Il Significato del Primo Articolo del Credo Apostolico: La Catechesi di Don Fabio Rosini

Questo articolo inaugura la trascrizione degli incontri sul Credo Apostolico, tenuti da Don Fabio Rosini per i giovani della Diocesi di Roma negli anni 2012/2013 in occasione dell’Anno della Fede. Il testo, sebbene presenti i limiti tipici di una conferenza trascritta, si propone di offrire un aiuto prezioso a tutti coloro che desiderano approfondire il proprio cammino di fede.

L'esperienza catechetica, iniziata in concomitanza con l'intuizione dell'Anno della Fede, ha coinvolto i gruppi parrocchiali attraverso catechesi introduttive agli articoli del Credo. Il Simbolo Apostolico, più sintetico rispetto al Credo niceno-costantinopolitano recitato abitualmente durante la Santa Messa, è diviso in dodici parti, e la serie di incontri di Don Fabio Rosini ha l'obiettivo di esplorarle singolarmente.

Foto tematica del Pantheon, interno o esterno

Il Pantheon: Uno Specchio della Ricerca Umana

La catechesi si apre in uno luogo straordinario: il Pantheon. Questo monumento, voluto da Augusto nel 27 a.C., interamente restaurato da Adriano nel 103 d.C. e consacrato nel 608 a Santa Maria e ai martiri, è il più grande spazio coperto privo di sostegni intermedi mai costruito prima dell’invenzione del cemento armato. Il suo nome, dal greco “Pan Theon” (tutti gli dei), rivela la sua funzione originaria: un luogo dove si adoravano tutte le divinità.

Gli antichi Romani, a differenza della concezione cristiana, non praticavano la preghiera come la intendiamo noi, ma offrivano sacrifici agli dei. Erano pragmatici nella loro religiosità, spinti da un senso di precarietà e incertezza esistenziale. La straordinaria cupola del Pantheon, con il suo "oculo" aperto sul cielo, rappresentava per loro la volta celeste, l'infinito, un tentativo di rispondere al quesito della vita: chi mi proteggerà? Come posso creare un legame, una "religione", con ciò che sta oltre per garantirmi sicurezza?

Questo stesso interrogativo si manifesta anche oggi, sebbene in forme diverse. I nostri "templi" moderni sono i saloni di bellezza o le palestre, luoghi in cui cerchiamo di risolvere la nostra insicurezza e chiedere una "vita" migliore.

Il Pantheon rivela anche un altro aspetto: l'autocelebrazione. Voluto dal genero di Augusto, celebrava le divinità legate alla Gens Giulia, la famiglia dell'imperatore stesso. Augusto era talmente convinto della propria grandezza da lasciare scritto: "dopo la mia nascita non ci sono migliori buone notizie", quasi a dire che la sua venuta avesse dato senso all'esistenza umana. Questo ci porta a riflettere su due modi di affrontare l'esistenza, come due lati del Pantheon: un "tempio pagano" dove si celebra la propria piccolezza o la propria grandezza (come Augusto), entrambi incentrati sull'io, oppure una "basilica" dove si sperimenta la potenza e la tenerezza di Dio.

La Natura della Fede e il Credo

Il Credo non è un punto di partenza, ma un frutto dell'esperienza di fede. La sua origine risiede nel percorso di formazione dei primi cristiani, soprattutto i pagani che si avvicinavano alla comunità giudeo-cristiana. Essi intraprendevano un cammino, spesso di anni, per prepararsi al Battesimo, un sacramento che cambia radicalmente la vita, trasformando la persona.

Quando un adulto chiede il Battesimo, la domanda cruciale è: "Cosa chiedi alla Chiesa di Dio?". La risposta è: "La Fede". La fede non è una qualità personale innata, ma un dono di Dio, un regalo che permette una vita straordinaria. Essa conduce alla vita eterna, una vita diversa che si scopre attraverso gli articoli del Credo.

Il problema è che il Credo spesso viene recitato meccanicamente, senza una comprensione profonda, rendendolo astratto. Don Fabio Rosini sottolinea che sarebbe stupido tentare di spiegare un articolo del Credo in poco tempo, perché sono realtà immense e meravigliose. La fede, infatti, è frutto di un'esperienza. Non si può "parlare di Dio" in modo astratto; è necessario un incontro, un'esperienza personale. La fede della Chiesa non si basa su studi filosofici o plausibilità razionali, ma sull'esperienza vissuta di dodici persone, gli apostoli, che hanno preso coscienza di ciò che avevano vissuto.

Nel cammino di fede, è saggio "copiare" da chi ha già percorso la strada. Questa "copia" nella Chiesa si chiama Tradizione. Il simbolo stesso del Credo ha un significato profondo: "sym-ballo" in greco significa "mettere insieme", mentre il suo contrario, "dia-ballo" (da cui la parola "diavolo"), indica separazione. La fede unifica l'esistenza, unisce a Dio e agli altri, ricostruendo l'uomo e facendolo tornare ad essere sé stesso.

Don Fabio Rosini testimonia personalmente questa verità, raccontando la sua esperienza con il cancro come un dono meraviglioso che gli ha permesso di incontrare Dio in una profondità prima sconosciuta. Questa consapevolezza porta a un'affermazione gioiosa: "So che Dio è mio Padre".

Infografica con il concetto di

La "Chiave" per Entrare nel Credo

Per comprendere il Credo, non basta un'analisi teologica. Il Santo Padre Benedetto XVI, nell'indire l'Anno della Fede, ha offerto una "chiave" attraverso la lettera Porta Fidei. Una chiave è piccola, ma apre a qualcosa di grande. Allo stesso modo, non si tratta di spiegare teologicamente l'immenso mistero del primo articolo del Credo, ma di capirne la "porta", di comprenderne l'esperienza, di farla vivere e renderla propria.

Il Primo Articolo del Credo: "Credo in Dio Padre Onnipotente, Creatore del Cielo e della Terra"

Credere non significa semplicemente aderire a idee o teorie, ma è uno stato, una sostanza viva dell'esistenza. Quando la Chiesa proclama il Credo, non afferma una convinzione intellettuale, ma grida un sapore profondo della vita. La fede, l'amore e la speranza sono intrinsecamente connesse. Non si crede in Dio perché si è bravi, ma perché è Lui che è bravo. La serenità nelle battaglie della vita non deriva dalla propria forza, ma dalla forza di Dio. La propria identità si comprende solo capendo chi è Dio: se Lui è Padre, allora noi siamo figli.

È cruciale notare una distinzione teologica importante: nella formulazione originale del Credo, non esiste una virgola dopo "Dio" ("Credo in Dio, Padre Onnipotente"). La frase corretta è "Credo in Dio Padre". Se affermassimo solo che Dio è onnipotente e creatore, non diremmo nulla di straordinario, poiché anche altre religioni riconoscono questi attributi. Ciò che ci distingue è la conoscenza che Dio è Padre. Questo significa che la Sua onnipotenza e la Sua creazione sono espressioni della Sua paternità. Abbiamo scoperto che Dio è Padre attraverso la rivelazione di Gesù Cristo, il quale, con le sue parole e le sue azioni, e persino sulla croce, ha mostrato una fiducia totale nel Padre, chiamandolo affettuosamente "Abbà" (Babbo, Paparino) anche nel momento dell'angoscia estrema del Getsemani. Credere che Dio è Padre, creatore e onnipotente, cambia radicalmente la vita.

1. Varcare la Porta della Paternità: Uscire dalla Condizione di Orfani

Aprire il cuore alla paternità di Dio significa uscire dalla condizione di orfani, dal bisogno disperato di capire chi siamo. Solo il Padre ci dona la nostra vera identità. Chi ha vissuto una paternità ferita o assente sperimenta spesso grandi difficoltà nel compiere il salto della fede e nell'abbracciare la trascendenza.

Dire che Dio è Padre significa che Egli genera e che è contento della nostra esistenza. Il Suo amore è incondizionato, come quello del padre della parabola del Figlio Prodigo, che accoglie il figlio sempre e comunque, indipendentemente dai suoi errori. Questo amore ci libera dall'incertezza e dal bisogno di "pagare" o di essere "all'altezza". Dio ci lascia liberi di dirgli di no, preferendo la nostra libertà alla costrizione, perché questo è il segno di un vero Padre. Nel profondo del nostro cuore, sappiamo di essere figli di Dio, una verità che risuona in noi come una nostalgia, un desiderio di nascita, di ritornare a noi stessi, come il figlio prodigo che "rientra in sé".

Foto tematica che evoca la paternità divina o una mano che accoglie

2. Varcare la Porta dell'Onnipotenza: Abbandonare il Proprio Potere

Proclamare che Dio è Onnipotente significa smettere di difendere il proprio bisogno di potere. L'istinto di dominio è una delle radici più oscure del peccato umano. Varcare questa soglia porta alla pace e all'amore per Dio con tutte le proprie forze, affidandosi completamente a Lui.

La potenza di Dio non garantisce la vittoria in competizioni mondane o la riuscita di un esame, ma assicura una pace interiore qualunque sia l'esito. La Sua potenza non salva dalla notte, ma nella notte, rendendo possibile affermare: "anche se camminassi in una valle oscura non temerei alcun male perché Tu sei con me". Questa è la libertà. Per questo si ricordano i martiri, che affidandosi alla paternità e potenza di Dio, hanno abbandonato la propria vita senza rinnegarLo.

3. Varcare la Porta del Creatore: Accettare la Realtà del Suo Disegno

Credere che Dio è Creatore significa uscire dalle proprie aspettative e abbracciare la realtà così come è stata concepita da Lui. Nel mondo ci sono due "creatori": Dio, che crea la realtà, e la nostra mente, che crea le nostre aspettative. Credere nel Creatore significa riconoscere che tutta la realtà nasconde un meraviglioso disegno d'amore e che "tutto concorre al bene di coloro che amano Dio".

Questo implica accettare anche quelle parti della nostra vita che non ci piacciono, comprendendo che "tutto è stato fatto in vista di Cristo e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste". Solo quando ci apriamo alla bontà della nostra vita, possiamo vedere le cose straordinarie che Dio può far emergere da noi stessi. Questo si riflette anche nelle relazioni umane, come nel matrimonio: un uomo cristiano rispetta la donna che Dio gli ha messo accanto per come è fatta, con tutti i suoi pregi e difetti, vedendovi un disegno divino.

Schema che illustra il rapporto tra Dio Creatore e le aspettative umane

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