Il Vangelo: Una Profondità di Fede Oltre i Segni Superficiali

La lettura del Vangelo non si esaurisce in un semplice racconto di eventi passati, seppur straordinari. Al contrario, esso si presenta come una fonte inesauribile di interrogativi e di profonde riflessioni sulla fede e sul rapporto con Dio. Non è una "spelonga" di facili risposte o di mero stupore per i miracoli, ma un invito costante a sondare il mistero della vita e della salvezza, superando la ricerca di fenomeni tangibili per abbracciare una fede più autentica.

Il Miracolo del Funzionario Regio: Fede oltre i Segni

Una pagina del Vangelo di Giovanni racconta un miracolo particolare: Gesù guarisce il figlio morente di un funzionario del re. Questo episodio ci pone più interrogativi che consolazione. Ci si chiede perché Gesù non continui a compiere segni come questo, pensando a quanta gente sarebbe più disposta a credere, o perché non continui a salvare il dolore del mondo, specie quello immenso di un genitore che vede morire un figlio.

La Domanda Enigmatica di Gesù

Questo racconto solleva anche interrogativi dal punto di vista religioso e nei rapporti con Dio. Se per un verso il funzionario reale si può considerare fortunato, quanti altri invece hanno pianto e subìto il lutto e la morte di una persona cara? Dio, dunque, può apparire arbitrario: perché alcuni li guarisce, altri no? Ma una piccola domanda ci deve far pensare: perché Giovanni ci racconta questo miracolo? L’intendimento del Vangelo sta proprio qui. Quando risponde al funzionario che gli chiede di guarire il ragazzino, Gesù dà una risposta enigmatica che si distingue per un particolare: «Se non vedete segni e prodigi, voi non credete». Questa frase non è rivolta soltanto all’ufficiale regio, ma anche direttamente ai lettori, sorprendendo per l'uso del pronome al plurale, un "voi" al posto del "tu".

La Potenza della Parola

Lo snodo centrale del racconto, il momento in cui si produce un cambiamento, è al versetto 50 quando Giovanni scrive che Gesù gli rispose: «Tuo figlio vive». Quell’uomo credette alla parola che Gesù gli aveva detto e si mise in cammino. A Cafarnao, nella casa del funzionario, Gesù non è presente se non con la parola che l’ufficiale ha udito, alla quale ha creduto e che ormai abita in lui. Gesù non fa una promessa: "tuo figlio vivrà", ma una dichiarazione presente: "tuo figlio vive", un'espressione ripetuta tre volte. Il racconto diventa allora un incoraggiamento per una comunità che aveva bisogno di essere sostenuta sotto la pressione di chi voleva vedere fenomeni tangibili per credere. Questo è un desiderio umano, perché l’uomo è attratto spontaneamente dal meraviglioso e vorrebbe fondare così la sua fede. Chi crede in lui ha la vita. Quando diciamo che la fede è un cammino, pensiamo a quel funzionario regio che non ha nient’altro che la parola di Gesù cui aggrapparsi. Questo padre, sciogliendo le proprie mani dalla stretta con cui teneva il figlio morente per andare a presentarle vuote e impotenti a Gesù, ha saputo trasmettere al figlio e a tutta la sua famiglia la fede nella vita. Grazie alla fede in Gesù ha ritrovato il senso della sua paternità. Fidandoci della sua Parola impariamo anche noi a "scendere", come ha fatto il funzionario del re, a scendere e non a salire, ovvero a cercare visioni, apparizioni, effetti speciali che ci convincano di più.

Gesù che guarisce il figlio di un funzionario, scena biblica

Il Discorso del Pane di Vita a Cafarnao

Dopo la moltiplicazione dei pani, la gente segue Gesù. Avevano visto il miracolo, si erano saziati e volevano di più! Non si preoccupavano di cercare il segno o la chiamata di Dio che c’era in tutto questo. Quando incontrò la gente nella sinagoga di Cafarnao, Gesù ebbe con loro una lunga conversazione, chiamata il Discorso del Pane di Vita (Gv 6,22-71). La conversazione di Gesù con la gente, con i giudei e con i discepoli è un bel dialogo, ma esigente. Gesù cerca di aprire gli occhi della gente in modo che impari a leggere gli eventi e scopra in essi la svolta che deve prendere nella vita. Non basta andare dietro i segni miracolosi che moltiplicano il pane per il corpo; non di solo pane vive l’uomo. La lotta per la vita senza una mistica non raggiunge la radice.

La Ricerca di Gesù: Pane Materiale vs. Cibo Eterno

La folla che era rimasta sull'altra riva del mare, vicino al Mar di Galilea (anche detto di Tiberiade), cercò Gesù. Avendo visto che Gesù non era salito in barca con i discepoli, non capirono come avesse fatto a giungere a Cafarnao. La gente vide ciò che era accaduto, ma non riuscì a capire tutto questo come un segno di qualcosa di molto più profondo. Si fermarono alla superficie: alla sazietà del cibo. Cercavano pane e vita, però solamente per il corpo. Secondo la gente, Gesù faceva ciò che Mosè aveva fatto nel passato: dare cibo a tutti nel deserto. Seguendo Gesù, loro volevano che il passato si ripetesse. Gesù rispose loro: «In verità, in verità io vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà». Questo nuovo alimento sarà dato dal Figlio dell’uomo, indicato da Dio stesso, e porta la vita che dura per sempre.

Incontro di Gesù con la folla dopo la moltiplicazione dei pani, con discussione

L'Opera di Dio: Credere nell'Inviato

La gente chiese: «Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?». Gesù rispose che la grande opera che Dio ci chiede è di "credere all’inviato da Dio". Questo discorso del Pane di Vita non è un testo da discutere e sezionare, bensì deve essere meditato ed esaminato più volte. Per questo, anche se non si capisce del tutto, non c’è da preoccuparsi; questo testo esige tutta una vita per meditarlo e approfondirlo. Chi legge superficialmente il quarto vangelo può avere l’impressione che Giovanni ripeta sempre la stessa cosa. Leggendo con più attenzione, ci si renderà conto che non si tratta di ripetizione. L’autore del quarto vangelo ha un suo proprio modo di ripetere lo stesso tema, ma a un livello sempre più alto e profondo, come una scala a chiocciola.

Gesù: Il Vero Pane dal Cielo

La gente aveva chiesto: «Quale segno tu compi perché vediamo e ti crediamo? Quale opera fai?». Ciò significa che non capirono la moltiplicazione dei pani come un segno da parte di Dio per legittimare Gesù dinanzi alla gente quale inviato di Dio. Loro continuarono ad argomentare: in passato, i nostri padri mangiarono la manna nel deserto, come sta scritto: “Diede loro da mangiare un pane dal cielo”. Loro la chiamavano "pane del cielo", ossia "pane di Dio". Mosè continuava ad essere il grande leader, in cui credere. Se Gesù voleva che la gente credesse in lui, doveva compiere un segno più grande di quello che compì Mosè. Gesù rispose che il pane dato da Mosè non era il vero pane del cielo. Venuto dall’alto, sì, ma non era il pane di Dio, poiché non garantiva la vita a nessuno; tutti loro morirono nel deserto. Il pane del vero cielo, il pane di Dio, è quello che vince la morte e dà vita! È quello che scende dal cielo e dà vita al mondo. È Gesù stesso! Gesù cerca di aiutare la gente a liberarsi dagli schemi del passato. Per lui, la fedeltà al passato non significa rinchiudersi nelle cose antiche e non accettare il rinnovamento. Alla richiesta «Signore, dacci sempre questo pane», Gesù risponde chiaramente: «Io sono il pane della vita!». Mangiare il pane del cielo è lo stesso che credere in Gesù e accettare il cammino che lui ci insegna, cioè: «Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera!» (Gv 4,34). Questo è l’alimento vero che sostenta la persona, che cambia la vita e dà vita nuova.

Io sono il pane della vita

La Natura della Fede e lo Scandalo della Parola Dura

Mentre conversava con Gesù, la gente rimaneva sempre più contrariata dalle sue parole. Ma Gesù non cede, né cambia le esigenze. Il discorso sembra un imbuto: nella misura in cui la conversazione va avanti, sempre meno gente rimane con Gesù. Molti dei discepoli di Gesù, dopo aver ascoltato, dissero: «Questa parola è dura! Chi può ascoltarla?». Gesù, sapendo dentro di Sé che i suoi discepoli mormoravano riguardo a questo, disse loro: «Questo vi scandalizza? E se vedeste il Figlio dell’Uomo salire là dov’era prima?».

Spirito e Vita: Oltre la Carne

Gesù prosegue spiegando la natura spirituale del suo messaggio: «È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che Io vi ho detto sono spirito e sono vita. Ma tra voi vi sono alcuni che non credono». Gesù infatti sapeva fin da principio chi erano quelli che non credevano e chi era colui che Lo avrebbe tradito. E diceva: «Per questo vi ho detto che nessuno può venire a Me, se non gli è concesso dal Padre». Da quel momento molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con Lui.

La Scelta dei Discepoli e la Confessione di Pietro

Disse allora Gesù ai Dodici: «Volete andarvene anche voi?». Gli rispose Simon Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che Tu sei il Santo di Dio» (Gv 6, 60-69). In un episodio decisivo nell’annuncio del Regno di Dio, i discepoli si divisero tra coloro che si scandalizzarono per le parole di Gesù e coloro che, anche senza capirle, le accettarono con un atto di fede. I Giudei chiedevano: «Come può costui darci la sua Carne da mangiare?» (Gv 6, 52). Ed Egli rispose loro: «se non mangiate la Carne del Figlio dell’Uomo e non bevete il suo Sangue, non avrete in voi la vita» (Gv 6, 53). Essi non volevano ammettere che il Divino Redentore potesse autoproclamarsi "pane della vita", ma la sua Carne è vivificante perché è il Verbo di Dio. Senza l’Eucaristia, l’uomo può avere vita naturale, ma non la vita eterna. Questo rifiuto costituisce un mistero, poiché i loro predecessori avevano adorato dèi falsi e accettato dottrine assurde. Gesù offre loro esattamente questo: «Io sono il pane vivo, disceso dal Cielo. Se uno mangia di questo pane, vivrà in eterno» (Gv 6, 51).

San Pietro che confessa la sua fede in Gesù

Le Parabole: Chiave per il Mistero del Regno

Il Vangelo secondo Marco dedica un intero capitolo alle parabole, tutte di argomento agricolo, come quella del seminatore o del granello di senape. Molti si chiedono: «Perché Signore ci parli in parabole?» La risposta data ai Dodici è piuttosto netta: «A voi è stato dato il mistero del regno di Dio; per quelli che sono fuori invece tutto avviene in parabole, affinché guardino, sì, ma non vedano, ascoltino, sì, ma non comprendano, perché non si convertano e venga loro perdonato (Is 6,9-10)». Sembra quasi che Cristo intenda così escludere di proposito la maggior parte dei suoi ascoltatori. In realtà, è l’ascoltatore che si esclude dalla comprensione del Regno di Dio. La nostra volontà, la nostra fede, la nostra libertà incidono sulla nostra comprensione di Dio e questo spiega come anche una mente estremamente brillante possa essere chiusa alla trascendenza.

Il Linguaggio del Racconto e la Libertà di Credere

Le parabole sono una forma delicata per parlare di cose immensamente più grandi di noi. Ci serviamo di racconti, di analogie, di simboli in continuazione, semplicemente perché così funziona lo spirito umano, che ha sempre bisogno di un orizzonte per congiungere la terra e il Cielo. Gesù rovescia la sapienza di questo mondo spiegando l’Eterno con un granello di senape, la vertiginosa azione della Grazia mediante un flebile stelo che cresce timido dalla terra, il fiorire del Regno di Dio come lo spuntare di una pianticella che nemmeno tutti gli sforzi dell’agricoltore riescono a cogliere appieno. Le parabole non sono un enigma, un rompicapo, non si tratta di un problema di intelligenza; le parabole sono una sfida, una proposta, e quindi in definitiva sono un problema di libertà. La nostra libertà, la nostra volontà, incide sulla nostra conoscenza della realtà. Ecco perché i problemi non stanno “là fuori”. San Giovanni Crisostomo ci ricorda che Cristo, nello spiegare la sua parabola, «non ha detto: il mondo, ma: la preoccupazione del mondo, né: la ricchezza, ma: l’inganno della ricchezza». Agli Apostoli venivano spiegate le parabole semplicemente perché stavano con Lui. Accorgerci che abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni, e da sempre, la Chiave per accedere al Mistero non dovrebbe causarci soltanto meraviglia, ma commozione, pentimento e infine una scelta radicale: seguirLo. Imboccare questa meravigliosa avventura dietro a Cristo è l’unica garanzia per conoscere nel modo migliore il mondo e per giudicare con sano realismo ciò che ci accade; è, in fondo, l’unica possibilità per poter fare davvero ciò che vogliamo con vera libertà. Come disse sant’Agostino d’Ippona: «Una volta per tutte dunque ti viene imposto un breve precetto: ama e fa’ ciò che vuoi; sia che tu taccia, taci per amore; sia che tu parli, parla per amore; sia che tu corregga, correggi per amore; sia che perdoni, perdona per amore; sia in te la radice dell’amore, poiché da questa radice non può procedere se non il bene».

Io sono il pane della vita

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