del 1808.
- Il Monastero di S. Spirito era un convento benedettino dell’Ordine Cassinese, riformato nel XV secolo. Nel 1583 contava 33 suore “poverissime” e mancavano i fondi per i beni di prima necessità. La recita del Mattutino era fatta a mezzanotte. Nella Chiesa vi erano preziose opere d’arte, del Barna, di Spinello Aretino e di Taddeo Gaddi, disperse con la soppressione napoleonica. Nonostante ciò, in epoca successiva, le Benedettine ritornarono in locali adiacenti, fino al 1968, quando si trasferirono a Firenze, portando con sé il Corpo della Beata Giustina Bezzoli.
- Il Monastero di S. Orsola, delle Monache Agostiniane, era ubicato subito dopo l’incrocio con Via S. Lorentino. Nel 1583 le 30 monache vivevano in grande povertà in un monastero “satis quassatum”. Il 19 giugno 1588 le monache si trasferirono solennemente nel nuovo e bellissimo Monastero della SS. Annunziata, su disegno originario del Vasari, dove ora è il Collegio femminile di S. Maria.
- Il Monastero di S. Caterina, anch’esso di Monache Agostiniane, ubicato in Via Garibaldi, all’incrocio con Via di Porta Buia. A differenza dell’altro, queste monache si occupavano anche dell’educazione delle fanciulle, e per questo era molto conosciuto. Divenne celebre nel 1550, quando fu eletto Papa Giulio III, il quale aveva una nipote, Suor Maria Maddalena del Monte, nel monastero. Il Papa donò al Convento un prezioso Crocifisso e altri beni. Le 44 monache erano mantenute sufficientemente. La Chiesa era “molto bella”, ma con le soppressioni napoleoniche tutto venne requisito e infine demolito. In seguito, le monache agostiniane poterono ritornare e si trasferirono nel vicino complesso della SS. Annunziata, che assunse il nome di S. Caterina.
- Il Monastero di S. Chiara Novella, delle Clarisse, fondato nel 1483, scelse la severa regola della Riforma francescana. Le suore venivano chiamate “Le Murate” dagli aretini per l’altissima penitenza e austerità di vita. Nel 1519 contava 50 suore. Le soppressioni napoleoniche dispersero questo fiorente cenobio.
- Il Convento di S. Margherita, di Suore Terziarie Francescane, si apriva dove oggi è il Liceo Psicopedagogico Vittoria Colonna. Nel 1500 qui si raccolsero tutte le Suore francescane dei conventi cittadini, tranne le Murate, e furono dette dal popolo “Minorisse”. Rimane un piccolo Chiostro dei primi del ‘500.
- Il Monastero di S. Croce, con la Chiesa di S. Girolamo, delle Monache Benedettine, ospitava una quarantina di monache, provenienti dal soppresso e più antico Monastero di S. Croce, in Colcitrone.
- Il Monastero della SS. Trinità, delle Suore Clarisse, dove ora è il Liceo Musicale, fu costruito nel 1550. Qui trovarono riparo le Clarisse del Convento di S. Spirito, poiché il Duca Cosimo I aveva fatto demolire l’antico convento.
- Il Convento di S. Marco Nuovo, delle Suore Terziarie Francescane, era un convento piuttosto moderno, quattrocentesco, situato all'incrocio con Via Guido Monaco.