Giacobbe: Il Patriarca di Israele nella Genesi

Giacobbe, in lingua ebraica Yaʿaqov o Ya'ãqōb, lingua greca ᾿Ιακώβ (Iakób), lingua latina Iacob, è una delle figure centrali dell'Ebraismo e l'eroe eponimo del popolo di Israele. Ricevette il soprannome "Israele" dall'Altissimo stesso, in quanto "lottò col Signore e vinse", dalla radice shr (lottare) ed El (Signore). Secondo storici del periodo matriarcale, Israele significa anche «uomo, ish, di Rachele, Rahel», poiché egli era marito di Rachele.

La storia di Giacobbe, ricca di eventi e trasformazioni, è narrata principalmente nel libro della Genesi, evidenziando il suo percorso da "ingannatore" a "colui che lotta con Dio", e ponendo le fondamenta per la nascita del popolo eletto.

La Nascita e la Rivalità con Esaù

Giacobbe era figlio di Isacco e Rebecca e fratello gemello di Esaù, che nacque però per primo. Isacco aveva sessant'anni quando essi nacquero. I fanciulli crebbero ed Esaù divenne abile nella caccia, un uomo della steppa, mentre Giacobbe era un uomo tranquillo, che dimorava sotto le tende. Isacco prediligeva Esaù, perché la cacciagione era di suo gusto, mentre Rebecca prediligeva Giacobbe.

Il nome Giacobbe in ebraico significa anche "ingannatore", e questo aspetto della sua personalità si manifesta fin dai primi episodi della sua vita. Una volta, Giacobbe aveva cotto una minestra di lenticchie; Esaù arrivò dalla campagna ed era sfinito. Esaù chiese a Giacobbe: «Lasciami mangiare un po' di questa minestra rossa, perché io sono sfinito». Per questo fu chiamato Edom. Giacobbe disse: «Vendimi subito la tua primogenitura». Rispose Esaù: «Ecco sto morendo: a che mi serve allora la primogenitura?». Giacobbe allora disse: «Giuramelo subito». Quegli lo giurò e vendette la primogenitura a Giacobbe. Giacobbe diede ad Esaù il pane e la minestra di lenticchie; questi mangiò e bevve, poi si alzò e se ne andò. A tal punto Esaù aveva disprezzato la primogenitura.

illustrazione biblica della vendita della primogenitura per un piatto di lenticchie

La Benedizione Carpita

La benedizione era legata al diritto di primogenitura e significava assicurarsi il successo. La benedizione del padre in punto di morte influiva sul destino e sul carattere di chi la riceveva ed era un mezzo per designare il successore in modo irrevocabile: una volta data, non poteva essere revocata. Quando Isacco era vecchio e gli occhi gli si erano così indeboliti che non ci vedeva più, chiamò il figlio maggiore, Esaù, per benedirlo prima di morire. Tuttavia, Rebecca, che ascoltava, disse al figlio Giacobbe di obbedire al suo ordine e prendere due bei capretti per preparare un piatto per il padre, affinché fosse lui a ricevere la benedizione. Giacobbe esitò, temendo che il padre lo palpassi e si accorgesse dell'inganno, ma sua madre insistette: «Ricada su di me la tua maledizione, figlio mio! Tu obbedisci soltanto e vammi a prendere i capretti».

Rebecca prese i vestiti migliori di Esaù e li fece indossare a Giacobbe; con le pelli dei capretti rivestì le sue braccia e la parte liscia del collo per simulare la peluria di Esaù. Così, Giacobbe andò dal padre e disse: «Padre mio». Isacco, confuso dalla voce, tastò Giacobbe e disse: «La voce è la voce di Giacobbe, ma le braccia sono le braccia di Esaù». Poiché non lo riconobbe, Isacco lo benedisse con le parole: «Ecco l'odore del mio figlio come l'odore di un campo che il Signore ha benedetto. Dio ti conceda rugiada del cielo e terre grasse e abbondanza di frumento e di mosto. Ti servano i popoli e si prostrino davanti a te le genti. Sii il signore dei tuoi fratelli e si prostrino davanti a te i figli di tua madre. Chi ti maledice sia maledetto e chi ti benedice sia benedetto!».

Appena Isacco ebbe finito di benedire Giacobbe, Esaù tornò dalla caccia con il suo piatto. Quando Isacco comprese l'inganno, fu colto da un fortissimo tremito e disse: «Chi era dunque colui che ha preso la selvaggina e me l'ha portata? Io ho mangiato di tutto prima che tu venissi, poi l'ho benedetto e benedetto resterà». Esaù, sentendo queste parole, scoppiò in alte, amarissime grida e chiese invano una benedizione anche per sé. Allora Isacco prese la parola e gli disse: «Ecco, lungi dalle terre grasse sarà la tua sede e lungi dalla rugiada del cielo dall'alto. Vivrai della tua spada e servirai tuo fratello; ma poi, quando ti riscuoterai, spezzerai il suo giogo dal tuo collo».

Esaù perseguitò Giacobbe per la benedizione che suo padre gli aveva dato, pensando di ucciderlo dopo i giorni del lutto per il padre. Rebecca, venuta a sapere delle intenzioni di Esaù, mandò a chiamare Giacobbe e gli disse di fuggire a Carran da suo fratello Labano. Rebecca convinse Isacco a mandare Giacobbe in Paddan-Aram per trovare una moglie tra le figlie di Labano, fratello di Rebecca, e non tra le Cananee, così come aveva fatto Esaù.

Il Sogno a Betel e l'Incontro con Labano

Giacobbe partì da Bersabea e si diresse verso Carran. Capitò così in un luogo, dove passò la notte, perché il sole era tramontato; prese una pietra, se la pose come guanciale e si coricò in quel luogo. Lì fece un sogno: una scala poggiava sulla terra, mentre la sua cima raggiungeva il cielo; ed ecco gli angeli di Dio salivano e scendevano su di essa. Questa "scala" non deve essere intesa come una scala a pioli, ma piuttosto come una ziggurat, una costruzione a gradoni tipica dei popoli babilonesi, sulla cui sommità c'era il santuario dove si diceva che Dio scendesse nelle grandi feste. Era un edificio con sette gradoni che fungeva da collegamento tra terra e cielo, e la visione di angeli che salgono e scendono corrispondeva alla salita e alla discesa dei sacerdoti.

illustrazione di una ziggurat con angeli che salgono e scendono

Ecco il Signore gli stava davanti e disse: «Io sono il Signore, il Dio di Abramo tuo padre e il Dio di Isacco. La terra sulla quale tu sei coricato la darò a te e alla tua discendenza. La tua discendenza sarà come la polvere della terra e ti estenderai a occidente e ad oriente, a settentrione e a mezzogiorno. E saranno benedette per te e per la tua discendenza tutte le nazioni della terra. Ecco io sono con te e ti proteggerò dovunque tu andrai; poi ti farò ritornare in questo paese, perché non ti abbandonerò senza aver fatto tutto quello che t'ho detto».

Giacobbe si svegliò dal sonno e disse: «Certo, il Signore è in questo luogo e io non lo sapevo». Ebbe timore e disse: «Quanto è terribile questo luogo! Questa è proprio la casa di Dio, questa è la porta del cielo». Alla mattina presto, Giacobbe si alzò, prese la pietra che si era posta come guanciale, la eresse come una stele e versò olio sulla sua sommità. E chiamò quel luogo Betel (in lingua ebraica "Casa di Dio"). Nella storia di Israele, Betel è stato uno dei luoghi di culto più importanti per il popolo ebreo. Giacobbe fece anche un voto, impegnandosi a servire Dio se lo avesse protetto nel suo viaggio e gli avesse concesso un ritorno sicuro.

Il Servizio a Labano e i Matrimoni

Dopo il sogno, Giacobbe riprese il cammino e arrivò presso un pozzo dove incontrò Rachele, la secondogenita di Labano, che stava pascolando le pecore. Fu un bellissimo e romantico incontro, che contrastava con le usanze del tempo dei matrimoni combinati. Essendo Rachele molto bella, Giacobbe se ne innamorò. Giacobbe dichiarò a Labano che sarebbe rimasto a lavorare presso di lui sette anni in cambio della mano di Rachele, poiché era usanza del tempo che il padre desse la figlia in matrimonio in cambio di un servizio dal futuro sposo.

Giacobbe sposa Lia e Rachele - Bibbia per bambini

Passati sette anni, Labano, con l'inganno, fece sposare a Giacobbe la figlia maggiore, Lia. Solo dopo sette giorni, gli permise di sposare anche Rachele, in cambio di altri sette anni di servizio. Giacobbe accettò e amò Rachele più di Lia. Giacobbe subì un inganno, come a sua volta aveva fatto per i diritti di primogenitura. Poiché Lia veniva trascurata, il Signore le dette la possibilità di avere quattro figli: Ruben, Simeone, Levi e Giuda.

La Famiglia di Giacobbe e le Origini delle Dodici Tribù

La storia della famiglia di Giacobbe è complessa e riflette le dinamiche dell'epoca. Rachele, che era sterile, divenne gelosa della sorella e chiese a Giacobbe che, pur di avere un figlio, si unisse alla sua serva Bila. Bila ebbe due figli: Dan e Neftali. Lia fece la stessa cosa con la sua schiava Zilpa, che ebbe due figli: Gad e Aser. Lia poi concepì e partorì altri due figli, Issacar e Zabulon, e una figlia, Dina.

Il tema della sterilità, ricorrente nel Vecchio Testamento (Sara, Rebecca, Rachele), serve a evidenziare che è sempre Dio all'origine di ogni generazione e che la discendenza è un dono divino. Giacobbe divenne padre di dodici figli maschi e di alcune figlie, una famiglia numerosa che garantiva sicurezza per il futuro. I popoli nati da queste matriarche hanno dato origine al popolo eletto, che per questo si considera voluto da Dio. Ogni nome dato ai figli aveva un significato specifico, adattato alla situazione della nascita.

Il Ritorno dalla Terra di Labano

Negli anni con Labano, Giacobbe divenne ricco, con tante greggi e molti figli. Decise di scindere il contratto con il suocero, ma Labano cercò di convincerlo a restare, poiché Giacobbe aveva notevolmente contribuito ad ampliare i suoi possedimenti. Dopo una lunga trattativa, Giacobbe riuscì, con la sua astuzia, a ottenere i capi di bestiame più robusti, cammelli, schiavi e asini. Così ripartì dopo vent'anni di permanenza dallo zio Labano, notevolmente arricchito. Queste ricchezze provocarono l'inimicizia dei figli di Labano.

Giacobbe, d'accordo con le due mogli, decise di partire per ritornare da Isacco suo padre. Rachele rubò i terafim, gli idoli che appartenevano al padre e che si usavano per ottenere responsi divini. Questi terafim corrispondevano ai penati romani, indicando che il passaggio dall'idolatria al monoteismo avvenne gradualmente. Labano inseguì Giacobbe e, quando lo raggiunse a Galaad, giunsero a un patto pacificamente.

La Lotta al Fiume Iabbok e la Nascita di Israele

Finalmente, Giacobbe poté tornare alla terra dei padri, ma non era affatto tranquillo, perché si era allontanato per sfuggire alla collera del fratello Esaù, che lo voleva uccidere avendogli carpito con l'inganno il diritto di primogenitura. Mentre tornava verso Canaan, mandò dei messaggeri da Esaù per annunciare il suo arrivo. Questi tornarono con la notizia che Esaù stava arrivando verso di lui con quattrocento uomini. Giacobbe ebbe paura per la sua vita e per quella della sua famiglia. Per questo divise le persone e gli animali in due gruppi, sperando che almeno uno potesse sopravvivere in caso di attacco. Inviò anche doni a Esaù per placare la sua ira.

illustrazione della lotta di Giacobbe con l'angelo

Quella notte, un uomo sconosciuto uscì dal nulla e cominciò a lottare con lui (Gen 32,24-26). Questo avvenimento è misterioso. Il testo biblico racconta, come le vecchie saghe, senza passaggi intermedi, con sequenze messe in contrappunto, che «un uomo combatté con lui fino alla comparsa dell’aurora». L'«uomo» è quell'essere che spesso ritorna nella Genesi: l'«angelo del Signore», a volte creatura, a volte Dio stesso. Dalla letteratura si sa che i Cananei erano soliti consacrare i fiumi a divinità; il redattore biblico potrebbe aver utilizzato una leggenda antica connessa al fiume Iabbok, un fiume pericoloso, creduto abitato da uno spirito che voleva impedirne il passaggio.

Per ore Giacobbe e l'uomo lottarono, in un contatto fisico così intenso che Giacobbe non riusciva più a distinguere lotta e abbraccio. Nessuno dei due vinse e nessuno perse. Alla fine, l’uomo lo ferì all'anca, lussando il fianco di Giacobbe, che da allora zoppicò e portò i segni di quella notte nel suo corpo. Un'oscura penetrazione di predominio e di debolezza allo stesso tempo. Giacobbe rimase il vincitore. In quel momento di fatica e vulnerabilità, Giacobbe gridò: «Non ti lascerò andare se non mi benedirai!».

Il Nuovo Nome: Israele

L'uomo gli chiese il nome. E quando Giacobbe glielo disse, gli diede un nome nuovo: Israele, che vuol dire «colui che lotta con Dio» o «ha lottato con Dio e con gli uomini e ha riportato la vittoria». Per gli antichi il nome era parte della persona e dire il nome era manifestare il proprio essere, rivelare la propria identità. Cambiare il nome indica un nuovo modo di essere, una nuova missione, una nuova strada da seguire. Giacobbe volle conoscere il nome dell'essere misterioso, ma questi non svelò nulla, limitandosi a benedirlo.

Al mattino, Giacobbe chiamò quel luogo Penuel, cioè «faccia a faccia con Dio», perché sentì che lì aveva incontrato Dio stesso. È difficile da spiegare, ma in quella notte Dio divenne per lui qualcosa di corporeo: tangibile, inquietante, trasformante. Dio venne nello spazio più vulnerabile di Giacobbe e si lasciò toccare. Quella lotta non lo segnò solo fisicamente, ma anche interiormente, profondamente. Guardando indietro, capì che quella lotta non fu soltanto con un altro essere, ma con sé stesso: con la sua colpa, la sua vergogna, le ombre che portava dentro fin da quando aveva ingannato suo fratello. Aveva lottato per essere visto e riconosciuto così come era, con tutte le sue ferite, le sue contraddizioni e la sua storia. Oggi, Giacobbe portava il nome Israele con orgoglio. Quella notte, Dio attraversò confini, si lasciò toccare e lo toccò. Il redattore biblico ha collocato questo episodio durante il viaggio di ritorno di Giacobbe nella sua terra, quando era terrorizzato dal pericolo di incontrare suo fratello; Dio gli apparve sotto forma di Angelo lottatore e gli infuse fiducia.

Giuseppe e il Destino della Famiglia di Giacobbe

Giacobbe si stabilì nel paese dove suo padre era stato forestiero, nel paese di Canaan. Questa è la storia della discendenza di Giacobbe. Giuseppe, all'età di diciassette anni, pascolava il gregge con i fratelli. Egli era giovane e stava con i figli di Bila e i figli di Zilpa, mogli di suo padre. Ora Giuseppe riferì al loro padre i pettegolezzi sul loro conto.

Israele amava Giuseppe più di tutti i suoi figli, perché era il figlio avuto in vecchiaia, e gli aveva fatto una tunica dalle lunghe maniche. I suoi fratelli, vedendo che il loro padre amava lui più di tutti i suoi figli, lo odiavano e non potevano parlargli amichevolmente. Giuseppe fece un sogno e lo raccontò ai fratelli, che lo odiarono ancor di più. Nel sogno, i covoni dei fratelli si prostravano davanti al suo, e in un altro sogno, il sole, la luna e undici stelle si prostravano davanti a lui. Il padre lo rimproverò, ma tenne in mente la cosa, mentre i fratelli erano invidiosi di lui.

dipinto biblico dei fratelli di Giuseppe che lo gettano nel pozzo

La Vendita di Giuseppe

I suoi fratelli andarono a pascolare il gregge del loro padre a Sichem. Israele disse a Giuseppe: «Sai che i tuoi fratelli sono al pascolo a Sichem? Vieni, ti voglio mandare da loro». Giuseppe arrivò a Sichem e poi li trovò a Dotan. Essi lo videro da lontano e, prima che giungesse vicino a loro, complottarono di farlo morire. Si dissero l'un l'altro: «Ecco, il sognatore arriva! Orsù, uccidiamolo e gettiamolo in qualche cisterna! Poi diremo: Una bestia feroce l'ha divorato! Così vedremo che ne sarà dei suoi sogni!».

Ma Ruben sentì e volle salvarlo dalle loro mani, dicendo: «Non togliamogli la vita». Poi disse loro: «Non versate il sangue, gettatelo in questa cisterna che è nel deserto, ma non colpitelo con la vostra mano»; egli intendeva salvarlo dalle loro mani e ricondurlo a suo padre. Quando Giuseppe fu arrivato presso i suoi fratelli, essi lo spogliarono della sua tunica, quella tunica dalle lunghe maniche ch'egli indossava, poi lo afferrarono e lo gettarono nella cisterna: era una cisterna vuota, senz'acqua.

Poi sedettero per prendere cibo. Quando ecco, alzando gli occhi, videro arrivare una carovana di Ismaeliti provenienti da Galaad, con i cammelli carichi di resina, di balsamo e di laudano, che andavano a portare in Egitto. Allora Giuda disse ai fratelli: «Che guadagno c'è ad uccidere il nostro fratello e a nasconderne il sangue? Su, vendiamolo agli Ismaeliti e la nostra mano non sia contro di lui, perché è nostro fratello e nostra carne». I suoi fratelli lo ascoltarono. Passarono alcuni mercanti madianiti; essi tirarono su ed estrassero Giuseppe dalla cisterna e per venti sicli d'argento vendettero Giuseppe agli Ismaeliti. Così Giuseppe fu condotto in Egitto.

Quando Ruben ritornò alla cisterna, ecco Giuseppe non c'era più. Allora si stracciò le vesti, tornò dai suoi fratelli e disse: «Il ragazzo non c'è più, dove andrò io?». Presero allora la tunica di Giuseppe, scannarono un capro e intinsero la tunica nel sangue. Poi mandarono al padre la tunica dalle lunghe maniche e gliela fecero pervenire con queste parole: «L'abbiamo trovata; riscontra se è o no la tunica di tuo figlio». Giacobbe la riconobbe e disse: «È la tunica di mio figlio! Una bestia feroce l'ha divorato. Giuseppe è stato sbranato».

Giacobbe si stracciò le vesti, si pose un cilicio attorno ai fianchi e fece lutto sul figlio per molti giorni. Tutti i suoi figli e le sue figlie vennero a consolarlo, ma egli non volle essere consolato dicendo: «No, io voglio scendere in lutto dal figlio mio nella tomba». E il padre suo lo pianse. Intanto i Madianiti lo vendettero in Egitto a Potifar, consigliere del faraone e comandante delle guardie. Questa serie di eventi alla fine porterà le Tribù di Israele, e Giacobbe stesso, in Egitto per sfuggire alla carestia, come raccontato nel resto della Genesi.

Il Contesto Storico e Teologico di Giacobbe-Israele

A livello storico, il nome Israele appare per la prima volta nel 1220 a.C. nell'iscrizione di pietra che celebra la vittoria del faraone Merneptah in Canaan. In questo periodo, Siria e Palestina si trovavano in un vuoto di potere. Le dodici tribù di Israele, numero simbolico che significa perfezione e completezza, in origine erano composte da quattro tribù, chiamate con i nomi delle quattro donne di Giacobbe: Lia, Rachele, Bila e Zilpa. Nel corso dei secoli, ci furono diverse migrazioni, tra cui l'esodo guidato da Mosè.

Proprio sotto la monarchia di Davide e Salomone, gli scribi di palazzo cominciarono a mettere insieme le varie tradizioni e attribuirono a un illustre antenato di nome Giacobbe la paternità delle dodici tribù. Così nacque la storia dei dodici figli di Giacobbe. Le promesse di Dio (terra, discendenza, alleanza) passano da Isacco a Giacobbe, dimostrando che i limiti e gli sbagli degli uomini non ostacolano la realizzazione del piano divino. L'autore biblico ha voluto mettere da parte il comportamento ambiguo e discutibile di Giacobbe per concentrarsi sul risultato: la benedizione di Giacobbe, il secondo figlio, il più debole e fragile.

La figura di Giacobbe è un esempio della libertà di scelta di Dio, come sottolinea Paolo nella sua lettera ai Romani (cap.9): Giacobbe aveva delle colpe, ma Dio lo ha scelto. Nella tradizione ebraica, le tre preghiere quotidiane vengono assegnate ciascuna a uno dei tre Patriarchi, e l'espressione «Il Dio di Abramo, il Dio di Isacco e il Dio di Giacobbe» (Es 3,6) sottolinea come ogni patriarca abbia ricercato l'unità del Creatore e servito Dio in modo diverso.

L'episodio della lotta al Iabbok, o Penuel, è emblematico dell'importanza della preghiera come incontro con Dio, come lotta, come luogo di trasformazione personale. Confrontarsi con Dio non è mai pacifico: c'è tensione, c'è un cammino continuo per giungere alla benedizione divina. Dio si avvicina a noi nella figura dell'amore, che desidera essere vinto affinché si possa concedere. Il mistero di quella lotta, in cui Dio e l'uomo si affrontano e nessuno dei due soccombe del tutto, rivela una profondità teologica: Dio ama la forza dell'uomo, una forza che Lui stesso gli ha dato affinché l'uomo possa lottare con Dio e con gli uomini e riportare la vittoria. E così, anche se a volte si viene colpiti e paralizzati, il "sole si eleverà sopra di noi".

Giacobbe sposa Lia e Rachele - Bibbia per bambini

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