Il ruolo difficile del giudice, tema centrale nel pensiero di un grande giurista come Piero Calamandrei, trova una delle sue espressioni più significative e toccanti nel contesto del processo contro Danilo Dolci. Calamandrei, con la sua oratoria incisiva e la sua profonda conoscenza del diritto, ha trasformato l'aula giudiziaria in un palcoscenico per una riflessione sui principi di legge, giustizia e l'autentico significato della democrazia.
Il Contesto: L'Arresto di Danilo Dolci e la "Trazzera Vecchia"
Danilo Dolci era stato arrestato il 2 febbraio 1956 per aver promosso e capeggiato, insieme con alcuni suoi compagni, una manifestazione di protesta contro le autorità che non avevano provveduto a dar lavoro ai disoccupati della zona. La manifestazione era consistita nell’indurre un certo numero di questi disoccupati a iniziare lavori di sterramento e di assestamento in una vecchia strada comunale abbandonata, detta "trazzera vecchia", nei pressi di Trappeto (provincia di Palermo), allo scopo di dimostrare che non mancavano né la volontà di lavorare né opere socialmente utili da intraprendere in beneficio della comunità.

Un Processo Eccezionale: Tra Accusa e Difesa
Calamandrei, intervenendo in questo processo, pone subito l'accento sulla sua natura peculiare e paradossale: "Questo non è un processo penale: dov'è il reo, il delinquente, il criminale?". La vicinanza fisica tra il banco degli imputati e quello dei difensori, quasi a parere un banco solo, simboleggiava per lui la confusione dei ruoli. "Non a caso qui il banco degli imputati e quello dei difensori sono così vicini, fino a parere un banco solo."
Egli osserva una sigla, quasi un vertice magico del processo, intarsiata con caratteri antichi sulla cattedra dei giudici, che non era la consueta frase "La legge uguale per tutti", spesso letta con speranza ma anche con molte perplessità. Calamandrei evidenzia il paradosso della situazione: gli imputati, secondo la sua visione, avevano "voluto anch'essi servire la legge", avendo sofferto la fame e lavorato gratuitamente per "ricordare agli immemorì il dovere di servire la legge."
"Allora vuol dire che siamo tutti qui per lo stesso scopo: quale è il punto del nostro dissidio, quale è il tema del nostro dibattito?" si domanda Calamandrei, sottolineando l'assurdità di un processo in cui non si ravvisano le "tristi impronte della delinquenza" sui volti degli imputati, né la "fredda insensibilità dell'aguzzino" in quelli dei carabinieri, che pure sentono "in fondo al cuore umiliati e addolorati di questo crudo cerimoniale". Il vero dissidio, per Calamandrei, si trovava "più lontano e più alto", non limitato all'aula del tribunale.
Il Ruolo della Polizia e la "Gratitudine"
Calamandrei difende la polizia, vista come "esecutrice di ordini che vengono dall'alto", e quindi non direttamente colpevole degli eventi. Con un tocco di amara ironia, ricorda un episodio personale: "Dai resoconti dati dalla stampa su una delle prime udienze... ho appreso che io dovrei ringraziare quel funzionario di polizia che oggi è commissario a Partinico, il dottore Lo Corte, del trattamento di favore che egli mi avrebbe usato a Firenze, nel periodo in cui egli apparteneva alla polizia della Repubblica di Salò: pare che nella sua deposizione egli abbia detto che mi trattò con speciale riguardo perché, quando venne al mio studio per arrestarmi, arrivò un quarto d'ora dopo che io ero uscito e così lasciò ineseguito il suo mandato." Calamandrei conclude: "In verità io non mi ricordo di lui: e non so se devo essere grato a lui per essere arrivato un quarto d'ora dopo o a me stesso per essere uscito un quarto d'ora prima."

I "Misfatti" di Danilo Dolci: Un Apologo Sulla Legge Violata e Servita
Calamandrei definisce il processo come "un processo eccezionale, superlativamente straordinario, assurdo. Questo non è neanche un processo: è un apologo." Un apologo in cui si vorrebbe condannare "gente onesta per il delitto di avere osservato la legge, anzi per il delitto di aver preannunciato e proclamato di volere osservare la legge: arrestati e rinviati a giudizio sotto l'imputazione di volontaria osservanza della legge con l'aggravante della premeditazione!"
Riflettendo sul concetto di "capacità a delinquere", Calamandrei, da avvocato civilista, ne distingue due aspetti: "uno giuridico e uno sociale." Sotto l'aspetto giuridico, la vede come "la tendenza e la attitudine a violare il diritto altrui"; sotto l'aspetto sociale, come "la incapacità di intendere che la vita in società è fatta di solidarietà e di altruismo: che senza solidarietà e senza altruismo non vi è civiltà." Il giurista immagina lo storico del futuro che, esaminando gli atti, si chiederà umanamente: "che cosa avevano fatto di male questi imputati?"
Il Primo "Misfatto": La Lotta dei Pescatori e il Digiuno
Calamandrei racconta il primo episodio incriminato. Dopo essersi consultato con Calamandrei stesso (che, non trovandolo nel suo studio, ricevette un biglietto con il programma delle azioni di Dolci), Dolci promosse un'azione di protesta pacifica. Il giurista si dichiara responsabile, non avendo ravvisato alcuna illegalità nel piano di Dolci: "Se in quello che ha fatto c’è qualche cosa di contrario alla legge, sono dunque responsabile anch’io di complicità e, e forse la mia responsabilità è più grave della sua, perché io dovrei avere quella conoscenza tecnica delle leggi che Danilo non ha."
Il primo "misfatto" è descritto in un foglietto di Dolci: "È profondamente doloroso e offensivo constatare che lo Stato non sa far rispettare le sue leggi più elementari, più giustificate: i mezzi di informazione e di pressione normali in uno Stato civile, qui sono stati assolutamente inefficaci. Decisi a fare rispettare le leggi, promuoviamo un movimento che non si fermerà fino a quando il buon senso e l'onestà non avranno trionfato."
La situazione era quella di poveri pescatori di Partinico, privati del loro sostentamento dai motopescherecci che violavano la legge pescando sottocosta, spesso protetti dalle autorità. Le loro richieste di giustizia erano state ignorate. Dolci, di fronte a questa ingiustizia, propose una forma di protesta radicale e pacifica: "Voi non avete da mangiare: non avete di vostro altro che la fame. L'unica protesta che vi rimane è questa: la vostra fame. Siete abituati a digiunare, andiamo tutti insieme a digiunare sulla spiaggia del mare. Stiamo a guardare, digiunando, i contrabbandieri protetti dalle autorità, che continuano a far rapina del pesce che la legge vorrebbe riservato a voi. Consoliamoci insieme col nostro digiuno; mettiamo in comune questo nostro unico bene, la fame. E per essere più sereni, porteremo sulla spiaggia qualche disco e ascolteremo la musica di Bach." La reazione fu l'intervento della polizia per impedire il "delitto" di digiunare in pubblico, un "ordine pubblico di chi ha da mangiare."
Il Secondo "Misfatto": Il Lavoro Gratuito per la Comunità
Il secondo "misfatto" vede i cittadini di Partinico, comprese le donne, proseguire l'azione. "Milioni di uomini nelle nostre zone stanno sei mesi all'anno con le mani in mano. Solo qui in Partinico su 25000 abitanti siamo in più di 7000 con le mani in mano per sei mesi all’anno e 7000 bambini e giovanetti non sono in grado di apprendere quanto assolutamente dovrebbero. È nostro dovere di padri e di cittadini collaborare generosamente perché cambi il volto della terra, bandendo gli assassini di ogni genere. Perché sia più limpido a tutti il nostro muoverci, digiuneremo lunedì 30 gennaio; giovedì 2 febbraio cominceremo il lavoro."
Di fronte a migliaia di disoccupati, i quali si appellavano al diritto e dovere del lavoro sancito dalla Costituzione, decidono di agire. Nelle vicinanze del paese si trovava una trazzera abbandonata, impraticabile. I disoccupati proposero: "Ci metteremo a riparare gratuitamente la trazzera , la nostra trazzera. Ci redimeremo, lavorando da questo avvilimento quotidiano, da questa quotidiana istigazione al delitto che è l'ozio forzato. In grazia del nostro lavoro la strada tornerà ad essere praticabile. I cittadini ci passeranno meglio. Il sindaco ci ringrazierà." Ancora una volta, intervennero i commissari Lo Corte e Di Giorgi per impedire questo "secondo misfatto".
Calamandrei traccia un parallelo storico e letterario: "Anche qui il contrasto è come quello tra Antigone e Creonte: tra la umana giustizia e i regolamenti di polizia; con questo solo di diverso, che qui Danilo non invoca leggi 'non scritte'."
Processo a Danilo Dolci
Il Ruolo del Giudice e la Fiducia nella Legge
Calamandrei eleva la discussione, assegnando ai giudici un ruolo cruciale in "uno di quei periodi, che ogni tanto si presentano nella vita dei popoli, in cui la gloria di poter costruire pacificamente l'avvenire, il vanto di poter guidare entro la legalità questa trasformazione sociale che è in atto e che non si ferma più, spetta soprattutto ai giudici."
Egli li interpella direttamente: "Signori Giudici, che cosa vuol dire libertà, che cosa vuol dire democrazia? Vuol dire prima di tutto fiducia del popolo nelle sue leggi: che il popolo senta le leggi dello Stato come le sue leggi, come scaturite dalla sua coscienza, non come imposte dall'alto." Calamandrei richiama le parole immortali di Socrate che parlano delle leggi come "persone vive", ma sottolinea la "maledizione secolare che grava sull'Italia": il popolo non ha fiducia nelle leggi perché non le sente sue, percependo lo Stato come un nemico, una forma di dominazione.
Viene citato un episodio dal libro "Banditi a Partinico" di Danilo Dolci, con prefazione di Norberto Bobbio, dove un padre racconta la frustrazione di anni di tentativi infruttuosi per ottenere la pensione, simbolo di una burocrazia cieca e inaccessibile per gli umili: "Questa è la maledizione di Partinico, ma questa è sempre stata anche la maledizione di Italia. In ogni regione d'Italia più o meno è così: le leggi per gli umili non contano. Per avere giustizia dagli uffici amministrativi occorre farsi raccomandare da qualche personaggio importante o strepitare."
Calamandrei invoca la fine di questa sfiducia e della violenza, esortando a credere nelle leggi e nella giustizia del governo, definendo la legge come "una religione (una religione di cui questa aula giudiziaria è un tempio)".
Danilo Dolci: Un Ingenuo o un Visionario?
Il giurista conclude la sua difesa interrogandosi sulla figura di Dolci: "È un ingenuo? È un illuso?" Richiamando la figura di Renzo de "I Promessi Sposi" che ripete "pane, abbondanza, giustizia", si chiede se anche Danilo, finito in prigione, fosse solo un ingenuo. La risposta di Calamandrei è chiara: "No: Danilo è qualche cosa di più."
Il caso determinante della vita di Danilo, ciò che lo ha spinto all'azione, è stato l'incontro con un bambino morto di fame: "Quando nell'estate del 1952 Danilo ebbe visto morire di fame il figlioletto di Mimma e Giustina Barretta, allora egli si accorse di trovarsi 'in un mondo di condannati morte'; e gli apparve chiar..."
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