La Classe Dirigente Meridionale: Evoluzione Storica e Sfide Attuali

La storia della classe dirigente meridionale è un intreccio complesso di continuità e rotture, particolarmente evidente nei momenti cruciali come l'Unità d'Italia e nel dibattito contemporaneo sulla questione meridionale. L'analisi di questo percorso rivela non solo il difficile processo di costruzione dello Stato unitario nel Mezzogiorno, ma anche le dinamiche persistenti che ancora oggi ne influenzano il tessuto sociale ed economico.

La Formazione della Classe Dirigente Meridionale durante l'Unificazione Italiana

Il Contesto Salentino e le Ricerche Storiografiche

La ricorrenza dei 150 anni dell’Unità d’Italia è stata segnata da una ricca produzione storiografica che ha interessato anche la provincia salentina. In questo contesto, il volume che raccoglie alcuni saggi di Salvatore Coppola si distingue per aver aggredito con indagini di largo respiro, costruite su una pluralità di archivi centrali e periferici, il tema dell’Unità nel Salento, in una provincia periferica del Mezzogiorno anticamente denominata Terra d’Otranto. Pochi altri studiosi hanno avuto la sensibilità di compulsare una documentazione così diversa e così vasta, amalgamandola in un ordito in cui il racconto storico non perde certamente la sua inevitabile complessità, ma si arricchisce anche di dettagli non trascurabili e di dense riflessioni storiografiche che le sole carte conservate nell’archivio di Stato di Lecce non avrebbero aiutato a fare emergere e ad elaborare.

Coppola si è avvalso della sua instancabile e collaudata esperienza di ricercatore per allargare in maniera mirata l’orizzonte delle sue indagini, scegliendo di seguire e di interrogare anche le tracce documentarie superstiti conservate nell’Archivio del Museo Centrale del Risorgimento di Roma, nella Biblioteca della Camera dei Deputati, nell’Archivio Feltrinelli di Milano (Fondo Macchi) fino ad arrivare alle carte dell’Archivo Histórico del Ministerio de Asuntos Exteriores di Madrid, una novità inimmaginabile per gli studi disponibili, che, letta in un contesto più ampio, lega la storia del Salento a quella dell’Europa.

Dentro questo quadro di riferimenti documentari si snoda l’analisi del Coppola, che non a caso sceglie di aggrapparla al percorso biografico-politico di noti ed eminenti uomini del Risorgimento salentino, come Sigismondo Castromediano, Liborio e Giuseppe Romano, Giuseppe Libertini, Giuseppe Pisanelli, Bonaventura Mazzarella, Oronzio De Donno ed altri, per declinare il difficile e contrastato processo di unificazione nazionale. Un dato appare oramai accertato sul piano scientifico, al di là dei revisionismi di maniera che favoleggiano un regno delle Due Sicilie all’avanguardia in Europa, di una Napoli capitale al passo con Parigi, Londra, Vienna e altre metropoli. Se la città di Napoli al momento dell’Unità offriva un quadro in superficie “moderno” per i suoi lampioni, per il lungomare abbastanza curato e per qualche fabbrica tecnologicamente avanzata, questi restano esempi isolati che nascondono la miseria e l’indigenza sociale delle classi meno abbienti. Al contrario, se si volge poi lo sguardo al resto del regno rimane la triste realtà di un paese al collasso dal punto di vista sociale ed economico con strade di grande comunicazione pressoché inesistenti e ferrovie limitate ai 15 Km della Napoli-Portici (costruita per le passeggiate domenicali della famiglia reale), mentre in Toscana, Piemonte, Lombardia e persino nello Stato pontificio i Km di strade ferrate risultavano, alla vigilia dell’Unità, molti di più.

Mappa storica del Salento o della Terra d'Otranto al tempo dell'Unità d'Italia

L’Unità andava costruita diversamente per ridurre il diverso sviluppo tra Nord e Sud d’Italia e di questo si mostrano fermamente convinti i parlamentari salentini che tuttavia scontano una certa impotenza se il loro impegno non va oltre la denuncia. Il fatto che tutti provano delusione e scoramento ne è una attendibile prova. Le complesse regole di funzionamento del sistema parlamentare limitano la portata di alcune coraggiose iniziative promosse in particolare dal Castromediano e dai fratelli Romano (tra cui la liberalizzazione della coltivazione del tabacco, la cancellazione delle decime residuali, l’ampliamento della rete ferroviaria, la creazione di infrastrutture stradali e portuali efficienti, la concessione delle terre demaniali ai contadini, ecc.) che non trovano un positivo approdo per la resistenza delle potenti oligarchie politiche e finanziarie delle Deputazioni piemontese, lombarda e toscana. Non solo le innovative battaglie parlamentari dei politici moderati (di Destra e di Sinistra), ma anche quelle portate avanti dalla Sinistra estrema e radicale non producono risultati certi e significativi. Lo stesso Giuseppe Libertini, rappresentante autorevole di questo schieramento, pur ripetutamente eletto, rinuncia al protagonismo istituzionale, rifiutando di utilizzare il Parlamento come tribuna per portare avanti le battaglie per il riscatto del Mezzogiorno. Il suo radicalismo lo spinge persino a negarsi al giuramento in nome del re Vittorio Emanuele e, di fatto, a non partecipare alla vita del Parlamento, nonostante gli appelli di un altro mazziniano di primo piano (Agostino Bertani) a rivedere la sua posizione al fine di utilizzare l’aula parlamentare per far sentire le istanze delle popolazioni meridionali.

Il processo storico/politico che ha portato all’Unità d’Italia, al netto di tutta la retorica risorgimentale, è stato un processo doloroso che ha comportato violenze, eccidi di massa, deportazioni e torture in tutto il Sud Italia.

Il Ruolo di Giustiniano Gorgoni e il Ricambio Sociale a Livello Locale

La figura del galatinese Giustiniano Gorgoni (1825-1902) torna non di rado nelle pagine di storia regionale ed anche risorgimentale, e si sente l’esigenza d’una messa a punto, che qui non può essere naturalmente tentata, ma solo indicata. Si sente cioè l’esigenza di porlo nella giusta posizione se non altro della storia politica cittadina. Che Gorgoni sia stato patriota ed uomo del Risorgimento lo si ricava da vari indizi e da alcuni riscontri; intanto da una lettera sua del 1843 a Rosario Siciliani, sacerdote, e fratello anziano del filosofo Pietro, che fu edita da Aldo Vallone, e che dimostra chiari segni di passione italiana e di sacrificio per la causa. Egli vi narra della sua giovinezza liberale, condivisa col Cavoti, con letture proibite dal Giusti, dal Rossetti e dal Berchet; ricorda che, studente a Lecce, aveva frequentazioni liberali, ed aveva festeggiato in casa dell’avv. Luigi Falco, con altri giovani, la costituzione del 1848; inserito, perciò, nella lista degli attendibili dalla polizia borbonica, gli è negato il visto per recarsi a Napoli, ed iscriversi alla Facoltà di Giurisprudenza. Solo nell’aprile 1852 gli è concesso di partire, e ottenuta dal Rettore, Gerardo Pugnetti, l’esenzione dall’obbligo di frequenza, è ammesso agli esami, dalla fine di aprile al settembre, e si laurea.

Tutto questo dimostra anche altro: se Giustiniano, di antica famiglia del patriziato cittadino, è liberale, c’è anche una frattura dall’osservanza borbonica, che invece resta pertinace ad esempio nel ramo baronale della famiglia, e nel retrivo Giacomo (1780-1858), il teorico dell’ordine sociale o nei parenti baroni Calò. Una frattura che spiega il suo legame con esponenti emergenti del ceto mercantile e professionale, come il Siciliani a Galatina, o i Falco, a Lecce. Questa antropologia della libertà comincia a creare colleganze ideali in ceti di diversa origine proprio quando la diversità cetuale non condiziona più la via al potere, un terreno sul quale va esaminata la continuità o la novità della guida della società in ordine alla sua antica e rigida partizione cetual-giuridica che, nell'essere tale, riponeva anche l’assetto del comando e il predominio patrizio.

Un altro elemento della vita giovanile di Gorgoni è la sua entrata, dal novembre del 1852 (e forse prima), già laureato in giurisprudenza, nel famoso studio legale, a Napoli, di Liborio Romano, che ne apprezza la capacità tecnica, la conoscenza della lingua francese, l’abilità. Resterà in quello studio pare per sette anni. Questa notizia è di vitale importanza, perché Liborio Romano, oltre ad essere un civilista importante, è una personalità politica di rilievo nazionale. Nell’estate del 1860 fu Ministro degli Interni nel governo costituzionale borbonico, destituì il 23 luglio 1860 tutti i sindaci eccezion fatta per quello di Napoli, e nominò con decreto quelli nuovi. Aiutò Garibaldi nell’unione di Napoli all’Italia, sarà suo ministro e poi deputato a Torino, ed uno dei capi della Sinistra (storica) fino al 1867, quando morì. Romano nominò sindaco di Galatina, pare al 5 settembre 1860, un Antonio Dolce, suo largo parente (proprio attraverso i Gorgoni) e destinato a restare in carica, come molti dei sindaci romaniani, a lungo.

Ritratto storico di Liborio Romano, figura chiave del Risorgimento meridionale

Con grande confusione di idee s’è sostenuto che questa nomina (controfirmata dal Borbone) del 1860 e le successive ratifiche di età sabauda sono “segno di continuità e non di novità democratica”. Tuttavia, questa continuità tra due regimi nella carica di sindaco, è una continuità nell’adesione liberale ed unitaria come mostra la nomina romaniana, e, se pur nasconde profili di opportunismo, si tratta comunque di una novità nel regime costituzionale e politico; certo non una novità “democratica”, ma una novità liberale e sociale. Non ogni costituzione né ogni elezione significa democrazia: il suffragio censitario è sinonimo del liberalismo ottocentesco. Non può dirsi propriamente democratico neanche il voto plebiscitario a suffragio universale maschile che si tenne nell’ottobre del 1860 e decise l’annessione italiana dell’antico Regno, con un esito in Galatina schiacciante a favore dell’Unità, grazie all’intervento del medico Nicola Vallone. Inizia qui il corso elettorale della nuova Italia.

Tra Gorgoni e Dolce, non dovevano esserci rapporti costruttivi: nelle elezioni provinciali del maggio 1861 viene eletto, da Galatina, Nicola Bardoscia, amico e affine di Dolce, proprio contro Gorgoni. Poco dopo, in previsione delle elezioni al Parlamento nazionale del 1865 si progetta la candidatura in area romaniana del filosofo Pietro Siciliani, certo sostenuta dai Vallone, suoi parenti, e dal Gorgoni, ma senza successo, per evidenti resistenze galatinesi, proprio del gruppo Dolce e Bardoscia (e dei loro amici Mezio, Calofilippi, Angelini, Garrisi, Papadia, come rivela in una lettera il filosofo); ma ognuno di questi gruppi e di questi uomini, in lotta tra loro, si annoda a Liborio Romano. Queste vicende dimostrano che gli uomini capaci di guidare la società galatinese nell’ottobre 1860 (Gorgoni, Dolce, Vallone) erano tutti per l’Unità, qualunque fossero state le loro motivazioni, e tutti appartenenti all’area politica romaniana, cioè alla Sinistra storica.

Tuttavia, come dimostrano le elezioni successive, c’è in corso tra loro una lotta per l’egemonia cittadina: da un canto un gruppo anzitutto mercantile e professionistico raccolto intorno al Gorgoni, e al nucleo parentale Siciliani e Vallone e ad altri; dall’altra parte il nucleo parentale Dolce e Bardoscia, di cospicua ricchezza agraria, ed altri amici e parenti. Si tratta di una duplicità e di un antagonismo destinato a restare dominante, anche se l’ondeggiare della vita amministrativa mostra smagliature e ricollocazioni nelle due aree. La comune adesione romaniana, destinata a dissolversi, ha alle spalle un più profondo elemento comune, perché Vallone, Siciliani, Dolce o Bardoscia, non esprimono storie sociali molto diverse, anche se sono diverse le vie di formazione della loro ricchezza: tutti estranei, a differenza del Gorgoni, all’antico patriziato, lo hanno in realtà soppiantato nel corso dell’Ottocento alla guida della città. Per questo fu detto nel 1992 che nel Plebiscito dell’ottobre 1860 la spinta unitaria fu data da “uomini sostanzialmente nuovi alla direzione sociale come Antonio Dolce, Nicola Bardoscia e Nicola Vallone”: uomini nuovi rispetto al secolare dominio patrizio. Questo corrisponde al quadro dell’intero Mezzogiorno, perché la storiografia da tempo sostiene che il vero ricambio sociale della classe dirigente meridionale si concretizza appunto con l’Unità. Il Gorgoni, reso esperto anche in questo dal magistero romaniano, dal 1862 al 1863 pubblica a Lecce, dove tiene una scuola privata di diritto, e dove per certo ravviva i contatti con Libertini, e con Brunetti, il periodico La Riforma: un giornale rarissimo, del quale non si conoscono che un paio di numeri, ma che certamente era ricco di corrispondenze da Galatina.

La Questione Meridionale e la Classe Dirigente nel Contesto Contemporaneo

Le Criticità dell'Autonomia Differenziata e la "Classe Politica e Baronale Meridionale"

La questione meridionale è tutt’altro che risolta e continua a riaccendere i riflettori, smentendo la narrazione di una sua chiusura. L’ipotesi della “secessione dei ricchi” con l’attuazione dell’autonomia differenziata, propugnata da Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna, è considerata una “sciagurata ipotesi” che spaccherà definitivamente in due l’Italia e sancirà irreversibilmente il sottosviluppo del Mezzogiorno. Pino Aprile, scrittore e intellettuale meridionalista, ha difeso le ragioni del “no” a questa iniziativa, che viene definita come un tentativo delle regioni ricche del Nord di "scappare con la cassa".

In questo contesto, la classe politica e baronale meridionale, descritta come "politici da cortile in questo antico e ben collaudato sistema", trae benefici personali e per il proprio clan da questo andazzo. Questi politici, dovendo sottostare a tutto ciò ed essere ‘funzionali e affidabili’ per continuare ad essere tenuti in considerazione dal circo politico mediatico nazionale che li supporta in tutte le sedi, hanno sempre più potere per ricattare e sottomettere, anche attraverso la classe dirigente che nominano, l’intero territorio. Questa classe meridionale, in molti casi, mantiene le vecchie posizioni acquisite, tramandate di generazione in generazione proprio perché funzionale al continuo dirottamento (con distrazione dell’opinione pubblica) di risorse che, Costituzione alla mano, avrebbero dovuto essere destinate al Sud. È un discorso che riguarda tutti i partiti e movimenti politici, perché tutti sono stati artefici o complici con i loro silenzi.

Infografica che mostra il divario economico e sociale tra Nord e Sud Italia

Questo schema lo si potrebbe riscontrare in molti altri casi, in molti settori, alcuni scandalosamente evidenti, altri invece più subdoli, più difficili da stanare perché occultati in leggi nazionali e relativi decreti attuativi, attraverso paroline magiche e trucchetti normativi. Il risultato è sempre sorprendentemente lo stesso: si toglie da una parte, negando, ciò che si dà in più all’altra parte. Tutto questo viene giustificato secondo antichi pregiudizi e luoghi comuni duri a morire perché quotidianamente e trasversalmente alimentati, nel dibattito pubblico nazionale (grandissima è la responsabilità dei media complici), attraverso una rappresentazione distorta, che mira a dipingere il meridionale come antropologicamente incline al malaffare e al malgoverno, quindi inadatto a gestire risorse pubbliche: “Quanto meno risorse si investono al Sud, tanto meglio, per evitare sprechi e malaffare” (facendo finta di non sapere, anche se il pregiudizio fosse vero e dimostrato, che le infrastrutture sono finanziate e gestite dallo Stato, non dalle amministrazioni locali).

Pregiudizi e luoghi comuni, tra l’altro, sono smentiti dai vari report della Corte dei Conti, Banca d’Italia, Istat, Guardia di finanza, che ciclicamente forniscono i dati della reale diffusione del malaffare su tutto il territorio nazionale. E la fotografia che viene fuori è che non c’è alcuna particolare distinzione geografica o antropologica tra Nord e Sud Italia: anzi, sia in termini assoluti che soprattutto in rapporto al Pil territoriale, è stato più volte messo in evidenza che il Nord sovrasta il meridione in questa ‘classifica’. È la storia della sottomissione nazionale del Sud Italia che, con le buone o con le cattive (leggasi mafia), subisce tutto ciò da sempre: oggi il meridione rappresenta l’area geograficamente omogenea più estesa d’Europa con maggiori problemi in termini di depressione economica e sociale. Per questo sono irricevibili ogni proposta o tentativo di autonomia, federalismo camuffato o federalismo differenziato.

La Verità Sconvolgente sull'Autonomia Differenziata in Italia!

Nuove Consapevolezze e Prospettive per il Mezzogiorno

A Foggia e nella Capitanata si sta sedimentando una nuova coscienza meridionale, che attraverso schieramenti politici di segno diverso, accomuna sensibilità ed anime del meridionalismo contemporaneo tra di loro molto diverse se non distanti. Tutti uniti nel segno del sostegno all’appello lanciato dall’economista Gianfranco Viesti per “stoppare” i propositi secessionisti del Veneto e di altre regioni. L’Italia può salvarsi se mette il Mezzogiorno al centro del suo futuro, valorizzando la sua vocazione euromediterranea, rimasta fino ad oggi inespressa. Il Sud, dunque, è visto come soluzione originale ai problemi dell’Italia, e non più come emergenza. Un intervento denso, pieno di spunti di riflessione ma anche di dati è stato quello pronunciato dal sociologo Roberto Lavanna durante un focus sul futuro di Foggia e della Capitanata svoltosi qualche giorno fa a Parcocittà. La neoministra per il Sud, Barbara Lezzi, salentina, ha fatto la sua prima apparizione pubblica in una manifestazione sindacale, intervenendo alla sessione pomeridiana del seminario Laboratorio Sud - Idee per il Paese, promosso dalla Cgil pugliese.

Nonostante ciò, la questione meridionale è del tutto assente, e così pure ogni riferimento al divario che separa Nord e Sud, in una campagna elettorale in cui si è parlato poco delle grandi questioni nazionali. Raramente accade di leggere riflessioni lucide e puntuali sulla questione meridionale, come quelle di Alfonso Foschi. Il divario tra il Nord e il Sud aumenta, segnale inquietante di un’Italia che ancora non è effettivamente “una”. Della questione meridionale non parla ormai più nessuno, come fa notare Vincenzo Concilio. Le parole "Finché non potremo mangiare, vestirci, divertirci, consumando la stessa quantità di beni al Nord e al Sud, il ciclo del Risorgimento non si potrà considerarsi compiuto, né l’Italia potrà considerarsi unificata ed equilibrata di fronte alle esigenze dell’economia e del progresso internazionale" restano purtroppo dimenticate. Isaia Sales, uno degli ultimi meridionalisti, ha definito i Patti per il Sud varati dal governo Renzi uno “spezzatino senza amalgama che suddivide in sedicesimi la programmazione degli interventi di modernizzazione competitiva del Mezzogiorno”.

L’emigrazione per motivi di studio, di salute, di lavoro, soprattutto l’emigrazione delle nostre giovani leve, sarà fatale per tutto il meridione: questa continua emorragia di risorse rappresenta una grave e strutturale zavorra per tutti i meridionali. Andare fuori, realizzare il percorso intrapreso nella vita di ogni individuo, deve essere un’esigenza volontaria, un qualcosa che ha a che fare con il carattere e la formazione di ogni persona: dovrebbe insomma essere una libera scelta calibrata in base alle aspettative e ambizioni di ognuno, a prescindere dal luogo di residenza. Nonostante le difficoltà, sull’uso dei fondi comunitari, soprattutto nel Mezzogiorno, potrebbe essersi innescata una inversione di tendenza. “Spero che questo marchio, Resto al Sud, sia beneaugurante che ci renda consapevoli che dovremmo restare al Sud. Auguro che Resto al Sud diventi una filosofia economica,” ha affermato Renzo Arbore, esprimendo il proprio apprezzamento per la comunità di blogger meridionali e meridionalisti fondata da Roberto Zarriello e Giuseppe Caporale.

Foto simbolica di giovani talenti meridionali che contribuiscono allo sviluppo del Sud

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