Analisi e Commento del Vangelo di Luca 9,22-25

Il Vangelo di oggi, Luca 9,22-25, si presenta con una forza e una provocazione tali da sembrare inizialmente impraticabile e impossibile. Esso ci distoglie dall’illusione di poter evitare sofferenze, conflitti o fatiche, sia nelle nostre ricerche sia nelle scelte future. La vita, così come l’Amore, non è fatta solo “di inizi”, ma anche di piccole morti, giorno dopo giorno. Per "appartenere" all’altro, nel bene, è necessario accettare il “soffrire”, “seguire” e “mettersi dietro”, decidere di “portare” la croce. Questo principio è valido sia nelle relazioni coniugali e familiari, sia nella relazione speciale tra il chiamato/discepolo e il maestro Gesù.

Gesù che parla ai discepoli in un contesto biblico

Il Testo del Vangelo (Luca 9,22-25)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Il Figlio dell'uomo deve soffrire molto, essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e risorgere il terzo giorno».

Poi, a tutti, diceva: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua. Chi vuole salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia, la salverà. Infatti, quale vantaggio ha un uomo che guadagna il mondo intero, ma perde o rovina se stesso?»

Il Primo Annuncio della Passione e le Condizioni della Sequela

Il "Figlio dell'uomo deve soffrire": Il Mistero Rivelato

Le parole di Gesù aprono con l’annuncio che «Il Figlio dell’uomo deve soffrire molto, essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e risorgere il terzo giorno». Poco prima, in Luca 9,18-21, Gesù aveva chiesto: "Chi dice la gente che io sia?". Dopo aver ascoltato le diverse opinioni (Giovanni Battista, Elia o uno degli antichi profeti), chiese: "E voi, chi dite che io sia?". Pietro rispose: "Il Cristo di Dio!", ma Gesù proibì di parlarne alla gente. Questo perché tutti aspettavano il messia, ma ciascuno a modo suo: come re, sacerdote, dottore, guerriero, giudice o profeta, mentre Gesù pensava in modo diverso. Egli cominciava a insegnare di essere il Messia Servo, affermando che, come annunciato da Isaia, sarebbe stato messo a morte nello svolgimento della sua missione di giustizia (Is 49,4-9; 53,1-12).

Questo annuncio rivela il mistero del pensiero di Dio, che l'uomo non può né pensare né accettare pienamente. Gesù non è il Cristo dell'attesa umana, ma il Figlio dell'uomo che affronta il cammino del Servo sofferente di Dio. Il "bisogna" indica il compimento della volontà di Dio rivelata nella Scrittura, una volontà che è il suo amore riversato su di noi peccatori. Dio "deve" morire in croce per noi, perché ci ama e noi siamo sulla croce. Il mistero di Gesù è la sofferenza del Servo di Dio che ama il Padre e i fratelli.

Le Condizioni per Seguire Gesù: Rinnegare Se Stessi e Prendere la Croce

Dopo aver svelato ai Dodici l’esito drammatico della sua missione, Gesù si rivolge a tutti, dicendo: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua». Questo invito è una chiamata universale a entrare con lui nel suo cammino verso il Padre. La sequela comporta il martirio e la partecipazione alla sua sofferenza. Stare con Gesù significa essere come Lui.

La Croce: non fatalismo, ma conseguenza dell'Amore

In quel tempo, la croce era la pena di morte imposta dall'impero romano ai criminali emarginati. Prendere la croce e caricarla dietro Gesù significava accettare di essere emarginati dal sistema ingiusto che legittimava l'ingiustizia, significava rompere con il sistema. Come dice Paolo nella Lettera ai Galati: "Il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo" (Gal 6,14). La croce non è fatalismo, né è un'esigenza del Padre in senso coercitivo. La Croce è la conseguenza dell'impegno liberamente assunto da Gesù di rivelare la Buona Novella che Dio è Padre, e che quindi tutti dobbiamo essere accettati e trattati come fratelli e sorelle. A causa di questo annuncio rivoluzionario, egli fu perseguitato e non ebbe paura di dare la propria vita.

Per un cristiano di questa epoca, prendere la croce di ogni giorno vuol dire ripetere le stesse verità di Cristo, con le stesse parole di Cristo. La croce è lo scandalo che esige conversione profonda e continua.

Discepoli che seguono Gesù lungo un sentiero

La libertà della scelta: "Se qualcuno vuole..."

Gesù inizia il suo invito con un "se", un'ipotesi: "se vi interessa questa ipotesi...". Non è un obbligo per nessuno, ma un atto di perfetta e piena libertà. "Se uno vuole" è il gesto sommo di libertà. Ciò che si vuole è "venire dietro di me". Questa relazione personale con Lui è la fede, non teorica, ma quella relazione che fa sentire Lui. Si segue Gesù perché Egli è l'uomo libero, la realizzazione di Dio sulla terra, Dio sulla terra, perché ama, sa dare la vita, vince il male, la malattia, la morte, l'egoismo - radice di tutti i mali - e le nostre paure della morte. Pensiamo che la morte regni sovrana sul mondo, e invece è l'Amore e la vita che regna, per questo è entrato anche nella morte. Andare dietro di Lui significa proprio andare dietro a colui che ci dona il Vangelo.

Il Paradosso della Vita: Perdere per Salvare

L'illusione di salvare la vita e l'indifferenza

Gesù prosegue: «Chi vuole salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia, la salverà». L'unico problema fondamentale per l'uomo è salvare o perdere la vita. L'uomo non può essere il salvatore di se stesso, non ha in sé la sorgente della propria vita: non è il Creatore, ma una creatura. Il primo tentativo dell'uomo per salvare se stesso è quello di accumulare beni, garantendosi cibo e vita guadagnando, accumulando e divorando tutto. È la falsa sicurezza dei beni (cfr Lc 12,15-21; Sal 49): ciò che uno ha deve riempire il vuoto di ciò che non è. L'insaziabilità di beni è via alla perdizione: "L'attaccamento al denaro è la radice di tutti i mali" (1Tm 6,10).

L’indifferenza nasce a volte dalla paura di perdere la propria vita, dalla paura di perdere se stessi, dalla paura che l’altro ci sminuisca e ci chieda del nostro. Rendiamo dura la nostra faccia e il nostro cuore per non vedere e non sentire il grido di Lazzaro che sta alla nostra porta. L’indifferenza ci sembra l’unica vera medicina allo sfascio di questo mondo, ma non ci accorgiamo che essa è frutto proprio di quella paura che fa dire a Gesù che “chi vuole salvare la propria vita, la perderà”. Il voler salvare, cioè salvaguardare, è segno di decadenza; nulla sta in piedi con la paura che vuole salvare. L’indifferenza mette al centro della propria attenzione, del proprio cuore, della propria mente e delle proprie preoccupazioni l’individuo: un’isola in mezzo a un mondo malvagio e corrotto.

La forza del paradosso: vivere il Vangelo tra croce e grazia - Fra Roberto Pasolini

Il senso di appartenenza e il cuore misericordioso

Il prendersi cura, il perdere la propria vita per l’altro, mette al centro della propria esistenza il senso di appartenenza. Noi siamo un corpo solo e o ci salviamo tutti o non si salva nessuno. Non ci sono esodati per il Regno; non ci sono esuberi per la casa del Padre: ci siamo tutti. Solo il senso di appartenenza a un corpo può chiudere le porte dell’indifferenza. La Quaresima è innanzitutto riconoscere e accogliere l’attenzione che Cristo ha per noi, Lui che è venuto per servire e non per farsi servire: accogliere questa attenzione per poter diventare come Lui.

In questa sequela noi diveniamo ciò che riceviamo: riceviamo il Pane eucaristico e quotidiano e diventiamo corpo di Cristo, pronto per essere donato e mangiato ai fratelli e dai fratelli. Nessuno possiede solo per sé: questa è una legge della vita mai a sufficienza assimilata. Crediamo che il segreto sia conquistare il mondo intero anche perdendo noi stessi. Invece il segreto sta nel dono, nel condividere, nel prendersi cura, nel non cedere alla tentazione dell’indifferenza.

Non cedere alla tentazione illusoria di voler salvare la nostra vita, di voler conquistare il mondo intero o un pezzo dello stesso, significa giocare la scommessa del cuore misericordioso. Avere un cuore misericordioso come quello di Cristo non significa avere un cuore debole. Chi vuole essere misericordioso ha bisogno di un cuore forte, saldo, chiuso al tentatore e aperto sulle strade della vita che conducono alla condivisione con i fratelli e le sorelle. Un cuore che si lascia penetrare in modo fecondante dallo Spirito. Questa è una risposta sana e umana alla tentazione della globalizzazione dell’indifferenza che uccide il corpo per salvare un membro dello stesso: niente di più stolto di questa scelta.

Gesù: L'Uomo Libero e l'Amore Che Vince

Gesù avvicinava tutti con affetto e compassione; operava miracoli; parlava come mai nessuno prima aveva fatto; si dava del tutto, al punto di non sapere dove fermarsi per riposare la notte. Perdonava i peccati; scacciava i demoni; entrava nelle case di tutti e si autoinvitava a pranzo, anche dai pubblicani. E, nel caso, parlava di cose profonde e confidenziali con quei farisei che erano disposti a farlo. Se necessario, dava da mangiare alle moltitudini. La sua personalità doveva essere (e continua ad esserlo) molto attraente; chiamava tutti amici e trattava tutti come amici, i galilei, i giudei, i samaritani e gli stranieri. Nonostante la sua amabilità, alcuni respinsero il Signore: gli anziani e i principi del popolo, i sacerdoti e alcuni scribi sono stati colpevoli della Sua morte, come Egli stesso dice nel vangelo. È come se rimanessero ciechi davanti alla bontà del Signore.

Come è possibile che, di fronte alla bontà e all'amabilità di Gesù, ci fosse qualcuno che abbia voluto condannarlo al patibolo? La risposta rimane nascosta sotto un cumulo di ragioni e solo Dio la conosce. Forse la vera ragione consiste nel fatto che il Maestro ha fatto la cosa più grande e più giusta, ma che non sempre genera amici: Gesù diceva sempre la verità, e di certo la verità è davvero buona ma non sempre è gradita. Gesù, sempre fedele alla missione affidatagli dal Padre, non rimaneva zitto, e questa sua eloquente fedeltà lo portò alla croce.

Applicazione Quotidiana e Attualità del Messaggio

Stiamo ancora compiendo i primissimi passi del nostro cammino quaresimale, ma la Parola di Dio ci chiede di prendere subito posizione. La forza e la radicalità della parola con cui siamo obbligati a misurarci ci mette di fronte all’esigenza improrogabile di prendere su di noi la «croce» della nostra libertà, della nostra consapevolezza, della nostra umanità. Per riprendere la parola del Deuteronomio, potremmo dire che la sfida quotidiana è quella di non «trascinare» la croce di «ogni giorno» ma di portarla con dignità. Il primo modo per non farsi costipare interiormente è di avere uno sguardo semplice e lucido. La nota di quotidianità sottolineata dal Signore Gesù con l’evocazione di «ogni giorno» è, in realtà, ben più di un’esortazione: è uno stile.

Se non sappiamo abitare il presente in cui la nostra libertà è sfidata a essere attiva e responsabile, rischiamo di lasciarci appesantire dalle croci del passato e persino paralizzare da quelle che immaginiamo nel nostro futuro. Se non sappiamo cosa vogliamo veramente, qualunque cammino di conversione sarebbe impensabile e la fatica rischia di essere inutile, tanto che la vita rischia di essere trascinata e non vissuta in pienezza persino quando ci tocca sperimentare la morte. Scegliere è il più grande onore che abbiamo e il fatto di non tirarci indietro nella capacità di decidere e nella volontà di essere fedeli sarà il segno che non siamo dei servi, ma siamo dei figli capaci di essere sempre più fratelli. Se matureremo interiormente in questa attitudine, allora la «croce» non solo non ci spaventerà più, ma sarà il segno inequivocabile della nostra libertà, il sigillo della nostra discepolanza non solo desiderata e sventolata come fosse una bandiera, ma compiuta amorevolmente nel solco esigente e magnifico della nostra quotidianità sempre più da amare, e non trascinare.

Il primo passo di questa via crucis che ciascuno è chiamato a percorrere è quello di rinnegare se stessi. È certamente il passo più difficile. La sapienza greca ci ha lasciato questo imperativo: “conosci te stesso”. Ed è giusto perché rappresenta la premessa per vivere in modo consapevole. Nella misura in cui l’uomo conosce se stesso, comprende la sua strutturale fragilità e impara che il rinnegamento è la via obbligata della vera e piena realizzazione di sé. L’invito evangelico non significa imbrigliare le proprie capacità o soffocare la propria intraprendenza, ma piuttosto liberarsi di tutte le invisibili catene che ci tengono prigionieri, a cominciare dalla tirannia di un io che vuole a tutti i costi emergere e dominare.

Non è forse questa la causa palese o nascosta degli innumerevoli conflitti che esplodono continuamente nella vita domestica e sociale? L’apostolo Giacomo lo dice con grande chiarezza: “Da dove vengono le guerre e le liti che sono in mezzo a voi? Non vengono forse dalle vostre passioni che fanno guerra nelle vostre membra?” (Gc 4,1). Dinanzi ai drammi sociali causati dall’ipertrofia dell’io, oggi siamo chiamati a partecipare alla storia comune con l’unico desiderio di vestire di umanità la vita di tutti. "Tutti da Te aspettano che tu dia loro il cibo in tempo opportuno", dice il salmista. Il buon Dio non fa mancare il pane ai suoi figli.

In questo tempo di prova e di preoccupazione riguardo il presente e il futuro, in cui un virus è entrato prepotentemente nella nostra quotidianità e ci ha obbligati a rivedere i tempi del lavoro, delle amicizie e delle Celebrazioni, rivoluzionando la nostra vita, ci fidiamo delle indicazioni che provengono dalle autorità, ma nello stesso tempo manifestiamo con la nostra fede che “il Signore ci guiderà sempre” (cfr Is 58,11).

C’è una grande differenza tra perdere e dare la vita. Il gesto di dare la vita implica l’esistenza di un “ricevente”, di un “per chi” diamo la vita ogni giorno. In quest’ottica persino il dolore, il rifiuto, l’assenza, non sono privi di senso, inutili. La croce può sembrare una sconfitta, un fallimento, agli occhi del mondo, eppure questo è il modo in cui Cristo dà la vita per noi. Salva perché risponde al male con il bene. Muore amando. Vive amando. Gesù prima mette a parte i suoi discepoli di tutto questo perché comprendano e gli stiano accanto in questo passaggio, ma poi si rivolge a tutti. Seguire Gesù è fiducia e abbandono, è sapersi ascoltati, è poter chiedere per quello che non si sa, che non si ha. Egli ci insegna ad accogliere la sofferenza e trasformarla, dando tutto. Così si scopre “per chi” si è.

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