Il testo di Fabrizio Moro, "Le Cattedrali", esplora tematiche profonde e complesse legate alla vita e all'ambiente urbano, con un forte richiamo a Genova e alle sue sfaccettature storiche e contemporanee.
Genova: Storia, Fede e Vita Quotidiana
Il Vastato e le Mura Difensive
A Genova esisteva anticamente un’area chiamata “il Prato”, a metà del secolo XII fu ridenominata “Vastato” o “Guastato”. Questo toponimo deriva dal fatto che si erano volute creare delle aree libere da costruzioni ed ostacoli intorno alle mura difensive erette nel 1155 per far fronte alle armate dell’imperatore Federico detto il Barbarossa, che, al solo parlare dei Genovesi, gli veniva l’orticaria, visto che si erano rifiutati di diventare suoi vassalli e lui si era ripromesso di sterminarli tutti. In realtà, nel Prato e poi nel Vastato c’era un grande andirivieni di persone, un po’ perché lì erano parecchie casucce in cui alcune signore esercitavano il mestiere più antico del mondo e numerose osterie, ed anche perché lì andavano ad esercitarsi al tiro i balestrieri della Serenissima Repubblica di Genova, così che, tra un tiro e l’altro, avevano la possibilità di rilassarsi e di farsi una bevuta con gli amici.
Chiese e Conventi Storici
In questo sito fu eretta una chiesetta nel 1228 intitolata a Santa Maria del Prato. Nel 1528 padre Cristoforo degli Umiliati la fece demolire perché ridotta ad un rudere e, grazie alla munificenza della famiglia Lomellini, fu costruito un nuovo tempio con annesso convento pressoché finito nel 1537. La chiesa venne intitolata alla Santissima Annunziata e resa splendida nei suoi interni composti da ben 18 cappelle.
A Genova, nel quartiere di Castelletto, c’era ed ancora c’è un convento di frati Carmelitani Scalzi. L’edificio, di cui si hanno notizie dall’inizio del XVII secolo, è posto sulla sommità del poggio Baschernia dal quale si può godere d’una splendida vista della città vecchia, quella cantata da Fabrizio De André, quella per intenderci “….dove il sole del buon Dio non dà i suoi raggi, ha già troppi impegni per scaldar la gente d’altri paraggi…”. Vicino al convento è la chiesa di Sant’Anna con i suoi interni in stile barocchetto genovese ed i suoi silenzi che invitano alla preghiera ed al raccoglimento.

L'Antica Farmacia di Sant'Anna
All’interno del convento c’è una preziosa biblioteca che conserva rari libri di erbari e saggi di botanica, ma la cosa più interessante di questo sito è l’antica farmacia Sant’Anna, alla quale si accede dall’esterno percorrendo un vialetto ed attraversando un antico portale. Qui si trovano inseriti entro preziose boiserie i preparati dei frati intramezzati da antiche e preziose ceramiche d’epoca. Un putto reca la scritta: “NOS MEDICINAM PARAMUS, DEUS DAT NOBIS SALUTEM” (noi prepariamo le medicine, Dio ci dia la salute). Anche al giorno d’oggi i frati, come circa 400 anni or sono, propongono rimedi medicali, sciroppi e liquori. Un esempio citato è una pomata chiamata “Artiglio del Diavolo” per l'artrosi cervicale, il cui odore non è accattivante, ma pare che funzioni almeno attenuando il dolore.
Il Borgo di Sant'Ilario e "Bocca di Rosa"
Il paesino di Sant’Ilario, reso famoso anche ai “foresti” (non genovesi) dalla celebre canzone “Bocca di Rosa” di Fabrizio De André, si trova nell’estremo lembo di Genova a Levante. Qui fu edificata una cappella in onore di Sant’Ilario nel XII secolo, che fu poi ristrutturata come una chiesa a tre navate nel corso del XVII secolo. Nel ‘700 e nell’800 l’edificio sacro fu abbellito con marmi, dorature ed ornati. Questo tempio è dotato di ben due sacrestie, una del 1639 e l’altra del 1770, e al suo interno ha otto artistici altari in marmo, di cui quello dell’altar maggiore risale al ‘600. In passato fu depredata di molte opere d’arte, ma nonostante ciò, fu dichiarata monumento nazionale nel 1934.
La Figura di Sant'Ilario
Sant’Ilario, proveniente da Poitiers, nacque da una famiglia gallo-romana di culto pagano intorno al 315 dopo Cristo. Studioso di filosofia, nel ricercare il senso della vita si avvicinò al Vangelo di Cristo sino alla sua conversione ed alla scelta della vita monastica. Nonostante fosse sposato e con prole, fu acclamato vescovo di Poitiers dai suoi concittadini. In questa veste combatté le eresie d’ogni sorta instancabilmente, ma questo suo protagonismo non piacque all’imperatore Costanzo II che lo esiliò dalla sua terra natale. Per questo, quando fu fatto santo, lo elessero protettore degli esiliati. Sant’Ilario fu il primo “Innografo”, cioè il primo a comporre inni sacri. Dalla collina di Sant’Ilario si vede uno splendido panorama della costa ligure, invitando alla visita.
I "Cartelami della Passione"
I “Cartelami” erano sagome bidimensionali che venivano dipinte per mettere in scena i protagonisti della Settimana Santa con figure a grandezza naturale, esposte durante la Quaresima e poi riposte nelle Sacrestie e negli oratori. Potevano essere di cartone (da cui il nome), di tela, latta o legno.

Via Cairoli: Da Strada Nuovissima a Ristrutturazione Ottocentesca
Qualche secolo è trascorso da quando l’architetto Gregorio Petondi progettò la “Strada Nuovissima”, prolungamento della “Strada Nuova”, ora Via Garibaldi. La Strada Nuovissima anch’essa cambiò il nome, oggi si chiama Via Cairoli, fu realizzata tra il 1778 ed il 1786. In quel periodo, e più precisamente nell’anno del Signore 1782, proprio alla fine del secolo XVIII in cui la Serenissima Repubblica di Genova fu travolta dalla Rivoluzione Francese, o meglio da Napoleone, che mandò a carte e quarantotto l’indipendenza di Genova, la quale diventò in pratica una colonia francese, il signor Agostino Monticelli ristrutturò la casa paterna ampliando gli spazi dell’edificio e ne fu così soddisfatto da porre nell’atrio della sua magione una targa marmorea auto celebrativa in latino dedicandola addirittura a Dio Ottimo Massimo e magnificando il parziale rifacimento della sua bella casa. Anche oggi al numero civico 11 si può vedere nel suo atrio questa lapide marmorea con su scritta la seguente dicitura: “A Dio Ottimo Massimo, chiusa la via superiore una volta chiamata dell’Oro per decreto del Senato e aperta più sotto la nuova Via, rafforzando l’ala destra e costruita la sinistra dalle fondamenta, prolungata la facciata, in quattro anni ingrandiva la casa paterna (il) magnifico Agostino Monticelli nell’anno 1782.”
La Porta degli Archi (Porta di Santo Stefano)
Un anonimo viaggiatore del 1818 descriveva la Porta degli Archi con queste parole: “…A pochi passi ammirasi la grande e maestosa porta della città, detta di Santo Stefano dell’Arco, architettata d’ordine dorico in travertino da Taddeo Carlone (*), con sopra la statua in marmo del santo protomartire del medesimo autore. È qui il principio del colle di Carignano che, col mezzo appunto d’un ponte a tre archi elevatissimo sopra la porta anzidetta situato, col colle attiguo di Santo Stefano ammirevolmente congiungesi…”. La Porta, costruita nel 1536, faceva parte della sesta cinta muraria eretta nel XVI secolo. La Porta degli Archi, detta anche di Santo Stefano, era originariamente collocata dove ora sorge il maestoso Ponte Monumentale ed univa la via Giulia con la via della Consolazione, ora sostituite dalla bella via XX Settembre, una volta bellissima con le sue boutique, i suoi teatri ed i suoi cinema, ben cinque, che oggi non ci sono più.
Via dei Macelli di Soziglia e "A Cà do Dria"
Percorrendo la via dei Macelli di Soziglia, dove da molti anni macelli non ce ne sono più e dove qualche macellaio ancora resiste alla pesante concorrenza dei supermercati, si possono rivivere ricordi d'infanzia. In quella zona, in una “piazzetta”, il padre di chi scrive aveva una piccola bottega. Oggi, in quel luogo si trova “A Cà do Dria” (la casa di Andrea), ma contrariamente alla canzone di Faber, non è una trattoria bensì un negozio di strumenti musicali. Questo spazio, oserei dire unico, visto che i Gaggero da molti anni hanno chiuso le loro botteghe, ha un sapore strano, di cose perdute e poi ritrovate, il sapore d’una poesia di Guido Gozzano, dell’amore verso le rose che non colsi e le cose che potevano essere e non sono state.
La bottega, stracarica di strumenti musicali di tutti i generi, era aperta. Andrea Incandela, liutaio e musicista, l'ha creata con uno scopo ben preciso: recuperare strumenti musicali dismessi, malconci e/o abbandonati nelle soffitte e riportarli a nuova vita. Con la vendita di questi strumenti finanzia iniziative benefiche e manifestazioni musicali. Inoltre, vuole far sì che questo posto incredibile diventi un centro di aggregazione per giovani e per i diversamente giovani, uno spazio in cui ci si può esibire da soli o con altri per il puro piacere di condividere una passione.

La Cucina Genovese e il Pesto
Le Origini del Pesto
Le linguine sono una pasta lunga simile alle “trenette” ma più larga e schiacciata. Sono, come del resto le trenette, più sottili ed aventi una sezione ellittica/ovoidale, ottime da condire con il pesto alla genovese. Il pesto, il cui ingrediente principe è la pianta del basilico, nacque in epoche remote, ma la sua ricetta fu scritta per la prima volta solo nel 1870 nel libro “La Cucina Genovese” di Giovanni Battista Ratto, quindi in epoca piuttosto recente.
Leggende e Tradizioni
Peraltro esistono, nella tradizione popolare, numerose leggende che ci raccontano della nascita di questo condimento. Una di queste narra d’un fraticello che si trovò a dover sfamare un numero imprecisato di pellegrini e, non avendo a disposizione che pane, le erbe del suo orto, pinoli ed olio d’oliva, prese queste erbe, tra le quali il basilico, le mise in un mortaio e le mischiò insieme usando un pestello, da cui il toponimo del nome. Il pesto molto più probabilmente fu un’evoluzione del “garum” degli antichi romani e delle “agliate medioevali”, salse composte di vari ingredienti atte a dare sapore ai cibi.
Pesto alla Genovese VELOCE ed AUTENTICO Ricetta Originale SOLO MORTAIO e PESTELLO
Il Basilico: Dalle Virtù Magiche al Profumo Regale
Il basilico fu importato in Europa e più precisamente in Liguria ed in Provenza dall’Oriente. Il suo nome deriva da “ocimum basilicum” il cui significato è profumo regale. Anticamente gli venivano tributate, oltre che virtù officinali, anche virtù magiche. Per questo veniva raccolto e lavorato seguendo riti tramandati da famiglia a famiglia usando sempre e rigorosamente gli stessi utensili per la sua lavorazione: il mortaio in marmo ed il pestello in legno, nei quali si dovevano porre gli ingredienti non pestandoli ma strusciandoli gli uni con gli altri.
Riflessioni Personali e Momenti di Vita
La Malinconia del Bilancio Vitale
Ci sono dei giorni nella vita in cui si cerca di fare un bilancio del proprio vissuto ed i conti non tornano mai. Si pensa alle cose che potevano essere e non sono state, alle occasioni perdute ed alle persone che si sono amate e non sono più. È in questi momenti che prende una malinconia che fa star male.
Il Poggio della Giovine Italia
In uno di questi giorni malinconici, l'autore si reca in un posto della sua infanzia dove è stato felice: il Poggio della Giovine Italia. Lo zio lo portava sempre da bambino in questo piccolo belvedere immerso nel verde di palmizi, dal quale si vede un tratto di costa di Genova verso la Foce del torrente Bisagno. Il sito, che versava in condizioni pietose, era stato promesso per un restauro. All'arrivo, l'autore è rimasto basito: al centro dell’aiuola principale c’è un masso preso sul Monte Grappa a ricordo dei migliaia di giovani soldati italiani caduti nella prima guerra mondiale, il masso c’è ancora ma qualcuno ha rubato l’elmetto d’un soldato ignoto che era stato messo all’apice della pietra. Tutte le aiuole erano infestate da erbacce e spazzatura di variegata natura, sui muri gli immancabili graffiti dei soliti idioti, alcune palme erano state decapitate delle loro chiome, forse malate, e svettavano verso il cielo come colonne d’un tempio in rovina, in quella desolazione, l'autore si ritrova solo con le sue paturnie.

I Parchi di Nervi e la Gelateria "Giumin"
Quando si è stanchi del traffico caotico della città, recarsi a Nervi e nei suoi magnifici parchi permette di rilassarsi e staccare la spina dai problemi quotidiani. Giorni fa a Nervi, l'autore è riuscito miracolosamente a trovare un posteggio in viale Franchini, dandogli l'opportunità di fermarsi a prendere un gelato da “Giumin”. Questo bar gelateria ha una storia singolare.
La Storia di Giumin e del Macallé
Tutto iniziò all’inizio del secolo scorso. Gerolamo Boero, detto “Giumin”, era un bambino volenteroso, studiava e lavorava nella bottega di sua nonna Caterina, una latteria rinomata che serviva tutti gli alberghi e le pensioni di Nervi a quel tempo numerose. Giumin consegnava il latte ai clienti, sino a che nel 1934, all’età di soli 11 anni, gli venne in mente che con quel latte così buono avrebbero potuto produrre gelati. I gelati vennero subito apprezzati e richiesti da numerosi clienti; il segreto di questo successo fu l’uso di ingredienti di ottima qualità, come il latte proveniente da Sant’Ilario ed i limoni della zona. Al tempo della guerra d’Abissinia, Giumin si inventò il “Macallé”, chiamato così a ricordo d’una vittoria italiana in Africa. Il Macallé, antesignano del Mottarello, era ed è un delizioso gelato di nocciola ricoperto da uno strato di finissimo cioccolato. Dopo la scomparsa della nonna nel 1948, Giumin e suo fratello Angiulin ristrutturarono il locale che diventò un bar e gelateria.

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