Probabilmente i più "grandicelli" tra i miei lettori hanno letto di questa canzone, che in origine era una leggenda, sui vecchi libri delle elementari; sapete, i vecchi sussidiari sui quali il periodo dell’Avvento era accompagnato da poesie e favole in grado di sprigionare il sapore di altri tempi. Anche a me è capitato sotto mano uno di questi vecchi libri. Era nascosto in un cassetto e probabilmente apparteneva agli alunni di mio padre, che era maestro. Ebbene, la favola del piccolo tamburino era proprio lì, davanti ai miei occhi. Confesso che la canzone "The Little Drummer Boy" non mi aveva mai incuriosita o appassionata particolarmente. Anzi, sotto molti aspetti la consideravo quasi una canzoncina di serie B dall’immeritato successo. Ma dopo averla letta e percepita profondamente nella sua semplicità mi sono accorta del mio enorme errore.
La Leggenda del Piccolo Tamburino: Tra Fede e Folclore
La trama della leggenda è molto semplice: siamo nella notte di Natale e Gesù è appena nato nella sua grotta. I pastori, avvertiti dagli Angeli che è nato un Re, si sono incamminati per onorarlo e portare i loro doni. Chi offre un agnello, chi cibo, chi coperte di lana; nessuno si incammina a mani vuote, tranne un piccolo pastorello che è il più povero di tutti. È solo, non ha nessuno e nella vita si arrangia suonando il tamburo per le strade. È vestito di stracci, non ha coperte e non fa un buon pasto da tanto tempo. Eppure anche lui vuole onorare il Re appena nato, così povero da essere deposto in una mangiatoia. Gesù è in braccio alla sua mamma, piange per il freddo anche se un bue ed un asino lo riscaldano col loro fiato: questa scena di dolcezza e nel contempo di estrema povertà commuove il bimbo, che vorrebbe offrire un po’ di conforto al neonato. Guarda nelle sue tasche, ma non ha proprio nulla da regalargli, tranne il suo tamburo. Così, fattosi coraggio, il pastorello si avvicina alla grotta e comincia a suonare per distrarre il piccolo Re che subito si zittisce, mette il ditino in bocca e guarda ad occhioni spalancati il pastorello che gli sta cantando, a suo modo, una ninna nanna. Infine si addormenta. Folgorante semplicità.

Le Ipotesi sulle Origini
Al di là di eventuali significati religiosi il richiamo ad una purezza di sentimenti salta agli occhi, come un allarmante monito sul nostro futuro. Eppure la leggenda è vecchissima: probabilmente è tratta da uno dei tanti Vangeli aprocrifi che hanno viaggiato per il mondo e che hanno parlato agli uomini con la semplicità del Cristo, prima che la Chiesa Ufficiale sfornasse i suoi pomposi teologi.
- Alcuni dicono che sia di origine Francese appellandosi ad una storia del XII secolo raccontata da Anatole France come "Le Jongleur de Notre Dame", poi tradotta in opera nel 1902 da Jules Massenet.
- Altri suggeriscono una provenienza Ceca sulla base di una ninna nanna dal nome "Hajej, nynjej" sempre di epoca medievale che una certa Signorina Jacubickova aveva raccolto in una sua antologia di carols agli inizi del 1900 e di cui poi il poeta Percy Dearmer aveva tradotto il testo in Inglese nel 1928 per il libro "Oxford of Carols".
- Personalmente sono più propensa a dare credito ad una misconosciuta versione secondo cui la storiella era stata inventata da San Francesco e inserita nelle sue Sacre Rappresentazioni nella settimana di Festa che precedeva la Natività. Qualcuno di voi saprà infatti che l’innovativo Santo aveva cercato di rendere più comprensibile il messaggio Cristiano ai poverelli attraverso l’introduzione del Presepe Vivente: ebbene la cosa non si fermava lì, ma per tutta la settimana lo spazio antistante alla Porziuncola era affollata di gente che cantava, ballava e indulgeva in vere e proprie gare a premi, (il Presepe più bello, la canzone più suggestiva, l’allestimento scenografico migliore..) che scandalizzavano la Chiesa ma che poi furono copiate dai Grandi di Francia, Inghilterra e Germania. Il termine CAROLS indica appunto "la festa" e non è un segreto che San Francesco si facesse chiamare "Il Giullare di Dio". "Dio si celebrasse con la gioia del cuore", un messaggio sicuramente rivoluzionario data l’oscurità e l’oppressione del primo Medioevo. Dobbiamo a San Francesco l’innovazione del Presepe vivente, una bellissima tradizione che rende papabile un momento altamente mistico. Ma fu lui a immaginare anche la favola del Piccolo Suonatore di tamburo? Secondo molti AA è estremamente probabile che, se non direttamente, la spinta alla ricerca della bellezza dell’amore povero e puro sia un suo messaggio recepito in ogni parte del mondo.
La Popolarizzazione Moderna e le Sue Interpretazioni
Comunque sia il brano fu reso popolare da Katherine Kennicott Davis nel 1941 e pubblicato con il nome di "Carol of the Drum". La Signora, che era nata in Boemia, era già autrice di 600 inni e brani vari per cori e canti a cappella e la sua intenzione non era quella di farne un brano commerciale. La sua trascrizione della canzone che aveva ascoltata durante l’infanzia era molto diversa da quella che conosciamo oggi: si trattava di un canto corale e l’impostazione era dichiaratamente religiosa. Sembra anzi che il famoso suono onomatopeico "ra rum pum pum pum" sia nato per caso dal tentativo della Davis di armonizzare le parti di soprano e tenore con quelle di basso..almeno a giudicare dagli appunti sui suoi manoscritti. Un azzardo assolutamente impensabile ma che fece la fortuna dell’accattivante brano.

Nel 1968 i bambini Americani impazzirono letteralmente per questo cortometraggio scritto da Romeo Muller, sulla favola del piccolo tamburino. Andò in onda come Special nella notte di Natale e fece strada alle numerose intepretazioni animate venute dopo. Ora, nella versione del 1955 i Trapp cambiano l’agnello con l’asino, nel pieno rispetto della tradizione. Nel 1958 cominciano i cambiamenti. Del brano se ne appropria la Simeone Chorale che la "laicizza" nel testo ma soprattutto nell’approccio strumentale, che piace al pubblico ma irrita la critica. Ai più piace proprio perché sembra un po’ meno "pomposa" dell’originale, altri affermano che il brano è stato "declassato" a semplice carol di Natale. Scaturisce anche una polemica sulla paternità dell’arrangiamento. "manipolato" saggiamente il brano ri-registrandolo con gli stessi cantanti e tagliandolo sapientemente per poterlo poi pubblicare a suo nome escludendo Halloran dai diritti. In effetti, musicalmente parlando, i grandi cambiamenti sfoggiati dalla Simeone Chorals sono irrisori; ciò che cambia definitivamente è il titolo, che diventa "The Little Drummer Boy". Halloran inoltre dimostra che, al fine di silurarlo per bene, la registrazione del brano figurava pre-datata di un anno.

Tra gli interpreti illustri ricordiamo Bing Crosby che non poteva mancare all’appello, ma memorabile fu l’interpretazione country di Jonny Cash del 1959. Altrettanto illustri le versioni di Andy Williams nell’omonimo album del 1964, quella di Joan Baez del 1966 e quella di Stevie Wonder del 1967. Ma nessuno si è fatto mancare una cover, a cominciare da Jimy Hendrix con la sua versione postuma inserita a sorpresa in un album del 1999, ai Jackson Five che la ballarono nel 1970 alla maliarda Grace Jones, che la inserì (lei!) in uno spettacolo per bambini nel 1987. A sorpresa troviamo una cover di Marlene Dietrich che nel 1964 ne fece una versione..drammatica intitolata "Der Trommelmann" e una strumentale (e dolcissima) versione di Kenny G. Ma probabilmente ciò che rimarrà nella memoria degli Americani che lo videro in tv fu il celebre duetto del 1977 Bing Crosby / David Bowie, tanto singolare quanto..pensato a tavolino. Per il pubblico Americano rivedere Bing, che era appena morto, fu un doloroso colpo che fruttò al disco un ottimo incasso. Se ne parlò a lungo, anche perché venne fuori che Bowie non solo non stimava l’attore ma che si era rifiutato di cantare la melensa canzone con lui. Fu quindi pattuito un medley in cui Bowie avrebbe cantato Peace on Earth e Crosby The Little Drummer Boy.
David Bowie e Bing Crosby: il duetto natalizio che ha cambiato tutto
Ancora oggi, comunque, le cover celebri si sprecano. Ne volete una nuovissima da farvi drizzare i capelli in testa? Allora vi consiglio quella di Christopher Lee nel suo single "Heavvy Metal Christmas" del 2012. Non somiglia molto all’originale ma conserva ancora il suo fascino.
Adattamenti e Rielaborazioni: Da "Let It Be" a "Gesù Crì"
È il 1989 quando il cantante napoletano Nino D’Angelo viene invitato da Red Ronnie a partecipare a un programma tributo ai Beatles. Sì, ai Beatles. Ma perché proprio Nino D’Angelo? Che c’entra la voce di "’Nu jeans e ‘na maglietta" con la leggendaria rock band britannica? Nino D’Angelo racconterà il suo legame - se di legame si può parlare - con John Lennon, Paul McCartney, George Harrison e Ringo Starr solo molti anni dopo. "Gesù Crì", destinata a diventare un capolavoro trash, è una riscrittura in napoletano di "Let it be", una delle canzoni in assoluto più celebri del repertorio dei Beatles.
La Genesi di "Gesù Crì"
Nino D’Angelo ne riscrive totalmente il testo, trasformando quello di Lennon-McCartney - il secondo rivelò che l’ispirazione per la canzone gli venne da un sogno nel quale aveva parlato con la madre Mary, morta quando lui aveva solo 14 anni, e quel "let it be", "lasciar correre", era un riferimento alle tensioni che all’interno dei Beatles stavano per far svanire l’incantesimo - in una vera e propria invocazione a Gesù: "Sta furnenn’ u monn’ / e nisciunu po’ fà nent’ / dacce tu na mano / Gesù Crì / Parraci d’a strat’ / addu’ a vita nunn’è chesta ccà / dacce n’atra luce / Gesù Crì". Nino ci crede. Canta la sua versione del classico dei Beatles con sentimento e trasporto, mentre sugli schermi dello studio televisivo vengono mostrate alcune immagini dei Beatles, le copertine dei loro dischi, le foto che ritraggono John, Paul, George e Ringo: "Dacc’ n’ato sole / dint’o jorn’ ca sta ppè venì / salvace ‘a stu male / Gesù Crì / salva sti criaturi / a sti mamme / stendime na mano / Gesù Crì".

"Ogni anno alla festa della mamma, nel teatrino della parrocchia, si facevano delle recite. In una di queste occasioni a organizzarla venne un frate cappuccino di nome padre Raffaello. Per poter scegliere gli attori e i cantanti radunò tutti i ragazzi dell’associazione e iniziò a fare dei provini. Quando toccò a me, mi chiese di cantare una canzone a piacere e io feci ‘Voce ‘e notte’, un classico napoletano. Non solo mi scelse come cantante di quella recita, ma mi portò in tutte le feste che organizzava nelle altre parrocchie o nel convento di Sant’Eframo Vecchio di Napoli. La sua conoscenza è stata molto importante per la mia crescita artistica ed è stato lui il mio unico maestro di canto. Tante volte con i ragazzi dell’associazione ci radunavamo e tutti insieme ci mettevamo a cantare le canzoni più ascoltate di quegli anni, soprattutto quelle dei Beatles. Diversi anni dopo, la Rai mi invitò in una delle tante trasmissioni dove si omaggiava il mitico gruppo di Liverpool, e gli autori del programma mi spronarono a esibirmi in qualcosa inerente a loro. Non sapendo parlare e cantare l’inglese, non sapevo che fare. Raccontai agli autori di questo simpatico ricordo, si schiattarono dalle risate e senza nessuna esitazione mi fecero cantare ‘Gesù Crì’."
La Musica Sacra nella Storia: Compositori e Devozione
Ambrogio da Milano (seconda metà del IV secolo) faceva cantare ai suoi fedeli inni cristologici da lui stesso composti e musicati per attrezzarli contro il contagio dell'eresia ariana. Soprattutto in epoca carolingia, il canto gregoriano ebbe una grande diffusione in tutta l'Europa occidentale. Dal XIV secolo si formarono, in gran parte su melodie gregoriane e collegati alle rappresentazioni dei misteri, nuovi inni destinati al popolo.
Mozart: Fede, Vita e Composizioni Sacre
Gli elogi all'opera di Wolfgang Amadeus Mozart qualche volta sorprendono per la loro enfasi, ma, confrontati con la realtà, non risultano esagerati. "Il prodigiosissimo genio lo innalzò al di sopra di tutti i maestri di tutte le arti e di tutti i secoli". Nacque a Salisburgo il 27 gennaio 1756 e morì a Vienna il 5 dicembre 1791, prima di compiere i trentasei anni. La sua fede fu spiccatamente cattolica.

Riprendo le testimonianze più importanti dal mio lavoro su WA. Mozart. Autobiografia dalle lettere e da documenti contemporanei (Paoline, 1960, pp. 248-251). Il 25 ottobre 1777 da Vienna scriveva: "Papà può vivere tranquillo, io ho sempre Dio dinanzi agli occhi. La sua compassione, la sua misericordia nei confronti delle creature." In un'altra lettera lo rassicurava circa l'osservanza dell'astinenza e sulla messa frequentata nei giorni di precetto e spesso anche nei giorni feriali. Leopold era rigido e non sopportava nel figlio certe manifestazioni di un'allegria incontenibile che spesso scadeva nell'equivoco e nella volgarità. Mozart ebbe modo di giustificarsi: "Certo, mi piace assai l'allegria, ma si tranquillizzi perché nonostante questo, quando occorre so anche essere serio." Suo padre Leopold si preoccupò anche della scelta della moglie, Constanze von Weber, anche se non ne accettò il responso negativo, fondato sulla riconosciuta immaturità della giovane. Mozart continuava la lettera al padre esprimendo la sua migliore opinione di sé e concludeva: "Non ho il coraggio di mettermi in viaggio con loro, non avrei un'ora piacevole, non saprei di cosa parlare, insomma non ho fiducia in loro. I suoi amici sono senza religione, non sono amici stabili."
A Parigi il 3 luglio 1778 morì la madre, Anna Maria Petti, che lo aveva seguito in quella trasferta. In quel momento inviò una lettera di tramite all'amico Ab. Bullinger. La salute del padre nel 1787 peggiorò irreparabilmente. "La morte, per essere veramente precisi, è il vero scopo finale della nostra vita. Questa figura per me non ha più nulla di ripugnante, ma ha un aspetto rasserenante e consolante. essa è la chiave della nostra vera beatitudine." Negli ultimi giorni il musicista era così emaciato che tutti se ne allarmarono. Si mise al lavoro sul suo Requiem, ma si persuase che in realtà lo componeva per il proprio funerale. "Sento che l'ora suona, sono in procinto di spirare, ho finito prima di aver goduto del mio talento. La vita era pur sì bella, ma non si può cangiar il proprio destino. Ci vogliono alcuni giorni, bisogna rassegnarsi, sarà quel che piacerà alla Provvidenza." Vi lavorò fino all'ultimo respiro, che sopravvenne mentre, assistito dagli amici più intimi, perfezionava e concertava il Lacrymosa dies illa.

La sua adesione alla massoneria gli fruttò il sostegno di amici, ma questa tesi è stata contestata da alcuni scrittori cattolici. La Chiesa, peraltro, ha più volte ribadito l'incompatibilità cattolico-massonica, come da Clemente XII nel 1738 e dalla Congregazione per la dottrina della fede nella Dichiarazione del 26 novembre 1983. Nessun musicista ha fatto tanto in così breve tempo: scriveva capolavori al ristorante, in sala d'aspetto, durante le danze. In viaggi brevi o lunghi, scarabocchiava Zettelchen mit Musik, cioè quei "bigliettini con musica", che costituivano il nucleo dei futuri capolavori. La sua vita era una "composizione continua". È un genio anche nella musica sacra. Tra i suoi capolavori spicca la Messa dell'incoronata. Egli criticò il gusto italiano in materia, perché indulgeva alle fiorettature, lungaggini, teatralità. "Da ciò deriva che la vera musica viene a trovarsi in soffitta, come in preda ai vermi."
La Collaborazione con la Chiesa e la Sua Eredità
La collaborazione di Mozart con la Chiesa fu costante e cordiale, gratificando sia i committenti che il compositore. La pietà cattolica e i protestanti hanno seguito un cammino analogo. In questo senso meritano un'attenzione specialissima due avvenimenti verificatisi sotto i nostri occhi e irradiati in mondovisione. La Messa che il Papa celebrò in San Pietro il 29 giugno 1985, per le parti invariabili, fu accompagnata dalla già ricordata Messa dell’incoronazione, eseguita dai Berliner Philharmoniker. L’Osservatore Romano (1-2 luglio) annunciò in prima pagina l'evento nella liturgia. La seconda manifestazione ebbe luogo nel 1991. La Rai offrì al Pontefice un concerto diretto da Carlo M. Giulini per il bicentenario della scomparsa di Mozart. Fu eseguito il Requiem (K 626). Quest’opera, disse il Papa, "esprime forse, per un singolare presagio di cui si parlò subito dai contemporanei, la sua più sofferta e sublime meditazione sul mistero della morte." La Chiesa non poteva non rendere omaggio al genio salisburghese, riconoscendo che egli dedicò all'espressione religiosa tante pagine sublimi. Annette Kolb, nel descrivere la sua morte, dopo aver concertato con amici e discepoli l'orchestrazione e l'esecuzione del Requiem, conclude: "Così morì questa gloria del cattolicesimo."
Temi Biblici nell'Arte e nella Musica
Verso il 1660, Schütz combina la forma dell'oratorio con la corale della Riforma, e da questa sintesi evolve la musica delle Passioni. La storia della passione venne musicata per i servizi solenni sia cattolici che protestanti, nella passione a mottetti (Longueval - o Obrecht? - 1594; Byrd, 1600 circa) e in quelle responsoriali (Victoria, 1585; Monteverdi, 1640), molto vicine al vecchio gregoriano. Schütz (1623) inaugura la tradizione degli oratori della passione. Il XVIII secolo si svincolò dal testo evangelico in favore di libretti non sempre altrettanto edificanti. Il Getsemani fu più volte soggetto di oratori: Ernst Wolf (1789), Rosetti (1790), Beethoven (1803), Dupuis (1929), e di un poema sinfonico: De Sabata (1925). Anche Pilato, Barabba, Disma, Giuseppe di Arimatea e Nicodemo hanno una propria vicenda artistica.

Le parabole prese in considerazione sono tre. Dal genere del dramma moraleggiante gesuitico (tra gli altri, l'anonimo Cosmophilus da Linz, 1633) derivano oratori (Cesarini-Hall, 1715) e opere: Auber (1850) e Serrao (1868). Il dramma di Grau del 1877 è il Ritorno del figliuol prodigo di Gide (1907), in cui il figlio lotta per la sua libertà interiore. Il motivo del contrasto tra i fratelli riecheggia ne I masnadieri di Schiller (1781-82), il rapporto tra la madre e il figlio nel Peer Gynt di Ibsen (1867).
L'opera più antica in cui compaiono le vergini savie e le vergini stolte è il Simposio sulla verginità di Metodio di Olimpo (III secolo). A partire dal X secolo, la recitazione divenne più vivace; nel XIV, i ruoli di più cantanti erano ormai codificati. Le rappresentazioni sulla fine del mondo, sull’Anticristo e sulla parabole delle vergini savie e le vergini stolte, si estendono dal XV (Sachs, 1558, Agricola, 1573 e Krüger, 1580). Messiaen compose nel 1933 un brano per organo sull'ascensione. Il più antico documento letterario sul Giudizio universale è il poema dell'inizio del IX secolo Muspilli ("L'incendio del mondo"), di cui si conservano frammenti.
Riflessioni sulla Fede e l'Espressione Artistica
"Il successo allontana dalla purezza, è inevitabile. Sappiamo qual è la nostra vocazione... Per me è stata un'obbedienza, La vivo come un lavoro manuale. Ciascuno di voi nel suo Lavoro si comporta allo stesso modo. La preghiera conduce l'orante al silenzio. 'Una corrispondenza, forse... che dentro di me non c’è la quiete, ma il rumore... Voi vi avvicinate a questa musica con la fede in Gesù Cristo, lui è onnipotente e può usare anche lo sporco per sanare: forse è questo che può riscaldare il vostro cuore... dice: 'Quando manca la pelliccia, anche il caffettano scalda'.
"Che cosa era 'in principio', La musica o la parola? Parola era Dio": è una parola che per noi è irraggiungibile, perché è Tutto, essa nutre ogni cosa, è La prima fonte di ogni cosa. Mi allontano quanto più mi allontano dalla Parola; a volte mi sembra meglio cantare su una sola nota per salvare le parole e non cadere nella volontà propria. Bisogna stare attenti ai rivolgimenti. Ci sono molte implicazioni, molti significati. L'ho accostata con timore, con coscienza della mia insufficienza... contemplazioni molto più alte di questo mio piccolo pezzo... La compassione, la misericordia, il non giudizio assoluto... modesto compito che gli è assegnato (almeno così penso di me). Dobbiamo portarci gli uni gli altri e comprenderci, senza giudicarci."