La Chiesa dell'Immacolata Concezione e il Campanile di Enna: Una Storia Plurisecolare

La storia di Enna, anticamente conosciuta come Castrogiovanni, è intrisa di vicende che si intrecciano con la fondazione e la trasformazione delle sue numerose chiese e conventi. Nel 1926, Castrogiovanni, istituita come capoluogo di Provincia, riacquistò il suo antico nome di Enna, un ritorno alle sue radici romane. Alla fine dell'Ottocento e nei primi decenni del Novecento, la città contava circa 28.000 abitanti ed era amministrativamente sottoprefettura della Provincia di Caltanissetta, un centro medioevale ricco di storia e monumenti.

Enna tra Storia, Società e Religiosità Popolare

Il cuore della città di Enna si estendeva dalla chiesa del Santo Padre fino alla chiesa di S. Tommaso. Lungo questo perimetro erano ubicati tutti i conventi degli ordini religiosi e i palazzi di baroni, marchesi, duchi e altri ricchi feudatari. I quartieri periferici erano abitati principalmente da famiglie in abitazioni a pianterreno, con poche eccezioni di edifici a un piano e centinaia di famiglie che risiedevano in grotte scavate nella roccia, tipiche della natura rocciosa di Castrogiovanni.

Le grotte, risalenti all'epoca preistorica, erano concentrate in diverse aree tra cui il Vallone dei Greci, Fontanagrande, Fundrisi, S. Pietro (Fuddraturi), Valverde e S. Eligio, soprannominato "Santulia", quartiere che ospitava i caprai della città. In queste zone, persone e capre convivevano nelle numerose cavità naturali. Nel 1936, il fascismo promosse la bonifica dalla malaria del Lago Pergusa e la costruzione di un villaggio con casette, chiesa, scuola e caserma dei carabinieri, destinate alle famiglie "aggrottate". Tuttavia, questa iniziativa non fu sufficiente a risolvere completamente il problema abitativo, e molte famiglie continuarono a vivere nelle grotte. Solo negli anni Cinquanta, la costruzione di numerose case popolari offrì una soluzione abitativa definitiva per molti.

Le condizioni igienico-sanitarie erano spesso precarie, con assenza di gabinetti, acqua corrente ed energia elettrica nella maggior parte delle abitazioni, in particolare nei quartieri periferici. La percentuale di diplomati e laureati era esigua tra il ceto medio, ma emergevano figure di grande cultura come musicisti, scrittori, artisti e abili artigiani, le cui attività si svolgevano spesso fuori Enna, data la mancanza di istituzioni formative locali per l'insegnamento. Nei ceti popolari, specialmente tra le donne casalinghe, erano diffuse credenze popolari, superstizioni, pratiche di fattucchieria e guarigioni tradizionali, come quelle per "tagliare i vermi della pancia ai bambini" o per alleviare l'insolazione, oltre a riti per scacciare gli spiriti maligni e, in alcuni casi, pratiche di stregoneria.

La Profonda Religiosità del Popolo Ennese

Nonostante le credenze popolari, il popolo di Castrogiovanni era profondamente religioso. Le chiese erano affollate la domenica, le confraternite numerose, e ogni parrocchia celebrava la propria festa. Le feste cittadine erano frequentatissime dai fedeli e le parrocchie disponevano di risorse adeguate, come testimoniato dal detto popolare "cu avi un figliu parrinu avi un giardinu" (chi ha un figlio prete ha un giardino, inteso come prosperità).

Leggende e Tradizioni Popolari

Nelle serate invernali, le famiglie si riunivano per raccontare storie di spiriti ("i spirdi"), grotte misteriose contenenti tesori recuperabili attraverso percorsi magici e luoghi infestati da fantasmi. Queste narrazioni, raccontate con serietà, catturavano l'immaginazione dei ragazzi, stimolando discussioni e progetti avventurosi. Per le madri casalinghe, spesso analfabete ma religiose, alcune manifestazioni tradizionali assumevano il valore di verità.

Si narrava la storia della Dragunera, una sorta di strega: Enna, situata su un monte a circa 1000 metri di altitudine, era soggetta a grandi tempeste di vento, in particolare nella zona di Via Mulino al Vento, dove un secolo e mezzo prima sorgevano mulini. Le abitazioni fatiscenti di allora permettevano al vento di penetrare da ogni fessura, rendendo le tempeste terrificanti e alimentando la credenza che "i venti si battezzavano". Il rimedio per placare i venti era affidato a una popolana con poteri soprannaturali, che si recava sulla rocca di Montesalvo con i capelli sciolti e una falce, recitando parole misteriose e agitando l'attrezzo per "sciogliere i venti". Se il vento si calmava, era attribuito ai sortilegi della Dragunera; in caso contrario, il rito veniva ripetuto per tre giorni.

Un altro racconto fantasioso era quello della "chiamata delle comari" durante i temporali invernali. Una donna, spaventata da fulmini e tuoni, si affacciava alla porta o alla finestra e gridava al cielo: "Cummari, cummari Marì!". Una vicina rispondeva "chi vuliti, chi vuliti", e la prima comare chiedeva: "di chi iurnu veni a Scensioni" (di che giorno viene l'Ascensione), con la risposta "di iuvi, di iuvi veni" (di giovedì viene). Questo rituale implorava la Madonna (comare Maria) affinché intercedesse presso Gesù Cristo (ricordando la sua Ascensione, che cade sempre di giovedì) per far cessare il temporale.

illustrazione di una scena di vita popolare ennese con donne che conversano

I ragazzi di quella generazione, più creduloni rispetto ai giovani odierni, ascoltavano con curiosità i racconti degli anziani, bramosi di sapere di più sui tesori nascosti nelle grotte della montagna nella contrada Scioltabino, detta JUCULI', e di persone arricchitesi trovando tesori in abitazioni infestate. Questi racconti stimolavano la fantasia, portando a progetti avventurosi che spesso rimanevano tali a causa della grande paura degli "spiriti". Animati da buona volontà, i ragazzi intraprendevano "prove di coraggio" nella zona del convento di Montesalvo, che era completamente buia. La prima prova consisteva nell'arrivare a una grande croce di ferro posta su una costruzione in muratura (oggi spostata accanto alla chiesa), deporre un sasso sullo scalino e tornare indietro; non tutti però riuscivano. La seconda prova, riservata a chi aveva superato la prima, era arrivare davanti alla Chiesa di Montesalvo per dimostrare di non avere paura degli spiriti, un'impresa non facile per l'epoca. Si diceva che i monaci del convento fossero infastiditi dai ragazzi che giocavano nella loro selva, disturbando la loro solitudine, ma molti malignavano, insinuando che volessero nascondere incontri compromettenti. Si raccontava anche di una flebile luce visibile a distanza la sera, che si diceva fossero degli spiriti.

La Chiesa dell'Immacolata Concezione (La Chiesiola)

La costruzione della Chiesa dell'Immacolata Concezione di Maria Vergine si deve alla nobildonna Suor Genua Pirrera, che nel 1604 o 1607 trasformò la sua abitazione, situata nella Parrocchia di San Tommaso, in una piccola cappella. Per le sue dimensioni ridotte, fu affettuosamente chiamata la "Chiesiola".

Origini e Primi Anni

L'anno di trasformazione dell'edificio in chiesa è noto, ma non quello della sua costruzione. Nel 1607, fu richiesta l'autorizzazione per celebrarvi la Santa Messa. Genua Pirrera lasciò un legato per il mantenimento della chiesa, e nel febbraio del 1628, il sacerdote Pietro Butera (nato nel 1571 o 1572 da Mariano) ricevette il permesso di celebrarvi le Sante Messe. Una visita del Visitatore Don Giacomo di Michele rivelò che la chiesa era così stretta e angusta da poter contenere appena venti persone.

ricostruzione architettonica della

Eredità e Avvenimenti Significativi

La storia della Chiesiola è desumibile dai pochi documenti rimasti nell'archivio del Collegio di Santa Maria La Nuova, che la ereditò il 5 settembre 1645, come attestato negli atti del Notaio Francesco Volturo, insieme ad altre proprietà e lasciti. Il sacerdote Pietro Butera, chiamato negli atti del Collegio "Il Testatore", morì il 1° marzo 1645 all'età di 73 anni e fu sepolto nella Chiesa del Carmine. Da quel momento, la storia della Chiesiola si fuse con quella della Donna Nuova.

Documenti d'archivio rivelano curiosi avvenimenti: il 10 ottobre 1655, Caterina Messina lasciò un legato alla Chiesa della Concezione, specificando che né il Vescovo di Catania, né il Vicario Generale, né alcun altro ufficiale o confrate o procuratore del Collegio di S. Maria la Nuova dovesse beneficiarne. Il 14 marzo 1751, a seguito della morte del legatario della Concezione, il Sac. Calogero Maddalena, fu emesso un editto pubblico per un concorso per il legatario di due legati (uno di tre messe settimanali per tutto l'anno e un secondo per le domeniche e le feste per l'anima del Sac. Pietro Butera), chiedendo ai parenti del Testatore se conoscessero sacerdoti disposti ad assumere l'incarico. In caso contrario, avrebbero provveduto i Procuratori del Venerabile Collegio di S. Maria la Nuova.

Un'altra nota dell'8 luglio 1863 registra un'erogazione per la costruzione di un'orchestra in legno (probabilmente un coro) nella Chiesiola, realizzata dal falegname Angelo Greca per la somma di 3 tarì, 9 grani e 17 piccioli. Da un atto del 1892 si evince la struttura della Chiesiola: due entrate, di cui una a sud con due gradini, e una volta finta.

Declino e Demolizione

Nel 1901, il tetto della sacrestia crollò, fu riparato e poi ricostruito nel 1903. Da questa data, le informazioni sulle sorti della piccola Chiesa sono scarse a causa del disinteresse degli amministratori. Nel 1965, il Comune di Enna la fece demolire perché pericolante. Nonostante gli inviti dell'Amministrazione Comunale a provvedere alle riparazioni, gli amministratori del Collegio dichiararono sempre di non avere disponibilità finanziarie. Così, il Comune procedette alla demolizione e si appropriò del suolo per rimborsarsi le spese. Al suo posto sorse un'abitazione privata, che inglobò uno dei muri della Chiesetta, ancora oggi visibile. La Madonnina della Concezione fu custodita da una fedele residente nelle vicinanze, mentre le campane (forse due) furono riposte in un magazzino comunale e mai restituite al Collegio (una di esse fu poi utilizzata nella Chiesa di Risicallà).

foto storica della

Il Campanile e Le Chiese di Enna: Un Patrimonio Perduto

La Torre Ottagonale e il Monastero di Santa Maria del Popolo

Un evento di grande rilevanza fu l'arrivo a Enna delle suore di Santa Maria del Popolo, salutate con grande festa. Tuttavia, il luogo non si addiceva allo stile di vita monacale. Il popolo ennese si impegnò nella raccolta di fondi. Si narra che un giorno, finito l'olio d'oliva nel monastero, le suore non potendo accendere le lampade, furono costrette a pregare al buio. Dal monastero, detto "do pupulu" per la sua appartenenza al popolo, i cittadini ennesi beneficiarono di numerose provvidenze, tra cui elemosine per i poveri, assistenza medica per gli ammalati e lavoro per agricoltori e artigiani.

La lunga storia del campanile di Lioni e della sua chiesa / SPECIALE

Un fenomeno sorprendente avveniva durante i violenti temporali: le monache iniziavano a suonare con energia la campana di Santa Maria del Popolo, e la tempesta si placava miracolosamente. A quel tempo Enna contava non meno di sedici conventi, e quello di Santa Maria del Popolo era particolarmente amato, sebbene inizialmente sprovvisto di una chiesa accessibile dall'esterno, le cui funzioni erano riservate alle monache. L'11 gennaio 1693, un forte terremoto colpì la Sicilia orientale danneggiando gravemente la chiesa, che divenne inutilizzabile. I danni furono completamente riparati nel 1826, e con i restauri, la chiesa fu riaperta, consentendo per la prima volta ai fedeli di assistere alle messe. Riaperta nuovamente nel 1944 dopo la Seconda Guerra Mondiale, fu richiusa nel 1973 a causa di una violenta alluvione che la rese inagibile.

Chiese Scomparse e la Mappa del 1877

La pagina "Il Campanile" propone una ricostruzione dei siti delle chiese esistenti nel 1877 e oggi scomparse, grazie al lavoro di ricerca di Marco Giannotti e Alessandro La Vigna. L'analisi della pianta topografica di Enna rivela un numero significativo di vie e piazze che prendono il nome da chiese e chiesette, molte delle quali oggi scomparse, ma un tempo disseminate per tutta la città e nel contado. Lo storico ennese P. Giovanni Cappuccino, nel suo libro "Istoria di Castrogiovanni" completato nel 1752, annovera ben 133 chiese e chiesette, di cui 52 dedicate alla Madonna sotto diversi titoli, un dato verosimile considerando che a metà del secolo precedente Enna era già una città ricca di luoghi sacri, quasi uno ogni cento abitanti. La "relazione ad limina" del vescovo Marco Antonio Gussio del 1655 descrive il vasto patrimonio ecclesiastico cittadino: oltre alla chiesa Matrice e alle nove parrocchiali, vi erano ventitré chiese urbane e altre ventuno nelle immediate vicinanze, per un totale di quasi settanta chiese, senza contare cappelle e oratori di confraternite laicali e enti assistenziali. La vita cittadina si svolgeva in gran parte intorno a conventi, parrocchie e chiese, con una numerosa presenza del clero, quasi quattrocento unità, che rappresentava un religioso ogni ventisei abitanti.

La Chiesa di Sant'Eligio (Sant'Alù)

La Chiesa di Sant'Eligio, popolarmente conosciuta come Sant'Alù, era ancora accatastata come chiesa nel 1877. Attualmente, sul suo sito sorge un edificio con piano terra e primo piano, corrispondente al Bar dell'Arte. Nel 1877, la chiesa di Sant'Alù rappresentava l'estremo avamposto di quel lato della città lungo l'attuale via Vittorio Emanuele (allora via del Popolo).

La Chiesa di San Giovannello

La chiesa di San Giovannello corrisponde all'abitazione privata di via San Giovannello n. 5. Le sue mura esterne sono le mura originali della chiesa.

La Chiesa di Sant'Agata

La chiesa di Sant'Agata era edificata in via Sant'Agata, in corrispondenza del palazzo "Grillo". Nella mappa catastale del 1876, l'edificio risultava ancora accatastato come chiesa. Tuttavia, nella mappa del 1877, è descritta come "chiesa diroccata sotto il titolo di Sant'Agata", e i riferimenti catastali erano già stati modificati, indicando la sua dismissione.

mappa catastale del 1877 con la posizione delle chiese scomparse di Enna

La Chiesa di Santa Maria in Portosalvo (San Calogero)

Situata sulla Strada Panoramica Provinciale Lombardia, un tempo Strada di Porto Salvo, la Chiesa di Santa Maria in Portosalvo, anche nota come Chiesa di San Calogero, era originariamente una torre quattrocentesca a guardia della Porta di Porto Salvo. Fino agli anni '50, la chiesa fu aperta al culto, dopodiché, abbandonata al degrado, subì un grave deterioramento strutturale a causa di infiltrazioni d'acqua dal tetto, con sfaldamento della muratura e quasi totale perdita degli intonaci interni e degli stucchi. Circa dieci anni fa, un parziale intervento di tutela ha posizionato una copertura sul tetto e catene per legare le mura, evitando un crollo definitivo. Adiacente alla chiesa, fino a metà del XX secolo, si trovava la Porta di Porto Salvo, una costruzione ogivale in pietra con merli, che fu abbattuta per allargare la strada panoramica di Lombardia. Risalente al 1400, era una delle tre porte più antiche della città, insieme a Porta Palermo e Porta Pisciotto. A Porto Salvo si trovava anche la dogana cittadina.

La Chiesa di San Giuseppe (Santuario di San Giuseppe)

Nel catasto del 1877, la Chiesa di San Giuseppe era descritta come "Chiesa sotto il titolo di San Giuseppe aperta al culto con sacrestia", di proprietà della Confraternita di San Giuseppe. L'attuale Chiesa di San Giuseppe (o santuario), era in origine la Chiesa di San Benedetto, parte del complesso del Monastero delle Benedettine. Con le leggi "eversive" del 1866, la chiesa e il Monastero furono espropriati all'ordine benedettino e consegnati all'amministrazione militare. Nel 1877, risultava ancora aperta al culto e di proprietà dell'Amministrazione del Fondo per il Culto. Successivamente, fu spogliata degli arredi e ridotta a deposito militare. Solo nel 1926 fu riaperta al culto sotto il titolo di San Giuseppe, grazie all'opera dei Procuratori dell'antica chiesa di San Giuseppe.

La chiesa antica e originaria di San Giuseppe, di proprietà della Confraternita, era stata demolita pochi anni prima, risparmiando solo la sacrestia, che oggi ospita la 'Cartolibreria Napoli'. Questa chiesa corrispondeva all'edificio che oggi ospita il negozio di tessuti del Signor Cantone, estendendosi da via San Giuseppe fino a Piazza Coppola. Negli interrati della chiesa, oltre alle cripte con l'ossario, esisteva una grande cisterna di acqua piovana che riforniva il quartiere limitrofo. Salvatore Presti conferma che la Chiesa di San Giuseppe ricadeva nel sito dell'attuale negozio dei fratelli Cantoni. In precedenza, il Comune vi installò la "pescheria comunale" detta "dà chiazza", poi trasferita a S. Tommaso. Successivamente, il locale fu venduto alla famiglia Cantoni.

La parte ancora esistente, con il campanile prospiciente Piazza Coppola (già Piazza San Benedetto), non era la sacrestia della demolita chiesa di San Giuseppe, bensì una Cappella ancora oggi chiamata dagli anziani "di San Giusippuzzu". Nel dopoguerra, un fabbro, Luigi Greca, aprì la sua bottega artigiana, proseguita poi dai figli Ignazio e Tano, e in seguito acquisita dalla cartoleria Napoli. Sulla Piazza San Benedetto si affacciavano quindi tre chiese: San Benedetto (poi Chiesa e Santuario di San Giuseppe), San Giovanni (attuale sede del Comune, ex Casa del Fascio) e San Giuseppe con la Cappella di San Giusippuzzu. Nel catasto del 1877, la particella n. 3539, definita "sacristia", fu evidentemente trasformata nella cappella di San Giusippuzzu dopo la demolizione della chiesa.

fotografia del campanile della chiesa di San Giuseppe, Enna

La Chiesa di San Giorgio

Nel catasto del 1877, la Chiesa di San Giorgio era indicata come "Chiesa parrocchiale sotto il titolo di San Giorgio aperta al culto, Piazza San Giorgio". Attualmente, la chiesa parrocchiale di San Giorgio è stata ristrutturata in abitazione privata, ma la sua struttura muraria originale è ancora visibile.

La Confraternita Maria SS. Immacolata e San Giuseppe

La Confraternita Maria SS. Immacolata e San Giuseppe, costituita presso una chiesetta a ridosso del promontorio delle Muse, fu successivamente trasferita nella Chiesa di S. Tommaso e rifondata nel 1754. Attualmente, è composta da 120 confrati professi e non professi e ha lo scopo di mantenere vivo il culto di Maria SS. Immacolata e di San Giuseppe. La mantellina dei confrati è di colore bianco latte, richiamando il vestito della Madonna Immacolata. La confraternita partecipa attivamente alle attività religiose nella Chiesa di S. Tommaso e alla festa di S. Lucia.

Il Convento dei Frati Minori Conventuali e la Chiesa di San Francesco

Tra il 1320 e il 1336, i frati ottennero da Federico III d'Aragona la chiesa di S. Andrea Apostolo, identificata con l'attuale chiesa dedicata a S. Francesco. Nel 1556, i Conventuali Riformati acquisirono la chiesetta di S. Paolo Apostolo. Nel XVII secolo, il Convento ospitava un seminario per giovani aspiranti all'Ordine. Nel 1834, furono assegnati a questo convento sei baccellieri studenti di Dogmatica e Morale, sotto la direzione del Reggente P. Salvatore Pelligra. La chiesa fu abbellita nei secoli, con l'ultima innovazione nel 1846, l'ornamentazione del cappellone. Tuttavia, solo vent'anni dopo, nel 1866, il convento fu soppresso, come tutti gli ordini religiosi in Italia, per l'incameramento dei beni da parte dello Stato unitario. Nel 1976, grazie all'opera di p. Salvatore D'Antona, fu ottenuta dallo Stato una porzione dell'antico convento, adibita a Procura e uffici annessi, dove oggi risiedono i religiosi. La chiesa di San Francesco, originariamente su una collina, fu demolita e spianata nell'ambito di un importante intervento urbanistico voluto dal podestà Domenico Savoca, per rimodellare il centro storico della città. I lavori, che portarono alla sistemazione dell'attuale Piazza Vittorio Emanuele, furono eseguiti tra il 1935 e il 1937, e poi negli anni '50 e '60, con l'eliminazione di una ripida scalinata che permetteva l'accesso alla porta centrale (divenuta Piazza Antonio Scelfo).

tags: #chiesa #dell #immacolata #enna #il #campanile