Il Santuario della Beata Vergine della Consolazione si erge all’interno del Parco di Montovolo, rappresentando il suo fulcro d’attrazione sia artistico che religioso. La sua storia affonda le radici in tempi molto antichi, come testimoniato da rinvenimenti di reperti etruschi nei dintorni e dai resti della cripta, di età proto-romanica. Nonostante la lunetta di arenaria del portale riporti la data 1211, il luogo vanta un passato ben più remoto. Per molti secoli, prima dell’edificazione del Santuario di San Luca, Montovolo fu il centro devozionale bolognese per eccellenza, sebbene non vi siano stati numerosi eventi miracolosi.
La Leggenda della Croce di Fuoco e il "Monte Sinai" dell'Appennino
L’unico evento soprannaturale di cui si ha notizia risale al 1399. Durante una delle tradizionali processioni, in prossimità del balzo di Santa Caterina, apparve una croce come di fuoco. Alla sua vista, un giovane cadde a terra e, rialzatosi, affermò che la Madonna gli aveva chiesto di erigere in quel luogo una croce. Per questo motivo, nel periodo post-Crociate, Montovolo fu addirittura definita il "Monte Sinai" dell'Appennino, in un ideale gemellaggio con la Basilica di Santo Stefano, ancora oggi nota come la "Gerusalemme Bolognese".
Dettagli architettonici del santuario includono una lunetta sovrastante il portone che, oltre alla scritta A.D., presenta due colombe graffite. Un arco del santuario reca la data incisa 1699 nella chiave di volta. Storicamente, il santuario era situato sotto il picco chiamato Cantalia. Tra i manufatti presenti vi era anche una statuetta in terracotta policroma, raffigurante la Madonna col Bambino, purtroppo rubata nel dopoguerra. Il presbiterio del santuario, con gradini in pietra arenaria, presenta elementi romanici, due dei quali angolari. Sono stati condotti restauri in previsione del VIII centenario del santuario.

L'Anima dell'Appennino: la Pietra Arenaria e i Maestri Comacini
La pietra arenaria non è solo l’ossatura geologica della montagna appenninica che unisce e separa l’Emilia-Romagna dalla Toscana, ma anche il fondamento della sua cultura sociale, economica e artistica. Questo profondo legame con la pietra ha spinto associazioni come il Gruppo di studi alta valle del Reno-rivista Nuèter a occuparsi ampiamente di questo tema sin dal 1975, attraverso numerosi articoli e pubblicazioni.
Il territorio ha avuto il suo primo approccio con la pietra lavorata tra l'XI e il XII secolo, grazie alle maestranze Comacine, corporazioni edili itineranti provenienti dal Comasco. Esse costruirono Pievi, Castelli e abitazioni caratteristiche, lasciando scolpite nella pietra forme artistiche spesso cariche di significati simbolici. Da questi maestri si formarono gli scalpellini locali che, con il loro lavoro, hanno caratterizzato l’edilizia della regione fino agli anni ’60 del XX secolo. Camugnano, in particolare, fu la residenza documentata di una famiglia di maestri Comacini: i figli di Guglielmo da Como, tra cui Berto Elmi, Stefano e Giovanni, si stabilirono a Carpineta dalla fine del 1300, essendo architetti, ingegneri e scalpellini. Essi furono probabilmente i costruttori e proprietari della casa-torre ancora oggi presente nel caseggiato di Roda. Una finestra della loro abitazione di Carpineta, ora rimossa, recava la data di costruzione e la loro firma, mentre sul capitello di un’altra finestra, tuttora esistente, sono incisi due dei vari simboli che i Maestri Comacini usavano lasciare scolpiti sulla pietra: il giglio e il pentagramma.

Il "Progetto Montovolo": Valorizzare l'Arenaria e l'Artigianato
L’idea di dedicare un’attività dell’Associazione Fulvio Ciancabilla alle cave di pietra e agli scalpellini è maturata nel tempo, culminando nel "Progetto Montovolo". Questo progetto, nato da una giornata di studi a Scola di Vimignano nell'ottobre del 2017, si prefigge di approfondire e divulgare temi legati alla geologia, morfologia, sorgenti e botanica delle montagne del Montovolo e del Vigese. In questo contesto, un filone di studi sull'arenaria e sulla sua lavorazione è fondamentale, con la speranza di far rinascere una scuola artigiana, già sperimentata in passato, per tramandare questa forma d’arte.
Amministratori locali si sono impegnati per riavviare una nuova edizione della scuola, magari a Campolo, un borgo antico. Per sostenere questo percorso, nel giugno del 2019 è stato pubblicato un volume scritto da Alfredo Marchi, scultore e scalpellino. Una mostra, illustrata da un catalogo, ha esposto opere di quattro scalpellini scultori della Valle del Reno, mostrando come la lavorazione della pietra arenaria si stia evolvendo verso un’espressione artistica moderna, mantenendo il legame comune con la pietra, la fatica della sua lavorazione e la capacità di animi sensibili di esprimere le loro "idee di pietra".
Facciamo un salto in Bottega dagli Scalpellini dell'Appennino Bolognese
I Maestri Scalpellini e Scultori del Territorio
Giancarlo Degli Esposti: Tra Restauro e Creazione Artistica
Giancarlo Degli Esposti nasce a Marano di Gaggio Montano (BO) nel 1956. Figlio di un mastro muratore, inizia a collaborare con il padre fin da giovane, avvicinandosi anche al disegno, osando su superfici considerate non adatte. Nello stesso periodo, un piccolo lavoro gli frutta 25 kg di creta, aprendogli un nuovo mondo creativo. Nel 1988/89 frequenta un corso per scalpellini finanziato dalla CEE e organizzato dal Comune di Grizzana Morandi e dalla Comunità Montana. Il suo orizzonte creativo si espande con l’uso di materiali diversi come legno, ferro e materiali di riuso. Degli Esposti ha realizzato numerosi ornati, stemmi, bassorilievi e sculture a tutto tondo per privati ed enti. Tra le sue opere degne di nota si ricordano la maestà della rupe di Sasso, il portale ornato nella chiesa di Panico, e gli interventi di restauro nel santuario di Montovolo. A partire dal 2007, sotto la direzione della Professoressa Maricetta Parlatore, ha dato un contributo fondamentale agli importanti restauri della Rocchetta Mattei, sita nel Comune di Grizzana Morandi, dove i particolari decorativi ed architettonici in pietra sono tornati al loro originario splendore grazie alle sue sapienti mani. La sua esperienza è narrata nel libro “Rocchetta Mattei. Racconti di un restauro insolito”. Un incontro significativo per la sua crescita artistica e tecnica è stato quello con il maestro Luigi Ontani, che ha trovato nelle sue mani lo strumento per concretizzare i suoi sogni scultorei.

Luigi Faggioli: La Scultura Nata dal Restauro
Luigi Faggioli, nato a Vergato nel 1942, ha trascorso la sua età lavorativa a Bologna come attrezzista, costruendo stampi. Nel 1995 si trasferisce a Predolo (Comune di Camugnano), dove vive tuttora. Fin dai 18 anni ha coltivato l'hobby della pittura, sospeso negli anni '80 con l'acquisto di una casa in un antico borgo del 1400 a Predolo, ai piedi del monte Vigese. Il restauro di questa costruzione storica ha assorbito notevoli risorse, ma è stato proprio lavorando alla ristrutturazione della sua nuova residenza che si è appassionato alla lavorazione della pietra di Montovolo. Predolo è stato il luogo che gli ha permesso, da autodidatta, i primi approcci con l'arenaria di Montovolo, il fascino delle sue pietre montate dai Maestri Comacini e l'ambiente naturale circostante. Qui sono nate le sue prime opere di piccole dimensioni, come vasi di rose e crateri con volti antropomorfi. In seguito, a causa della difficoltà nel reperire l'arenaria di Montovolo, si è cimentato con il marmo di Carrara, realizzando opere di grandi dimensioni. Da 25 anni organizza "mostre en plein air" nella cornice del Borgo magico di Predolo, invitando sempre nuovi artisti.
Alfredo Marchi: Scultura come Contatto con la Natura
Alfredo Marchi, nato a Vergato nel 1952, ha sempre vissuto qui. Fin dall'adolescenza ha dimostrato grande interesse e amore per l'agricoltura, la natura e la cultura del proprio territorio. Pur lavorando come dipendente di banca, ha coltivato questi interessi che, dopo il suo 40° compleanno, hanno trovato sfogo nella scultura. La sua è una "scultura del togliere", che mira a scoprire nell'interno della materia un'espressione dell'animo, un'occasione per rapportarsi con la natura attraverso la pietra e il legno. Questo contatto con la materia è fisico prima che ideale, richiedendo sudore, fatica, capacità artigianali e lunghi tempi di realizzazione. Alfredo Marchi predilige esporre le proprie opere in spazi aperti, cercando di valorizzare l'ambiente urbano o naturale in cui vengono collocate. Diverse sue installazioni si possono incontrare in luoghi pubblici, in particolare nei comuni di Vergato e Castel d'Aiano. Nel 2016, insieme a Giancarlo Degli Esposti, ha condotto un “corso di introduzione alla lavorazione della pietra arenaria” nel proprio laboratorio a Riola Ponte.
Daniele Pandolfini: Eredità di Famiglia e Passione per l'Arenaria
Daniele Pandolfini nasce a Bologna il 26 marzo 1957, in una famiglia di marmisti e scalpellini, e porta avanti con orgoglio questa tradizione fin dall'adolescenza. Fin da giovane amava disegnare, ma per necessità e per assecondare il suo istinto artistico, ha iniziato a lavorare con il padre e lo zio come posatore e marmista dopo la scuola dell'obbligo. Spinto dal padre, si è iscritto a un corso serale ed è diventato geometra. Il suo lavoro si è sviluppato in ambienti ricchi di opere d'arte come chiese, conventi e ville padronali nel territorio bolognese, acquisendo quella sensibilità che ancora lo contraddistingue. Su consiglio di docenti dell'Accademia di Belle Arti di Bologna, si è iscritto e ha frequentato la prestigiosa Accademia per due anni, ma ha dovuto abbandonare per impegni di lavoro. Ha proseguito la sua professione, affinandola sempre più. Abitante nei pressi delle cave, si è avvicinato alla pietra di Montovolo, e la scultura dell'arenaria locale è diventata la sua professione principale, affrontando con passione la dura e usurante vita dello scalpellino scultore.
La Fontana di Camugnano: Espressione Artistica e Storica
Il gruppo “La Bottega degli Scalpellini”, parte dell’Associazione Fulvio Ciancabilla APS, ha accolto con entusiasmo l’incarico datogli dal Comune di Camugnano di progettare e costruire una fontana in pietra arenaria per la rinnovata piazza. Il progetto di questa fontana, realizzata tra il 2024 e il 2025 e installata nel 2025, è stato concepito come espressione artistica e artigianale di gruppo. Questo lavoro vuole anche dimostrare con soddisfazione che l’antico mestiere degli scalpellini non si è perso e potrà continuare in futuro. Il manufatto della fontana intende essere non solo funzionale, ma anche promotore di una maggiore coscienza storica ed artistica legata al territorio della montagna Bolognese e di Camugnano in particolare.
Il richiamo alle antiche capacità artistiche di questo territorio è ripreso anche dal capitello che sovrasta il pilastro della fontana, fonte d'ispirazione per le figurazioni scolpite. Queste prendono spunto dai bassorilievi dei capitelli romanici che si trovano nella cosiddetta “Cripta” della chiesa/santuario di Santa Maria di Montovolo. Il capitello di un'altra finestra ancora esistente, nelle antiche dimore comacine, incide due dei vari simboli che i Maestri Comacini usavano lasciare scolpiti sulla pietra: il giglio e il pentagramma.

Simbolismi e Incisioni nella Pietra dell'Appennino Bolognese
La pietra dell'Appennino è custode di una ricca simbologia, ereditata dai Maestri Comacini e dagli scalpellini locali. Molte di queste figure sono state riproposte nel capitello della fontana di Camugnano e si ritrovano in antichi manufatti della regione.
Il Pentacolo (Stella a Cinque Punte)
È una figura geometrica a forma di stella composta da cinque linee che si intersecano in continuità, caratteristica che si rende evidente solo nella rappresentazione scolpita. Quando questo poligono viene rappresentato nel cerchio, come spesso accade per le figure simboliche della montagna bolognese, è anche chiamato Pentacolo. Sebbene il mondo dell'esoterismo gli attribuisca vari significati, lo scopo di questa rappresentazione sui conci d’arenaria è mettere in evidenza la giusta proporzione e la perfetta armonia che i maestri costruttori hanno voluto conferire al manufatto. Questa figura, utilizzata dai seguaci di Pitagora nel VI secolo a.C., è un poligono i cui segmenti contengono le proporzioni della sezione aurea. La proporzione aurea, una proporzione perfetta, deve essere osservata nel calcolare i rapporti tra le varie misure di un edificio. Spiegata in maniera semplicistica, si realizza quando si divide una retta in due parti in modo tale che la parte minore stia a quella maggiore come la maggiore sta al tutto iniziale. È una delle "firme" che il mastro scalpellino/muratore, spesso analfabeta, poneva sulla propria opera edile. Nelle montagne bolognesi si può trovare incisa nella pietra o in bassorilievo, accompagnata dagli strumenti tipici dello scalpellino come la martellina, il mazzuolo e le punte.
La Stella con Raggi (Sole/Vortice)
Questa figura, nominata così da Luigi Fantini - fotografo, ricercatore e storico dell’Appennino - è la seconda rappresentazione simbolica più diffusa nel territorio, dopo il fiore a sei punte, e un chiaro segno di tradizione comacina. La si trova incisa all’interno di un cerchio o di una semisfera; in quest’ultimo caso, identificabile anche come una "Mamma" (uno dei nomi dati alle pietre scolpite a forma di mammella o di ventre gonfio). Dal punto centrale di questa figurazione si diramano diversi raggi, in genere sei o dodici, con un andamento ricurvo, a volte in senso orario, altre volte in senso antiorario. L’intera figura è realizzata con l’uso esclusivo del compasso, strumento tipico di architetti e scultori. È rappresentata anche a mosaico nel pavimento della chiesa di Stagno. Questa figurazione fa un chiaro riferimento al sole, al suo movimento e al suo eterno irraggiamento nel cielo. All’interno del cerchio assume la forma di un vortice, come una girandola che tutto avvolge, prende e dà.
Il Giglio
Questa raffigurazione, ricorrente sulle antiche case appenniniche, potrebbe far pensare a un legame con il giglio fiorentino o la monarchia francese. Non essendoci stati eventi storici duraturi che abbiano legato il territorio a questi governi, la sua diffusione è da ricercarsi nel suo significato simbolico. Il giglio è visto come simbolo della purezza, facilmente collegabile all’immagine della Vergine Maria. Inoltre, la rappresentazione stilizzata del giglio, con i suoi tre petali stretti insieme da un anello, nella tradizione medievale fa riferimento alla Divina Trinità.
Il Fiore della Vita
Questa figura nel cerchio, denominata in vari modi dagli storici locali come Fiore a Sei Petali, Rosa Comacina, Rosa dell’Appennino, ha acquisito il nuovo appellativo di Fiore della Vita dall’inizio del 1900. Per l’affinità dei suoi vari significati intrinseci con questa denominazione, è il simbolo più diffuso sull’Appennino, scolpito e talvolta dipinto. È antichissimo e presente in molte culture antiche del mondo. Come altri simboli nel cerchio, si costruisce esclusivamente con l’uso del compasso che, assieme alla squadra, è uno strumento indispensabile per scalpellini e architetti. È una figura carica di tanti significati simbolici che, per essere meglio intuiti, richiedono la conoscenza della sua costruzione geometrica completa. Disegnando un cerchio e poi altri cerchi partendo da punti di intersezione, dopo aver fatto sette circonferenze prende forma un primo Fiore della Vita. Proseguendo, si crea una trama geometrica dove ogni fiore perde la sua unicità, diventando parte di un tutto. La maggior parte delle immagini del Fiore della Vita presenti nella montagna contengono un fiore unico ma con una cornice di altri petali: quegli stessi petali che compongono gli altri fiori prodotti dallo sviluppo del disegno iniziale. Il fiore disegnato con questa cornice è identificato come Il Fiore della Vita nella Cornice di Petali, a ricordarci che ciò che vediamo come singolo è parte di un’unicità che comprende anche gli altri: il singolo fiore esiste solo se osservato entro un cerchio, altrimenti è parte di un’unità maggiore, infinita e perfetta. "Io ci sono in quanto sono il punto di raccolta di infiniti legami.”
La Croce Aperta (Croce Comacina)
È così nominata perché ha i quattro bracci che si aprono dal centro verso l’esterno e, nelle incisioni su pietra, è prevalentemente inscritta nel cerchio. Anche questa figura è progettata con l’uso del compasso. È l’esaltazione della croce. Tutte le incisioni nel cerchio possono ricordare la ruota, ma quelle dove i raggi hanno un andamento rettilineo e sono generalmente in numero di otto, hanno un riferimento più diretto a questa immagine.
La Ruota
La ruota evoca il passaggio inesorabile del tempo, il ciclo delle stagioni, il movimento.
La Spirale
La classica figura della spirale, rappresentata da una curva che si avvolge attorno al suo punto centrale, è un simbolo antichissimo e se ne possono trovare ancora alcuni esempi incisi su pietre nell'Appennino bolognese.
I Volti Antropomorfi (Mummie/Marcolfe)
Si possono trovare con una certa frequenza su antiche case dell'Appennino, soprattutto nei comuni più montani. Sono volti che possono presentare tratti animaleschi, spesso di sesso indecifrabile, a volte con espressioni di scherno. Quasi tutti sono scolpiti in altorilievo schiacciato e si trovano su facciate di case, spesso sopra o di fianco la porta d’ingresso. Questi volti sono chiamati Mummie nel territorio pistoiese/bolognese e Marcolfe nell'alto Appennino modenese. Senza generalizzare, queste maschere fungevano un po’ come guardiani di casa.
La Croce Stellata
È una rappresentazione assai frequente, incisa su pietra ma anche pitturata o mosaicata su pavimento, come si può notare all’interno della chiesa di Santa Maria di Montovolo. Questa stella a quattro punte evoca il perfetto equilibrio su cui è basato l’universo, e con questa interpretazione è stata inserita nella bandiera della NATO. Nella tradizione locale, però, ha voluto simboleggiare soprattutto L’Umanizzazione di Dio. La Croce Stellata può essere concepita come una Croce Chiusa, al contrario della Croce Aperta. Se nella Croce Aperta le braccia si aprono dal centro verso l’esterno, nella Croce Stellata le braccia si chiudono e si uniscono incontrando la circonferenza. Se la Croce Aperta intende evocare la Gloria di Cristo risorto che si unisce a Dio nel cerchio del cielo, la Croce Stellata evoca invece Dio che dal cielo, simboleggiato dal cerchio, scende sulla terra facendosi uomo. È diffusissimo come bassorilievo, scolpito accuratamente su tantissime chiese medievali, con particolare presenza in quelle dove hanno operato le maestranze comacine, fra cui anche la pieve di San Pietro nel comune di Vergato.
Il Nodo di Salomone
Il suo significato principale e maggiormente riconoscibile si concentra in quello intrinseco del Nodo che, nella visione cristiana medievale, lega Dio con l’uomo. È comunque un simbolo che ha origini ancora più antiche e che troviamo scolpito anche su alcuni architravi nell'Appennino, ad esempio su un architrave a Luminasio.
L'Intreccio (Infinito)
Il numero 8, rappresentato verticalmente o orizzontalmente, è la rappresentazione molto semplice di un Intreccio: una linea che parte da un punto per formare un cerchio che poi, tornando al punto di partenza, va verso la parte opposta per formare un altro cerchio, per poi ripercorrere i precedenti tracciati all’infinito. Il punto principale è dove il tracciato si sovrappone: il punto dell’incontro da cui iniziano e finiscono i continui divenire di eventi, partenze e ritorni, unioni ed allontanamenti. È il segno che indica l’infinito nel mondo della matematica. In questa figura sono riassunti tutti i significati dei vari intrecci che sono sempre presenti in tutti i bassorilievi medievali. L’Intreccio evoca in modo forte e chiaro l’interdipendenza fra le cose, un legame che può essere visto in senso positivo come forza che unisce, rinforza e protegge, ma anche negativo come forza che lega e imprigiona. Questa figura molto diffusa sulle antiche case dell'Appennino, si ritrova anche sulle teglie in terracotta per la cottura delle crescentine montanare o tigelle.
Leoni e Uccelli (Capitelli Romanici)
I leoni si contrappongono ma si alimentano dalla stessa pianta che dà loro la vita (la parola di Dio?). La pianta è formata da tre fogliami uniti da un anello (la Trinità?), come avviene nella figurazione del Giglio. Gli uccelli creano un legame con i loro lunghi colli. Come gli esseri della terra, rappresentati dai leoni, anche gli esseri del cielo, rappresentati dagli uccelli, hanno bisogno gli uni degli altri.
Il Grifone
È un animale fantastico che unisce l’aquila, nella metà anteriore, e il leone, nella metà posteriore.
I Colombi che Condividono il Cibo
I colombi che si abbeverano allo stesso calice sono una diffusa allegoria paleocristiana che allude alla comune fonte di salvezza che è Cristo. In particolare, nei capitelli di Montovolo, tra i due uccelli vi è la condivisione di un cibo, non di una bevanda. Inoltre, in questo caso, il nutrimento non è di una pianta/fiore come nelle precedenti rappresentazioni, ma verosimilmente di semi... semi che daranno frutto.