Commento al Vangelo della Prima Domenica di Avvento (Anno C)

L'Avvento: Inizio del Nuovo Anno Liturgico e Tempo di Attesa

Con questa prima domenica inizia il tempo liturgico dell’Avvento, ovvero il tempo della venuta del Signore Gesù Cristo. Per la Chiesa, con questa domenica, comincia il nuovo anno. Il colore viola dei paramenti ci dice che entriamo in un tempo di attesa e di preparazione: per quattro settimane, nel raccoglimento e nel rinnovamento interiore, ci prepariamo al Natale, all’incontro col Signore che viene.

L'Avvento segna l’inizio di un nuovo anno liturgico, un cammino di fede che invita a muovere i primi passi verso il Signore e a riordinare la nostra vita. Un nuovo anno inizia, liturgicamente, non per segnare una discontinuità con il passato, bensì per continuare il cammino iniziato. L’Avvento è percepito principalmente come i giorni che precedono e preparano il Natale. Spiritualmente, però, l’Avvento è questo perché è altro. È preparazione a un incontro: quello fra Dio e uomo nella persona storica di Gesù, di cui facciamo memoria il 25 dicembre; quello fra Dio e l’umanità per mezzo della persona di Gesù Cristo; quello definitivo, alla fine dei tempi, con il Cristo Glorioso al suo ritorno. Il nuovo anno non è in discontinuità con quello precedente perché tutta la storia è in tensione verso il Regno.

Nella nostra professione di fede confessiamo che il Figlio di Dio, Cristo Signore, si è fatto uomo incarnandosi, per opera dello Spirito Santo, nel grembo della Vergine Maria, è stato crocifisso, è morto, sepolto e, il terzo giorno è risuscitato, secondo le Scritture, è salito al cielo e di nuovo verrà, nella gloria, per giudicare i vivi e i morti. Questa venuta gloriosa di Gesù Cristo è parte integrante del mistero cristiano, perché c’è un Giorno, già annunciato dai profeti e poi testimoniato più volte dallo stesso Gesù ai suoi discepoli, in cui il Signore stabilirà pienamente la sua presenza nella storia dell’umanità. In quel giorno avverrà il giudizio dei vivi e dei morti, in modo che siano ristabilite definitivamente la giustizia e la verità, e così si compia il disegno di Dio e sia resa testimonianza a coloro che nel mondo hanno subìto afflizione e hanno atteso con fiducia l’Avvento del Signore.

illustrazione del tempo di Avvento, con candele e simboli di attesa

Il Vangelo di Luca (Lc 21,25-28.34-36): Segni e Speranza

Dal Vangelo secondo Luca

Lc 21,25-28.34-36 In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:«Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, mentre gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte.Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con grande potenza e gloria.Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina.State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso all’improvviso; come un laccio infatti esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra. Vegliate in ogni momento pregando.»

Commento al Brano Evangelico

Nella pagina del vangelo che è stato proclamato, il Signore Gesù parla della sua ultima venuta alla fine di tempi. Gli ebrei della Palestina erano curiosi come noi, e ponevano a Gesù delle domande sul futuro di Gerusalemme e sulla fine del mondo. Gesù risponde con parole poco chiare, in un linguaggio insolito: «Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, mentre gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte».

Gli studiosi spiegano che si tratta di uno speciale linguaggio, detto apocalittico, proprio degli antichi profeti, riguardante la rivelazione delle ultime vicende. Quei profeti ricorrevano sovente a queste espressioni presentando la fine dei tempi in modo catastrofico. Gesù, dunque, esprimendosi con il linguaggio apocalittico ha accettato in pieno le condizioni della situazione umana. Nel suo discorso, però, il Maestro non parla solo di catastrofi ma anche di speranza, di fiducia.

Gesù, infatti, dice ai suoi discepoli: «Risollevatevi e alzate il capo». Il Messia, quindi, non propone di nascondersi e di fuggire terrorizzati, ma indica quale deve essere il motivo della loro gioia e fiducia: «la vostra liberazione è vicina». Il cristiano che vuole vivere un’esistenza protetta, ammorbidita, analgesica, incartapecorita può solo aver paura della radicalità di Gesù. Così, diventa centrale il monito «ad alzare il capo», in tutti i suoi sensi possibili. In primo luogo, vivendo con coscienza e responsabilità la propria vita, senza rischiare di nascondersi ed evitare ciò che dobbiamo vedere di fronte a noi. In seconda battuta, occorre ricordare la possibilità di guardare oltre il piccolo orizzonte per tendere alla lungimiranza, oltre il proprio orticello verso i grandi spazi. Infine, alzare lo sguardo per vedere chi mi sta di fronte, chi mi viene incontro, chi cerca il mio sguardo.

In questo tempo di Avvento, che ci prepara al santo Natale, facciamo nostra la raccomandazione che Gesù fa ai suoi discepoli: «State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita». In parole molto semplici, Cristo Signore vuol farci capire che poiché siamo in viaggio verso la Gerusalemme celeste non dobbiamo appesantirci con problemi terreni, con affanni, con il denaro, con il potere, con cose che non porteremo con noi.

La prima domenica d’Avvento corrisponde anche al primo giorno dell’anno liturgico. Eppure il vangelo che ci viene proposto nei tre anni parla sempre della fine attraverso un linguaggio ricco di immagini catastrofiche e definitive. Non di rado, chi spiega il vangelo deve fermarsi a tranquillizzare gli uditori ed evitare la paura. Parlare di fine non ci piace, ricordarci che il nostro tempo è limitato ci sembra troppo drastico, soffermarci a riflettere sulle cose ultime è diventato sconveniente. Non occorre essere drastici, pessimisti o perentori, ma solo realisti.

Il testo cerca di spronare i suoi ascoltatori a prendere una decisione immediata e durevole. La fine è di fronte non per atterrire, sebbene sia presentata in modo drammatico e pragmatico, ma per incoraggiare a fare una scelta, a decidersi, a determinare la propria condotta. Non dimentichiamo che il fare, nel giudaismo, era importante, determinante, centrale: «Tutto ciò che il Signore ha ordinato noi lo faremo» (Es 19,8; 24,3.7). L’Antico Testamento ci ha abituato alle logiche delle due strade: vita e morte, maledizione e benedizione, successo e dannazione. Per l’uomo biblico non ci sono alternative, non ci sono purgatori, non ci sono limbi. O sei credente o non lo sei; sei discepolo oppure no; sei fedele o infedele.

Gesù, nella sua assoluta comprensione e misericordia, non offre alternative nei suoi incontri: «va’ e non peccare più», «lascia tutto e seguimi», «vendi tutto quello che hai», «chi ama la sua vita la perderà», etc. Il brano di Luca, in sinfonia con la prima lettura tratta da Geremia, ci presenta l’esigenza della radicalità, intesa come decisionalità nello scegliere responsabilmente e, dall’altra, nell’essere radicati nel terreno giusto. Non ci sono alternative possibile, né cunicoli salvavita. Anzi, «la liberazione è vicina» nel momento in cui tutto lo sconvolgimento della vita, della storia, della fede si attuano.

illustrazione di Gesù che parla ai discepoli, con elementi apocalittici sullo sfondo

Le Profezie dell'Antico Testamento: Fedeltà di Dio e Pellegrinaggio Universale

La Liturgia della Parola, in questa prima domenica d’Avvento, ci chiama, innanzitutto attraverso il profeta Isaia, a vivere un incontro. Il testo della prima lettura, infatti, è pieno di movimento, tutto finalizzato a ritrovarsi insieme nello stesso luogo. Al centro della scena c’è un monte che spicca per la sua altezza, ben superiore agli altri rilievi che lo circondano: è più alto perché dev’essere ben visibile, in modo tale da poter essere raggiunto da tutti senza sbagliare.

Siamo di fronte ad una fiumana di persone che salgono al monte su cui si trova il tempio del Signore. Se ci domandassimo: «Chi sono queste persone che salgono?», dovremmo rispondere con il profeta: «Tutte le genti»! Il primo messaggio che Isaia ci consegna è dunque il fatto che il pellegrinaggio verso Dio, questo andare verso di Lui, non è riservato ad alcuni, ma è aperto a tutti. Non ci sono categorie di privilegiati, né ci sono classi di esclusi. Vanno tutti quelli che lo vogliono, a qualsiasi popolo appartengano, direbbe Pietro, senza alcuna distinzione (cfr. Atti 10,34). Colpisce profondamente il modo in cui vengono ritratte le genti, in cammino con entusiasmo, addirittura incoraggiandosi a vicenda: «Venite, saliamo…». Non è necessario fare alcun tipo di proclama o ricorrere a particolari forme di proselitismo perché i popoli stessi si chiamano e si spronano ad intraprendere il pellegrinaggio verso Sion.

Lo scopo di un simile movimento è indicato in maniera chiarissima: per ricevere un insegnamento da parte del Signore. Il v. 3 utilizza due volte la radice yrh, prima come verbo («perché ci istruisca/ci insegni») e poi come sostantivo (si parla infatti della torah in maniera esplicita). Nella nostra traduzione il termine è reso con «legge» («da Sion uscirà la legge»). La traduzione è corretta, ma non dobbiamo dimenticare che la torah è anche molto di più! È legge, ma nello stesso tempo, essa è insegnamento, istruzione, direttiva per la vita. Se, infatti, pensiamo alla Torah, in quanto raccolta di libri che va da Genesi a Deuteronomio, vediamo che è piena di racconti meravigliosi che ci fanno crescere, ci istruiscono, ci dicono chi siamo, da dove veniamo, qual è il progetto bello di Dio per l’umanità che Egli ama.

Sì, perché una volta accolto, l'insegnamento non viene “sotterrato” o “dimenticato” ma si parla del camminare concretamente «Per i suoi sentieri» (v. 3). L’insegnamento di Dio apre una strada che ciascuno è chiamato a percorrere personalmente e il cui punto d’arrivo è una grande pace. Chi riceve la Parola del Signore e la costituisce norma per la sua vita, riconosce che il vero giudice è il Signore e che non ci sono motivi seri per contendere con gli altri. Se tutto è un dono offerto alla nostra vita e il Signore è un arbitro onesto nelle nostre piccole o grandi contese? Possiamo deporre le armi e camminare nella luce di quell’insegnamento che ci trasforma. Il v. 5 chiude dunque con questo invito: «Casa di Giacobbe, venite, camminiamo nella luce del Signore».

pellegrinaggio di popoli verso un monte luminoso (Sion)

La Promessa di Geremia

Nella prima lettura il profeta Geremia dice: «Ecco, verranno giorni - oracolo del Signore - nei quali io realizzerò le promesse di bene che ho fatto alla casa d’Israele e alla casa di Giuda». Ciò significa che Dio è sempre fedele alle sue promesse di bene. Perciò, fiduciosi di questa fedeltà di Dio, non possiamo abbandonarci al pessimismo, alla passiva rassegnazione, allo sterile disimpegno, ma dobbiamo essere credenti pieni di speranza e di fiducia, nonostante le delusioni, gli insuccessi, i momenti di scoraggiamento. Perciò abbiamo bisogno della Parola di Dio che attraverso il profeta ci annuncia: «Ecco, verranno giorni nei quali io realizzerò le promesse di bene che ho fatto […]. Farò germogliare per Davide un germoglio giusto, che eserciterà il giudizio e la giustizia sulla terra».

Le domeniche del tempo di Avvento propongono dei modelli in questo cammino. In questa prima domenica ci si può soffermare sulla figura del profeta Isaia. Egli, almeno il cosiddetto primo Isaia, opera in un tempo di grave crisi politica e religiosa del regno di Giuda. Isaia annuncia il convergere di tutti i popoli verso il monte di Sion (cf Is 2,2-3), un pellegrinaggio di tutta l’umanità al luogo da cui viene la salvezza. Dio è il Dio salvatore. Con forti immagini poetiche il tempo della salvezza è descritto come un tempo di pace (cf Is 2,4). I prodotti dell’ingegno dell’uomo non sono più posti al servizio della violenza e della guerra, della sopraffazione e della distruzione. Tutta la storia è cammino verso il Regno.

In questo lungo Avvento i cristiani hanno un compito: hanno il dovere della profezia. Si può essere capaci di parola profetica solo quando ci si nutre abbondantemente della Parola della Scrittura. Così ci si può mettere al servizio di una parola altra rispetto a quella umana, continuando a proclamare, anche tra i travagli della storia, un annuncio di speranza. La parola profetica è giudizio del presente, crisi del presente. L’Avvento, tempo liturgico che invita a riflettere su come la storia intera tenda all’incontro con un Atteso, esorta i cristiani a riscoprire il compito della profezia, animato da un profondo ottimismo ma capace di lucido giudizio.

immagine del profeta Geremia o Isaia con pergamena

L'Esortazione di San Paolo (Rm 13,11-14): Vigilanza e Vita nella Luce

La seconda lettura (Rm 13,11-14) raccoglie l’immagine della luce e la rilancia offrendo ai cristiani di ogni tempo una prospettiva fondamentale sulla propria vita: «La notte è avanzata, il giorno è vicino». Paolo ci mette in una prospettiva di “urgenza”: non abbiamo tempo da perdere perché l’incontro con il Signore è imminente e chiede di essere preparato con opere adeguate, non quelle che si addicono alle tenebre, ma quelle che sono proprie di chi cammina nella luce, rivestito di Cristo stesso.

Paolo esorta i cristiani di Roma dicendo: «Questo voi farete, consapevoli del momento» (Rm 13,11). Il «momento» è il tempo opportuno e qualificato della salvezza. È il tempo imperdibile della salvezza, il tempo da discernere per non lasciarselo sfuggire. San Paolo afferma che «la notte è avanzata, il giorno è vicino». (Rm 13,12). È un’immagine di speranza. La vigilanza è il presupposto per vivere una vita di sobrietà, di dominio di sé, di lotta contro i vizi, per riassumere quanto dice san Paolo.

illustrazione di San Paolo che scrive, con un'immagine di luce e oscurità

La Centralità della Vigilanza e della Preghiera

Le letture che in questo tempo forte dell’anno liturgico la liturgia della parola ci propone, ci invitano a riporre la nostra speranza nel Signore Gesù, giudice e salvatore. Oggi la Chiesa inizia un nuovo Anno liturgico: l’Avvento. Questo itinerario è formato, nel Rito Romano, dalle quattro settimane che precedono il Natale del Signore, cioè il mistero dell’Incarnazione. La parola «avvento» significa «venuta» o «presenza». Nel mondo antico indicava la visita del re o dell’imperatore in una provincia; nel linguaggio cristiano è riferita alla venuta di Dio, alla sua presenza nel mondo; un mistero che avvolge interamente il cosmo e la storia, ma che conosce due momenti culminanti: la prima e la seconda venuta di Gesù Cristo.

La prima è proprio l’Incarnazione; la seconda è il ritorno glorioso alla fine dei tempi. Questi due momenti, che cronologicamente sono distanti, in profondità si toccano, perché con la sua morte e risurrezione Gesù ha già realizzato quella trasformazione dell’uomo e del cosmo che è la meta finale della creazione. «Ma prima della fine, è necessario che il Vangelo sia proclamato a tutte le nazioni», dice Gesù nel Vangelo di san Marco (cf Mc 13,10). La venuta del Signore continua, il mondo deve essere penetrato dalla sua presenza. A questo ci richiama oggi la Parola di Dio, tracciando la linea di condotta da seguire per essere pronti alla venuta del Signore.

Nel Vangelo di Luca, Gesù dice ai discepoli: «I vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita … vegliate in ogni momento pregando». Essere vigilanti, stare svegli e pregare. Tutti siamo chiamati ad essere vigilanti, a svegliarci, a vincere il nostro torpore, a risollevarci e ad alzare il capo, a non essere più passivi innanzi al male o rassegnati davanti alle ingiustizie e alle esperienze di dolore e di sofferenza. In gioco c’è la nostra vita, il senso più vero e pieno della nostra felicità: progredire innanzi al Signore, contemplare il suo volto.

Chiediamoci allora onestamente durante queste settimane di Avvento: noi cristiani attendiamo il Signore, sì o no? Desideriamo veramente incontrarlo? Il Vangelo ci avverte: il pericolo più grande non è fuori, ma dentro di noi. L’Avvento ci invita a ripensare alla bellezza ultima, all’incontro definitivo con il Signore risorto che verrà - come diciamo nella nostra Professione di fede - a giudicare i vivi e i morti, consapevoli che ogni giorno egli stesso ci passa accanto, rendendosi presente nel povero, nell’ammalato, negli ultimi, nei bisognosi, nei peccatori. Questo tempo, dunque, è opportuno per aprire il nostro cuore, per farci domande concrete su come e per chi spendiamo la nostra vita. L’apostolo Paolo, infatti, aggiunge l’invito a «crescere e sovrabbondare nell’amore, tra noi e verso tutti, per rendere saldi i nostri cuori e irreprensibili nella santità».

Il secondo atteggiamento per vivere bene il tempo dell’attesa del Signore è quello della preghiera. «Risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina», ammonisce il Vangelo di Luca. Si tratta di alzarsi e pregare, rivolgendo i nostri pensieri e il nostro cuore a Gesù che sta per venire. Ci si alza quando si attende qualcosa o qualcuno. Però, se noi pensiamo al Natale in un clima di consumismo, di festa mondana, Gesù passerà e non lo troveremo. Ma qual è l’orizzonte della nostra attesa orante? Ce lo indicano nella Bibbia soprattutto le voci dei profeti.

La Vergine Maria incarna perfettamente lo spirito dell’Avvento, fatto di ascolto di Dio, di desiderio profondo di fare la sua volontà, di gioioso servizio al prossimo. Lasciamoci guidare da lei, perché il Dio che viene non ci trovi chiusi o distratti, ma possa, in ognuno di noi, estendere un po’ il suo regno di amore, di giustizia e di pace.

Cosa Vuol Dire Avvento?

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