L'indipendenza, nella società contemporanea, è spesso considerata un valore supremo, un simbolo di forza, emancipazione e vera libertà. Non dipendere da nessuno, camminare autonomamente e non lasciarsi condizionare dal pensiero altrui sono atteggiamenti invidiati e promossi. Tuttavia, una riflessione approfondita, in particolare alla luce delle Sacre Scritture e dei brani evangelici, suggerisce che questo valore non è così assoluto né così auspicabile come appare, rivelando una profonda necessità di dipendenza, sia da Dio sia dagli altri.
L'Indipendenza e la Parabola del Figliol Prodigo
Il Dramma Esistenziale dell'Uomo
Al cuore della parabola del Figliol Prodigo, raccontata da Gesù, si trova il dramma fondamentale dell'esistenza umana, che ruota attorno alla sua identità: essere figlio e non poter essere padrone assoluto. L'uomo non ha un'origine assoluta, ma la riceve dall'esterno. Non conosciamo il momento della nostra nascita, non abbiamo scelto di nascere, né la nostra persona, il nostro corpo, l'epoca in cui vivere, o l'educazione da ricevere, almeno fino a un certo punto.
Questa problematica è acuta a livello umano e si complica sul piano religioso. Ci è stato insegnato che Dio è Padre e che tutti noi siamo suoi figli. Essere cristiani significa credere in un Padre-Padrone, non poter essere mai completamente autonomi, completamente liberi, completamente uomini?
Il Primo Figlio come Immagine dell'Uomo Moderno
Il primo figlio della parabola può essere visto come l'immagine dell'uomo occidentale moderno, che ricerca una completa indipendenza da qualsiasi figura superiore a lui. Egli dice al padre: "Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta". Si fa consegnare il patrimonio e parte per la sua avventura, per un paese lontano. Questa è l'illusione di potersi affrancare dalla propria origine, di poter dimenticare la propria nascita, di potersi realizzare senza legami, senza condizionamenti, attraverso il godimento dei beni.
Ma la vita trascorsa nel gaudio e nella spensieratezza si scontra inevitabilmente contro il suo limite. Il giovane gaudente si ritrova schiavo del padrone dei porci. Chi pretende di essere libero in senso assoluto, trova sempre qualcuno più libero di lui.
Nelle riunioni pastorali e in tanti discorsi occasionali, ricorre la critica al "mondo di oggi": a questa sfrenata ricerca di autonomia e di indipendenza, alla feroce determinazione a ricercare da sé la propria realizzazione, senza legarsi ad altri, senza regole, senza necessità di una coerenza. Questo è esattamente ciò che vediamo incarnato nel primo figlio della parabola, che da questo punto di vista è di un'attualità sorprendente. Tuttavia, ci aspetteremmo di veder maggiormente rotolare tra i porci chi si allontana da Dio, dalle sue leggi o dalle regole della sua Chiesa, e invece le possibilità di indipendenza, di autonomia, di godimento individualistico sembrano aumentare indefinitamente. Ma uno sguardo astioso è ancora uno sguardo cristiano? Animato dall'amore di Dio?
Il Vero Modo di Essere Figli
Gesù ci mostra il vero modo di essere figli, che non è essere schiavi di un Padre-Padrone da cui fuggire o a cui sottostare. Gesù, in quanto Figlio, sa di ricevere tutto dal Padre e ci mostra come una vita ricevuta può essere vista come dono, non come condanna o come sfida. Gesù è obbediente al Padre e ci mostra come la libertà può prendere la forma dell'obbedienza, della riconoscenza a un amore ricevuto.
In quanto Figlio, Gesù dimostra di essere libero: libero da ogni potere esterno (nessuno gli può imporre nulla, neppure con la forza, neppure nel momento della sua morte); libero anche dalla tentazione interiore ("non di solo pane vivrà l'uomo..."). Gesù, in quanto Figlio, sa essere fratello. Accoglie i peccatori e risponde all'obiezione dei Farisei. In realtà, non respinge nessuno dei due figli: come il Padre della parabola, che va incontro al figlio perduto e va incontro anche al fratello recalcitrante, e lo invita a partecipare alla sua gioia. L'evangelista non riporta le risposte dei due figli, lasciando a noi completare la storia.
Spesso ci consideriamo figli di Dio perché non facciamo nulla di male, non commettiamo grossi peccati, siamo sempre a Messa e partecipiamo alle attività della parrocchia. Ci consideriamo figli di Dio perché non siamo come gli altri, ma sentiamo il peso di essere "buoni cristiani" come un dovere pesante da assolvere. E siamo tristi, incapaci di far festa, incapaci di rallegrarci col Padre, incapaci di abbracciare il fratello che ritorna.
La Dipendenza nelle Sacre Scritture
Dipendenza In Generale e In Media
La Natura Dipendente dell'Esistenza Umana
La Bibbia mostra ovunque che la nostra esistenza è sempre dipendente, sia dagli altri sia soprattutto da Dio. Siamo costantemente "connessi" con qualcuno; anzi, è necessario che sia così. Un equivoco frequente è che, perdonati dai nostri peccati e ricevuta la salvezza, crediamo di essere stati liberati da ogni signore. In realtà, abbiamo ricevuto liberazione dalle catene del peccato e dalla signoria del diavolo, per passare da un vecchio padrone a un altro: ora siamo sotto la signoria di Cristo, che ci ha acquistati con il Suo prezioso sangue. Quindi, non si è realmente indipendenti.
Inoltre, nelle Scritture non troviamo credenti soli o indipendenti, né famiglie indipendenti che vivono una fede privata, né chiese indipendenti, senza relazioni con le realtà consorelle. Le decisioni della chiesa primitiva erano prese in condivisione, mai in autonomia.
Il "Vocabolario della Dipendenza"
Abbiamo bisogno di dipendere. Il vasto vocabolario della Bibbia potrebbe essere definito "vocabolario della dipendenza": confidare, affidare, cercare, invocare, non allontanarsi. Siamo così deboli che abbiamo costantemente bisogno di aiuto, e chiedere aiuto significa affermare di dipendere. Mentre tendiamo a raggiungere la nostra indipendenza, ci scopriamo necessariamente dipendenti. Abbiamo bisogno di Dio, degli altri, di un contesto in cui vivere e di un orientamento sano.
Chi fa le sue battaglie per l'indipendenza spesso maschera la semplice volontà di non sottostare a regole o autorità, ma questa non è una questione di indipendenza. Il libro dei Proverbi (18:1) dice: "Chi si separa dagli altri cerca la sua propria soddisfazione". La solitudine, come ampiamente dimostrato anche dal periodo di lockdown, non è una condizione che ci si addice. Abbiamo bisogno di relazioni.
Quando le cose vanno bene, l'indipendenza sembra una vittoria; quando vanno male, l'indipendenza ci fa scoprire quanto ci siamo allontanati da chi vorremmo vicino per un aiuto, un consiglio o un confronto. Non è una vergogna dire che abbiamo bisogno di dipendere in tanti aspetti della nostra vita; anzi, per chi ha trovato un Salvatore, dire di aver bisogno degli altri e soprattutto di Dio è naturale, perché da soli non ce l'avremmo mai fatta. È stato di conforto dipendere dal Signore e spesso anche dalle persone, quando ci si è sentiti stanchi, demoralizzati, incapaci di andare avanti da soli.
La Chiesa come Parte del Vangelo

Individuo e Comunità nella Fede Cristiana
Viviamo in un mondo tendente all'individualismo, dove l'individuo è assurto a valore supremo, affermando la propria indipendenza rispetto a tutti i gruppi e a tutte le forme di comunità. Nella sua forma estrema, l'individualismo si trasforma in egoismo. Tuttavia, la fede cristiana rappresenta un punto di equilibrio, affermando l'importanza sia dell'individuo che della comunità. Infatti, secondo la Bibbia, l'uomo è creato a immagine di Dio, il che implica una responsabilità individuale. Ogni pecora è preziosa per Gesù, il buon pastore, e ciascuno sarà giudicato personalmente secondo le proprie opere. La promessa del vangelo è rivolta a ciascun individuo e la conversione comporta un atto di dissociazione dal gruppo naturale di appartenenza.
L'importanza che la Bibbia attribuisce all'individuo non deve farci dimenticare che l'uomo è stato anche creato come fratello per il prossimo. Essendo un essere relazionale, l'individuo non si può costruire che in relazione con altre persone all'interno di una comunità. La nostra identità personale è costruita socialmente, e le comunità svolgono un ruolo cruciale in tale processo. Un essere umano non esiste indipendentemente dagli altri, ma è una persona all'interno di una comunità ed è formato da e per la comunità.
Il Ruolo Fondamentale della Chiesa
Applicando questa verità alla vita cristiana, scopriamo che il cristiano è fatto sia per la relazione con Dio che per intrecciare rapporti con altri cristiani. Il rapporto personale con Cristo è fondamentale, ma collegandoci a Cristo, lo Spirito Santo ci mette contemporaneamente in relazione con altri cristiani per formare il corpo di Cristo. La Chiesa svolge dunque un ruolo fondamentale nella costruzione della nostra identità cristiana. È la Chiesa che ci trasmette la confessione di fede e ci educa alla fede. Solo vivendo concretamente all'interno della Chiesa è possibile apprendere la condotta cristiana, perché Gesù vuole che si insegni ai futuri discepoli a osservare tutte le cose che ha loro comandato.
La Bibbia rivela che Dio non vuole soltanto salvare degli individui ma ha un progetto più ampio: vuole creare un popolo che gli appartenga. Dio chiama Abraamo per concludere un patto con lui e, per mezzo di lui, crearsi un popolo. Dopo aver liberato Israele dalla schiavitù d'Egitto, Dio stipula un patto con gli Israeliti per fare di loro un popolo che gli appartenga in mezzo a tutte le nazioni e chiede loro di consacrarglisi completamente.
Gesù muore per i peccati degli uomini ma anche "per riunire in uno i figli di Dio dispersi". Cristo ha immolato la propria vita per riunire la nuova umanità che Dio vuole creare, composta da Ebrei e non Ebrei. Paolo riassume l'intero vangelo in una frase, ricordando che Gesù "ha dato se stesso per noi per riscattarci da ogni iniquità e purificarsi un popolo che gli appartenga, zelante nelle opere buone". Gesù muore dunque per permettere alla Chiesa di esistere. In questo senso, la Chiesa è parte del vangelo. Gesù ha promesso: "...edificherò la mia chiesa". La Chiesa non è dunque una semplice appendice: essa è parte integrante del piano di salvezza di Dio per l'umanità. Diventando cristiani, si diventa membra del corpo di Cristo. Nonostante le sue debolezze, la Chiesa non va dunque sottovalutata, trascurata o disprezzata.
Il Brano della Vite e dei Tralci: Rimanere in Cristo
La Metafora della Vera Vite
Gesù afferma: "Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo toglie e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già mondi, per la parola che vi ho annunziato. Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può far frutto da se stesso se non rimane nella vite, così anche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla."
La metafora della vite e dei tralci descrive il rapporto che i credenti possono avere con Gesù Risorto. Questa immagine, presente anche nell'Antico Testamento per descrivere il popolo eletto d'Israele come vigna prediletta di Dio, sottolinea la necessità di un legame profondo. Gesù è la "vite vera", indicando un legame con ciò che proviene da Dio, la rivelazione della sua volontà eterna di dialogare con noi per darci vita. Dio Padre, il "proprietario della vigna", sottolinea la dipendenza di Gesù dal Padre: una dipendenza che non lo rende schiavo, ma lo genera incessantemente come figlio.
La Potatura e la Purificazione
L'attività dell'agricoltore, la potatura, è cruciale. Ogni tralcio improduttivo viene eliminato, mentre i tralci fecondi necessitano di un taglio di potatura per rafforzarsi e produrre più frutto. Dio Padre opera in noi affinché produciamo frutto. Il frutto desiderato è diventare discepoli di Gesù. C'è l'amara possibilità di essere discepoli sterili, improduttivi, insignificanti, per i quali la relazione con Gesù non cambia la vita. C'è anche la necessità di essere potati, di essere messi alla prova, per saggiare la profondità e l'autenticità dell'adesione di fede a Gesù.
Essere potati significa essere purificati, e questa purificazione avviene mediante la Parola che Gesù ha annunciato. Il verbo "rimanere" nel Vangelo di Giovanni è fondamentale: indica un legame profondo e intimo, un rapporto personale. Rimanere in Gesù non è qualcosa di astratto e teorico, ma dipendere concretamente da lui per vivere un'esistenza degna di questo nome. Senza una profonda e intima relazione con Gesù, non possiamo fruttificare.
Chi rimane unito a Gesù, accogliendo la sua Parola, riceve una promessa: "chiedete quel che volete e vi sarà dato". Questo linguaggio del chiedere è legato alla preghiera. Si rimane uniti a Gesù ascoltando la sua Parola e imparando a chiedere nella preghiera ciò che la sua Parola suggerisce. Non si tratta di chiedere qualsiasi cosa, ma di chiedere ciò che glorifica Dio, che è la sua presenza amante e portatrice di bene e salvezza. Dio è onorato quando i discepoli rimangono uniti a Gesù attraverso l'ascolto fedele della sua Parola e la preghiera.
Il Carattere dei Ministri del Vangelo e la Riconciliazione
Servitori di Cristo e Amministratori dei Misteri di Dio
Paolo in 1 Corinzi 4:1-5 esorta gli uomini a considerare i ministri di Cristo come "ministri di Cristo e amministratori dei misteri di Dio". Il ministero deriva da Cristo, è sotto la Sua direzione e impiegato al Suo servizio. Cristo stesso è il grande soggetto del loro ministero e da Lui ricevono i mezzi e l'aiuto per l'opera. Tutto il successo e la ricompensa del loro ministero provengono da Cristo.
Le dottrine del Vangelo sono chiamate "misteri di Dio" perché erano segreti in Dio finché Egli non li ha rivelati. Anche dopo essere state rivelate, rimangono misteri per le anime non rinnovate finché Cristo non apre le loro intelligenze per comprenderle. La fedeltà è l'eccellenza principale in un amministratore, e la fedeltà è precisamente ciò che gli uomini non possono giudicare. "È cosa ben poca essere giudicati secondo il giudizio dell'uomo", perché solo l'approvazione di Cristo dà soddisfazione permanente.
La Necessità della Riconciliazione
Paolo afferma che "Se uno è in Cristo, è una creatura nuova": stare con Gesù produce una trasformazione profonda nella persona, una rinascita. Questo rinnovamento dell'uomo non procede interamente dalla persona, ma è reso possibile dall'iniziativa di Dio "che ci ha riconciliati con sé mediante Cristo". Ma perché sarebbe necessaria una riconciliazione?
Esprimendo la salvezza in termini di riconciliazione, Paolo sottintende una rottura, una situazione non pacificata. Se questo poteva essere comprensibile agli ebrei del tempo di Paolo, non lo era altrettanto per chi proveniva dall'ellenismo e non lo è per il mondo contemporaneo. Potremmo chiederci che cosa abbiamo fatto di male e che bisogno potremmo avere di una riconciliazione.
La "Cristiana Umanità" e l'Apertura all'Altro
Dipendenza In Generale e In Media
Tutti Chiamati a Vivere nella Chiesa
Il cardinale Mauro Gambetti ha ricordato le parole di Papa Francesco pronunciate alla GMG del 2023: "Tutti tutti tutti sono chiamati a vivere nella Chiesa: non dimenticatelo mai!". Il brano del Vangelo di Matteo (25, 31-46) descrive una scena grandiosa di giudizio universale: tutti i popoli sono radunati davanti al Figlio dell'Uomo per essere giudicati. Il messaggio è chiaro: nella vita di tutti, credenti e non credenti, vi è un momento di discrimine. Alcuni partecipano della gioia di Dio, altri patiscono la sofferenza della vera solitudine, estromessi dal Regno.
Il testo greco distingue tra "pecore" (próbata), che non si ribellano, sono fedeli e miti, e "capri" (èrífia), che vogliono l'indipendenza, sfidano il pastore e pensano a sé stessi di fronte al pericolo. L'appartenenza al Regno di Dio non dipende dall'esplicita conoscenza di Cristo, dalla professione di fede, dalla conoscenza teologica o dalla prassi sacramentale, ma dal coinvolgimento qualitativo e quantitativo nella vicenda umana dei fratelli più piccoli. La cifra dell'umano è la regalità di Gesù di Nazaret, che nella sua vita terrena condivise in tutto la debolezza della nostra natura.
Solidarietà e Dignità degli Atti Umani
La parabola del giudizio universale manifesta il segreto sul quale si regge il mondo: il Verbo si fece carne. "Dio ha voluto farsi solidale con l'umanità a tal punto che chi tocca l'uomo tocca Dio, chi onora l'uomo onora Dio, chi disprezza l'uomo disprezza Dio". La parabola rivela la suprema dignità degli atti umani, definiti in rapporto alla compassione, alla solidarietà, alla tenerezza e alla prossimità in umanità.
La "cristiana umanità" rende la chiesa casa di tutti. Come riportano gli Atti degli Apostoli, Pietro asseriva: "In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenza di persone, ma accoglie chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque nazione appartenga". Questo episodio, l'incontro di Pietro con Cornelio e la sua famiglia, addita la via dell'evangelizzazione: l'apertura all'umano senza riserve, l'interessamento gratuito agli altri, la condivisione del vissuto e l'approfondimento per aiutare ogni uomo a dare credito alla vita e alla grazia creaturale, e l'annuncio del Vangelo quando si vede che piace a Dio, per chiamare le genti alla fede in Cristo.
La Radicalità del Vangelo e la Sfida dell'Indipendenza
Il Giovane Ricco: Un Esempio di Incatenamento
Il Vangelo di Matteo presenta l'incontro tra Gesù e un giovane che gli chiede: "Maestro, che devo fare di buono per avere la vita eterna?". Gesù lo invita a osservare i comandamenti, ma il giovane, pur affermando di averli osservati tutti, sente una mancanza esistenziale. Gesù allora gli propone una radicalità: "Se vuoi essere perfetto, va', vendi ciò che hai e dàllo ai poveri, e avrai un tesoro nei cieli; poi, vieni e seguimi."
Questa proposta non riguarda solo la salvezza futura, ma la pienezza nel presente, un gesto radicale per smettere di affidarsi ai beni materiali e porre la propria sicurezza in Dio. Gesù non parla di vita eterna dopo la morte, ma di "vita buona" tra gli uomini, una dimensione esistenziale talmente piena da rendere irrilevanti le disgrazie della vita, persino la morte.
Il giovane, pur avendo la risposta "innovativa", se ne va rattristato perché aveva molti beni. Questa incompatibilità tra ricchezza e sequela è un punto cruciale. Molti oggi si trovano nella condizione del "giovane ricco", non necessariamente per quantità di soldi, ma per le tante possibilità culturali, sociali ed economiche ricevute. Si sentono incatenati a un mondo, a una società, a un modo di vivere, molto più difficili da rompere di quanto non sembri.
Il cristianesimo, in questa luce, appare come un modo di vivere radicale. La domanda "chi si salva allora?" è la stessa posta dai discepoli a Gesù. E lui non smentisce, ma dice che "nulla è impossibile a Dio". La chiave non è rinunciare, ma proseguire avendo fiducia. La paura di tutti noi è: "come si campa?" se non si segue l'accumulo e la difesa dei beni? Siamo figli di una cultura dell'indipendenza, dell'autonomia, dove l'obiettivo educativo è "stare in piedi da soli".
La Scelta della Dipendenza e della Condivisione
Gesù ci dice che la pienezza non si raggiunge finché non si lascia la sicurezza per andare dove chiede il Signore, fidandosi che lui provvede. La radicalità del Vangelo ci spinge a non dividere il mondo tra cristiani e non, tra bravi e meno bravi. Non siamo noi a poterci autodefinire "cattolici" o "cristiani", ma sono gli altri a dire come abbiamo agito nella vita, "da come vi amerete sapranno che siete miei discepoli".
Gesù non fa proseliti a tutti i costi. L'obiettivo non è il consenso attorno a lui, ma, grazie a lui, liberare la propria vita e renderla più dinamica, feconda, piena. Diffida dal parlare di "azioni buone" per non assolutizzare nulla e nessuno, fuorché Dio. La domanda giusta è: "perché Gesù è stato così duro con i ricchi?". Perché dovremmo essere radicali rispetto al tema della ricchezza e del potere, fin nelle piccole cose?
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