Il ruolo e il significato dell'omelia esequiale
Nelle esequie va posta particolare attenzione all’omelia, da «utilizzare con intelligenza e discrezione… per infondere consolazione e speranza cristiane e per condurre i fedeli a una più consapevole professione di fede nella risurrezione e nella vita eterna» (Rito delle esequie, Precisazioni CEI, n. 3).
È sempre presente la tentazione dell’elogio o del “panegirico” anziché aiutare a interpretare l’evento alla luce della relazione con Dio del defunto, dei parenti e dei partecipanti. Nell’omelia della Messa esequiale non si dovrebbe parlare del defunto, ma illustrare piuttosto il significato della vita e della morte, viste nel riflesso della morte e risurrezione di Cristo.

La preparazione del celebrante
Condizione indispensabile è l’ascolto tanto della parola di Dio quanto di tutte le persone strettamente coinvolte nell’evento. Per sostenere questa preparazione attenta e imprescindibile, esistono sussidi come la collana Shemà, che propone 40 omelie basate sui testi del Lezionario, pensate per diverse situazioni e finalizzate a offrire un’esemplificazione magistrale.
Questi testi non sostituiscono le preghiere previste nel Rito o dal Messale, ma possono risultare utili nelle visite o nelle veglie. Si tratta di strumenti che affiancano validamente il fascicolo che la Rivista liturgica, unitamente all’Ufficio Liturgico della Conferenza Episcopale Italiana, ha dedicato al Rito delle esequie.
La Parola di Dio come guida: l'esempio del libro di Giobbe
Per la liturgia esequiale, è frequente la scelta di brani tratti dal libro di Giobbe. Sebbene non sia tra i testi più facili da leggere, la sua narrazione è profondamente attuale. Giobbe vive una condizione privilegiata, seguita da un rovescio delle fortune che lo porta a perdere tutto: beni, famiglia e salute.
Egli non si ribella a Dio, ma chiede ragione del dolore. Quando Dio risponde, non lo fa per fornire spiegazioni, ma per porre domande sulla grandezza dell'universo e della sapienza divina, portando Giobbe a inchinarsi davanti al mistero: «Comprendo che tu puoi tutto».

Testimonianza di fede e speranza
La storia di Giobbe è la storia di tutti noi. Di fronte alle prove della vita - come la malattia o la perdita dei propri cari - la risposta del credente trova forza nelle parole di Giobbe: «Io so che il mio Redentore è vivo. Io lo vedrò, io stesso, e i miei occhi lo contempleranno».
Questa fede permette di fare proprie le parole di San Paolo: «Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada?». Il ricordo di chi ci ha lasciato diventa così un’eredità preziosa, in cui il dono della vita e della fede deve riflettersi nel modo di vivere di chi resta, continuando con coraggio il cammino in questo mondo.