Il commento al vangelo della XXXI Domenica dell'anno B, proposto da Alessandro Pronzato, ci invita a riflettere profondamente sull'amore, la fede e la condizione umana. Attraverso una serie di testi e parabole, emerge un percorso che esplora la relazione con il divino, la fratellanza universale e la ricerca della vera felicità, ponendo l'accento sulla necessità di amare con urgenza e di riconoscere Cristo nei volti più umili.
Il Cuore di Dio e la Trasformazione Umana
Il Figlio del Nostro Amore
Secondo Hans Urs von Balthasar, nell'opera "Il cuore del Mondo", l'essenza della relazione con il divino è intrinseca e pervasiva. L'autore ci invita a non meravigliarci se una goccia del sangue del cuore divino si infiltra in ogni nostro pensiero e azione, o se i pensieri del Suo cuore si insinuano nel nostro. È un sussurro, un brusio costante che ci spinge all'amore che vuole soffrire, all'amore che, insieme al Suo, redime. Viene posta la domanda se vogliamo rischiare le nostre energie e la nostra vita per i fratelli, compiendo ciò che manca alla passione divina affinché essa si realizzi in ogni sua parte. La proposta è di realizzare con Lui la grande trasformazione e il regno del Padre, provando i Suoi sentimenti, quelli di chi non si aggrappò avidamente alla Sua forma divina ma la spezzò e svuotò, scendendo "nei bassifondi del coraggio che si fa schiavo".
La grazia divina scorre nei nostri "vasi vuoti", eppure spesso li lasciamo tali, sottraendo il nostro grembo alla Sua semente. Tuttavia, la debolezza con cui indeboliamo il divino non riesce a frenarlo, poiché "quando io sono debole, allora sono forte". L'invito è a lasciarsi indebolire da questa debolezza affinché cresca in noi "il frutto del mio grembo, il figlio del nostro amore". Ci si interroga su quanto tempo ancora terremo separata la solitudine divina dalla nostra, invece di lasciarle confondersi nell'unità di un unico amore.
Il Cuore di Dio e il Trapianto Spirituale
La storia di un adolescente in coma irreversibile, Simon, il cui cuore viene espiantato per salvare una donna in attesa di trapianto, offre una profonda metafora spirituale. La madre di Simon si interroga sul destino dell'amore e degli affetti contenuti nel cuore del figlio una volta che esso ricomincerà a battere in un corpo sconosciuto. Questa riflessione conduce alla grande promessa di Dio: «Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne» (Ez). Anche noi eravamo a rischio di vita, spiritualmente morti, con un cuore che non riusciva più ad amare senza rischiare il "colpo di grazia".
L'uomo nuovo di cui parla Paolo nelle sue Lettere è un uomo dopo questo "trapianto" spirituale. Pur rimanendo l'uomo vecchio, il trapianto irrora gradualmente ogni fibra, trasformandola. La vita di Dio, che non può essere distrutta, entra e gradualmente "trapianta" (ci innesta nella Sua vita come si fa in botanica), purifica e trasforma, nella misura in cui lo desideriamo. Il cuore che ci viene donato non è vuoto, né quello di un morto, ma è il cuore del Vivente, della Vita, quello che ci consente di avere passione per la vita e di patire per essa, che ci concede il trasporto erotico per il creato e le creature e la capacità di patire per essi. Questo cuore, come quello di Giovanna D'Arco trovato intatto tra le ceneri, è indistruttibile perché la sua materia non appartiene a questo mondo. Se desideriamo amore per vivere, ciò di cui abbiamo bisogno è un cuore nuovo.

Riconoscere Cristo e la Fratellanza Universale
Sfiorare Cristo nei Volti Comuni
Don Alessandro Pronzato, in "Pane per la Domenica", sottolinea come infinite volte sfioriamo Cristo e non ce ne accorgiamo. Non lo riconosciamo perché ha il volto "troppo noto": quello del pezzente, del bambino, del collega, della cuoca, del disoccupato, del marito, della sposa, della donna delle pulizie, del forestiero, del malato, dell'individuo male in arnese, del carcerato. Questi volti, che conosciamo fin troppo bene, ci impediscono di riconoscerlo, e così Lui continua a essere in esilio.

Vivere in questo mondo è difficile, ma confidando in Lui ci saranno date nuove forze. L'invito è a parlare con Lui, scaricare pesi e ansie, chiamarlo a qualsiasi ora, perché non dorme mai e risponderà sempre. Se riuscissimo a guardare l'universo con amore, a vederci nello specchio con umiltà, a mostrare tenerezza a chi sorride, misericordia a chi chiede compassione e perdono a chi ci fa piangere, allora, come il pastore guida le sue pecore, Lui ci condurrà vicino al Suo cuore. Un giorno asciugherà ogni lacrima ed eliminerà tutto il dolore sofferto sulla terra. Ci ama tanto da aver mandato Suo Figlio Gesù per la vita eterna, rivelando in Lui il Suo amore, la rappresentazione esatta del Suo essere. Gesù è venuto per dimostrare che Dio è dalla nostra parte, non contro di noi, per dirci che non ricorderà più i nostri peccati. La Sua morte è stata la massima espressione dell'amore divino per noi. L'invito finale è a tornare a casa per celebrare la festa più grande che il Cielo abbia mai visto, a ricevere Suo Figlio Gesù nel nostro cuore, perché Egli è sempre stato e sempre sarà nostro Padre, e ci aspetta a braccia aperte.
La Fratellanza Universale come Liberazione
Chiara Lubich, a Payerne nel 1982, sottolinea che la fratellanza universale è un'idea che può rivoluzionare la nostra anima, liberandoci da tutte le schiavitù: quelle tra poveri e ricchi, tra generazioni, tra bianchi e neri, tra razze, tra nazionalità, persino tra cantoni. Siamo schiavi delle divisioni, critichiamo, creiamo ostacoli e barriere. Se siamo tutti fratelli, dobbiamo amare tutti, senza eccezioni, una vera rivoluzione.
L'Urgenza dell'Amore
Roberto Benigni, nei "Dieci Comandamenti" (Rai 1, 2014), evidenzia che il problema fondamentale dell'umanità da 2000 anni è rimasto lo stesso: amarsi. Ma ora è diventato più urgente. Non abbiamo molto tempo. Dobbiamo affrettarci ad amare, perché amiamo sempre troppo poco e troppo tardi. Al tramonto della vita saremo giudicati sull'amore, e non esiste amore sprecato. Non c'è emozione più grande di sentire, quando siamo innamorati, che la nostra vita dipende totalmente da un'altra persona, che non bastiamo a noi stessi. Tutte le cose, anche quelle inanimate come montagne, mari, strade, cielo, vento, stelle, città, fiumi, pietre, palazzi, che di per sé sono vuote e indifferenti, improvvisamente si caricano di significato umano e ci affascinano, ci commuovono. Questo accade perché contengono un presentimento d'amore, poiché il "fasciame di tutta la creazione è amore", e l'amore combacia con il significato di tutte le cose: la felicità.
Benigni esorta a cercare la felicità ogni giorno, continuamente, in questo preciso momento, perché essa è già in noi. Ci è stata data in dono da piccoli, come un regalo, una dote, ma l'abbiamo nascosta così bene che molti non ricordano più dove l'hanno messa. La felicità è lì, dobbiamo cercarla in tutti i ripostigli, scaffali, scomparti della nostra anima, buttando all'aria cassetti e comodini interiori, e la vedremo emergere. Non dobbiamo avere paura della morte, perché è più rischioso nascere che morire. La paura non deve essere di morire, ma di non cominciare mai a vivere davvero. Dobbiamo "saltare dentro l'esistenza ora, qui", perché se non troviamo niente ora, non troveremo niente mai più; qui è l'eternità. Dobbiamo dire un "SÌ" alla vita, un "SÌ" così pieno da arginare tutti i "no". Alla fine, capiamo di non sapere niente, di non capire niente, se non che c'è un grande mistero che va accettato così com'è, e la cosa che impressiona di più è la vita che va avanti, inspiegabilmente. Dobbiamo resistere, perché la vita è molto più di quello che possiamo capire noi.
La Costanza Divina e la Responsabilità Umana
Dio Sempre Aspetta
Papa Francesco, in un'omelia del 2013, ricorda che Dio sempre aspetta. Egli è accanto a noi, cammina con noi, è umile e ci aspetta sempre. Questa è l'umiltà di Dio.
Il Testamento di Raoul Follereau: Amarsi o Scomparire
Raoul Follereau nel suo testamento rivolge un appello urgente ai giovani: "O la guerra o la pace sono per voi." Venticinque anni prima scriveva: "O gli uomini impareranno ad amarsi o, infine, l'uomo vivrà per l'uomo, o gli uomini moriranno." Il mondo non ha altra alternativa: "amarsi o scomparire". Bisogna scegliere, subito e per sempre. Follereau denuncia la mostruosa industria delle bombe all'idrogeno, con 20.000 ordigni, ognuno capace di trasformare una metropoli in un immenso cimitero, e la produzione continua di tre bombe ogni 24 ore. Il tesoro che ci lascia non è il bene che ha fatto, ma quello che non ha fatto e che avrebbe voluto fare, che noi faremo dopo di lui. Questa testimonianza, egli spera, ci aiuterà ad amare. Proclama erede universale tutta la gioventù del mondo, credente e non credente, invitandola ad agire "a forza di amore". I pacifisti con il manganello sono "falsi combattenti". L'appello è a rimanere se stessi, perché ogni essere umano ha un suo destino e niente diminuisce la dimensione dell'uomo. La libertà non è una cameriera tuttofare da sfruttare impunemente, ma il patrimonio comune di tutta l'Umanità. Lavorare, amare gli uni con gli altri, amare tutti, sono i pilastri per un futuro di pace.
La Persecuzione Astuta
Sant'Ilario di Poitiers, nell'opera "Contro l'imperatore Costanzo", descrive un persecutore subdolo, un nemico seducente. Questo tentatore non flagella il dorso, ma liscia il ventre; non esilia a vita, ma condanna a morte coprendo di ricchezze; non chiude in carcere per dare la vera libertà, ma accoglie nei suoi palazzi rendendoci schiavi. Non tormenta i fianchi, ma si impossessa del cuore; non decapita con la spada, ma uccide l'anima con l'oro; non minaccia apertamente il rogo, ma in segreto attira il fuoco della Geenna. Non sfida per non essere sconfitto, ma prevale con l'adulazione.
La Lezione del Sale e del Melograno
Un aneddoto personale narra di una madre che chiede sale ai vicini pur avendone in casa. La ragione: i vicini sono poveri e spesso chiedono aiuto, e occasionalmente la madre chiede a sua volta qualcosa di piccolo e non costoso, affinché anche loro sentano che si ha bisogno di loro. Questo gesto insegna l'importanza della reciprocità e del mantenimento dei legami comunitari.
La storia del Buddha e del melograno, invece, mette in luce il valore intrinseco del sacrificio. Un re offre al Buddha beni di inestimabile ricchezza, ma il Buddha suona il tamburo per un melograno offerto da una donna poverissima, che avrebbe potuto mangiare il frutto per soddisfare la sua fame ma lo ha offerto a Lui. Il Buddha spiega che il sacrificio non si valuta in quantità, ma in qualità: l'offerta della donna, pur modesta materialmente, rappresenta un sacrificio incomparabilmente maggiore.
La Vita, la Felicità e le Sfide Umane
La Ricerca della Felicità e il Senso della Vita
La storia di un uomo che rimandava sempre la felicità al futuro illustra la trappola del "quando finalmente sarò felice". Da ragazzo, a scuola, pensava "finalmente sarò felice quando avrò finito la scuola". Poi, lavorando, sperava di essere felice "quando sarò sposato". Con il matrimonio, la nascita dei figli e le loro difficoltà, la felicità era sempre proiettata in avanti. Cohen, riflettendo sugli uomini, osserva la loro contraddittorietà: hanno fretta di crescere e poi sospirano per l'infanzia perduta; sacrificano la salute per il denaro e poi spendono il denaro per la salute; pensano al futuro in modo impaziente trascurando il presente, così non godono né l'uno né l'altro.
Una studentessa malata terminale di leucemia, Betty, insegna che i giorni più felici della sua vita sono quelli della malattia. Quando si pensa di avere tanti anni davanti è facile rimandare le cose, ma quando si sa che i giorni sono limitati, ci si ferma ad annusare il profumo dei fiori e a sentire il calore del sole proprio oggi. La sua esperienza del dolore dei prelievi del midollo spinale era alleviata dalla mano del suo ragazzo, rendendola più consapevole del conforto che dell'ago. La sua testimonianza aiuta a capire che non si può vivere in pienezza se non si sa che la vita un giorno finirà. Dio le stava dicendo: "Sei un pellegrino in viaggio, ma prova a goderti il viaggio."
L'Ascolto e la Solitudine del Re
La storia del Re che non sapeva ascoltare è un monito sulla superbia e l'incapacità di relazionarsi. Questo Re interrompeva i suoi sudditi, era lunatico, generoso con le persone sbagliate e viceversa. Non ascoltava nessuno, giudicava stupido e senza senso ciò che dicevano la moglie e i figli. Dopo aver spinto la regina giù dal trono e aver cercato di giustificarsi, ella gli lanciò una maledizione: che gli cadessero le orecchie e gli venissero due bocche. Un Mago esaudì il desiderio. Il Re si ritrovò con due bocche identiche e un orecchio minuscolo sulla fronte, mentre le altre due orecchie giacevano sul cuscino. Inizialmente contento di parlare più velocemente e ad alta voce, si accorse presto di non riuscire più a stare zitto, parlando continuamente. Le cose peggiorarono per i sudditi e per la regina. Il Re cominciò ad ascoltare solo le sue due voci, e amici e nemici lo evitarono. Anche gli affari di stato peggiorarono a causa della sua incapacità di comprendere. Avvolto da una terribile solitudine, il Re iniziò a rendersi conto dei suoi errori. Decise di tenere le due bocche chiuse e con il piccolo orecchio si sforzava di ascoltare meglio di prima, rimpiangendo le sue orecchie perdute.
Anni dopo, la regina provò pena per il marito, e il Mago Cavatorti tornò. Dopo avergli chiesto se riconosceva i suoi errori e se avrebbe fatto qualsiasi cosa per avere due orecchi e una bocca, il Mago agitò la bacchetta al contrario. Il Re si ritrovò con una bocca sola e due splendidi orecchi nuovi. Invece di ricominciare come prima, si fermò ad ascoltare il canto degli uccelli, la musica del vento, le voci dei bambini. Fu la prima volta, e gli vennero le lacrime agli occhi per la commozione. La famiglia lo abbracciò, e il Re pensò di non aver mai sentito niente di più bello. La storia conclude con la citazione del profeta Isaia: "Perché il cuore di questo popolo è diventato insensibile: sono diventati duri d'orecchi, hanno chiuso gli occhi, per non vedere con gli occhi, per non sentire con gli orecchi, per non comprendere con il cuore..."
La Valigia, l'Attenzione e le Scelte della Vita
Quando un uomo muore, scopre che ciò che gli apparteneva non gli è mai appartenuto, e la sua valigia è vuota. Le cose materiali per cui ha tanto lottato non possono essere portate con sé. Il vero bene della vita è il tempo, che non doveva essere sprecato ma impegnato.
Un giorno, Gesù promette di visitare una parrocchia. La gente si aspetta una predica, ma Lui si limita a sorridere e salutare. Rifiuta ospitalità e trascorre la notte in chiesa. L'indomani, la chiesa viene trovata vandalizzata con la parola "attenzione" scarabocchiata ovunque. Gesù piange su Gerusalemme, perché non sa ciò che occorre alla sua pace. Piange sul nostro mondo, sulla Palestina, l'Indonesia, l'Iraq, l'Italia, sui paesi dove regnano indifferenza, ingiustizia e violenza, su coloro che vanno in chiesa ma pensano ad altro.
La parabola del nipotino e dell'uccellino in mano sottolinea che "la risposta era nella tua mano!". La morte o la vita eterna sono nelle nostre mani, e anche le scelte più piccole e semplici di oggi determineranno il destino eterno.
Il Forestiero e la Moglie Perfetta
La storia del forestiero e del vecchio all'oasi insegna che "ciascuno porta il suo universo nel cuore". Chi non ha trovato niente di buono in passato, non troverà niente di buono neanche altrove. Al contrario, chi aveva amici altrove, troverà amici leali e fedeli anche qui, perché "le persone sono ciò che noi troviamo in loro". Si trova sempre ciò che si cerca.
Mulla Nasrudin, nella ricerca della moglie perfetta, viaggia per Damasco, Isphahan e il Cairo, trovando donne di grazia, spiritualità, bellezza e conoscenza del mondo. Al Cairo trova quella che sembra la "moglie perfetta", ma ahimè, anche lei stava cercando il marito ideale. Amare significa accogliere un "altro" con il suo modo di essere, la sua diversità, i suoi difetti, non la copia di qualche nostro stupido sogno. Il marito perfetto è quello che non vuole una moglie perfetta.
Gli Sguardi e il Vecchio Violino
Il santo curato d'Ars, osservando un contadino immobile davanti al tabernacolo, chiede cosa faccia lì così a lungo. La risposta è semplice: "Egli guarda me ed io guardo Lui". Si può andare al tabernacolo così come si è, con paure, incertezze, distrazioni, confusione, speranze e tradimenti, e la risposta sarà straordinaria: "Io sono qui!".
Ad un'asta, un vecchio violino graffiato e scheggiato, con corde allentate, viene offerto per pochi euro. Un uomo dai capelli grigi prende l'archetto, spolvera il violino, tende le corde e suona una melodia pura e dolce. Dopo la musica, il violino viene offerto nuovamente, e il prezzo sale a migliaia di euro. Questo racconto suggerisce che il vero valore delle cose e delle persone può essere rivelato solo da chi sa vederlo e esaltarlo.
Natale: Un Mistero Profondo e Personale
Gli Auguri di Natale su Misura
Formulare gli auguri di Natale dovrebbe essere semplice, ma spesso risulta difficile, producendo frasi banali, come i presepi preconfezionati, attraenti ma freddi. Lo sbaglio sta nel voler trovare formule standard, buone per tutti. Invece, a Natale, gli auguri non possono essere indistinti. Fare gli auguri a Ignazio, immobilizzato da un incidente, è diverso che farli a Franco, che si prepara a una settimana bianca. A Ignazio bisogna descrivere la stella cometa e assicurargli che Gesù è venuto a dare senso alla sua tragedia, traslocando dalla mangiatoia per scaldarsi da lui. A Franco, che non ha tempo per queste cose, bisogna provocare nostalgia e fargli capire che le luci dei ritrovi mondani non danno senso alla sua vita.
Augurare buon Natale a Katia, in procinto di sposarsi, è diverso che farlo a Rosaria, che ha appena firmato la separazione. A Katia basterà vedere nel presepe la celebrazione nuziale suprema di Dio che sposa l'umanità. A Rosaria, che passerà le feste da sola, occorrerà discrezione per farle capire che il ripudio subito da Gesù nella notte santa non è dissimile dal suo. E un augurio a Gigi, affinché, scorgendo nel bambino del presepe il mistero della fedeltà di Dio, torni presto a casa.
Dire buon Natale a Nicola, amico ateo, è diverso che dirlo a don Donato, esperto di santità. Don Donato ha un cuore traboccante di tenerezza quando parla del Verbo che scende sulla terra, il Dio con noi. Nicola, davanti al presepe, resta impassibile, sorride al bue e all'asino, e l'incanto di quella notte gli sembra una fuga dalla realtà, assomigliando ai pastori scettici. L'autore non vuole forzare la sua coscienza, ma si chiede se sia sicuro che quel bambino non abbia nulla da dirgli, e se il mistero di Dio fatto uomo per amore sia completamente estraneo al suo bisogno di felicità. L'augurio è che la sua irreprensibile onestà umana trovi nella culla di Betlemme la sua sorgente e il suo estuario.
Augurare buon Natale a Corrado, che vive in casa di riposo e rivive i ricordi dell'infanzia, pensando che sarà il suo ultimo Natale e immaginando di contemplare Gesù faccia a faccia, è molto diverso che farlo ad Antonietta, ventenne, che non è più quella di una volta, non fa più parte del coro e forse non si confesserà. L'augurio è che Antonietta trovi cinque minuti per piangere da sola davanti alla culla e risperimenti la felicità semplice della carta stagnola del presepe.
Augurare buon Natale a Gianni, in ospedale e solo, è diverso che farlo a Piero, in carcere e senza visite. A entrambi, e ai loro compagni, l'augurio è che Gesù Cristo restituisca la salute del corpo e dello spirito. Infine, auguri a Carmela, vedova; a Marina, felice; a Michele, disperato; e a Mussif e a tutti i profughi albanesi nella casa di accoglienza. Il Natale è un messaggio profondamente personale, che tocca le ferite e le gioie di ogni singola esistenza, invitando all'amore e alla compassione universali.