Il Genocidio Armeno, perpetrato dal governo Ottomano dei Giovani Turchi tra gli anni 1915 e 1921, rappresenta uno dei capitoli più oscuri e tragici del XX secolo. Questa immane tragedia non fu solo uno sterminio di massa, ma incluse una violenza sistemica e premeditata contro le donne e i bambini armeni, spesso finalizzata alla distruzione dell'identità culturale e religiosa del popolo, nonché alla sua assimilazione forzata. Le ricostruzioni storiche e le testimonianze dei sopravvissuti rivelano un quadro agghiacciante di marce forzate, stupri, schiavitù e metodi di uccisione brutali, le cui immagini, a volte manipolate per scopi propagandistici, continuano a dividere e a sollecitare interrogativi sulla verità storica.
Il Genocidio Armeno: Strategie di Sterminio e Deumanizzazione
I turchi nuovi e giovani erano determinati ad estirpare gli elementi che non appartenevano alla loro idea di terra natia, ripulire da miscredenti, traditori e nemici interni un territorio che fino a poco prima vantava la fama di impero multietnico e multi-confessionale. L'eliminazione dei maschi adulti fu eseguita sul posto, mentre donne, vecchi e bambini furono avviati alle marce della morte. La deportazione e lo sterminio del popolo armeno hanno consegnato alla Storia la visione di massacri ed atrocità. Secondo Arnold Toynbee, che descrisse questi episodi accaduti nella primavera del 1915 nel suo A Summary of Armenian History up to and Including the Year 1915. The Deportation of 1915. The Procedure, venne emanato un decreto in base al quale tutti gli armeni avrebbero dovuto essere disarmati. Nei villaggi isolati la ricerca delle armi fu accompagnata da aperta violenza: gli uomini furono massacrati, le donne violentate, le case bruciate dalle pattuglie della gendarmeria.
Dopo che gli uomini armeni vennero convocati per essere messi a morte, in ogni città, c’era di solito un intervallo di qualche giorno, poi si udì ancora il pubblico araldo nelle strade ordinare a tutti gli armeni rimasti di prepararsi per la deportazione, mentre manifesti dello stesso tenore venivano affissi ai muri. In questo contesto, abbiamo visto in molte occasioni come i curdi si fossero gettati sui convogli dei deportati per rapire donne e bambini. Il loro scopo non era soltanto quello di fornire o rinnovare i loro harem, ma di trafficare con questo bottino umano. Li si vide, in effetti, condurre i loro prigionieri per venderli nei principali centri del paese che divennero mercati di carne umana, come avviene in alcune zone dell'Africa selvaggia.

Le Donne e i Bambini: Obiettivi di Conversione e Sfruttamento
Le regole dello sterminio raccomandavano di non uccidere, a meno di motivi contrari, le persone giovani, ma di catturarle per la diffusione dell'islam. I Giovani Turchi furono allo stesso tempo carnefici dei cristiani e diffusori dell'islam per mezzo di quelle persone risparmiate nei massacri allo scopo di incorporarle al popolo musulmano. Questi elementi, come si è detto, erano ben scelti: giovani, donne, fanciulle e bambini. I maschi non superavano l'età di 15 anni. Con queste persone l'incorporazione andava avanti da sola. Anzitutto, le giovani donne e le fanciulle, una volta prese, vista la loro condizione particolare, venivano acquisite all'islam: nel mercato erano un bottino che si vendeva bene. Tra loro c'erano anche bambini dai 3 agli 8 anni. Nello spazio di uno o due mesi di soggiorno in una famiglia musulmana, dove non venivano maltrattati, dimenticavano la loro famiglia di provenienza e non pensavano ad altro che accontentare la nuova famiglia. I ragazzi dai 10 ai 15 anni si identificavano meno facilmente con l'islam, perché le idee e le abitudini dei cristiani sono a quell'età maggiormente impresse. I giovani di 15 anni non ispiravano alcuna fiducia e venivano risparmiati soltanto quando chiedevano loro stessi di divenire musulmani.
Quanto ai bambini più piccoli, da 0 a 2 anni, considerando che creavano un certo imbarazzo per allevarli e che la loro stessa esistenza era precaria, soprattutto in un ambiente nuovo, venivano uccisi con il taglio della testa, o schiacciati contro un muro o contro una pietra, o eliminati in qualche altro modo considerato dai carnefici come un gioco.
La Crocifissione: Simbolismo, Rappresentazione e Verità Storica
L'Immagine Controversa delle Crocifissioni
La crocifissione, nel mondo cristiano, rappresenta il massimo del sacrificio. Una delle immagini più atroci e dibattute relative al genocidio armeno è quella di "una fila di ragazze cristiane, nude, crocifisse". Quest'immagine, di forte impatto emotivo, ha circolato ampiamente, contribuendo a rafforzare la percezione della barbarie perpetrata contro gli armeni. Tuttavia, analizzando alcuni particolari, si nota che le croci testimoniavano un lavoro di falegnameria (il braccio è a incastro), difficilmente conciliabile con i patiboli affrettati che si vedono in altre fonti fotografiche di quello sterminio. Le pose delle ragazze richiamavano quelle “artistiche” dei crocifissi, con la precauzione dei capelli che coprono le nudità, e la scenografia stessa della foto, ben centrata con la fuga delle croci in prospettiva, appare come una chiara opera di mano professionale.

"Ravished Armenia": Il Film Documentario Muto del 1919
Infatti, si tratta del fotogramma di un film del 1919, Ravished Armenia (il termine “ravished” vuol dire sia “rapita” che “stuprata”), prodotto dal colonnello William N. Selig, “l’uomo che inventò Hollywood”. È un film-documentario muto, uscito in anteprima nazionale il 19 gennaio 1919 ad Hollywood e successivamente a Londra, dove furono censurate sia le scene troppo cruente che il titolo, cambiato quindi in Auction of Souls (“Anime all’asta”). Le scene raccontate dalla giovane superstite Aurora Mardiganian furono fedelmente adattate (e montate con immagini di archivio della prima guerra mondiale) dal regista Oscar Apfel, con l'obiettivo di sensibilizzare l'opinione pubblica su cosa fosse davvero successo agli armeni. Aurora interpretò se stessa, come fecero altri perseguitati nel frattempo arrivati in America: sul set, in nome della veridicità, c’erano fez, finti turchi, donne costrette a scegliere tra gli stupri e le crocifissioni, tutte le paure e le angosce che Gates aveva messo nero su bianco.
Il film fu ritirato dopo un paio di anni, anche a causa delle proteste turche e del timore che avrebbe potuto sollecitare sentimenti antibritannici nelle terre dell’impero, che Francia e Inghilterra si erano spartite, come bottino della Prima guerra mondiale. Dal restauro degli spezzoni che sopravvissero, nel 2009, l’Armenian Genocide Resource Center, della California del Nord, ha pubblicato la versione ancora oggi visibile, della durata di 23 minuti e 55 secondi, che rimangono, ad ogni modo, una testimonianza e una denuncia immediata sul primo genocidio di massa di inizio novecento. La lingua in cui il documentario viene riproposto è di nuovo quella universale, chiara, immediata: il silenzio.
La Testimonianza di Aurora Mardiganian e la Costruzione Narrativa
La storia di Aurora Mardiganian, il cui vero nome era Arshaluys, che vuol dire “Luce del mattino”, è centrale. Impronunciabile per un americano, venne cambiato con “Aurora”, così come il cognome, Mardinian, venne trasformato in Mardiganian. Nel 1917, Aurora, fuggita rocambolescamente dall’Armenia, incontrò a New York un giovane sceneggiatore, Harvey Gates, che si offrì per aiutarla a scrivere le sue memorie. Le memorie uscirono dapprima a puntate nelle riviste di Hearst e poi in volume l’anno seguente, ottenendo un successo di oltre 300 mila copie. Il racconto inizia con la Pasqua del 1915, quando Aurora aveva 14 anni, e narra come Husain Pasha, potente fratello del Sultano, l’avesse chiesta più volte per arricchire il suo harem. La famiglia venne massacrata davanti ai suoi occhi e lei venduta al mercato degli schiavi di Anatolia, costretta a marce estenuanti e testimone di orribili vicende. Riuscì a fuggire, raggiungendo Tiflis e, dopo un lunghissimo giro, l’America.
Gates lavorò su tre piani narrativi per la biografia e il film. Il primo, quello dell'opposizione tra cristiani e musulmani, enfatizzava la dimensione religiosa delle atrocità turche. Il secondo, l'adozione dei modelli narrativi propri dei racconti di schiavi neri fuggitivi, che stavano ottenendo un grande successo presso il pubblico americano. Il terzo piano fu quello della sensibilità puritana americana, usando molte varianti eufemistiche di stupro, come "ravished", "outraged", o "betrothed", parlando di harem e di vizio, non di sesso, per adeguarsi ai codici e ai tabù del suo pubblico. La studiosa Sushan Avagyan ha aggiunto che, mentre il romanzo cercava di sterilizzare le brutalità della gendarmeria turca, il film ne esaltò gli aspetti sessuali, trasformando le donne in oggetto e confinando, in questo modo, l'orrore in un secondo piano. La pubblicità che precedette e accompagnò le proiezioni fu estremamente esplicita, con slogan come “Con altre ragazze nude, la bella Aurora è venduta per ottantacinque centesimi” o “Ragazze impalate con le spade”.
Tuttavia, Benedetta Guerzoni, ricercatrice presso l’Istoreco, ci mette in guardia sull'uso politico delle testimonianze e delle immagini relative. Sebbene l'immagine della crocifissione sia un "documento falso" dal punto di vista fotografico, i fatti a cui si riferiscono sono veri e purtroppo assai peggiori. Aurora Mardiganian stessa raccontò: «I turchi non facevano le croci in questo modo. I turchi facevano piccole croci appuntite, facevano spogliare le ragazze, e dopo averle violentate le impalavano. Gli Americani le mostrano in modo più civilizzato. Non possono mostrare cose così terribili».

Le Atrocità Documentate e la Loro Negazione
Le Marce della Morte e le Violenze Specifiche
Le donne avevano un solo mezzo per evitare la deportazione: convertirsi all’islam. Ma ciò, in pratica, diventava impossibile perché avrebbe comportato l’immediato matrimonio con un uomo musulmano. Se la donna, invece, era già sposata o vedova (tenuto conto che pochi armeni maschi erano ancora vivi) allora avrebbe dovuto separarsi da tutti i figli, rassegnandosi al loro affidamento a un fantomatico e inesistente “orfanotrofio governativo” per la loro educazione islamica. Ecco perché tutte scelsero la deportazione che, però, si trasformò in una marcia costellata da saccheggi, stupri e uccisioni. Toynbee continua descrivendo la stagione calda, i pozzi e le sorgenti a molte ore di viaggio, e i gendarmi che spesso si divertivano a vietare alle loro vittime sfinite di dissetarsi. Alcune donne avevano avuto un’educazione raffinata e avevano vissuto nelle comodità per tutta la loro vita; alcune dovevano portare in braccio i bambini, troppo piccoli per camminare; altre erano in avanzato stato di gravidanza e partorirono lungo la strada. Nessuna di queste ultime sopravvisse perché, obbligate a riprendere la marcia dopo poche ore di pausa, morirono lungo la strada insieme ai neonati. Molti altri morirono di fame e di sete, di insolazione, di apoplessia o per pura debilitazione. Dal momento in cui abbandonavano le periferie delle città non erano mai al sicuro dalle violenze. I contadini musulmani li assalirono e li derubarono quando attraversavano le terre coltivate, e i gendarmi erano conniventi con la brutalità dei contadini.
Quando arrivavano in qualche villaggio le donne venivano esibite come schiave nella pubblica piazza, spesso fuori dalle finestre del palazzo del governo stesso, e ogni abitante musulmano era autorizzato a esaminarle e prenderne una per il proprio harem; i gendarmi stessi avevano poi mano libera sulle altre e le obbligarono a dormire con loro la notte. Ci furono atrocità ancora più orribili quando si giunse alle montagne, poiché là incontrarono bande di “chetties” e di curdi. I “chetties” erano briganti, reclutati dalle pubbliche prigioni e deliberatamente rilasciati dalle autorità. Quando questi curdi e chetties attaccavano i convogli, i gendarmi sempre fraternizzavano con loro e li imitavano. I primi ad essere massacrati furono i vecchi e i ragazzi - ogni maschio trovato nei convogli ad eccezione dei bambini in braccio alle madri - ma furono massacrate anche le donne. Le donne rimaste indietro venivano «trafitte con le baionette lungo la strada, o spinte nei precipizi, o gettate dai ponti». L’attraversamento dei fiumi, specialmente l’Eufrate, diventava l’occasione per nuove stragi.

La Lotta per il Riconoscimento e la Verità
Il genocidio subito dagli Armeni è ancora argomento attuale di discussione e polemiche. Secondo i dati disponibili dagli archivi ottomani, dal Patriarcato Armeno di Istanbul e dalle relazioni imparziali di Consoli Generali e Ambasciatori dei paesi occidentali, almeno un milione e cinquecentomila armeni sono periti e circa altrettanti sono stati sradicati dal proprio territorio, sparpagliati nei diversi paesi del mondo formando la nuova Diaspora Armena. I giudici turchi della corte marziale che portò in giudizio i dirigenti politici del Comitato Unione e Progresso (Giovani Turchi) e i capi militari del periodo di guerra, li accusarono il 26 aprile 1919, di “deportazioni… e sterminio di tutto un popolo che costituiva una comunità distinta”. Dopo tre mesi, il 19 luglio 1919, il verdetto della corte marziale condannò a morte in contumacia i principali dirigenti dell’epoca.
La questione non è solo morale ed etica, ma soprattutto tecnicamente giuridica: l’assassinio di un’intera nazione. Il governo della Turchia utilizza le polemiche come un metodo per rinviare una seria discussione e la nascita di un pacchetto di soluzioni accettabili da tutte e due le parti. Purtroppo per decenni hanno mentito al proprio popolo, raccontando menzogne non soltanto riguardo alla questione armena ma per tutte le questioni storicamente importanti della nazione turca degli ultimi due secoli. Il 24 aprile, Giorno della memoria del Genocidio degli Armeni, non si ricorda in Turchia. È vietato per legge. Malgrado i numerosi appelli di tanti intellettuali e membri della società civile turca, lo stato non ha avuto ancora il coraggio di riconoscere questa immane tragedia.
L'Eredità e la Memoria Armena
La salvaguardia della cultura e della lingua è sempre stata una irrinunciabile priorità per gli armeni, assieme alla propria complessa identità. L’Armenia, nata nel 1918 e divenuta indipendente nel 1991, è situata su un decimo del suo territorio storico, rappresenta per gli armeni di oggi un baluardo della cultura e delle tradizioni, per tutti gli armeni sparsi per il mondo che sono ormai quasi una decina di milioni: 3,3 milioni in terra armena, due milioni in Russia, più di un milione nell’America del Nord, mezzo milione in Francia, altrettanti in Medio oriente e il resto sparso per il mondo intero. Gli armeni della Diaspora hanno decine di organizzazioni Culturali e politiche, sono impegnati individualmente nell’arte, nella cultura, nella politica, nelle professioni dei rispettivi paesi d’adozione.
Il Parlamento curdo in esilio aveva pubblicamente riconosciuto le responsabilità dei curdi nel genocidio degli armeni, lamentando la complicità diretta e sottolineando come le proposte allettanti fatte ai curdi che avrebbero potuto impossessarsi dei beni degli armeni, comprese le donne (nella loro mentalità anch’esse facenti parte dei beni), abbiano fatto il resto. Non è vero che “anche se non è vero serve a ricordare”, è proprio questo l’errore di fondo, l’ignoranza dei meccanismi psicologici della condivisione sociale. Il più grande sociologo turco vivente, Taner Akcam, è esule negli Stati Uniti. Il Premio Nobel per la letteratura Orhan Pamuk, il giorno dopo l’assassinio di Hrant Dink, ha preso il primo aereo per la stessa destinazione. Questi sono esempi della continua repressione di coloro che cercano la verità. L'approccio alla questione armena significa avere il coraggio di affacciarsi su un profondo dirupo di orrori e devastazioni, che i libri e i giornali spesso e intenzionalmente coprono di bianco, di silenzio. Un quadro agghiacciante che continua a dividere gli Stati del mondo e l’umanità.
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