Spiegazione del Vangelo di Luca 6,27-36

Introduzione al Discorso Evangelico

In questa domenica, la Chiesa continua ad approfondire gli insegnamenti di Gesù rivolti alla folla, seduta in un «luogo pianeggiante» (Lc 6,17). La scorsa settimana si sono contemplate le Beatitudini secondo l'Evangelista Luca; quest’oggi il discorso di Gesù prosegue nella sua provocatoria radicalità. Al centro del brano evangelico di Luca 6,27-36, e talvolta esteso a 6,38, sta incastonata una preziosissima perla: «Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso» (Lc 6,36). Dopo aver pronunciato i “guai” rivolti a ricchi e gaudenti (Lc 6,24-26), Gesù imprime una brusca sterzata al suo discorso rivolgendosi a folle e discepoli che lo stanno ascoltando e indicando loro la “via altra”, che è anche la “via alta”, sublime e difficile, di chi è chiamato a essere “misericordioso come il Padre è misericordioso”. L’avversativa forte posta all’inizio del v. 27 («Ma a voi che ascoltate io dico», eco in realtà ben più forte del “ma io vi dico” del discorso della montagna di Matteo) dice l’alterità che il cristiano è chiamato a narrare nella sua vita. Questa alterità è la santità contenuta nella vocazione cristiana.

Gesù che insegna ai suoi discepoli sul Monte delle Beatitudini o in un luogo pianeggiante, con una folla intorno

Il Testo del Vangelo (Luca 6,27-38)

Ecco il passaggio evangelico su cui si concentra la riflessione:

Vangelo (Lc 6, 27-38)

27Ma a voi che ascoltate, io dico: amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano,

28benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi trattano male.

29A chi ti percuote sulla guancia, offri anche l’altra; a chi ti strappa il mantello, non rifiutare neanche la tunica.

30Da’ a chiunque ti chiede, e a chi prende le cose tue, non chiederle indietro.

31E come volete che gli uomini facciano a voi, così anche voi fate a loro.

32Se amate quelli che vi amano, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori amano quelli che li amano.

33E se fate del bene a coloro che fanno del bene a voi, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori fanno lo stesso.

34E se prestate a coloro da cui sperate ricevere, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto.

35Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e la vostra ricompensa sarà grande e sarete figli dell’Altissimo, perché egli è benevolo verso gli ingrati e i malvagi.

36Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso.

37Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e sarete perdonati.

38Date e vi sarà dato: una misura buona, pigiata, colma e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con la quale misurate, sarà misurato a voi in cambio.

L'Amore per i Nemici: Un Comando Rivoluzionario

Al cuore di tale santità-alterità vi è l’amore per il nemico: «Amate i vostri nemici» (Lc 6,27.35) è il comando che contiene in inclusione l’intero passo di Lc 6,27-35. Questo amore è di per sé un’avversativa mite e potentissima nei confronti del sentire e pensare mondano. Il nemico è specificato come colui che odia, maledice, maltratta ed esprime la sua inimicizia con la violenza fisica, con il furto, con la richiesta e la pretesa. Ovviamente l’inimicizia trova infiniti altri modi di esprimersi, ma l’indicazione che emerge dalle parole di Gesù è: si risponda facendo non-violenza. Non semplicemente con una risposta che non sia violenta, che dunque si sottragga alla specularità ripetitiva del gesto violento subito, ma con un’azione positiva di segno opposto. Così ci si mostra più forti della violenza subita e si passa dalla reazione all’azione.

Gesù rifiuta questo falso buon senso e lo sostituisce con una sapienza altra. Per trasformare il mondo, Gesù ci chiede di eliminare il concetto stesso di nemico. Lo fa a modo suo offrendoci una catena di azioni concrete, rivolte alla comunità e ad ognuno di noi:

  • amate i vostri nemici
  • fate del bene a quelli che vi odiano
  • benedite coloro che vi maledicono
  • pregate per coloro che vi trattano male
  • a chi ti percuote sulla guancia, offri anche l’altra
  • a chi ti strappa il mantello, non rifiutare neanche la tunica
  • da’ a chiunque ti chiede
  • a chi prende le cose tue, non chiederle indietro

Questi sono gli otto mattoni per la costruzione della casa comune, o otto passi per essere davvero “pellegrini di speranza”. Si tratta di un amore concreto che passa attraverso tuniche donate, prestiti senza interessi, rifiuto della violenza, offerta del perdono.

Il Paradosso dell'Amore Comandato

Certo, il comando di amare il nemico ci immerge nella dimensione ossimorica della fede cristiana. Anzitutto rendendo l’amore oggetto di comando. È possibile comandare l’amore? Nella Bibbia il comando che Dio dà all’uomo non è solo “ordine”, ma anche rivelazione di una possibilità. Prima di dire “tu devi”, il comando dice “tu puoi”. Anzi, si fonda sul “tu puoi”. Dunque, mentre chiede fiducia in colui da cui viene il comando, sollecita anche fiducia in sé da parte di colui che tale comando riceve. Il comando può svegliare l’uomo a capacità, possibilità e risorse di cui egli non era cosciente, che egli nemmeno immaginava: chi mai si sognerebbe di rispondere in modo benevolo, caritatevole e mite a chi l’offende, l’umilia, lo calunnia, gli fa del male?

Ma soprattutto l’ossimoro è presente nell’accostamento dell’amore alla figura del nemico. Qui va specificato che il comando non si pone sul piano sentimentale, non ordina di provare sentimenti di affetto per chi ci odia: esso si pone su un piano operativo, concreto, effettivo ben più che affettivo, e indica azioni concrete da mettere in atto e comportamenti da assumere. L’ossimoro cristiano si manifesta nella follia di amare chi amabile non è: e il non amabile per eccellenza è il nemico. Cristo ha amato il nemico mentre era nemico (cf. Gv 13,1ss.) e Dio ha mostrato il suo amore per noi perché, mentre noi eravamo nemici e peccatori, Cristo è morto per noi (cf. Rm 5,6-11).

L'amore di cui parla Gesù è proprio agape, un amore che ama anche chi non ne è degno, l’amore che non si lascia attrarre dai meriti della persona amata ma scaturisce dal fatto che chi ama ha scelto di essere una persona piena d’amore. È un amore “pazzo”, che non si ferma all'amore per i familiari o gli amici, ma si estende a chi odia, maledice e maltratta. È un amore che non è solo non violento, ma che va oltre, pregando per il bene di chi oltraggia.

Vincenzo Paglia | Agape | festivalfilosofia 2013

La Regola d'Oro e la sua Trasformazione

La regola d’oro, «E come volete che gli uomini facciano a voi, così anche voi fate a loro» (Lc 6,31), sintetizza tutto quanto è stato detto finora. Questa regola era già nota in forma negativa, come ad esempio: “non fare agli altri ciò che non vuoi che facciano a te”. La formulazione di Gesù, invece, capovolge il principio in positivo: non essere solo reattivo, ma propositivo, agendo come si desidererebbe ricevere. Gesù è il primo a presentarla in questa forma. Il principio è chiaro: i nostri diritti sugli altri si trasformano in doveri nei loro confronti, ponendo l'altro al centro. Si tratta di una vera rivoluzione copernicana.

Misericordia come Stile di Vita

Al centro del brano evangelico sta la perla preziosissima: «Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso» (Lc 6,36). L'accoglienza della misericordia diventa il motore che ci spinge ad opere di carità. Per essere misericordiosi, dobbiamo accogliere la misericordia del Padre. Non basta la buona volontà. Sappiamo bene quanto sia difficile perdonare e, forse ancora di più, lasciarsi perdonare: da una parte il risentimento per il torto subito continua a lavorare al di sotto dell’apparente serenità del nostro cuore, dall’altra la vergogna per la consapevolezza del male fatto ci fa sentire indegni di una qualsiasi riconciliazione.

Quanto è doloroso accostarsi al Sacramento della Riconciliazione: con la scusa di non avere tempo, si finge di risolvere tutto in un supposto dialogo tra noi e Dio, convincendoci che la mediazione della Chiesa non sia necessaria per vivere la misericordia. La Confessione sacramentale, invece, ci obbliga ad esporci nella nostra reale fragilità, senza schermi, senza maschere, davanti al Signore, che ci ama così come siamo, nonostante noi stessi non ci riteniamo assolutamente degni del suo amore. Invocare la misericordia riconoscendo i nostri peccati e scoprirci destinatari di un amore ben più grande di quanto avremmo mai sperato, ci consente di essere a nostra volta portatori di misericordia.

Come ha detto Papa Francesco, «Non dimenticate che Dio mai si stanca di perdonare. Siamo noi a stancarci di chiedere perdono, ma Lui mai si stanca di perdonare». Se l’amore verso il prossimo è poggiato solamente sul volontarismo, ben presto il carburante finisce, la fiamma si spegne e le mani tornano ferme. Se, invece, all’origine della nostra testimonianza sta un incontro personale con il Dio che quotidianamente ci salva, possiamo far fronte anche alle peggiori situazioni. Le testimonianze di operatori della Caritas mostrano quanti rifiuti, insulti, gesti di violenza e ingratitudine si ricevono, ma la consapevolezza di essere destinatari di misericordia li rende distributori di misericordia.

Mani che si stringono in segno di perdono e riconciliazione

Non Giudicare, Non Condannare, Perdonare

I versetti 37 e 38 del capitolo 6 di Luca, prima ancora che linee di comportamento per noi, sono i lineamenti del volto del Padre misericordioso: «Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e sarete perdonati.» Gesù tenta di levarci dalla testa un Dio che siede come giudice in un tribunale, per sostituirlo con un Padre che siede in casa con i suoi figli ai quali non cessa di voler bene e di usare con essi tutta la sua comprensione paterna. L’errore non sta nel fatto che l’uomo può sbagliare nel suo giudizio, ma nel fatto che usurpa il potere di Dio. La misericordia di Dio lascia a noi il giudizio su noi stessi; e questo giudizio è lo stesso che pronunciamo sugli altri. Se non giudichiamo gli altri, Dio non giudica noi. Se non condanniamo gli altri, Dio non condanna noi. Nella misura in cui si dà al fratello, si riceve da Dio. L'unico metro di misura del dono che riceviamo è quindi la nostra capacità di donare. Dio rinuncia a misurare come rinuncia a giudicare. L'aggettivo che Luca usa qui per dire "misericordioso" è oiktìrmon, che indica l'espressione esterna della misericordia, sia come compassione che come intervento. Traduce l'ebraico rahamin, che indica l'utero, suggerendo un Dio Padre che è anche Madre nella sua tenerezza.

La Ricompensa: Essere Figli dell'Altissimo

Gesù solleva una domanda provocatoria: «Se amate quelli che vi amano, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori amano quelli che li amano. E se fate del bene a coloro che fanno del bene a voi, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori fanno lo stesso. E se prestate a coloro da cui sperate ricevere, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto.» (Lc 6,32-34). Qui si rivelano le motivazioni negative: se non si agisce in questo modo, manca la grazia, manca la bellezza, manca ciò che nella vita è significativo. Il testo evangelico per tre volte afferma essere una grazia (cháris), più che un merito, l’andare oltre le misure umane di reciprocità e corrispondenza.

La parola grazia (charis) è fondamentale in tutto il Nuovo Testamento e indica bellezza, bontà, gratuità, amore, avendo la stessa radice di gioia. È quella costellazione di parole che rendono la vita vivibile. L’amore è gratis, perché l’amore pagato si chiama meretricio, che ha la stessa radice di merito. È un amore per interesse, è un amore dietro compenso che è la distruzione dell’amore. Se "prestate da quanti sperate prendere", magari con interessi, si chiama usura, non è amore. L’amore è grazia, è gratuità, e solo questo produce poi la reciprocità. La ricompensa di chi ama i nemici, fa del bene e presta senza sperarne nulla, è grande: «sarete figli dell’Altissimo». Lo stipendio è l'essere figlio, cioè essere libero di essere uguale a Dio: questo è il grande stipendio. La prima definizione di Dio che emerge è che Egli è “benevolo”, talmente “usabile” da prestarsi anche a essere sfruttato, ma non usa gli altri; l’amore serve l’altro, ed è usabile verso gli “sgraziati”, cioè chi non ha grazia. Dio ci ama senza condizioni e senza riserve e ci rende capaci di amare gli altri così come sono.

Sfide e Implicazioni per la Vita Quotidiana

Questo programma evangelico può sembrare utopico. La società moderna spesso ci educa a vendicarci e a credere che perdonare sia una debolezza; sosteniamo che occorre eliminare il “nemico” o almeno segregarlo. Eppure, Gesù rifiuta questa logica. Le sue parole sono tutt'altro che disumane; semmai è disumana la vita basata sulla logica della contrapposizione e della competitività, che porta a frutti amari. Per Gesù non c'è nemico e quindi neppure l'idea di vincere l'altro. Lui non odia, non disprezza, non nutre sentimenti di contrapposizione. Come si comporterà colui che odia e maltratta, che calunnia e pretende, al gesto positivo dell’offeso? Come reagirà di fronte a chi non lo riduce al suo gesto violento, non lo considera odio personificato, ma lo considera una persona e, in obbedienza alla regola d’oro, gli fa del bene?

Non è facile, e non siamo qui a dire che lo sia. A volte ti trovi davanti a una persona e ti sembra impossibile poterla amare. Non è solo un atteggiamento interiore di misericordia; come ogni amore, si esprime più nei fatti che nelle parole. L’amore del nemico non esiste se non gli facciamo del bene con creatività e fantasia, ma dev'essere un bene per lui, non per noi. Deve essere un'esaltazione del nemico nell'amore, non l'umiliazione del fratello nel disprezzo e nell'odio. Il perdono è umiltà e amore, non atteggiamento di superiorità e vendetta. L'inimicizia dell'altro proviene quasi sempre dal mio egoismo che lo vuole asservire.

Due persone con atteggiamenti ostili che si guardano, con un simbolo di pace che appare tra loro

Per attuare questo comando occorre vincere quell’odio di sé che presso gli umani è infinitamente più frequente e radicato rispetto all’amore di sé. Occorre conoscere, nominare e accogliere il nemico interiore, ovvero smettere di odiare le parti di sé che non vorremmo vedere in noi e che pure ci abitano. Non ci sarà mai nessun amore del nemico senza questa accettazione del nemico interiore.

Un lavoro su di sé assai articolato comporta anzitutto il rinunciare alla vendetta, al rendere male per male (cf. Rm 12,14-21). Quindi occorre riconoscere che si sta soffrendo la situazione di inimicizia e riconoscere la collera che ci abita. La collera è anche rivelazione di noi, non solo denuncia dell’altro. Ascoltarla ci aiuta a leggerci e a cogliere le nostre zone di maggiore vulnerabilità. E ci può portare ad addomesticarla e a volgerla in energia non distruttiva, ma positiva e vitale. Questa base di lotta e dialogo interiore, di fatica e sofferenza profonde, costituisce il fondamento dell’amore per il nemico.

L’amore che il cristiano riesce ad avere verso il suo nemico è grazia, dono di Dio, amore di Dio in lui. È la catechesi battesimale primitiva: amate i nemici. Il nemico è l'altro perché è irriducibile, mi fa da specchio. È uguale a me, vuole le stesse cose per cui è il mio contendente. Questa parola è unica del cristianesimo, ma ogni uomo la conosce nelle profondità del suo cuore. Se si toglie questo non c’è nulla del cristianesimo. Chi non ama i nemici non ha lo spirito di Dio. I martiri cristiani non sono mai morti imprecando vendetta, ma testimoniando l’amore e il perdono.

Dio non ha nemici, ha solo figli e non ha figli da buttare; se uno sta male o fa male lo ama di più perché ne ha più bisogno. L’amore non è l’amore di philia (amicizia), che viene dopo quando l’amore è corrisposto. Ci deve essere uno che comincia ad amare. L'altro è sempre il nemico fino a quando non si sente amato, e chi fa del male è perché non è amato, è frustrato.

Il discorso evangelico sull’inimicizia ha anche una dimensione ecclesiologica importante: la Chiesa, se vive la radicalità evangelica, conosce certamente persecuzioni e inimicizie a causa del Nome di Cristo; ma la stessa radicalità evangelica impedisce alla Chiesa di fabbricarsi dei nemici, di dar nome di nemico ad “altri”, a categorie di persone o a gruppi umani che semplicemente sono segnati da diversità di religione, di cultura, di costumi etici, o di modo di vivere la stessa fede cristiana. Sempre infatti la creazione del nemico è il prodotto della trasformazione di un’alterità parziale in alterità assoluta.

Vincenzo Paglia | Agape | festivalfilosofia 2013

Nonostante la difficoltà, è possibile amare in questo modo, specialmente in questi tempi segnati da timori e tensioni, poiché è proprio in funzione del nostro rapporto con Dio che possiamo trovare la capacità di un amore così “pazzo” e profondo. Questo modo di vivere ci distingue. I credenti non si amano a vicenda perché sono tutti simpatici o perfetti, ma si amano nonostante le difficoltà, le incomprensioni e le ferite. La motivazione alla base di ogni scelta è l’amore, spinti non dal tornaconto personale, ma dalla gratuità. Le parole di Gesù sono autobiografiche: lui per primo ha fatto quello che ora comanda a noi. Luca sottolinea che Gesù non ha soltanto predicato questo ma lo ha vissuto fino alla fine, chiedendo perdono per i suoi aguzzini (Lc 23,34) e portando in Paradiso un criminale condannato (Lc 23,43). Il mondo che desideri, costruiscilo: «Sii tu il cambiamento che vuoi vedere nel mondo» (Mahatma Gandhi), abbandona la via soffocante del rendiconto e abbraccia la via liberante della misericordia. La missione di Gesù è affidata a noi, suoi discepoli.

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