Il Consiglio Pastorale Diocesano (CPD) rappresenta un organismo di fondamentale importanza nella vita della diocesi, volto a studiare, valutare e proporre conclusioni operative sulle attività pastorali sotto l'autorità del Vescovo.

Composizione e Membri
Il CPD è composto da presbiteri, membri di Istituti di vita consacrata e di Società di vita apostolica, diaconi e, soprattutto, laici, ai sensi dei cann. 511 del Codice di Diritto Canonico. Possono essere membri del CPD solo i fedeli in piena comunione con la Chiesa cattolica e che si distinguono per fede sicura, buoni costumi e prudenza.
Decadenza e Sostituzione dei Consiglieri
I singoli Consiglieri decadono dall’incarico per diverse ragioni:
- Dimissioni presentate per iscritto e motivate al Vescovo diocesano, al quale spetta decidere circa il loro accoglimento.
- Trasferimento in una realtà pastorale della diocesi diversa da quella per cui si è esercitata la rappresentanza, nel caso dei presbiteri eletti.
- Trasferimento in altra forania, nel caso di laici eletti dalle foranie.
- Cessazione dell’incarico, nel caso di membri di diritto.
- Cessazione dell’appartenenza a un'aggregazione laicale, nel caso di membri laici.
- Trasferimento ad altra diocesi, nel caso di religiosi o di religiose.
- Assenza dalle sessioni per cinque volte consecutive, indipendentemente dai motivi, comportando la considerazione del Consigliere come dimissionario.
La sostituzione dei Consiglieri decaduti avviene in persona del loro successore, se si tratta di membri di diritto; per cooptazione del secondo membro eletto, nel caso di membri eletti; su designazione del Vescovo diocesano o degli organismi competenti.
Convocazione e Svolgimento delle Riunioni
Il CPD è convocato dal Vescovo diocesano, a cui spetta determinare le questioni da trattare e di porre l’ordine dei lavori, sentendo le proposte dei Consiglieri. I membri del CPD hanno il dovere di intervenire personalmente tutte le volte che il Vescovo diocesano li convoca. I singoli Consiglieri devono essere convocati per le sessioni dell’Assemblea a mezzo di avviso scritto, almeno quindici giorni prima della data fissata per la sessione.
Ordine dei Lavori e Discussioni
In vista di ogni sessione, viene messo a disposizione dei Consiglieri il verbale della sessione precedente, per eventuali osservazioni o integrazioni da presentare al Segretario. I Consiglieri che intendono intervenire nella discussione dovranno chiedere la parola e la loro esposizione non deve superare la durata di cinque minuti. Ogni Consigliere può presentare interventi scritti. Al termine della sessione il Segretario formula le mozioni conclusive da sottoporre a votazione.
Votazioni
Il voto è espresso in via ordinaria per alzata di mano o, su richiesta del Vescovo diocesano, per appello nominale ovvero, su richiesta di un quinto dei membri del Consiglio e con approvazione del Vescovo diocesano, a scrutinio segreto. L’Assemblea delibera validamente quando è presente la maggioranza assoluta dei consiglieri. Prima di procedere alla votazione può essere richiesta la verifica del numero legale dei presenti.
Richieste di Informazioni e Chiarimenti
Ogni Consigliere ha facoltà di presentare al Vescovo diocesano, per mezzo del Segretario e almeno due settimane prima della data delle sessioni, interpellanze scritte aventi come oggetto richieste di informazioni e chiarimenti su problemi inerenti la vita della diocesi, con esclusione di questioni relative allo stato delle persone fisiche e di quelle relative a nomine, rimozioni e trasferimenti.
Ruoli e Incarichi Interni
Moderatori e Consiglio di Presidenza
Il CPD elegge all’interno dell’Assemblea due Moderatori, i quali dirigono lo svolgimento dei lavori, la discussione e regolano le operazioni di voto. Il Consiglio di Presidenza ha il compito di esaminare il verbale delle riunioni del CPD, di proporre l’ordine del giorno delle adunanze, di coordinare il lavoro delle Commissioni, se costituite.
Segretario
Il CPD ha un Segretario, nominato dal Vescovo diocesano tra i membri del Consiglio. Il suo compito è curare la redazione e l’invio, nei termini stabiliti, dell’ordine del giorno delle sessioni, con i documenti annessi e con l’avviso di convocazione.
Commissioni
Le singole Commissioni svolgono il loro lavoro secondo i metodi e i mezzi più confacenti e idonei alle esigenze del proprio oggetto di studio. Tra i propri membri ciascuna Commissione elegge un coordinatore.
Il nuovo Consiglio pastorale diocesano
Relazione con altri Organismi e Carattere del Servizio
Consapevoli di essere organismi di partecipazione ecclesiale e di collaborazione pastorale per il Vescovo diocesano, il Consiglio Presbiterale e il Consiglio Pastorale Diocesano cercano di favorire una opportuna relazione tra loro. La partecipazione alle attività del CPD è un servizio gratuito reso alla comunità ecclesiale.
La Consultazione Sinodale e le Riunioni Diocesane
Nell'ambito della consultazione sinodale, le parrocchie, le Unità pastorali e i gruppi ecclesiali si organizzano per contribuire. I referenti diocesani del Sinodo hanno messo a punto una scheda con indicazioni metodologiche per l'organizzazione di incontri sinodali. Elemento ricorrente nel metodo è il richiamo a vigilare affinché si attui uno stile dell’ascolto e mai un dibattito, e affinché le riunioni non siano improvvisate e siano sempre avviate in un clima di preghiera.
Preparazione e Fasi della Riunione Sinodale
Per la preparazione, la scheda indica che un’équipe organizzativa, composta ad esempio dai referenti parrocchiali o da membri del Consiglio Pastorale Parrocchiale, dovrebbe curare la logistica e gli inviti. Le fasi della riunione sinodale, dopo il tempo per la preghiera allo Spirito, prevedono il «prendere la parola», l’«uscire da sé» e il «costruire insieme». L'incontro si concretizza in una narrazione di esperienza sul tema individuato, una condivisione a partire dall’ascolto e l'elaborazione di una sintesi basata su interrogativi specifici.
Un ulteriore confronto è auspicato a partire dall’esperienza di ascolto e condivisione. La scheda propone suggerimenti per la sintesi, che non è un semplice riassunto, ma un raccogliere insieme gli aspetti che maggiormente interpellano i partecipanti, riprendendo la dinamica del discernimento in atteggiamento di preghiera. I tre verbi individuati per questa fase sono «Riconoscere», «Interpretare», «Scegliere». Prima di considerare la sintesi conclusa, è importante la «Restituzione», che permette di aggiustarla in modo che tutti vi si riconoscano.
Contesto Storico e Nomina dei Vescovi in Italia nell'Ottocento
La storia delle diocesi italiane rivela un quadro complesso e ricco di tradizioni. L’Italia, nella seconda metà dell’Ottocento, contava circa 260 diocesi, un numero esorbitante di realtà ecclesiastiche locali, frutto di millenarie tradizioni particolaristiche. A queste si aggiungevano le abbazie territoriali, i cui abati avevano prerogative e compiti vescovili, come quelle di Montecassino, Montevergine e Cava de’ Tirreni nel napoletano, o di Monte Oliveto Maggiore in Toscana, Subiaco, Grottaferrata e S. Paolo fuori le mura nel Lazio.
Il numero maggiore di diocesi si trovava nel Regno delle Due Sicilie (109) e nello Stato pontificio (70). I vescovi in carica alla vigilia della rivoluzione del 1848-1849 erano stati tutti nominati dai sovrani dei diversi Stati preunitari ed erano quindi fortemente legati all’apparato statale, sebbene l'atteggiamento di sudditanza divergesse molto da persona a persona. Era raro che un presule fosse scelto tra sacerdoti estranei allo Stato, con eccezioni come la nomina ad Asti del veneto Filippo Artico e la scelta per Parma di un ungherese, Giovanni (János) Neuschel. Nello Stato pontificio era meno raro promuovere vescovi funzionari di curia provenienti da altri Stati, o religiosi destinati a diocesi dove si erano formati. La scelta quasi esclusivamente ristretta ai sudditi portava a una scarsa circolazione dei vescovi negli Stati più piccoli, con frequenti nomine di vescovi originari del luogo. Negli Stati più grandi, invece, la circolazione era più ampia, con scambi frequenti tra regioni diverse, come Piemonte e Liguria, o l'invio di piemontesi in Sardegna e lombardi nel Veneto. Questa prassi mirava a evitare conflitti interni o a 'colonizzare' territori di più recente acquisizione. Anche nel Regno delle Due Sicilie era in uso un notevole scambio tra regioni diverse, con l'invio di vescovi estranei al contesto locale per conferire autorevolezza super partes.

Formazione e Carriera dei Vescovi Ottocenteschi
La scelta dei prelati ricadeva generalmente su figure con caratteristiche simili, al di là della fedeltà al governo e delle doti morali e sacerdotali. Un requisito quasi unanime era una laurea in teologia e/o in diritto canonico o in utroque iure, spesso concessa con breve pontificio o decreto sovrano al momento della nomina a vescovo. Rispetto al Settecento, era diminuito il numero dei giuristi in favore dei teologi, segno di una maggiore attenzione agli aspetti pastorali rispetto a quelli di governo.
Il luogo degli studi era significativo: i vescovi piemontesi uscivano dall’università di Torino, quelli toscani dall’università di Pisa o di Firenze, quelli pontifici da diverse università dello Stato, e quelli napoletani in buona percentuale dall’università di Napoli. I candidati avevano in genere alle spalle una carriera di professori in seminario o all’università, di rettori di seminari e collegi, oppure erano canonici e spesso avevano esperienza di governo come vicari generali e vicari capitolari. Più raramente avevano maturato esperienze pastorali come parroci, tranne che in Lombardia. Nello Stato pontificio, spesso si trattava di funzionari di curia, delegati apostolici o nunzi apostolici.
Pochi erano ovunque i presuli membri del clero regolare. Nel Regno napoletano era rara la nomina di francescani e domenicani, ma anche di redentoristi e di lazzaristi, esponenti di ordini impegnati in genere nelle missioni popolari. In Sicilia, la scelta cadeva spesso su teatini o su monaci benedettini appartenenti a famiglie dell’aristocrazia isolana, di riconosciuta cultura.
Reazioni dei Vescovi ai Fermenti Rivoluzionari del 1848
Le reazioni dei vescovi ai fermenti rivoluzionari e alle novità politiche dei primi mesi del 1848 furono differenziate. Molti inneggiarono al sovrano che aveva concesso lo Statuto, invitarono i fedeli a partecipare alle elezioni e si mostrarono favorevoli all’indipendenza dallo straniero. In molti prevaleva l’atteggiamento di adesione al volere del sovrano, ma alcuni si dimostrarono anche convinti della compatibilità tra Costituzione e cattolicesimo, come Alessandro d’Angennes di Vercelli, che dedicò all’argomento diverse pastorali. In tutti, l’elemento più convincente per l’accettazione dello Statuto era il mantenimento del cattolicesimo come religione di Stato.
Davanti alla guerra non mancarono coloro che invitarono i giovani ad arruolarsi ed esortarono i fedeli a pregare per la vittoria, mentre altri furono più cauti e si limitarono a invitare ad obbedire all’autorità politica e a pregare per la pace. Molti passarono sotto completo silenzio gli avvenimenti, soprattutto nello Stato pontificio.
Le reazioni furono diversificate anche davanti alle prime leggi che applicavano le libertà costituzionali. Alcuni, come Losana di Biella, si pronunciarono a favore dell’emancipazione di ebrei e valdesi, mentre altri, come l’arcivescovo di Torino Fransoni, furono intransigenti. Dopo il cambiamento di posizione di Pio IX e la caduta delle speranze neoguelfe, molti vescovi dimostrarono delusione e preoccupazione, stigmatizzando la degenerazione dei sentimenti patriottici in una lotta contro l’autorità legittima e contro la Chiesa. La Repubblica romana e l’esilio del papa contribuirono a mettere in diretta connessione la rivoluzione liberale con la Rivoluzione francese, condannandola nello stesso modo.
Nello Stato pontificio, alcuni vescovi si ribellarono ai nuovi governanti, arrivando a lasciare la diocesi o a protestare vivacemente. Gli indirizzi di solidarietà a Pio IX esule o di congratulazioni per il suo ritorno a Roma furono forse la prima manifestazione corale di devozione al pontefice, anche da parte di vescovi abituati ad avere come punto di riferimento più il sovrano che il papa. Questa fu la ragione principale che spinse i vescovi a riunirsi in assemblea per confrontarsi e decidere provvedimenti uniformi per far fronte alla situazione. Le prime adunanze o conventus episcoporum, di natura diversa dai concili provinciali prescritti dal Concilio di Trento, spesso non radunavano i vescovi di una sola circoscrizione, ma avevano lo scopo di affrontare in modo congiunto le sfide del tempo.