Il Buon Pastore e il Vero Pane: Una Riflessione sulla Sua Essenza e la Vita

Il paese dove siamo nati e dove siamo cresciuti ci ha donato il sapore del suo pane. Quando il destino ci spinge o ci esilia in un’altra terra, ce lo portiamo con noi, in noi. Chi perde questo sapore, perde una parte del proprio paese e di se stesso.

La Storia del Pane: Un Viaggio Attraverso l'Umanità

La storia del pane abbraccia l’intera storia dell’umanità. Il pane è più antico della scrittura e del libro e niente forse più del pane racconta l’umanità. Il cammino che ha condotto dal chicco crudo a quello cotto, dalla farina al pane è stato lungo. L’uomo che preparò il pane era diverso dai suoi antenati; si era affacciato alle soglie della storia. L’origine del pane accompagna la trasformazione dei nomadi in stanziali, del cacciatore in pastore, di entrambi nell’agricoltore. E con l’agricoltura nascono gli insediamenti umani, il paesaggio si trasforma, il tempo viene suddiviso in stagioni, mesi e settimane.

Il Pane Attraverso Terre e Popoli

Quella del pane è una storia che attraversa terre e popoli. Non sappiamo «dove e quando germogliò la prima spiga di grano». Dal Corno d’Africa, dagli altopiani dell’Etiopia e dell’Eritrea, dall’Egitto e dalle pianure della “mezzaluna fertile”, dall’Africa e dall’Oriente, lungo la storia i semi sono stati trasportati e trapiantati da una terra all’altra. I cereali trasportati dall’Est e dal Sud hanno contribuito all’incremento del numero degli abitanti dell’Ovest e del Nord. E insieme ai semi viaggiavano «l’esperienza e il bisogno». Le conoscenze sul grano e sul pane sono state tramandate di generazione in generazione. E nel contatto tra i popoli, negli scambi e nelle dominazioni, ognuno imparava da qualcun altro. Il pane è «prodotto della natura e della cultura».

Mappa storica delle rotte di diffusione del grano e del pane nel mondo antico

Diversità e Unità del Pane

Non c’è un unico pane. Le modalità di lavorazione, le forme, il sapore cambiano da paese a paese e nascono da storie diverse legate alla specificità dei territori e alla vita che in essi si è resa possibile, alle vicende che l’hanno segnata. Recano in sé l’ingegno, la fantasia, la fatica dei tempi di siccità, di carestia o di guerra, l’allegria dei giorni di festa, l’intimità della vita quotidiana. Ci sono pani diversi così come diversi sono i nomi che designano il pane e i pani nelle differenti culture. Ma ovunque, e qualunque sia la forma e la denominazione del pane, le parole usate rimandano al senso della protezione e della custodia, così come a quello del dono e dell’ospitalità. Il pane nutre e preserva ed è pane condiviso e da condividere. Nelle lingue indoeuropee e nelle lingue germaniche e nordiche la radice è la stessa della parola padre. I derivati latini e romanzi di pane hanno prodotto le parole composte che stanno a indicare la relazione tra coloro che dividono il pane comune. Il pane unisce e distingue. Qualunque sia il suo sapore, il pane ha il gusto di quel che è comune, il sapore della condivisione più elementare ma anche più intima, non è figlio della solitudine, nasce dal lavoro fatto insieme ed è così forte il legame con gli esseri umani da motivare la corrispondenza, più volte messa a tema, tra il pane e il corpo. «Quando il pane è vero il corpo è sano».

Il Pane nella Vita Quotidiana e nella Memoria

Tutti i cinque sensi - l’olfatto, il tatto, la vista e perfino l’udito - ognuno a modo loro sono collegati al pane e insieme ne accolgono il dono. In alcuni paesi islamici - scrive Matvejevic - si infila il pollice nella pasta prima di metterlo sul fuoco o nel forno, per confermare che a farlo è stata la mano dell’uomo. Il cuore del pane - la mollica dell’interno estremo - veniva posto sulle ferite da taglio per fermare il sangue e rimarginarlo. Nei periodi di estrema fame e durante le peggiori epidemie si macinava e si impastava nelle varie parti del mondo tutto ciò che poteva essere usato come surrogato del grano per necessità, ma anche per speculazione, e si diffondevano così ulteriori terribili malattie che decimavano la popolazione. Ancora oggi succede là dove la carestia e la guerra disegnano scenari di miseria e di estrema precarietà.

Sulla disponibilità di grano e di pane da sempre si gioca la forza o la debolezza del potere. Affamare un altro popolo vuol dire creare le condizioni per assoggettarlo. Il pane che manca racconta della drammaticità dei conflitti, anche di quelli dimenticati o nascosti, e della devastazione che producono. Il pane conserva in sé la memoria: di quello che è stato, della parte migliore del passato o delle sue ferite. È viatico per il tempo che viene. Il gusto del pane attraversa il tempo e si apre sull’eternità. Resti di grano e pane si sono conservati nei sepolcri, accanto alle urne e ai sarcofagi, nelle piramidi - là dove ci si congedava dalla vita terrena nella speranza di una vita eterna.

Il Pane della Fede e il Gesto del Signore Gesù

Il pane è presente nelle fede e nella preghiera. È il pane dei pellegrini, il pane dell’offerta, il pane delle feste religiose (vivaio di una grande varietà di tipi di pane), il pane dell’elemosina, della sobrietà, della condivisione e della giustizia. Il racconto del pane, così profondamente intrecciato alla storia degli esseri umani, questo legame così intimo e antico con l’umano in quanto tale e in tutte le sue sfaccettature, nel gesto del Signore Gesù è come raccolto e trasfigurato, assunto nella sua Pasqua, sorgente inesauribile di una pienezza di vita e di umanità. Nella Pasqua del Signore Gesù il pane diventa sacramento di salvezza.

Rappresentazione artistica del Pane Eucaristico e del Corpo di Cristo

Dall'Antico Testamento all'Eucaristia

Non cambia il colore, il sapore, non vengono cancellate le ferite della storia e neppure la diversità dei percorsi, il pane rimane pane ma è la vita di Dio per noi che ci è data attraverso quel pane ed è la nostra vita in Dio che quel pane rende possibile - nelle ferite e nei legami - principio e viatico di una pienezza di umanità. Se il pane nutre e custodisce, il pane spezzato del corpo di Cristo ci stabilisce e ci custodisce nella relazione che ci fa umani, nella relazione a Dio da cui vengono e in cui sono rese possibili tutte le nostre relazioni, quella relazione filiale che è la sostanza più profonda del Cristo, e che in Lui, nella sua carne, diventa carne della nostra carne: “figli nel Figlio”. Quel pane nutre il nostro essere in relazione, ci fa relazione.

La preghiera eucaristica, se considerata nella sua unità e nella sua interna articolazione, come ci invita a fare nei suoi magistrali scritti padre Cesare Giraudo, attesta chiaramente questo nesso di interazione dinamica, ci conduce quasi per mano a scoprirlo. Ma bisogna ben ascoltarla, avvertirne interiormente il movimento di senso. Nella struttura della preghiera eucaristica, alla lode resa a Dio, il rendere a lui grazie (nel Prefazio), segue la supplica, l’invocazione dello Spirito in una duplice epiclesi: sui doni, il pane e il vino, perché vengano trasformati nel corpo e nel sangue di Cristo; e su di noi, perché comunicando al corpo e al sangue di Cristo siamo trasformati in un solo corpo.

«Santifica questi doni con la rugiada del tuo Spirito, perché diventino per noi il Corpo e il Sangue del Signore nostro Gesù Cristo» e «Ti preghiamo umilmente: per la comunione al Corpo e al Sangue di Cristo, lo Spirito Santo ci riunisca in un solo corpo». Pur non trovandosi immediatamente l’una dopo l’altra, «le due richieste costituiscono di fatto un’unica e indivisibile supplica» (Giraudo). E l’accento cade su quel “per noi” e sulla seconda invocazione. La transustanziazione del pane e del vino è per la nostra transustanziazione nel corpo ecclesiale grazie alla comunione al corpo sacramentale. «Da sostanza di dispersione dovuta alla nostra fragilità e ai nostri egoismi, - scrive Giraudo - noi diventiamo sostanza di raduno escatologico, ossia membra armonicamente compaginate con Cristo, “il capo di quel corpo che è la Chiesa” (Col 1,18)». Una trasformazione che è “escatologica” perché “già” avvenuta e “non ancora” perfettamente compiuta; un processo di crescita ecclesiale che la celebrazione dell’eucaristia rende sempre di nuovo possibile. Le intercessioni della preghiera eucaristica allargano questa domanda di trasformazione in un solo corpo a tutte le porzioni di Chiesa che nel momento della celebrazione non sono fisicamente presenti. Il termine ultimo e il fine proprio della celebrazione eucaristica è dunque il “Cristo ecclesiale” vale a dire l’edificazione della Chiesa. «Celebriamo l’eucaristia per ottenere dal Padre la trasformazione in un solo corpo, ossia nel corpo ecclesiale, escatologico, mistico» (Giraudo).

Il Buon Pastore: La Misericordia di Dio nel Pane della Vita

La presenza reale non ci è stata data solo perché possiamo adorare Cristo sotto le specie eucaristiche; ma perché nutrendoci di quel pane possiamo diventare Chiesa sempre di più e sempre di nuovo: porzione di una nuova umanità, segno sacramentale di quei cieli nuovi e terra nuova che tutti attendiamo, promessi dal Signore Gesù e resi possibili dalla sua Pasqua, popolo di Dio in cammino che vive dell’amore di Dio, da quest’amore è nutrito e continuamente rigenerato. «Nella consegna del gesto sacramentale» che custodisce il darsi della Vita di Dio a noi, «l’irrevocabile prossimità di Dio per l’intera storia, si stabilisce - come scrive Pierangelo Sequeri - la matrice generativa dell’intera realtà-di-chiesa che ne deve seguire e conseguire».

La ripetizione di quel gesto «santifica la Chiesa, rendendola dovunque e sempre di nuovo disponibile per la testimonianza» del Vangelo. La liturgia eucaristica «mostra a tutti l’altezza delle promesse consegnate dal Signore per il tempo della sequela»; «rende trasparente l’autentico principio e la vera portata della missione dei Discepoli» della missione della Chiesa. Non abbiamo qui una comunità che celebra se stessa o che celebra per se stessa. L’autoreferenzialità è spezzata in radice, così come ogni chiusura che salvaguardi dal mescolarsi alla storia del mondo. «Il Signore - scrive ancora Sequeri - non è sequestrato dai pochi, rimane a disposizione dei molti - a cominciare dai poveri, dagli abbandonati, dai perduti - per i quali il Corpo del Verbo [il pane della Vita] è dato.

Icona del Buon Pastore con il gregge

Dio, il Buon Pastore, è "Buono come il Pane"

"Pa" è anche la radice di "pascere". È il tema che sta ricorrendo spesso nella Parola di questi giorni: quello del Buon Pastore. Il Buon Pastore che dà la vita per le pecore, il Buon Pastore dal cuore umile, mite, misericordioso. È l'espressione un po' "popolare" con cui definiamo qualcuno particolarmente "tenero" di cuore, buono di sentimenti, delicato nel dire e nel fare. Inconsapevolmente l'uomo ha coniato un'espressione di grande valore, anzi, un'espressione che "valorizza il valore" del pane, lo eleva alla dignità di alimento buono per antonomasia, per eccellenza. L'espressione non dice semplicemente "tenero" o "sfamante", ma "buono" come il pane. Non sono parole umane. Sono parole della Parola. Gesù è una cosa sola col Padre, che lo conosce prima e meglio di chiunque altro al quale Egli lo voglia rivelare. Al notabile che lo interroga per sapere come ottenere la vita eterna, Gesù risponde: "Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo". Fermiamoci a pensare: Dio è... buono come il pane. Dio ha un cuore così tenero, così fremente di compassione, da essersi fatto "Cuore eucaristico di pane" perché chiunque si nutra di Lui, abbia la vita eterna. Dio è veramente "un pezzo di Pane", come usiamo dire delle persone mansuete e indulgenti.

La Misericordia Divina e il Volto di Dio

Il vocabolo "misericordia" si forma dalle parole "misereo" e "cordis": "miseria" e "cuore". Con le parole di Benedetto XVI possiamo affermare che "il programma del buon Samaritano, il programma di Gesù - è «un cuore che vede». Questo chiude il cerchio, quel cerchio iniziato con la fame dell'uomo, con la risposta "preventiva" di Dio che è venuto in suo soccorso, inviando il Figlio Unigenito che ci ha sfamati e dissetati. Dio ha un nome e chiama per nome. Ha un volto e cerca il nostro volto. Per questo motivo Cristo è il vero Mosè, il compimento ultimo della rivelazione del nome. L’uomo che si apre all’amore, in questa presenza che continuamente lo circonda può scorgere il mistero cui aspira tutto il suo essere. Dipende dalle esperienze di fondo che si fanno con il Tu: se in esso si scorge l’amore o, invece, una minaccia. E dipende anche dalla figura in cui Dio incontra l’uomo: se nelle vesti di un terribile sorvegliante che medita il momento della condanna, o come l’amore creatore che ci aspetta. Io sono colui che sono, ora, a partire da Gesù, significa: Io sono colui che vi salva.

Le parole «Io sono» sono la definizione di Dio. È Dio davvero che si rivela e si comunica tutto alla povertà di un’anima peccatrice che si è aperta ad accoglierlo. Che bellezza! Pensate un poco: per possedere Dio basta conoscersi peccatori! È una cosa semplice, no? Non cerchiamo di mascherare le nostre imperfezioni davanti al Signore. È proprio nell’essere quello che siamo, se ci conosciamo veramente nella sua luce, che anche conosceremo Lui come l’amore che pienamente si dà - (Divo Barsotti, Gesù e la Samaritana).

Corpus Domini. Origini, miracoli eucaristici e sostanza del Pane e del Vino

La Chiesa: Pane che Unisce in un Mondo Affamato

L’interrogativo fondamentale che guida la consultazione di popolo attivata - e che è già sinodo e non semplicemente una sua fase preparatoria - centrando l’attenzione sulla sinodalità, sulla forma della Chiesa che rende credibile l’annuncio del Vangelo, conduce a ritrovare quel che ci fa Chiesa, il principio e fondamento di quella forma comunionale che è propria della Chiesa e che chiede di essere sempre di nuovo ri-formata, di essere resa sempre più trasparente e più solida. La forma Ecclesiae ha bisogno di essere compresa sempre di nuovo e ri-modulata nel tempo, dentro la storia dell’umanità che la Chiesa condivide essendo ad essa intrecciata, accogliendo le sollecitazioni che da questa storia vengono, non in una logica di passivo adattamento ma perché da sempre il cammino della Chiesa non è separabile da essa e perché da sempre la verità del Vangelo si lascia comprendere nella particolarità dei tempi e dei luoghi in cui risuona nella logica dell’Incarnazione. Per questo non bisogna temere di ascoltare la storia, ossia la vita delle persone, dei popoli, le culture. L’ascolto della Parola del Signore, il riconoscimento della sua presenza e della sua azione salvifica, passa anche attraverso la capacità di discernere i segni dei tempi, quel discernimento che la Chiesa è chiamata a vivere nel suo insieme e di cui come popolo di Dio stiamo facendo esperienza nel cammino sinodale.

Tornare ad essere pane è quello che ci è chiesto. È il mistero di una comunione che è pienezza di relazione, di una unità che non è uniformità ma armonia delle differenze, come papa Francesco non si stanca di ripetere, perché ciascuno è unito a Cristo Gesù e all’unico corpo ecclesiale, nella unicità di quel che è e che vive e nella unicità del dono dello Spirito per la vita della comunità. E guai se si perdesse il sapore di questa unicità, proprio come nel pane fatto bene, nel buon pane, si avverte la traccia degli elementi che lo compongono e che in esso si fondono in una unità di fragranza senza confondersi. «Questo è, in definitiva il tesoro nel campo che la comunità possiede. - scrive Pierangelo Sequeri - Il seme che deve fruttificare, all’inizio, è realmente il corpo dato del Signore, nella nuova famiglia umana - la adelphotes che si raccoglie da ogni tribù lingua e nazione e tiene insieme i diversi - che ascolta la Parola, si nutre del pane disceso dal cielo, si lascia toccare, guarire, benedire dal Signore Gesù. Una comunità in cui il padrone e lo schiavo, il giudeo e il greco, l’uomo e la donna, stanno insieme, con la stessa dignità dei figli dell’Unico Padre, non si era mai vista. Il primo scandalo evangelico - fecondo di una storia completamente nuova fra gli umani - fu proprio questo stare insieme».

In un mondo in cui manca il pane, in cui ad essere affamati sono prima di tutto e paradossalmente i paesi dove la storia del pane è iniziata, in un mondo stravolto dai cambiamenti climatici, attraversato da flussi migratori che la carestia e le guerre alimentano sempre di più, e dove ci si continua ad arricchire a dismisura e a consumare le risorse comuni a vantaggio di pochi, la Chiesa non si stanca di chiedere che venga ascoltato il grido dei poveri, degli scartati, e il grido della terra. In un mondo che è lacerato da divisioni e di guerre la Chiesa non si stanca di essere pane che riconcilia e unisce, costruendo ponti tessendo relazioni tra i popoli, le culture, le religioni. È il cammino di tutti noi credenti in Cristo Gesù.

La Celebrazione Eucaristica: Corpus Domini e le Scritture

Da secoli, dalla metà del XIII secolo, una festa ci raccoglie insieme per godere del dono dell’eucaristia, quel pane e quel vino che nella messa ci svelano la presenza del Signore Gesù e il dono della sua vita per amore nostro. È la festa del Corpo e del Sangue del Signore (Corpus Domini). Questo dono per noi è confermato in ogni celebrazione eucaristica, in ogni ripetizione dei gesti dell’Ultima cena consegnati a noi dal Signore stesso. E noi andiamo giustamente fieri di questo cibo, lo onoriamo volentieri con ogni segno di devozione, di affetto, di bellezza, per la gioia di saperci amati da Dio. In questo giorno, l’Arcivescovo celebra la messa in Cattedrale e istituisce accoliti 29 nostri fratelli e sorelle.

Antifona e Letture Bibliche

Antifona

Il Signore ha nutrito il suo popolo con fior di frumento, lo ha saziato di miele della roccia.

Prima Lettura

Dal libro del Deuteronomio (Dt 8,2-3.14b-16a)
Mosè parlò al popolo dicendo: «Ricòrdati di tutto il cammino che il Signore, tuo Dio, ti ha fatto percorrere in questi quarant'anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore, se tu avresti osservato o no i suoi comandi. Egli dunque ti ha umiliato, ti ha fatto provare la fame, poi ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevano mai conosciuto, per farti capire che l'uomo non vive soltanto di pane, ma che l'uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore.»

La Prima Lettura di oggi (Es 11, 10-12; 14) parla infatti dell'agnello con il cui sangue sarebbero state segnate le case del popolo ebreo, per preservarlo dal flagello che avrebbe colpito gli egiziani.

Salmo Responsoriale

Dal Salmo 147
R. Loda il Signore, Gerusalemme.
Celebra il Signore, Gerusalemme, loda il tuo Dio, Sion, perché ha rinforzato le sbarre delle tue porte, in mezzo a te ha benedetto i tuoi figli. Egli mette pace nei tuoi confini e ti sazia con fiore di frumento. Manda sulla terra il suo messaggio: la sua parola corre veloce. Annuncia a Giacobbe la sua parola, i suoi decreti e i suoi giudizi a Israele. Così non ha fatto con nessun'altra nazione, non ha fatto conoscere loro i suoi giudizi.

Seconda Lettura

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi (1Cor 10,16-17)
Fratelli, il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione con il sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo? Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo.

Vangelo

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 6,51-58)
In quel tempo, Gesù disse alla folla: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo». Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell'uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».

Vangelo (Marco 14,12-16.22-24)

Allora mandò due dei suoi discepoli, dicendo loro: «Andate in città e vi verrà incontro un uomo con una brocca d’acqua; seguitelo. Là dove entrerà, dite al padrone di casa: “Il Maestro dice: Dov’è la mia stanza, in cui io possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli?”. Mentre mangiavano, prese il pane e recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: «Prendete, questo è il mio corpo». Poi prese un calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. E disse loro: «Questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti. In quel tempo, Gesù passò, in giorno di sabato, fra campi di grano e i suoi discepoli ebbero fame e cominciarono a cogliere delle spighe e a mangiarle. Vedendo ciò, i farisei gli dissero: «Ecco, i tuoi discepoli stanno facendo quello che non è lecito fare di sabato». Ma egli rispose loro: «Non avete letto quello che fece Davide, quando lui e i suoi compagni ebbero fame? Egli entrò nella casa di Dio e mangiarono i pani dell’offerta, che né a lui né ai suoi compagni era lecito mangiare, ma ai soli sacerdoti. O non avete letto nella Legge che nei giorni di sabato i sacerdoti nel tempio vìolano il sabato e tuttavia sono senza colpa? Ora io vi dico che qui vi è uno più grande del tempio. Se aveste compreso che cosa significhi: “Misericordia io voglio e non sacrifici”, non avreste condannato persone senza colpa.»

Antifona alla Comunione

Dice il Signore: Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue, rimane in me e io in lui. Alleluia.

tags: #buon #pastore #vero #pane