La Pentecoste: Dono dello Spirito e Nuova Creazione

La Pentecoste è una festa rivoluzionaria, la cui portata spesso non è colta appieno. Essa rappresenta il compimento della Pasqua del Signore, implicando l'inclusione del credente nella Pasqua stessa. Il dono dello Spirito Santo opera il passaggio da Cristo al cristiano, dalla missione di Gesù alla missione dei discepoli, dalla predicazione e dall'azione di Gesù a quelle dei credenti nella storia. In altre parole, la Pentecoste segna il passaggio da Cristo alla Chiesa.

rappresentazione dello Spirito Santo come vento e fuoco, con una colomba o fiammelle

La Natura dello Spirito Santo: Libertà, Creatività e Amore

Lo Spirito Santo è descritto come il misterioso cuore del mondo, il vento sugli abissi, l'Amore in ogni amore. È Dio in libertà, un vento che porta pollini dove vuole primavere, che non lascia dormire la polvere e si abbatte su ogni vecchia Gerusalemme. Non sopporta statistiche e, nella vita e nella Bibbia, non segue mai degli schemi. Libero e liberante come il vento stesso, talvolta è una brezza leggera, talvolta un uragano che scuote la casa. È voce di silenzio sottile, ma anche fuoco ardente chiuso dentro le ossa del profeta (Ger 20,9).

Lo Spirito è creatore e vuole discepoli geniali e creatori, a sua immagine. È un vento che non tace mai, avvolgendo e intridendo ogni credente, così che ognuno ha tanto Spirito Santo quanto ne hanno i pastori. Come affermato in Evangelii Gaudium 139, «il popolo di Dio, per costante azione dello Spirito, evangelizza continuamente se stesso». Questo genera una visione di potente fiducia, dove ogni uomo e ogni donna hanno la dignità di profeti e pastori, ognuno un proprio momento di Dio, ognuno una sillaba del Verbo, tutti evangelisti di un proprio «quinto vangelo», sotto l'ispirazione dello Spirito.

Lo Spirito è anche radice di ogni femminilità che è nel cosmo, vento sugli abissi e respiro al primo Adamo. È il respiro santo del Padre e del Figlio, Signore che dà la vita, come proclamiamo nel Credo. La sua azione è continua, inesauribile e illimitata, fluendo per continuare l'opera di fare della Parola carne e sangue in ogni credente, rendendoci tutti «gravidi di Dio e di genialità interiore».

La Pentecoste: Compimento Pasquale e Nascita della Chiesa

Con la Pentecoste, contempliamo non solo il compimento della Pasqua, ma anche un atto di nascita. Essa compie l'evento della resurrezione di Cristo con il passaggio del suo respiro nel credente, attraverso la partecipazione del credente allo Spirito della resurrezione effuso in lui. Mediante questo dono, il Risorto chiama l'umanità e l'intera creazione ad essere là dove Lui è. Il compimento pasquale che è la Pentecoste è la caparra del desiderio di Cristo di non essere solo, ma di essere per sempre con le creature. Ciò che manca alla resurrezione di Cristo è dunque la resurrezione dei credenti, la trasfigurazione del creato, la trasformazione e il rinnovamento dell'umano.

Lo Spirito, che nell'«in-principio» aleggiava su un mondo bisognoso di armonia, e che nell'esilio si posò su un popolo privo di vita (ridotto a ossa inaridite), raggiunge i discepoli vuoti di coraggio e di fede. È lo stesso Spirito che insegna la preghiera a noi che ne siamo ignoranti, e che, affinché lo possiamo accogliere, ci chiede di riconoscere la nostra ignoranza e smemoratezza.

TEOLOGIA /11 Curiosità n.11 Cos'è la Pentecoste nella Bibbia

Le Opere Fondamentali dello Spirito: Insegnare, Ricordare e Trasformare

Le opere principali dello Spirito sono tre: «rimanere con voi per sempre», «vi insegnerà ogni cosa» e «vi ricorderà tutto quello che vi ho detto» (Gv 14,26). Queste azioni sono gravide di bellissimi significati profetici:

  • Rimanere: Lo Spirito è già dato, è già qui, ha riempito la «camera alta» di Gerusalemme e la dimora intima del cuore. Nessuno è solo, in nessuno dei giorni. Se anche ci allontanassimo da Lui, Lui non si allontanerà mai. Se lo dimenticassimo, Lui non ci dimenticherà.
  • Insegnare ogni cosa: Ciò significa aprire uno spazio di conquiste e di scoperte, insegnando nuove sillabe divine e parole mai dette ancora. Sarà la memoria accesa di ciò che è accaduto «in quei giorni irripetibili», quando la carne umana è stata la tenda di Dio, e insieme sarà la genialità per risposte libere e inedite, per oggi e per domani. Letteralmente, «in-segnare» significa incidere un segno dentro, nell'intimità di ciascuno, come «con ali di fuoco / ha inciso lo Spirito / come zolla il cuore» (Davide M. Montagna).
  • Ricordare: Vuol dire «ri-cordare», cioè «riportare al cuore», rimettere nel luogo dove si decide e si sceglie, dove si ama e si gioisce. Significa riaccendere la memoria di quando Gesù passava e guariva la vita, e diceva parole di cui non si vedeva il fondo. Lo Spirito fa innamorare di un cristianesimo che sia visione, incantamento, fervore, poesia, perché «la fede senza stupore diventa grigia» (papa Francesco).

Grazie allo Spirito, il credente comprende e ricorda la parola di Gesù e, grazie allo Spirito, la annuncia, vi risponde con la preghiera e vi obbedisce con la testimonianza. Lo Spirito insegnerà e farà ricordare, come un maestro al discepolo, e il fine di tale insegnamento è che il Cristo sia nel discepolo, ne divenga presenza interiore e intima, non esteriore o funzionale. Il compimento della vocazione cristiana è che la vita di Cristo viva in noi. L'essenziale della vita cristiana sotto la guida dello Spirito è la vita interiore, come capacità di far abitare in sé la parola del Signore, meditarla, comprenderla e interpretarla. La parola, vivificata dallo Spirito, diviene magistero interiore del credente: «Lo Spirito vi insegnerà tutto e vi ricorderà tutto ciò che io ho detto» (Gv 14,26).

La Preghiera e la Testimonianza

Accanto alla vita interiore, c'è la preghiera che risponde alla parola e che diviene non solo un invocare Dio come Abbà, “Padre”, ma un vivere da «figli di Dio». «Quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio sono figli di Dio» (Rm 8,14), «per mezzo dello Spirito noi gridiamo Abbà, Padre» (Rm 8,15). Questo vivere da figli di Dio richiede la capacità della lotta interiore, ovvero la capacità di rompere con la «carne», cioè con l'egoismo e l'autoreferenzialità.

Infine, c'è la testimonianza, l'annuncio, la capacità di rendere eloquente per tutti gli uomini il messaggio evangelico. Ciò avviene quando i discepoli parlano la lingua dello Spirito (At 2,1-12).

Amore, Fede e il Peccato di Dimenticanza

«Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; … se uno mi ama, osserverà la mia parola» (Gv 14,15.23). Amare il Signore è custodire e mettere in pratica le sue parole che rendono presente la sua volontà anche in sua assenza. Per Giovanni, questa è la fede e questa è l'azione dello Spirito: rendere presente colui che è assente. Tale è la potenza di realtà e la forza creatrice della fede. Quella fede che per Giovanni diviene amore e si esprime come amore, perché crede all'amore e rimane in quella fede: «Noi abbiamo riconosciuto e creduto all'amore di Dio per noi» (1Gv 4,16).

Eppure, proprio lì si innesta la resistenza, l'opposizione; lì sorge in noi la mondanità, diventando, direbbe Giovanni, «il mondo». Le resistenze alla fede si fondano sulla lampante evidenza della nostra impotenza e inadeguatezza, ma, in radice, sull'incredibilità dell'essere amati. Per Giovanni, questo è il peccato: la non-fede. L'unico peccato, quello radicale. Il peccato che Paolo chiama «carne» non è il peccato sessuale (che sarebbe già un'apertura, un atto di abbandono e di fiducia), ma è la chiusura in sé, la non volontà di relazione, la paralisi dell'autocentramento. Questo è il peccato contro lo Spirito, che si oppone cioè a quell'azione dello Spirito che rende presente colui che è assente. La fede che ama rende visibile e tangibile l'invisibile e crea una storia che dura nel tempo; la sfiducia che non crede l'amore fa sparire il visibile e cancella le tracce dell'amore dal presente. L'unica ascesi, secondo il Quarto Vangelo, è il rimanere, il rimanere nell'amore del Signore e nella sua parola, parola che ripete sempre che l'unica realtà salvifica ed essenziale è l'amore con cui siamo amati.

Se Dio, nella Bibbia, non chiede tanto di aderire a dei valori, ma di fare memoria, il peccato radicale è la dimenticanza. Si tratta di fare memoria della sua azione, delle sue opere, della sua parola, dell'Evangelo. Solo attraverso la memoria la storia diviene tale e può divenire storia di salvezza. La salvezza dei figli d'Israele è letta nel libro della Sapienza come mediata dalla memoria: «I figli d'Israele continuavano a ricordare i fatti del loro esilio» (Sap 19,10), mentre la perdizione degli Egiziani viene espressa come dimenticanza, quando essi «furono preda dell'oblio delle cose passate» (Sap 19,4). La memoria è, nella vita cristiana, struttura di salvezza. Dio stesso è il Dio che salva perché si ricorda della sua alleanza, della sua fedeltà, della sua misericordia, e si ricorda della fragilità umana. Lo Spirito effuso è la memoria di Dio che inabita nell'uomo e diviene in lui compassione e perdono per ogni essere umano.

L'Esperienza dei Discepoli: Dalla Paura alla Pace

La sera di quel giorno, il primo della settimana (il 7 aprile dell'anno 30, giorno della scoperta della tomba vuota), i discepoli di Gesù erano chiusi nella loro casa a Gerusalemme per timore dei Giudei, oppressi dalla paura di essere anche loro accusati, ricercati e imprigionati come il loro rabbi. La comunità di Gesù era composta da uomini e donne fuggiti per paura, paralizzati, senza il coraggio che viene dalla convinzione e dalla fede. Eppure, in quell'aporia, un lavoro si compiva nel loro cuore: le parole di Gesù, seppur come addormentate, erano lì. La paura e la fede combattevano il loro duello.

In questo contesto, Gesù venne e stette in mezzo a loro, dicendo: «Pace a voi!» (Gv 20,19). Mostrò loro le mani e il fianco, segni indelebili del suo vissuto umano, della sua sofferenza e del suo amore fino a dare la vita (Gv 15,13). Sono le piaghe, le stigmate, i segni della croce, e l'apertura del petto dal colpo di lancia, che proclamava il suo amore. I discepoli, riconoscendolo, gioirono e la loro incredulità fu vinta.

Il Soffio del Risorto e la Remissione dei Peccati

Allora Gesù soffiò su di loro e disse: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati» (Gv 20,22-23). Questo respiro non è più alito di uomo, ma Spirito Santo. Come nella creazione dell'uomo, Dio aveva soffiato un alito di vita (Gen 2,7), ora, nell'ultima creazione, soffia un vento di vita eterna (Ez 37,9). Questo respiro del Risorto diventa il respiro del cristiano. Ognuno di noi respira questo Spirito, anche se non sempre lo riconosciamo o lo rattristiamo.

Questo Soffio che entra in noi ha come primo effetto la remissione dei peccati. Li perdona, li cancella, in modo che Dio non li ricorda più. È come un abbraccio che ci mette «nel seno del Padre» (en tô kólpo toû Patrós: Gv 1,18), stringendoci a Dio in modo che non siamo più orfani, ma amati senza misura. «Ricevete lo Spirito», dice Gesù, cioè «accoglietelo come un dono». L'unica cosa richiesta è non rifiutare il dono, perché il Padre dà sempre lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono (Lc 11,13). E in questa nuova vita animata dal Soffio santo sempre avviene la remissione dei peccati: Dio li rimette a noi e noi li rimettiamo agli altri che hanno peccato contro di noi (Mt 6,12; Lc 11,4). Non c'è liberazione se non dalla morte, dal male e dal peccato! La Pentecoste è la festa di questa liberazione che la Pasqua ci ha donato, una liberazione che raggiunge le nostre vite quotidiane con le loro fatiche, cadute e il male che le imprigiona.

Le Dimensioni della Pentecoste nelle Letture Liturgiche

La liturgia stessa moltiplica i linguaggi per esprimere la Pentecoste, aprendo diverse «fessure» o «finestre» sul mistero dello Spirito:

  1. La Prima Lettura (Atti 2,1-11) racconta di Apostoli come «ubriachi», inebriati da una gioia stordente. La prima Chiesa, arroccata sulla difensiva, viene lanciata fuori e in avanti da un vento di coraggio che spalanca porte e parole. Questo slancio originale è attingibile anche dalla Chiesa di oggi.

  2. Il Salmo Responsoriale (Sal 104,30) dichiara: «Mandi il tuo spirito, sono creati, e rinnovi la faccia della terra». Una delle affermazioni più rivoluzionarie della fede, indicando che non solo l'uomo, ma tutto l'universo è vivificato e santificato dallo Spirito, anche dove non è evidente. Ogni creatura è riempita dal vento di Dio, che semina santità nel cosmo.

  3. La Seconda Lettura (1Cor 12,5) rivela che lo Spirito dà a ciascuno una manifestazione particolare per il bene comune, consacrando vocazioni differenti e benedicendo la genialità e l'unicità di ogni vita. Lo Spirito non vuole banali ripetitori, ma discepoli geniali, edificatori di una Chiesa che trova unità attorno alla croce e varietà creativa attorno allo Spirito.

  4. Il Vangelo di Giovanni (Gv 20,19-23), colloca la Pentecoste già la sera di Pasqua, quando Gesù «Soffiò su di loro e disse: ricevete lo Spirito Santo». In quella stanza chiusa e dall'aria stagnante, entra l'ossigeno ampio e profondo del cielo, il respiro di Dio che non sopporta schemi e chiusure, che viene per farci vivi, sottile e profondo come il respiro, umile e testardo come il battito del cuore.

Lo Spirito: Vento, Fuoco e Linguaggio Universale

Lo Spirito è una presenza che si ascolta e si vede. I fenomeni con i quali è descritta la sua discesa sono auditivi («fragore di vento impetuoso») e visivi («apparvero loro lingue come di fuoco»), segni tipici delle teofanie dell'Antico Testamento (Es 19). Tuttavia, rimanda a una presenza misteriosa e incontrollabile: «il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va» (Gv 3,8), come «fuoco» che arde ma non si consuma (Es 3,2-5).

Lo Spirito è Colui che ci insegna a parlare la lingua che l'altro, il diverso da noi, può capire. In questo senso, lo Spirito prosegue lo stesso movimento di kenosi che ha vissuto il Verbo di Dio. Il Figlio, Parola attraverso la quale il Padre ci ha parlato (Gv 1,1; Eb 1,1-2), si è rivelato pienamente nel Verbo fatto silenzio sulla croce (Is 53,7). Nello Spirito scende la Parola dell'amore che si fa linguaggio dell'altro, riducendosi fino a farsi comprendere da tutti. Dio «parla la lingua degli uomini» perché gli uomini imparino il linguaggio «altro» dell'amore di Dio. Solo l'amore, e l'amore nella forma che ha vissuto Gesù, è quel linguaggio universale che ogni «lingua, razza, popolo e nazione» può comprendere: «Se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sarei come bronzo che rimbomba o come cimbalo che strepita».

Lo Spirito: Genialità Creatrice e Presenza Costante

Lo Spirito Santo è Dio in libertà, che inventa, apre, fa cose inaspettate. Dà a Maria un figlio «fuorilegge», a Elisabetta un figlio profeta. E a noi dona tutto ciò di cui abbiamo bisogno per dare, a nostra volta, vita, o meglio ancora: per dare alla vita. Lo Spirito «suscita in noi la Parola» dell'amore che è Gesù. È l'umiltà di Gesù, che non pretende di aver detto tutto, ma ci parla con verbi tutti rivolti al futuro: lo Spirito verrà, annuncerà, guiderà, parlerà. Ricorderà cose antiche e scoprirà cose nuove. Niente cattolici depressi! Non mancherà mai il vento al piccolo veliero. Niente ansia per la rotta, perché su di noi soffia un Vento libero e liberante. E ci fa tutti vento nel suo Vento. Perché il Vangelo non è finito, è infinito, e «cresce con chi lo legge» (Gregorio Magno).

Lo Spirito è «in noi», ha «riempito tutta la casa» della nostra esistenza. Se anche noi non siamo con Lui, Lui rimane con noi e in noi. Lo Spirito è il Maestro interiore che insegna l'unica Parola dell'unico Maestro che è Gesù. Ci riporta al cuore gesti e parole di Gesù, affinché siano caldi e fragranti, profumando di passione e di libertà. Questo permette di comprendere l'ampiezza, la lunghezza, l'altezza e la profondità dell'amore di Cristo che supera ogni conoscenza, per essere ricolmi di tutta la pienezza di Dio.

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