Il celebre racconto evangelico del giovane ricco, tratto dal Vangelo di Matteo, si apre con una domanda universale e atemporale:
«Un tale si avvicinò a Gesù e gli disse: «Maestro, che devo fare di buono per avere la vita eterna?»
Gesù gli rispose: «Perché m’interroghi intorno a ciò che è buono? Uno solo è il buono. Ma se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti». «Quali?» gli chiese. E Gesù rispose: «Questi: Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso. Onora tuo padre e tua madre, e ama il tuo prossimo come te stesso». E il giovane a lui: «Tutte queste cose le ho osservate; che mi manca ancora?» Gesù gli disse: «Se vuoi essere perfetto, va’, vendi ciò che hai e dàllo ai poveri, e avrai un tesoro nei cieli; poi, vieni e seguimi».
Questo brano ci invita a riflettere sulla radicalità, un aspetto delicato che può facilmente diventare pericoloso, ma che nelle generazioni più giovani assume un ruolo cruciale: quello di osare la radicalità. In questo, gli adulti possono costruire un rapporto di confronto, correzione reciproca, incoraggiamento e a volte anche di rottura, un processo sano e necessario.
Il Contesto Biblico: Comprendere il Vangelo di Matteo
È fondamentale ricordare che il Vangelo di Matteo è scritto primariamente per una comunità ebraica. Se non si presta attenzione a ricostruire le intenzioni e il contesto dell'autore, si rischia quella che in gergo è definita “violenza epistemica” sul testo: gli si fanno le domande sbagliate, gli si fa giustificare quello che fa comodo a noi. Questo è accaduto per secoli e spesso accade ancora oggi nelle comunità cristiane, evidenziando il bisogno di un sostanzioso aggiornamento biblico sull’interpretazione di tantissimi brani.
La disciplina dell’ermeneutica biblica si è evoluta perlopiù negli ultimi 80-100 anni, ridando un senso più preciso ai testi. A volte, il cambiamento nel significato di brani o frasi considerate capisaldi può essere sorprendente.

Il Giovane Ricco: Un Protagonista Anonimo e Rappresentativo
Il brano appare in tutti e tre i vangeli sinottici (Matteo, Marco, Luca), sempre con un protagonista anonimo. Questo anonimato non è casuale, ma rende il personaggio rappresentativo, un "tale" in cui ogni membro della comunità di riferimento poteva immedesimarsi. Gesù potrebbe aver vissuto questa situazione decine di volte, e i narratori/scrittori del Vangelo desideravano che le loro comunità potessero riflettersi in questa figura.
Siamo in piena predicazione pubblica di Gesù, per strada, immersi nella vita quotidiana, non nel culto. Il Vangelo di Matteo menziona che Gesù partì dalla Galilea ed entrò in Giudea, seguito da molta folla che lo interpellava. Questo riflette il mestiere di "rabbì itinerante" che Gesù aveva scelto di vivere, caratterizzato da un'alternarsi di domande, parabole, discorsi con discepoli e folla, precisazioni e guarigioni. Le cose più importanti succedono nella vita, un aspetto da considerare nei piani pastorali e nelle riflessioni sull'impegno comunitario.
L'Interazione con Gesù: Domande, Risposte e "Intoppi" Interpretativi
La Domanda sulla "Vita Eterna" e la Risposta di Gesù
Quando il giovane chiede: «Maestro, che devo fare di buono per avere la vita eterna?», la nostra mente corre subito all'aldilà, alla salvezza dopo la morte. Tuttavia, come ricorda Alberto Maggi, Gesù raramente parla di vita eterna se non quando gli viene espressamente chiesto, e chi lo fa intende spesso un premio futuro per la sua perfetta osservanza religiosa. Già qui si manifesta un primo "intoppo": una domanda non del tutto chiara, che rispecchia una concezione comune dell'epoca.
Gesù risponde al giovane con un'altra domanda: «Perché m’interroghi intorno a ciò che è buono? Uno solo è il buono». Invece di rispondere direttamente, lo "rimbalza", chiedendogli il motivo della sua interpellanza. Poi aggiunge: «Ma se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti». È un secondo intoppo significativo: il giovane chiede come "avere la vita eterna" e Gesù gli risponde su come "entrare nella vita", spostando l'attenzione dall'aldilà alla vita terrena, a una "vita buona" tra gli uomini.
I Comandamenti e le Omissioni Significative
Il "terzo intoppo" arriva con la domanda del giovane: «Quali?». Sembra sorprendente che un giovane ebreo ortodosso e osservante non conosca i comandamenti. Tuttavia, è utile ricordare che l'ebraismo aveva sviluppato oltre 600 precetti, minuziose indicazioni su cosa fare o non fare nel quotidiano per compiacere Dio. Il giovane aveva quindi il diritto di chiedere a quale dei tanti rabbì dare importanza.
La risposta di Gesù è ancora più clamorosa: «Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso. Onora tuo padre e tua madre, e ama il tuo prossimo come te stesso».
Qui si riscontrano due "errori" dal punto di vista dell'ortodossia religiosa dell'epoca. Innanzitutto, "Ama il prossimo tuo" non era un comandamento ufficiale, ma un precetto del Levitico; Gesù lo eleva al rango di comandamento. Ma soprattutto, Gesù cita solo una parte dei comandamenti, omettendo i tre precetti sul culto a Dio. Questa omissione poteva essere estremamente rischiosa a quel tempo. L'espressione "onora il padre e la madre" andava intesa come un invito a prendersi cura dei propri anziani, che in una società priva di welfare sarebbero stati destinati alla povertà e all'abbandono, un'interpretazione legata al contesto, come quando Gesù dice che accogliere un bambino di strada è accogliere Dio.
ESEGESI BIBLICA (Riflessione su una corretta interpetazione contestuale)
"Tutte queste cose le ho osservate": La Mancanza Esistenziale
Il "quarto errore" si verifica quando il giovane afferma: «Tutte queste cose le ho osservate». Una dichiarazione audace, ma che può essere letta come un'espressione di una profonda mancanza esistenziale. È come se il giovane volesse dire: "So cosa mi prescrive la religione, ma sento che mi manca qualcosa di più profondo". Nonostante le risposte di Gesù, il giovane non è soddisfatto. Gesù, però, come spesso accade, sa vedere il bisogno autentico della persona che ha davanti e gli offre una risposta più abbondante di quella richiesta.
Non gli propone solo la salvezza dell'anima in futuro, ma gli indica come sentirsi più completo e pieno nel presente. Gli dice: «Va, vendi, dai ai poveri, vieni e seguimi». Qui si svela la possibilità, nel presente, di ottenere una condizione quasi divina, compiendo un gesto radicale per smettere di affidarsi ai beni materiali. Come ricorda Enzo Bianchi, la proposta non è di occuparsi della vita nell'aldilà, ma di dare tutto nella vita terrena, vivendo al modo di Dio, che "dirige il suo amore a tutti quanti, senza lasciarlo condizionare dalla condotta degli altri". Gesù parla di una "vita buona" tra gli uomini, una dimensione esistenziale così piena e valida da rendere irrilevanti le disgrazie e persino la morte.
La Chiamata Radicale di Gesù e la Tristezza del Giovane
Il giovane riceve finalmente la risposta "innovativa" per cui era venuto, eppure se ne va rattristato. Il motivo? «Perché aveva molti beni», quasi che la quantità di ricchezza fosse inversamente proporzionale alla possibilità di seguire Gesù. I versi successivi del Vangelo di Matteo narrano un Gesù che commenta l'accaduto con i suoi discepoli, ammettendo di fatto l'incompatibilità tra ricchezza e sequela.

Il Giovane Ricco Oggi: Un Richiamo alla Nostra Generazione
Oggi, questa pagina biblica risuona potentemente. La condizione del "giovane ricco" non si riferisce necessariamente a chi è carico di soldi, ma a chi ha ricevuto tante possibilità culturali, sociali, economiche, crescendo in un benessere diffuso. Molti si ritrovano in questa situazione: desiderosi di fare una scelta di vita radicale, ma scoprono di avere "catene interiori" verso un mondo, una società, un modo di vivere, che sono più difficili da spezzare di quanto non sembri.
Il giovane del brano è benestante, ha ricevuto molto e ha la vita davanti, con scelte importanti da fare. Si sente incompleto pur avendo osservato la legge, e chiede cosa gli manca. Il brano, nella sua essenza, è molto poco religioso, rendendolo valido per tanti della nostra generazione, al di là del dato di fede. Sebbene parli di comandamenti, essi riguardano la vita buona tra gli uomini. Sebbene parli di vita eterna, intende una vita così incisiva da dare tutto, a perdere. È proprio questo che ci scandalizza: sembra che il cristianesimo sia un modo di vivere radicale.
Questa percezione ci spinge a chiederci: "Non può essere così, chi si salva allora?". È la stessa domanda che i discepoli fanno poco dopo a Gesù: «Queste parole sono dure. Chi può farcela?». Gesù non smentisce, né afferma che sia facile. Dice che "nulla è impossibile a Dio". La chiave non è rinunciare, ma proseguire avendo fiducia. Sotto questa domanda si cela la paura universale: "Ma allora come si campa?". Se non si devono seguire l'accumulo e la difesa dei beni, come si sopravvive nella vita di tutti i giorni? Cresciamo in una cultura della sicurezza, trasmessa da tutto ciò che ci circonda. Il giovane ricco di ieri e di oggi, anche se si considera uomo di fede, è ancorato ai beni che gli danno più sicurezza, e Gesù gli mostra che la pienezza non si raggiunge finché non si lascia la sicurezza per andare dove il Signore chiama, fidandosi della sua provvidenza. Siamo figli di una cultura dell’indipendenza, dell’autonomia, dove l'obiettivo educativo è imparare a "stare in piedi da soli".
Sperimentare la Radicalità: Percorsi Personali e la Sfida del "Mammona"
Molti si sentono tra coloro che tentennano, rattristati, rendendosi conto di non riuscire facilmente a liberarsi della vita che conducono: fatta di beni, comodità, relazioni, abitudini, esperienze, potenzialità e risorse. La domanda sorge spontanea: si deve perdere tutto per diventare così liberi da seguire il Signore?
Spesso si cercano "vie di mezzo": fare buon uso dei beni posseduti, portare il Vangelo negli ambienti di vita, rimanere in ricerca, porsi domande che inquietano. Si cerca di coniugare la radicalità del Vangelo con lo stile di vita in cui si è cresciuti.
L'autore di questa riflessione ha tentato di fare due passi per inseguire una prospettiva più radicale nella propria vita:
- Non ha mai dato priorità alla ricerca di un guadagno, né ha incentrato il proprio tempo sulla ricerca di un lavoro o di una sicurezza economica. Ha cercato di dare spazio ad attività retribuite, ma non troppo vincolanti o strutturate, e solo quando ne condivideva davvero il senso e la funzione sociale. Il centro è sempre stato dove si è sentito chiamato a dare una mano, perlopiù gratuitamente, per la validità del progetto. Le ore retribuite erano solo per il minimo sostentamento.
- Cinque anni fa, ha scelto di fare vita comunitaria con altri ragazzi, in uno spazio non "personale" ma con un ruolo pubblico e sociale. Nel caso specifico, una vecchia chiesa, da rilanciare per offrire spazi di accoglienza, progetti, associazioni, aggregazione giovanile e proposte ecclesiali alternative.
Questo ha rappresentato un tentativo di sperimentare, in modi non strutturati e spontanei, un diverso modo di "lavorare" e di "abitare", riducendo i bisogni e i costi, più che aumentando i guadagni e i beni. Partire dalla propria conversione è stato fondamentale per poter testimoniare ai coetanei l'esigenza di una conversione collettiva, cambiando lo sguardo sulla vita, essendo credibili e non semplici spettatori o opinionisti. Questo ha informato il lavoro sulla comunicazione sociale ed ecclesiale, incentrato sul racconto delle realtà positive e sulla denuncia delle ingiustizie strutturali: vivere, abitare, raccontare, valorizzare.
Non ci sono formule definitive e "sicure", perché la realtà chiama sempre a cambiare, migliorare, cercare nuovi orizzonti. Ma se non si sperimenta in età giovanile, quando si è più liberi di farlo, quando si farà? La sfida diventa ancora più ardua quando la prospettiva si allarga a tutta una vita, magari con una scelta laica e la costruzione di una famiglia, ma sempre con il desiderio di seguire radicalmente il Vangelo. Lì il brano appare "più duro" che mai: è troppo difficile seguire Gesù, se è veramente così!
La sfida ci porta a confrontarci con l'affermazione di Gesù: "o Dio o mammona", che rappresenta ricchezza e potere. Il termine aramaico "mamon", come ricorda Enzo Bianchi, richiama proprio la fede, l'aderire con fiducia. Gesù lo avrebbe scelto per rappresentare la ricchezza come una vera e propria religione, l'oggetto in cui l'uomo più facilmente ripone la sua fiducia.
Spesso sentiamo commentare brani del genere con mille giustificazioni: "in realtà è simbolico", "non è così radicale", oppure "noi siamo già nella sequela, è rivolto ad altri, ai ricchi, ai potenti, ai non credenti!". Ma questo brano parla a noi oggi, rivelando che sono pochi coloro che veramente "seguono" Gesù. Molti lo "accompagnano" senza imitarlo a fondo. Pochi sono davvero "lievito nel mondo", "sale della terra". La maggior parte di noi siamo "gente in cammino": giovani ricchi, samaritane al pozzo, pescatori che rinnegano alla prima difficoltà, discepoli tentati dallo scagliare fulmini, seguaci convinti che la fede si afferma con il pugno duro, Farisei, zeloti, dottori della legge che scelgono il sacrificio e non la misericordia.
Seguire Gesù: Oltre le Etichette e il Proselitismo
Questo brano ci costringe a non dividere il mondo tra cristiani e non, tra bravi e meno bravi. Non siamo noi a poterci auto-definire "cattolici" o "cristiani"; dobbiamo perdere l'abitudine dell'etichetta come se fosse una garanzia. "Da come vi amerete sapranno che siete miei discepoli": sono gli altri a dire come abbiamo agito volta per volta nella vita. Possiamo desiderare di imitare Gesù, e come dice Sant'Ignazio, se non si riesce a desiderare, si può iniziare col "desiderare di desiderare". Ogni volta che agiamo nella vita, a seconda di come agiamo in quel momento, lì dimostriamo di avere fede e di seguirlo; altre volte dimostriamo di avere poca fede, altre volte lo rinneghiamo del tutto.
Il brano ci mostra anche che Gesù non fa proseliti a tutti i costi. L'obiettivo non è il consenso attorno a lui, ma grazie a lui liberare la propria vita e renderla più dinamica, feconda, piena. Addirittura, si schermisce dall'essere chiamato "maestro buono" o comunque diffida dal parlare di "azioni buone", per non assolutizzare nulla e nessuno, fuorché Dio. Il biblista Giuseppe Florio inquadra la domanda giusta da porsi: "perché Gesù è stato così duro con i ricchi?". E perché dovremmo essere radicali rispetto al tema della ricchezza e del potere, fin nelle piccole cose?