Il polittico di Andrea di Bartolo, conservato nella Concattedrale di San Giacomo nel Duomo di Tuscania, rappresenta una delle opere significative dell'artista senese. La sua realizzazione si colloca in un periodo di forte presenza francescana a Toscanella (l'odierna Tuscania), dove l'ordine era molto apprezzato per il suo impegno a favore della popolazione. La parsimonia nell'uso dell'oro e delle decorazioni in quest'opera e nella tavola con l'Incoronazione della Vergine, che le viene affiancata e con la quale doveva far parte di un polittico più ampio, ha fatto ipotizzare una commissione piuttosto austera.

Commissione e Contesto Storico
Il committente dell'opera fu messer Loccio Toscanese, in abito di Segretario Apostolico, un personaggio molto devoto alla Madonna. Conoscendo bene gli ambienti artistici toscani, egli chiamò a Toscanella il pittore senese Andrea di Bartolo di Fredi per realizzare questo "bellissimo polittico". Lo stesso messer Loccio è ritratto ai piedi di Maria, inginocchiato e in piccola statura a segno di umiltà, con le mani giunte in preghiera. La sua figura è vestita degli abiti di segretario apostolico.
Composizione del Polittico
Il polittico originariamente raffigurava la Madonna con Gesù Bambino, affiancata dai santi Francesco, Pietro, Paolo e Ludovico d’Angiò vescovo di Tolosa. Due cimase o cuspidi completavano la parte superiore con le figure di San Marco e San Tommaso d’Aquino. Attualmente, il polittico è mancante dei laterali e di due evangelisti. La pittura del quadro rettangolare, alto tre metri sopra una base di un metro e cinquanta centimetri, presenta otto figure, benché non tutte abbiano un rapporto diretto l'una con l'altra. Il maestoso velo azzurro cosparso di stelle scende dal capo della Madonna fino ai suoi piedi. Alla sinistra e in linea con la Madonna è rappresentato san Francesco, pio e devoto, che mostra tra le pieghe dell'abito le stimate rosseggianti di sangue. Ai lati sono presenti San Pietro con le somme chiavi e San Paolo con la spada nella destra e un libro nella sinistra, sul quale è scritto "ad Romanos".
La Predella: Le Storie della Passione di Cristo
La predella del polittico era originariamente divisa in sette comparti, che rappresentavano le seguenti scene della Passione di Cristo:
- L'Ultima Cena
- Il Tradimento di Giuda
- L'Incontro della Madonna con il figlio portante la croce
- La Crocifissione
- La Deposizione
- La Sepoltura
- La Resurrezione di Gesù
La Crocifissione
La scena della Crocifissione nella predella esprime il Signore già morto. Presso la croce è raffigurata la Madonna, svenuta per l'immenso dolore, che viene sorretta dalle braccia delle pie donne piangenti. Tra queste, Maria Maddalena, con le chiome sparse e le mani levate in segno di smisurato dolore, piange la morte di Gesù. A sinistra della croce, i soldati romani si allontanano, mentre Giuseppe d'Arimatea, Nicodemo e altri discepoli di Cristo discutono presso la croce, probabilmente per la deposizione del corpo. La figura di San Longino è altresì presente; in lui si conoscono l'empietà nell'avere aperto il costato di Gesù e la penitenza e la conversione nel trovarsi illuminato. I personaggi chiave in questa scena includono: Cristo, Madonna, San Giovanni Evangelista, Maria Maddalena, San Longino e San Giuseppe di Arimatea, oltre a diverse figure maschili.

Altre Scene della Predella
Nella scena dell'Ultima Cena, Cristo è in mezzo agli apostoli, con la bionda capigliatura che gli scende sulle spalle e una tunica di color rosso. L'artista coglie il momento in cui il divino Maestro profetizza il tradimento di uno dei suoi. Gli apostoli sono sorpresi, si guardano con pena e tristezza, esprimendo dubbio, sospetto e paura, mentre nel volto di Giuda sono rappresentati i lineamenti della perfidia, tanto da poter essere chiamato "il vero ritratto del tradimento".
La tavola che ritrae la Cattura di Gesù è altrettanto sorprendente per l'espressione dei caratteri e la perfezione di disegno e colorito. Accanto a Gesù, Pietro taglia d'un colpo di spada l'orecchio a Malco, il servo del sommo sacerdote Caifa, caduto bocconi a terra e sanguinante. La scena è illuminata da numerose fiaccole poste su pali. Gesù volge lo sguardo alla sua madre che, vinta dal dolore, viene barbaramente respinta insieme alle donne devote da un soldato crudele che si scaglia contro di loro con il suo scudo. Lo sfondo presenta una vasta campagna e la città di Gerusalemme, maestosa con le sue porte, alte torri e grandiose mura.
La tavola della Deposizione si distingue per vivacità d'invenzione, perfezione di scorci e soavissimi affetti espressi nelle figure. Maria Maddalena, genuflessa, sorregge i piedi di Gesù grondanti sangue, che lascia scorrere su una ciocca dei suoi capelli, mentre un uomo pietoso estrae i chiodi che li trafissero. Il diletto discepolo sostiene con entrambe le mani le ginocchia di Gesù, stringendole affettuosamente al petto mentre piange.
Nella Sepoltura, il cadavere di Gesù è riverentemente allocato. La Madonna, con tenero slancio, si china sul suo volto per dargli l'estremo bacio, mentre un'altra Maria bacia la mano sinistra e la Maddalena, con le braccia levate per il dolore, osserva la tomba di Gesù chiudersi. L'ultimo quadretto della predella ritrae la Resurrezione.

Attribuzione, Datazione e Stile Artistico
L'opera è indubbiamente attribuita ad Andrea di Bartolo, come già sostenuto da studiosi quali Van Marle e Berenson, sebbene non sia compresa nell'elenco delle sue opere redatto da De Nicola (1921). Si ritiene che risalga ai primi anni del secolo XV, mostrando ricordi molto evidenti di Taddeo di Bartolo. Per quanto riguarda la paternità delle sette formelle della predella, la critica è discorde, ma generalmente propende per l'assegnazione al medesimo pittore.
Andrea di Bartolo, figlio di Bartolo di Maestro Fredi, lavorò fin dall'inizio della sua carriera nella bottega paterna, seguendone fedelmente lo stile, tanto che diverse sue opere furono in passato attribuite al padre. Con il tempo e dopo la morte del padre nel 1410, i suoi dipinti rivelano ritmi gotici, influenzati da Spinello Aretino e, nelle opere più tarde, anche da Taddeo di Bartolo. La predella della pala del Duomo di Tuscania è considerata da alcuni studiosi, come Chelazzi Dini (1982), tra le ultime opere dell'artista, e sulla sua base Chelazzi Dini ha riferito ad Andrea di Bartolo anche una serie di miniature di straordinaria qualità. Questo studio ha permesso di ricostruire una personalità artistica tutt'altro che scarsa, che ha dato il meglio di sé nelle opere di piccolo formato e nelle miniature.
Storia Conservativa e Interventi di Restauro
Il polittico, originariamente proveniente dalla chiesa di San Francesco, fu successivamente trasferito nella cappella di patronato del Vescovo all'interno del Duomo. A seguito del terremoto del 1971, l'opera fu portata al Vescovado di Viterbo, dove rimase per dieci anni, fino a un più recente intervento di restauro. Già in precedenza, nel 1916, il polittico era stato ricomposto nella sua forma originaria. Questa era stata compromessa da un'arbitraria manomissione ottocentesca, che aveva comportato lo smembramento dell'opera su due piani e l'inserimento, al centro del piano inferiore, di una tavola con San Bernardino di Sano di Pietro. Durante tale occasione, il polittico fu privato della parte inferiore delle figure. Il restauro del 1916 ha mirato a ripristinare l'integrità dell'opera.