Il Cristiano Missionario Davanti a Gesù: Sfide, Chiamata e Spirito

Il cammino di conversione che ogni cristiano percorre porta ad approfondire la meravigliosa vocazione battesimale di evangelizzatore. Questo percorso implica una riflessione sui rischi e le tentazioni che possono presentarsi, come evidenziato dall'insegnamento di papa Francesco, in particolare nell'Evangelii Gaudium, dove egli definisce le "tentazioni degli operatori pastorali".

Vincere la tentazione significa accogliere il mandato della conversione e assumere la responsabilità di membra vive della Chiesa di Cristo Risorto.

La Chiamata alla Vigilanza e al Distacco

Come primo passo, ci riferiamo al capitolo 12 di Luca, in cui il Signore Gesù sollecita i suoi ascoltatori a essere distaccati dai beni materiali e dagli attaccamenti terreni. In questi, le folle di ieri e di oggi cercano sicurezza davanti all’incertezza della vita. A questo atteggiamento di distacco corrisponde, per Gesù, la capacità di abbandonarsi alla Provvidenza di Dio (Lc 12,22-32). La necessità di optare per il Dio Altissimo, anziché per l'effimera garanzia data dai beni della terra, si fonda sulla comprensione della realtà della morte, che evidenzia tutta la fragilità della creatura umana.

Gesù invita a essere pronti e vigilanti, e svela la beatitudine della vita nella capacità di farsi trovare svegli quando "il padrone", il Signore, tornerà. Ogni uomo e ogni donna vive in questo mondo con la certezza di essere limitato e mortale, ma spesso si impegna ad allontanare dalla propria mente questa verità perché fa paura. Gesù scuote i suoi, richiamandoli a non fingere di essere onnipotenti e immortali, ed evidenziando che l’ineluttabilità della morte è una realtà con cui vale la pena fare i conti presto, per non essere colti all’improvviso e impreparati.

Alla domanda esplicita di Pietro, Gesù sottolinea che coloro che, come i suoi discepoli, hanno avuto la grazia di essere resi coscienti di tale verità, dovranno rendere maggiormente conto di ciò, avendo quindi una maggiore responsabilità di fare della propria vita un dono.

Il Brano di Luca 12,35-48: Siate Pronti!

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:

«35Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese; 36siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze, in modo che, quando arriva e bussa, gli aprano subito. 37Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli. 38E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell’alba, li troverà così, beati loro! 39Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa. 40Anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo».

41Allora Pietro disse: «Signore, questa parabola la dici per noi o anche per tutti?». 42Il Signore rispose: «Chi è dunque l’amministratore fidato e prudente, che il padrone metterà a capo della sua servitù per dare la razione di cibo a tempo debito? 43Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà ad agire così. 44Davvero io vi dico che lo metterà a capo di tutti i suoi averi. 45Ma se quel servo dicesse in cuor suo: “Il mio padrone tarda a venire” e cominciasse a percuotere i servi e le serve, a mangiare, a bere e a ubriacarsi, 46il padrone di quel servo arriverà un giorno in cui non se l’aspetta e a un’ora che non sa, lo punirà severamente e gli infliggerà la sorte che meritano gli infedeli. 47Il servo che, conoscendo la volontà del padrone, non avrà disposto o agito secondo la sua volontà, riceverà molte percosse; 48quello invece che, non conoscendola, avrà fatto cose meritevoli di percosse, ne riceverà poche.

Il richiamo alla vigilanza risuona minaccioso soltanto se abbiamo impostato la nostra vita in modo da gestirla autonomamente e trascurando il vitale rapporto con Colui che ce l’ha donata. Chi vive una relazione autentica con Dio, e l’ha scoperto come Padre amorevole qual Egli è, non teme la morte, e vive la propria esistenza totalmente orientata a un servizio generoso e gratuito. La sua sicurezza, infatti, non sta nelle opere che compie o nelle garanzie terrene, ma nell’abbandono fiducioso a Dio. In questo modo la vita del cristiano si trasforma in testimonianza che evangelizza, perché risponde alle domande di senso che attanagliano i cuori di tutte le persone. Il battezzato diventa così un discepolo-missionario.

Tematica foto di un missionario che aiuta le persone in una comunità povera, con un'espressione di gioia e dedizione.

Le Tentazioni del Fervore Missionario

In contrasto con questa vocazione, papa Francesco denuncia con dolore che "oggi si può riscontrare in molti operatori pastorali, comprese persone consacrate, una preoccupazione esagerata per gli spazi personali di autonomia e di distensione, che porta a vivere i propri compiti come una mera appendice della vita, come se non facessero parte della propria identità". Spesso, la vita spirituale si confonde con alcuni momenti religiosi che offrono un certo sollievo ma non alimentano l’incontro con gli altri, l’impegno nel mondo, la passione per l’evangelizzazione. Questo può portare a un’accentuazione dell’individualismo, una crisi d’identità e un calo del fervore missionario, che nulla ha a che vedere con la certezza di essere in attesa del ritorno del Signore Risorto. Anziché vivere vigilanti e pronti, questi cristiani "non sono felici di quello che sono e di quello che fanno, non si sentono identificati con la missione evangelizzatrice, e questo indebolisce l’impegno. Finiscono per soffocare la gioia della missione in una specie di ossessione per essere come tutti gli altri e per avere quello che gli altri possiedono" (EG 79).

È triste allora constatare che "si sviluppa negli operatori pastorali [...] un relativismo ancora più pericoloso di quello dottrinale [...]" (EG 79), fino a cadere "in uno stile di vita che porta ad attaccarsi a sicurezze economiche, o a spazi di potere e di gloria umana che ci si procura in qualsiasi modo, invece di dare la vita per gli altri nella missione".

L'Esempio Missionario degli Apostoli

Un esempio concreto di missione si trova negli Atti degli Apostoli, con l'invio di Barnaba e Saulo (Paolo) dalla chiesa di Antiochia.

La Chiamata ad Antiochia e il Primo Viaggio

Nella chiesa di Antiochia, Barnaba, Saulo e Giovanni Marco si trovavano dopo aver consegnato un dono di sostegno alla chiesa di Gerusalemme (Atti 11:27-30). Mentre celebravano il servizio al Signore, lo Spirito Santo disse: "Mettetemi da parte Barnaba e Saulo per l’opera alla quale li ho chiamati". Dio aveva assegnato un’opera particolare a Barnaba e a Saulo, come Paolo stesso avrebbe scritto in Efesini 2:10: "Noi infatti siamo opera sua, creati in Cristo Gesù per le buone opere che Dio ha precedentemente preparato, perché le compiamo". La chiamata di Dio era perentoria e si realizzò dopo un tempo di digiuno e preghiera, con l'imposizione delle mani che affidava loro formalmente l’incarico. La chiesa di Antiochia li congedò, sostenendoli in quello che molti vedono come il primo vero sforzo missionario organizzato nella storia della chiesa.

La Missione a Cipro e l'Incontro con Elimas

Mandati dallo Spirito Santo, Barnaba e Saulo scesero a Seleucia e poi salparono per Cipro, arrivando a Pafo, città nota per l'immoralità. Lì trovarono un mago e falso profeta giudeo, di nome Bar-Gesù, che stava col proconsole Sergio Paolo, uomo prudente. Elimas, il mago (il significato del suo nome), resisteva loro, cercando di allontanare il proconsole dalla fede. Paolo, ripieno di Spirito Santo, fissandolo, lo apostrofò come "uomo pieno di ogni frode e di ogni malizia, figlio del diavolo, nemico di ogni giustizia" e lo colpì con cecità temporanea. Questa cecità fisica rifletteva la cecità spirituale di Elimas, un parallelo con l'esperienza di Paolo stesso sulla via di Damasco. Il proconsole, vedendo ciò che era accaduto, rimase colpito dalla dottrina del Signore e credette.

Dopo questi eventi, il gruppo missionario è descritto come "Paolo e i suoi compagni". Giovanni Marco, però, si separò da loro e ritornò a Gerusalemme, un fatto che Paolo non apprezzò e che generò tensioni future.

Paolo ad Antiochia di Pisidia: L'Annuncio e la Reazione

Proseguendo da Perge, Paolo e i suoi compagni giunsero ad Antiochia di Pisidia. Entrati nella sinagoga in giorno di sabato, Paolo si alzò e, fatto cenno con la mano, rivolse un discorso al popolo, ripercorrendo la storia di Israele per mostrare il compimento del piano di Dio in Gesù Cristo. Annunciò il perdono dei peccati e la giustificazione mediante la fede in Gesù, citando anche un passo di Abacuc riguardo al giudizio per chi rifiuta la salvezza. La sua predicazione si concentrò su eventi verificatisi per davvero, non su concetti filosofici o teologici.

Quando i Giudei furono usciti dalla sinagoga, i gentili li pregarono di proporre le stesse cose il sabato seguente. Quasi tutta la città si radunò per ascoltare la parola di Dio. Ma i Giudei, vedendo la folla, furono ripieni d’invidia e si opposero alle parole di Paolo. La loro invidia derivava dalla preoccupazione per la propria popolarità anziché per il servizio a Dio. Rifiutavano un insegnamento che apriva tali porte a tutti, inclusi i gentili, che loro consideravano "ignoranti della Legge". Tuttavia, molti perserverarono nella grazia di Dio, riconoscendo che tale perseveranza è fondamentale quanto l'inizio nella fede.

Viaggi di San Paolo - Primo Viaggio

La Spiritualità del Cuore di Gesù nella Missione

Per affrontare la missione, è necessaria una profonda consapevolezza della propria identità in Cristo. Ogni persona è un dono dalla sua sorgente, un evento amicale, una proposta di amicizia, in cui convergono l’elezione (una scelta gratuita di Dio) e l’alleanza (libera accoglienza dell’elezione da parte dell’uomo). La consacrazione, come evento nella storia di un credente, passa attraverso il suo cuore, luogo dell'incontro con Dio. Dio prende possesso della persona eletta in modo radicale, nuovo e definitivo, imprimendo in essa dei tratti distintivi che raggiungono l’intimo del suo essere. L'espressione "del Cuore di Gesù" in questo contesto significa la reciproca appartenenza tra il Cuore di Gesù e il missionario, fondata sui tratti del Mistero di Cristo che Dio Padre imprime in modo peculiare nell’intimo del missionario.

Devozione e Spiritualità del Cuore

È importante distinguere tra devozione e spiritualità. Una devozione è un momento distinto e separabile dell'esperienza globale del credente, praticata con la venerazione di un oggetto di culto (come il Crocifisso o il Cuore di Gesù). Una spiritualità, invece, "suppone una caratteristica riorganizzazione della vita intera". Il cuore, in ambito biblico, non è solo la sede dei sentimenti, ma designa la coscienza, il luogo della libertà, con la quale un uomo dispone della propria vita. Quando una persona parla del suo cuore, parla di sé, di quel "luogo dentro di sé" in cui processi psichici, esperienze, emozioni, percezioni, ricordi, pensieri, desideri e propositi sono dati e conosciuti. È per il cuore che l'uomo si sente vivo e si sente persona concreta.

Il cuore è il punto di sintesi di dimensioni e potenzialità umane diversificate, una realtà omnicomprensiva dell’uomo, in cui convergono la coscienza intellettuale ed etica, la percezione della gioia e della paura, il senso dell’affidamento e quello del tradimento. È il raccordo tra il corpo, l’affettività (anima) e lo spirito. In questa visione unitaria, Pietro vede nel cuore il profondo dell’essere, l’“uomo nascosto in fondo al cuore” (1Pt 3, 4). La preghiera per un cuore nuovo ("Crea in me, o Dio, un cuore nuovo", Sl 51, 12) è frutto della consapevolezza della necessità della conversione, intesa come riordinamento del cuore.

Il Cuore come Simbolo d'Amore e Luogo d'Incontro

Dal punto di vista della simbologia, il cuore è universalmente considerato il simbolo naturale dell'amore, un rapporto psicofisico dove il sentimento e l'emozione amorosa sono percepiti, accompagnati e manifestati fisicamente. Il cuore è anche luogo d’incontro: la comunicazione "cordiale" o "del sangue" si estende dalle relazioni familiari ai popoli, culture e religioni diverse. Il linguaggio del cuore è come la "lingua materna" di tutta l’umanità, comprensibile a tutti. Le sue radici sono in Dio, del quale tutti siamo figli e figlie, fatti a sua somiglianza, e in Lui tutti siamo ugualmente fratelli. Questo linguaggio è il linguaggio di Dio Padre, con il quale egli ci parla e ha disposto che comunicassimo tra noi.

Il Cuore Umano di Gesù e il Suo Sacrificio

Il Concilio Vaticano II ci ricorda che Gesù, Verbo incarnato, ha un cuore di uomo con tutta la ricchezza di significati del cuore umano: "Ha lavorato con mani d'uomo, ha pensato con intelligenza d'uomo, ha agito con volontà d'uomo, ha amato con cuore d'uomo". Il centro del mondo, pertanto, è il Cuore di Gesù. Egli si è specializzato nell’essere figlio di Dio "nel" e "per il" mondo, mettendo continuamente in relazione la creazione con il Padre. Il suo messaggio "lontano dallo sminuire l’uomo, serve al suo progresso infondendo luce, vita e libertà e, all’infuori di esso, niente può soddisfare il cuore dell’uomo".

La caratteristica unificante del Trafitto dipende dal fatto che ogni mistero della vita di Gesù trova il suo culmine e il suo compimento nel Mistero Pasquale. La morte di Gesù è il coronamento di quella "forma di vita che il Figlio di Dio abbracciò quando venne a questo mondo per fare la volontà del Padre, e che propose a quelli che lo seguivano" (LG 44a; PC 1c). Nel mistero della morte in Croce si rivela la pienezza dell’amore del Cuore di Gesù. Morendo in Croce, Gesù è il "Sì" totale al Padre. Ha compreso e vissuto la sua vita come un "essere per gli altri", un lasciarsi costruire e realizzare dalle necessità degli uomini peccatori. La sua morte è l’"ora" a cui tende il suo amore salvifico di Buon Pastore (Gv 10, 11; 13, 1), l’"ora" del compimento supremo: "Tutto è compiuto" (Gv 19, 30). Gesù sulla Croce è l'esperto dei costi dell'amore, la sua kénosis (Fil 2, 5) si è compiuta. Si è spogliato delle sue vesti e della sua stessa vita umana. Qui troviamo l’origine e il nucleo della spiritualità del Cuore di Gesù, da cui sono sorte lungo i secoli le varie personalizzazioni, fino ai missionari contemporanei.

Questa spiritualità del Sacro Cuore entra in scena come amore e perdono, promuovendo un'intensa personalizzazione del rapporto tra la persona e il suo Dio; un rapporto di amore con un Dio fatto di tenerezza e di misericordia, capace di comprendere umanamente. Al tempo stesso, con un Dio che, umanamente, può a sua volta essere capito e amato. La spiritualità del Cuore di Gesù sfocia così nello zelo per l’annuncio del Vangelo, che ha come nucleo l’avvento del Regno di Dio, il quale "si è manifestato in Gesù, perché egli è l’unico su cui Dio, e Dio solo, ha regnato totalmente, radicalmente". Questo zelo missionario nasce come conseguenza del rapporto personale con il Signore, il quale introduce nel Cuore di Dio-Padre e nel suo disegno di salvezza per l’umanità. L’impegno apostolico nasce come risposta all’amore con cui Dio ci ama, come conseguenza della partecipazione in questa Storia di Salvezza.

Come dice Giovanni Paolo II, "l'attività missionaria è risposta all'amore con cui Dio ci ama. Il suo amore ci redime e ci sprona verso la missio ad gentes". È pertanto Dio, che è Amore, a condurre la Chiesa verso le frontiere dell'umanità e a chiamare gli evangelizzatori ad abbeverarsi "a quella prima originaria sorgente che è Gesù Cristo, dal cui cuore trafitto scaturisce l’amore di Dio" (Deus caritas est, 7).

La Missione di Gesù e dei Suoi Discepoli

Nel Vangelo, Matteo riassume l'attività di Gesù che "percorreva tutte le città e i villaggi, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni malattia e ogni infermità" (Mt 9,35). Vedendo le folle, "ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore". Questa compassione di Gesù contrasta con la superiorità e il disprezzo dei farisei che guardavano al popolo come ignoranti della Legge (Gv 7,49). Gesù disse ai suoi discepoli: "La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai!" (Mt 9,37).

Illustrazione di Gesù in mezzo alla folla, con espressione compassionevole, circondato dai suoi discepoli.

L'Invio dei Dodici Apostoli

I chiamati sono dodici, numero simbolico che richiama la totalità delle dodici tribù d’Israele e che ora simbolizzerà l’universalità della comunità dei discepoli di Gesù. Gesù scelse dodici discepoli, conferendo loro il potere di cacciare i demoni e di guarire ogni malattia, come faceva Lui. Matteo presenta la missione degli apostoli in continuità con quella di Gesù. Gesù inviò questi Dodici, ordinando loro: "Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele" (Mt 10,5-6). Questa prima direttiva riflette una missione temporanea e limitata, necessaria per dimostrare anzitutto a Israele che Dio manteneva le sue promesse. Il contenuto dell’annuncio dei dodici è la vicinanza del Regno di Dio, che si manifesta nelle guarigioni e nella sconfitta di satana (Mt 10,7-8).

A imitazione di Gesù, i missionari devono imitare il suo stile itinerante e povero: non due tuniche, non oro o denaro, vivere alla giornata. Per questo devono aver fiducia nelle persone che accolgono il messaggio e accettare la loro ospitalità. Le frasi conclusive del discorso della missione descrivono la ricompensa che riceveranno coloro che accolgono il messaggio dei missionari di Gesù. Accoglierli significa accogliere Cristo, poiché il missionario è suo rappresentante, come Lui lo è del Padre.

Difficoltà, Persecuzioni e Coraggio

L’orizzonte missionario si allarga, riferendosi al tempo in cui le autorità ebraiche perseguiteranno gli apostoli di Gesù: "Sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma chi avrà perseverato fino alla fine sarà salvato" (Mt 10,22). Tuttavia, questo non è solo un discorso premonitore di difficoltà e persecuzioni, ma anche di incoraggiamento e di speranza: per tre volte (Mt 10,26.28.31) ritorna l’invito "non abbiate paura". La causa del Vangelo non è un progetto umano, ma di Dio, il quale darà forza e coraggio a coloro che vi dedicano tutta la loro vita. "Chi mi riconoscerà... io lo riconoscerò" (Mt 10,32-33): un’affermazione cristologica rilevante, che evidenzia come il riconoscimento o il rifiuto di Cristo valga per il futuro di vita o di morte dell’uomo. Gesù stesso avvertì: "Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; sono venuto a portare non pace, ma spada" (Mt 10,34), e pose esigenze durissime a chi voleva seguirlo, come prendere la propria croce (Mt 10,38). Queste sentenze drammatiche illustrano come Gesù sia segno di contraddizione.

Il Significato dell'Adorazione Davanti a Gesù

Adorare il Signore ha un significato profondo e multidimensionale, che si esprime in tre punti chiave:

1. Stare di Fronte

Adorare significa stare davanti al Signore, ascoltare dalla sua bocca e rispondergli con la nostra voce. Ad-orare, dal latino, significa pregare rivolto verso qualcuno. L'aneddoto del contadino che si siede nell'ultimo banco della chiesa e fissa il Tabernacolo, dicendo "io guardo Lui e Lui guarda me", illustra perfettamente questo concetto. È un portare la nostra intera settimana, la nostra vita, davanti a Lui, lasciando che il "pulviscolo" delle preoccupazioni si depositi, affinché l'anima diventi trasparente e si possa percepire la propria identità non solo come un ruolo (moglie, madre), ma semplicemente come una persona davanti al Signore.

Foto di una persona in preghiera silenziosa e contemplativa davanti al Santissimo Sacramento in una chiesa.

2. Mettere Dio al Primo Posto

Il secondo significato dell'adorazione è mettere Dio al primo posto. "Io sono il Signore tuo Dio, l’unico: adorerai soltanto me" (cfr. Mt 4,10). La prima tentazione, e tutte le altre che ne sono riflesso, è quella di mettere al posto di Dio qualcos'altro che non è Dio, ma viene innalzato a essere come Dio: questa è l’idolatria. La società moderna, pur non professando divinità tradizionali, è piena di idoli. Il contrario della fede non è l’incredulità, ma l’idolatria, perché tutti, in qualche modo, credono. Ma se si crede a una cosa che non è Dio e la si adora come dio, si capovolge l’ordine delle cose.

3. Amare Teneramente

Infine, adorare significa anche amare teneramente e con grande trasporto; avere grande passione per qualcosa, profonda ammirazione per qualcuno, apprezzare enormemente (cfr. Enciclopedia Treccani). È il frutto spirituale dell’adorazione: avvertire realmente che il Signore Gesù è presente in mezzo a noi. Questo amore sconfinato, questa "estasi dell’amore", ci porta a riconoscere il Cristo che offre la sua vita per noi, il Cristo sofferente, umiliato, crocifisso, che ci viene incontro. È percepire il pulsare di una presenza affidabile, molto più reale, la presenza di Cristo, cuore del mondo.

Gesù Missionario: L'Incontro con la Samaritana e la "Chiesa in Uscita"

L'episodio dell'incontro di Gesù con la donna samaritana al pozzo (Gv 4) è ricco di insegnamenti per la missione. Gesù era Dio, ma si mette al pari della donna, non facendo valere la sua superiorità di uomo o di ebreo, né rivelando subito la sua divinità. Anzi, le chiede un favore: "Dammi da bere". Questo suscita l'interesse della donna. Gesù vedeva in profondità nel cuore umano e conosceva la vita disordinata di quella donna, ma vedeva anche in lei la sete di Dio, il desiderio di purezza, di perdono, di incontrarLo.

Questo approccio è un esempio per la missione di oggi. Molti credenti in Cristo vivono l'esperienza di avere persone lontane dalla fede nelle proprie famiglie o tra i conoscenti. In un'epoca segnata dall'onda laicista, è responsabilità di chi crede testimoniare e comunicare la fede a chi l'ha persa. Papa Francesco mette in pratica questo principio nel "Dialogo con i lontani", non mettendosi contro gli atei o i persecutori della Chiesa, ma "andando con i peccatori", come faceva Gesù. Egli ci ha dimostrato come avvicinare chi non crede, instaurando un dialogo rispettoso e affettuoso, come nell'esperienza di un sacerdote con un avvocato ateo, che, pur non essendosi mai incontrati, sono diventati amici grazie al dialogo e alla preghiera. Questa è la "Chiesa in uscita" di cui parla Francesco, dove tutti sono chiamati a essere evangelizzatori, a dire una buona parola. Il missionario, sia esso sacerdote o cristiano comune, ha la responsabilità di essere un'immagine credibile di Cristo.

Superare le Barriere della Paura e del Laicismo

Il terzo passaggio è di superare la barriera del laicismo, per cui parlare di temi religiosi è considerato sconveniente, quasi un tabù. A Gesù è bastato un cenno sull’acqua spirituale per toccare il cuore della donna. Anche noi possiamo dire una buona parola, ragionare sui temi della fede e della vita cristiana, ascoltare l'altro senza rimproveri. Se la fede e l’amore di Dio ci danno gioia e serenità di vita, se ci aiutano a portare le nostre croci, dobbiamo dirlo. Viviamo in un paese di battezzati, ed è più facile qui che in un paese non cristiano. Il Vangelo di Matteo (10,26-33) ci esorta a "non avere paura" di fronte alle sfide della vita e alle persecuzioni. La paura è uno dei nemici più brutti della vita cristiana. I pericoli che minacciano la missione sono l’ostilità di quanti vorrebbero zittire la Parola di Dio e lo scoraggiamento, la paura di essere abbandonati da Dio. Ma Gesù esorta a non avere paura, perché la vita dei discepoli è saldamente nelle mani di Dio, che ci ama e ci custodisce. "Il Padre si prende cura di noi, perché grande è il nostro valore ai suoi occhi."

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