La chiamata degli apostoli da parte di Gesù Cristo rappresenta un momento fondante nella storia della Chiesa e un modello per ogni vocazione cristiana. Gli evangelisti narrano questi episodi con una profonda carica teologica, evidenziando non solo gli eventi, ma soprattutto il loro significato spirituale e le implicazioni per la sequela.
L'Inizio della Predicazione e la Chiamata dei Primi Discepoli
L’inizio della predicazione di Gesù è caratterizzato da due azioni tra loro intimamente connesse: l’annuncio della prossimità del Regno e la chiamata dei primi discepoli. Anzitutto l’annuncio: «Il Regno di Dio è vicino» (Mc 1,15). È questo l’“evangelo”, la buona notizia di un nuovo inizio per l’umanità tutta: un annuncio di speranza che irrompe all’indomani della consegna di Giovanni il Battista («dopo che Giovanni fu consegnato», Mc 1,14) e contraddice la tenebra del mondo che aveva rifiutato Giovanni e la sua predicazione. La prossimità del Regno significa anche la fine di un’attesa («Il tempo è compiuto», Mc 1,14): c’è dunque un oggi, quello di Gesù, in cui Dio compie tutte le sue promesse e si mostra fedele alla sua alleanza («tutte le promesse di Dio in lui sono “sì”», 2 Cor 1,20).
Per questo quella “buona notizia” («Il Regno di Dio è vicino») è seguita subito da un imperativo: «Convertitevi e credete nell’Evangelo!» (Mc 1,15). La forza di questo comando non contraddice la discrezione di un Dio, che mai si stanca di rivolgere all’uomo il proprio invito a vivere la piena comunione con Lui. Il tono perentorio di quelle parole, tuttavia, vuole richiamare l’attenzione a una via che l’uomo deve imparare a riconoscere come non eludibile e non contrattabile. Se è vero che il Regno si è fatto vicino, è necessario che cambi qualcosa e l’unica cosa della quale l’uomo può disporre realmente il cambiamento è il proprio cuore. Il venire del Regno proclama così un’urgenza: non è possibile temporeggiare dinanzi al Regno che si è fatto vicino, dinanzi a un Dio che, in Gesù, ha deciso di entrare nel “divenire” degli uomini, nella loro storia! Se la storia è diventata “luogo” di Dio, questa è una provocazione a che le storie degli uomini divengano “luoghi” di Dio.

La Chiamata sul Mare di Galilea (Mc 1,16-20)
Leggendo Marco 1,16-20, vediamo Gesù chiamare a sé due fratelli e poi altri due, ed essi lo seguono. Il “mare di Galilea”, in realtà, è un lago formato dal fiume Giordano, lungo 21 km e largo 12 km.
Lo Sguardo di Gesù: "Vide"
Gesù «vide» Simone e Andrea mentre stavano lavorando. Marco non intende che lo sguardo di Gesù si sia posato casualmente su di loro, poiché il verbo viene ripetuto per la coppia successiva di fratelli: «vide» Giacomo e Giovanni; e anche nella successiva chiamata di Levi-Matteo: «Passando, vide Levi, il figlio di Alfeo… gli disse: “Seguimi”… e lo seguì» (Mc 2,14). In quel “vedere” di Gesù è racchiusa la grazia necessaria per compiere con slancio quanto Gesù sta per chiedere.
L'Invito: "Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini"
Gesù disse loro: «Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini» (Mc 1,17). Questo significa: «Venite dietro a me», diventate miei discepoli, come indicato dall’avverbio «dietro a me» (opíso mou). Nel mondo rabbinico, un rabbi non avrebbe mai fatto una richiesta del genere; era la fama stessa del rabbi che gli procurava discepoli. Gesù si comporta in modo opposto e chiama direttamente. È la dignità della sua persona accompagnata dal suo sguardo di grazia che giustificavano quella richiesta insolita e la risposta generosa e disinteressata.
La promessa di farli diventare «pescatori di uomini» (alièis anthrópôn) è pittoresca e fondamentale in tutti e tre i Sinottici, e ancor più in Marco, che è più degli altri l’evangelista della sequela, della chiamata rivolta a tutti di seguire Gesù.
La Risposta Immediata: "Lo seguirono"
«E subito lasciarono le reti e lo seguirono» (Mc 1,18). La chiamata di grazia raggiunge i due nel loro profondo e li muove all’ascolto; ed essi, in totale libertà personale, si aprono all’ascolto obbediente. Lasciare tutto e muoversi verso l’incognito è quanto si realizza mediante l’ascolto della Parola. Un esempio biblico è Abramo: «Abram partì, come gli aveva ordinato il Signore» (Gen 12,4).
Anche Giacomo e Giovanni stavano lavorando, riparando le reti, quando Gesù li vide e «subito li chiamò» (Mc 1,20a). Questo «subito» è un avverbio caro a Marco, che sottolinea l'immediatezza della risposta. «Ed essi lasciarono il loro padre Zebedeo nella barca con i garzoni e andarono dietro a lui» (Mc 1,20b).
Il Significato Profondo della Chiamata
Oltre la Cronaca: Un Atto Teologico
I racconti della chiamata dei quattro apostoli, presenti anche in Matteo 4,18-22 e Luca 5,1-11, affondano le radici nella profonda tradizione apostolica. Marco stesso riprende questa narrazione da una tradizione scritta a lui anteriore. Sappiamo che Gesù, in contrasto con il rabbinismo del tempo, chiamava direttamente le persone alla sua sequela, come testimoniato dall'invito rivolto a Filippo: «Seguimi!» (Gv 1,43).
L’urgenza della scelta che l’uomo è chiamato a fare di fronte al passare di Dio è sottolineata, nel racconto di Marco, mediante quel «subito» con cui Simone e Andrea seguono Gesù e mediante quel «lasciarono» con cui Giacomo e Giovanni abbandonano il lavoro, mentre il padre e i garzoni sono ancora sulla barca. Questo medesimo appello all’urgenza è ciò che ogni lettore dell’evangelo è chiamato a cogliere con tutta la sua forza, perché, come ricorda anche Paolo, «il tempo si è fatto breve… passa infatti la figura di questo mondo» (1Cor 7,29.31). In Gesù, l’urgenza della conversione viene allora a coincidere con l’urgenza della sequela: tornare a Dio significa seguire Gesù.

Appartenenza e Trasformazione
La convocazione dei discepoli da parte di Gesù rivela un profondo cambio di appartenenza. Gesù li chiama a sé, e con alcuni, come Simone, si sente in diritto di cambiargli nome (Pietro). Il dare o il cambiare il nome, il chiamare a sé, indica che Gesù possiede questi discepoli, diventando in un certo senso loro proprietario. Il Vangelo cita, infatti: "i suoi dodici discepoli". Essi non fanno parte tanto di una nuova squadra, ma appartengono all’allenatore stesso. Questo passaggio di proprietà produce un cambio di appartenenza. Alcuni ordini religiosi, ancora oggi, chiedono il cambio di nome durante la professione solenne proprio per visibilizzare questo passaggio.
Gesù è la via che riconduce al Padre, perché egli è il volto nel quale il volto del Padre si è reso visibile all’uomo. Chiamando ad andare dietro di Lui, Gesù invita a entrare in una condizione di permanente discepolato: il discepolo del Signore non diventerà mai maestro, ma rimarrà sempre discepolo, chiamato a fare vita con Gesù fino in fondo, stando dietro di Lui, fino a dare la vita. Solo allora, quando sarà passato attraverso la croce, il discepolo sarà veramente discepolo, come Ignazio di Antiochia scriveva ai cristiani di Roma, alla vigilia del suo martirio.
La Chiamata dei Dodici e la Loro Missione
La Scelta dei Dodici: Preghiera e Simbolismo
Il Vangelo ci presenta la figura di Gesù preoccupato per il grande gregge di fedeli e discepoli che si era formato intorno alla sua persona. Egli guardava già oltre la sua personale esperienza di Figlio di Dio. Vedendo le folle, Gesù ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore. Da qui nasce la sua tenerezza e preoccupazione per curare il gregge e dare ad esso un’impronta nuova e di interesse verso ciò che conta davvero.
Perciò si rivolge ai suoi discepoli con parole di grande apprensione e parimenti di sensibilità umana e religiosa che sollecita una decisione, una presa in carico della questione e del problema: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai!». La prima constatazione è che ci troviamo di fronte a un numero consistente e considerevole di persone che hanno bisogno di guide e di essere guidate. Perciò la prima cosa che raccomanda di fare è quella di «pregate dunque il signore della messe perché mandi operai nella sua messe!». Questi operai sono coloro che organizzeranno la Chiesa, dando un assetto all'evangelizzazione, non al proselitismo.
L’importanza di tale scelta è chiarita dal fatto che Gesù si pose in preghiera tutta la notte prima di proclamare la sua decisione. Il mattino seguente, Gesù annuncia la scelta dei Dodici. Egli sceglie costoro e assegna loro l’appellativo di «apostoli», ossia, secondo un uso giuridico nel mondo giudaico di allora, persone autorizzate a rappresentare qualcuno assente, insomma dei delegati. Inoltre, li sceglie con un numero che indica chiaramente le dodici tribù d’Israele. Gesù, convocati i dodici, diede loro l’autorità su tutti i demòni e il potere di guarire le malattie. La teologa Dorothe Solle scrisse che «la lotta e la contemplazione vanno assieme, non sono separabili: una suddividione del lavoro in questa autoespressione centrale della fede è mortale; rende ciechi e brutali i combattenti, sordi alle grida dall’esterno e sentimentali coloro che pregano».

Le Istruzioni per la Missione
I Dodici scelti da Gesù ebbero precise indicazioni dal Signore. Raccomandò loro di «Non andare fra i pagani e non entrare nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele». Nel camminare verso nuove mete e luoghi, i discepoli sono invitati a predicare, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Legarsi troppo a un posto o a un luogo significa privare altri luoghi di possibilità di accoglienza e adesione al Vangelo. Non si tratta solo di predicare, ma anche di «guarire gli infermi, risuscitare i morti, purificare i lebbrosi, scacciare i demòni».
Il campo missionario è davvero sterminato, nel senso che l’opera della redenzione portata a compimento da Cristo nella sua Pasqua di Morte e Risurrezione deve essere fatta conoscere fino agli estremi confini della terra, come aveva raccomandato Gesù ai discepoli prima di salire al cielo. Ciò che si ha avuto gratuitamente lo si deve dare senza attendersi nulla in cambio. L’apostolo e il missionario di Cristo non è l’uomo che esercita il ministero come un lavoro da ricompensare e da valorizzare per stare meglio e vivere più comodamente.
I Nomi dei Dodici Apostoli
Per rinfrescare la memoria, i nomi dei dodici apostoli sono:
- Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello;
- Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello;
- Filippo e Bartolomeo;
- Tommaso e Matteo il pubblicano;
- Giacomo, figlio di Alfeo, e Taddeo;
- Simone il Cananeo e Giuda l’Iscariota, colui che poi lo tradì.
La Chiamata nella Storia della Salvezza e per Ogni Cristiano
L'Alleanza Divina: Da Mosè agli Apostoli
La chiamata dei dodici è strettamente collegata a brani dell’Antico Testamento, come quello tratto dal Libro dell’Esodo, dove si narra dell’arrivo degli Israeliti nel deserto del Sinai e della chiamata di Mosè sul Monte della prima alleanza. Durante il dialogo tra Dio e Mosè vengono date precise disposizioni dal Signore al condottiero del popolo eletto: osservare la legge di Dio, custodire l’alleanza sinaitica, vivere davvero come popolo del Signore che appartiene a Lui solo. Il Signore chiamò Mosè dal monte, dicendo: «Questo dirai alla casa di Giacobbe e annuncerai agli Israeliti: “Voi stessi avete visto ciò che io ho fatto all’Egitto e come ho sollevato voi su ali di aquile e vi ho fatti venire fino a me. Ora, se darete ascolto alla mia voce e custodirete la mia alleanza, voi sarete per me una proprietà particolare tra tutti i popoli; mia infatti è tutta la terra!”» (Es 19,3-5).
Questa risonanza è rafforzata anche nel Salmo 99 (100): «Noi siamo suo popolo, gregge che egli guida. Riconoscete che solo il Signore è Dio: egli ci ha fatti e noi siamo suoi, suo popolo e gregge del suo pascolo.»
La Chiamata Universale: Oltre le Vocazioni Specifiche
Spesso si pensa che le “vocazioni” siano solo quelle alla vita religiosa e presbiterale. In realtà, tutta la vita di un cristiano è una “vocazione”. L'apostolo Paolo si definiva «apostolo per chiamata» (Rm 1,1) e ricordava ai fedeli: «anche voi, chiamati da Gesù Cristo» (Rm 1,6), voi «amati da Dio e santi per chiamata» (Rm 1,7). Chi ascolta una chiamata è come se vedesse l’invisibile.
All’origine di ogni chiamata, la voce, c’è la conoscenza amorosa che il Signore ha di ciascuno di noi. Se noi percepiamo la nostra vita di cristiani come una chiamata è solo perché abbiamo fatto l’esperienza di essere stati amati per grazia da Lui! Il primo “atto” di chi è chiamato è l’ascolto. La “vocazione” non è anzitutto un progetto o un’invenzione nostra, è la chiamata di un altro. A noi è chiesto, anzitutto, di ascoltare. La “voce” di Dio risuona nella storia, attraverso gli eventi, le relazioni, le persone che incontriamo, la Parola di Dio che ascoltiamo e che risuona sempre nella forma di una parola umana. La chiamata di Dio non ci allontana dalla storia, ma si incarna nella vita, aprendoci belle prospettive di cammino e impegno. A questo siamo chiamati tutti: a seguire Gesù, nel cammino della vita, ascoltando ogni giorno la sua Parola e la sua voce negli eventi.

La Promessa di Vita Eterna e la Gioia dello Spirito
La promessa di Gesù è molto chiara: «Io do loro la vita eterna». L’Apocalisse descrive «una moltitudine immensa» di persone «di ogni nazione, … popolo e lingua» che stanno «in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello», il loro pastore. L’Agnello ci guida «alle fonti delle acque della vita», promettendo una felicità piena, dove sarà tolto ogni dolore, ogni fatica, ogni malattia, la morte. Gesù sottolinea che questa promessa è fedele: «nessuno le strapperà dalla mia mano». La sua mano, di grazia, è potente e fedele. Gesù e il Padre sono «una cosa sola», la mano di Gesù è la mano del Padre.
Negli Atti degli Apostoli, si legge che «i discepoli erano pieni di gioia e di Spirito Santo». Il ‘segno’ dello Spirito, che è in noi, è la gioia, qualunque cosa ci accada nella vita. Paolo e Barnaba ad Antiochia in Pisidia avevano annunciato «la Parola di Dio» e avevano invitato tutti a «perseverare nella grazia di Dio». La gioia cristiana non è un sentimento ingenuo di chi non vuole i problemi, né la vita fortunata di uno a cui va tutto bene, ma è la certezza che nessuno ci può strappare dalle mani di grazia di Dio.
Fedeltà alla Chiamata: Impegno e Perseveranza
L'Urgenza della Scelta e la Coerenza della Vita
La chiave di lettura del messaggio che ci viene dalla parola di Dio sta proprio in quella chiamata che poi diventa missione: così per Mosè, così per Gesù, così per quanti sono scelti da Cristo, Figlio di Dio, per continuare la sua presenza nel mondo. Ogni chiamata si rapporta e si raccorda al tempo in cui il Signore la rivolge e alla persona alla quale viene rivolta. Non tutti rispondono con un sì convinto, come Mosè o i Dodici e i Settantadue; molti rispondono con un no chiaro, all’inizio o addirittura nel corso d’opera, quando magari hanno accettato la sfida e poi si ritirano e indietreggiano alle prime difficoltà.
Quante vocazioni perse lungo la strada, quanti hanno messo mano all’aratro e si sono voltati indietro per non continuare. Per quanti hanno fatto questo c'è la misericordia di Dio, ma anche il monito di Gesù che richiama il dovere della fedeltà, della coerenza e della stabilità degli intenti nella vocazione ricevuta. «Coloro che hanno messo mano all’aratro e si sono voltati indietro non sono degni di Gesù, né del suo Regno». Sono parole dure, ma che ci fanno capire che con Dio non si scherza e il sì detto a Dio è un sì irrevocabile che non ammette tentennamenti e ripensamenti, ma coraggio e fedeltà fino alla morte.
Le Sfide della Sequela: Debolezza e Martirio
San Paolo Apostolo nella sua lettera ai Romani ci informa sulla missione di Cristo rispetto all’umanità, quella della salvezza del genere umano. Tutto il ragionamento dell’Apostolo delle Genti verte sulla giustificazione, nel senso che Paolo vuole fare risaltare il grande mistero della redenzione avvenuta con la morte e risurrezione del Signore. Noi peccatori, Lui Santo; noi deboli, Lui Forte; noi in conflitto con noi stessi, con gli altri e con Dio, Lui in pace con se stesso e con il Padre che lo ha inviato nel mondo. «La mia grazia ti basta, perché la mia potenza si dimostra perfetta nella debolezza» (2 Co 12,9) è la risposta di Dio all’apostolo Paolo. Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi. A maggior ragione ora, giustificati nel suo sangue, saremo salvati dall’ira per mezzo di lui. Se infatti, quand’eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo, molto più, ora che siamo riconciliati, saremo salvati mediante la sua vita.
D’altra parte, tranne il figlio della perdizione, ovvero Giuda l’Iscariota, il traditore, tutti coloro che accettarono di seguire Gesù, nonostante le fragilità, i ripensamenti occasionali, i dubbi, le cadute, arrivarono fino alla fine nel testimoniare la fede a Cristo, in moltissimi casi, fino al martirio, come avvenne allora e come sta avvenendo ai nostri giorni.