I turisti in vacanza nel Salento restano ammutoliti davanti alla raffinata bellezza del barocco leccese con i suoi ricami in pietra leccese, il “marmo dei poveri” diventato prezioso. Tra l’incredulità e lo stupore, ammirano piazze, chiese e palazzi con i suoi piccoli gioielli che la mano dell’uomo ha reso straordinari. Lecce, al calare del sole, indossa l’abito da sera e mostra tutta la sua sofisticata eleganza. Se architetti come Riccardi, che ha progettato la Basilica di Santa Croce, godono di una meritata fama, la storia del barocco salentino è ricca di figure meno note ma altrettanto significative.
L'Altare di San Michele Arcangelo nella Chiesa del Carmine
A Lecce, nella chiesa di Santa Maria del Carmine in piazza Tancredi, è custodito l’altare di San Michele Arcangelo, realizzato nel 1736 da Mauro Manieri e le sue maestranze. L’altare in pietra leccese è situato nella prima cappella a destra entrando nella chiesa. Sui due pilastri laterali che delimitano la nicchia, sono murate due epigrafi inneggianti a San Michele Arcangelo.
Vi si ascende da due gradini, mentre sul piano di calpestio si apre una botola coperta da una pedana di legno. La mensa si articola in tre gradi finemente intagliati. L’ancona convessa è contenuta tra due stipiti costituiti da brevi pilastri, scolpiti con decorazioni barocche, e sormontati da capitelli con foglie di acanto. Su questi poggiano le cariatidi scolpite a tutto tondo, raffiguranti a sinistra la Superbia e a destra l’Ambizione. Le due figure, incatenate, sono abbigliate con una semplice tunica, forgiata con panneggi molto movimentati, e indossano un copricapo che funge da appoggio ai capitelli sovrastanti. Questi ultimi presentano le stesse decorazioni dei capitelli delle paraste che racchiudono l’edicola ovale con San Michele Arcangelo: foglie di acanto sormontate da rosette. L’edicola è racchiusa, alla base da tre testine di putti (due laterali e una centrale), e in alto da due decorazioni angolari, formate da una rosetta contornata da foglie.

Sui capitelli è posata una cornice mistilinea che funge da elemento di raccordo tra i due ordini dell’altare: al centro sono seduti due putti separati da due palme che s’incrociano. Il fastigio, più stretto e arretrato rispetto al settore sottostante, termina con una breve cornice mistilinea, composta da un elemento centrale curvo e sormontata da una testa di angelo. Al di sotto è ubicata un’edicola, cinta da una composita cornice che racchiude un dipinto raffigurante il Redentore. Ai lati dell’edicola sono presenti due sculture a tutto tondo raffiguranti angeli seduti e rivolti verso di essa. La composizione è delimitata da due volute, le cui estremità inferiori sono forgiate a guisa di busto di angelo.
L'Altorilievo e la sua Iconografia
L’edicola centrale ospita la pala ovale con l’altorilievo di San Michele Arcangelo, racchiusa in una cornice lignea. Sotto la scritta “QUIS UT DEUS”, è ritratto il Santo con la spada sguainata, nell’atto di trafiggere il drago. Il manufatto è stato descritto nel Settecento come un’«effige di creta cotta e messa in argento che sembra di argento in pietra, opera degna del signor D. Mauro Manieri».
Per quanto le sculture siano scolpite con uno stile riconducibile al barocco romano e risalgano al 1736, l’apparato iconografico dell’altare si rifà a una concezione già riscontrata a Lecce nella facciata della Basilica di Santa Croce, dove si suppone che le decorazioni alludano alla vittoria della Fede sugli infedeli. Nell’altare del Carmine, la Superbia e l’Ambizione sono incatenate e spogliate delle armature simboleggianti il loro potere. Queste ultime sono state conquistate dall’Autorità celeste, rappresentata dai putti che le sostengono e dalla croce sovrastante. Così come nel Carmine le due statue sorreggono la sezione superiore dell’altare, destinata al Redentore e ai suoi messaggeri, in Santa Croce sui telamoni (allegoria degli infedeli) ricade tutto il peso della Fede, rappresentata negli ordini superiori della facciata.

Nel Carmine, inoltre, si nota il forte contrasto tra la posizione scomposta delle figure inferiori e la serafica tranquillità degli angeli di fianco al Redentore. Un altro elemento già riscontrato nel Cinquecento a Lecce, in Porta Napoli e sul Sedile, è l’armatura vuota, da interpretare come trofeo delle vittorie conseguite da Carlo V. Questo elemento ricompare in seguito su Porta Rudiae, realizzata nel 1703 e attribuita da Michele Paone a Giuseppe Cino. Nel Carmine potrebbe rappresentare la vittoria dell’Arcangelo Michele sulle debolezze umane. L’apparato iconografico dell’altare denota una regia unitaria, che non tralascia nulla al caso. L’unico elemento di difficile lettura è rappresentato dai due putti con le palme incrociate, poiché non è dato sapere se alludano al culto di San Michele o al committente dell’altare, data l'assenza di fonti specifiche.
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San Michele Arcangelo è ritratto nell’atto di trafiggere il Male, rappresentato dal drago. È la stessa iconografia con cui usualmente è rappresentato il profeta Elia, raffigurato anche nell’altare di fronte a quello di San Michele nel Carmine. Qui l’ovale racchiude la pala dipinta da Gian Domenico Catalano tra Cinque e Seicento. A differenza dell’altorilievo attribuito a Manieri, Lucifero è ritratto con sembianze umane. Si potrebbe leggere nella decisione di ubicare i due altari di fianco all’entrata della chiesa, un monito ai fedeli contro le forze del Male, o, viceversa, per chiunque entri nel pio luogo, la protezione dei difensori della Cristianità dal Maligno. Potrebbe, altrimenti, indicare l’importanza del culto dei due Santi nella comunità carmelitana. La centralità della figura del profeta Elia nell’Ordine Carmelitano è nota, mentre non è altrettanto facile comprendere la devozione dei padri nei riguardi di San Michele. Nello specifico, per la comunità carmelitana leccese, è giunta testimonianza di un’immagine dell’Arcangelo Michele di legno indorato, acquistata nel 1614 a Napoli insieme con altre cinque statue, per adornare l’altare maggiore.
La Diffusione del Culto di San Michele Arcangelo a Lecce e nel Salento
La venerazione per San Michele Arcangelo si diffuse in Italia a causa della lotta iconoclasta che ebbe luogo nell’Impero d’Oriente tra il VII e il IX secolo: molti religiosi si rifugiarono in Occidente e trasmisero la loro dottrina alla popolazione che li aveva accolti. Il culto di San Michele Arcangelo, inoltre, fu imposto nei domini bizantini durante l’impero di Niceforo Foca (964-969), tra questi era annoverata Otranto, la cui diocesi era alle dirette dipendenze della chiesa di Costantinopoli.
Riguardo alla situazione leccese, non ci sono giunte testimonianze dirette che attestano la situazione dell’epoca. Le uniche tracce pervenuteci risalgono al 1300 e riguardano la consacrazione a San Michele Arcangelo della chiesa degli Agostiniani, già dedicata a Santa Maria di Costantinopoli. Tra Cinque e Settecento, inoltre, furono realizzate svariate effigi dell’Arcangelo Michele, riscontrabili sia su edifici privati, sia all’interno e all’esterno di alcune chiese.
- Tra le prime, l’analisi stilistica riconduce al Seicento il bassorilievo posto su un mignano di un’abitazione in via Abramo Balmes.
- Riguardo ai luoghi sacri, oltre che nella chiesa di Sant’Angelo, furono eretti altari dedicati al Santo in Santa Croce, in Santa Irene e nella chiesa del Gesù.
- Tra Sei e Settecento, oltre che sulla facciata della chiesa delle Carmelitane Scalze, furono apposte statue del Santo sulla cuspide di Santa Maria degli Angeli (1620).
- Riguardo alla produzione scultorea all’interno delle chiese, si riscontrano esemplari sull’altare dedicato a San Michele nella chiesa degli Agostiniani e in quella di San Francesco della Scarpa.
- È più copiosa invece la produzione pittorica: oltre alle tele riposte negli altari intitolati al Santo, quadri che lo rappresentano sono sull’altare del SS. Crocifisso in Santa Irene; sull’altare maggiore della chiesa di Santa Maria delle Grazie, opera di Oronzo Tiso; sull’arco trionfale della chiesa di Santa Chiara, all’interno della Chiesa Greca e nel dipinto della Vergine di Costantinopoli, l’arcangelo Michele e S. Nicola.

Mauro Manieri: L'Architetto del Barocco Leccese
L’altare di San Michele Arcangelo è il frutto della maturità acquisita da Mauro Manieri nel corso degli anni. Il suo ingegno derivò da un’approfondita preparazione classica. Il diciannovenne Mauro Manieri fu definito dall’abate e letterato Domenico De Angelis, un «giovane di elevatissimo ingegno, e di molte aspettazione nelle lettere latine». Nell’atto di matrimonio, celebrato a Nardò nel 1710 dal vescovo Antonio Sanfelice, è scritto: «Clericus Maurus Manieri Utriusque Juris Doctor Lyciensis». Ulteriori notizie si apprendono da Nicola Vacca, che lo descrisse come «censore, dottore e matematico».
Manieri ricoprì la carica di censore per l’Accademia degli Spioni, cui si aggregò giovanissimo producendo tre componimenti poetici in latino. Fu membro anche dell’Accademia dei Trasformatori e della colonia leccese della napoletana Arcadia, presso la quale assunse il nome di Liralbo. L'influenza del Barocco romano sulle sue opere è evidente; ad esempio, il San Michele Arcangelo del Carmine mostra affinità con l’angelo posto a sinistra della Cattedra di San Pietro nella Basilica Vaticana, realizzata tra il 1657 e il 1666 da Gian Lorenzo Bernini e i suoi aiuti. Sebbene gli attributi iconografici cambino, si riscontrano la posizione simile delle gambe e la stessa impostazione dell’ala sinistra. Il San Michele Arcangelo nel Carmine di Lecce può essere considerato la summa di tutto il sapere del grande architetto e scultore settecentesco.
Ai suoi tempi, il «signor D. Mauro Manieri» era considerato «eccellentissimo nel modello e architettura». Oltre alle tante opere architettoniche, realizzate a Lecce e in molti centri pugliesi, a Mauro Manieri è stata attribuita una vasta produzione scultorea lapidea, in cartapesta e in terracotta, sebbene non sia sempre chiaro se fu realizzata direttamente dall’artista o su suo disegno. Nonostante si sia scritto molto su Mauro Manieri e le sue opere, rimangono aspetti da indagare, come il suo soggiorno a Roma, il rapporto delle sue opere con la cultura napoletana e romana, l’identità dei suoi committenti, i rapporti con gli esponenti della cultura dell’epoca e il ruolo che ricoprì nelle accademie leccesi. Indubbiamente, fu una figura fondamentale per la storia dell’arte salentina.