Un Nuovo Padre Nostro: Il Dibattito sulla Traduzione e il Contributo del Cardinale Ravasi

Dopo un lungo dibattito, è entrata nella liturgia italiana l’edizione ‘aggiornata’ del testo del Padre nostro. Dal 29 novembre 2020, prima domenica di Avvento, in chiesa durante la messa si recita una versione del Padre nostro che ovvia a inconvenienti di traduzione. La nuova traduzione era stata approvata nel novembre 2018 dall’Assemblea generale della Conferenza Episcopale Italiana (CEI). Papa Francesco a sua volta ne ha approvato la promulgazione sulla scia del giudizio positivo da parte della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti.

La Modifica della Sesta Invocazione: "Non Abbandonarci alla Tentazione"

La nuova versione del Padre nostro prevede che l’invocazione a Dio: “non indurci in tentazione” venga espressa meno ambiguamente con “non abbandonarci alla tentazione”. Questo cambiamento, introdotto nel 2020, è stato presentato come un aggiornamento linguistico e teologico volto a evitare che il fedele attribuisse a Dio un ruolo attivo nell’istigare al male. Papa Francesco ha spiegato in un’intervista a TV2000: «Un padre non fa questo, non spinge il figlio alla tentazione.»

La motivazione di questo cambiamento si radica in una preoccupazione esegetica antica. Nel testo greco dei Vangeli (Mt 6,13; Lc 11,4), la richiesta a Dio è espressa con l’espressione μὴ εἰσενέγκῃς ἡμᾶς εἰς πειρασμόν, resa in latino come ne nos inducas in tentationem. Il verbo greco eisphérō significa letteralmente “portare dentro, condurre in”, e il sostantivo peirasmos può indicare tanto la tentazione quanto la prova.

Mons. Bruno Forte, arcivescovo di Chieti, ha ribadito il valore di questa riforma liturgica, sottolineando che le modifiche derivano da «una fedeltà alle intenzioni espresse dalla preghiera di Gesù e all’originale greco.» Ha spiegato: «In realtà l’originale greco usa un verbo che significa letteralmente ‘portarci, condurci’. La traduzione latina inducere poteva richiamare l’omologo greco. Però, in italiano ‘indurre’ vuol dire ‘spingere a…’, far sì che ciò avvenga. E risulta strano che si possa dire a Dio ‘non spingerci a cadere in tentazione’.»

Confronto tra le diverse traduzioni della sesta invocazione del Padre Nostro

Il Contesto Storico della Traduzione

È curioso notare che la “brutalità” della resa latina della Vulgata - ne nos inducas in tentationem - creava imbarazzo già nell’VIII secolo. Due manoscritti latini dei vangeli, il cosiddetto Codex Dublinensis e il Codex Rushworthianus, la sostituiscono con un significativo Ne nos patiaris induci, “non tollerare che noi siamo indotti in tentazione” (sottinteso “da Satana”). Questo evidenzia una lunga storia di tentativi di rendere il significato in modo più chiaro e teologicamente accurato.

L’interrogativo sulla traduzione si è posto anche in episcopati di tutto il mondo. Ad esempio, in spagnolo si dice «fa’ che noi non cadiamo nella tentazione». In francese, dopo molti travagli, si è passati da «non sottometterci alla tentazione» alla formula attuale «non lasciarci entrare in tentazione». Dunque, l’idea da esprimere è che il nostro Dio, «che è un Dio buono e grande nell’amore, fa in modo che noi non cadiamo in tentazione.»

Variazioni nel Testo del Gloria

Una variante è stata introdotta anche nel testo del Gloria, dove al posto di “pace in terra agli uomini di buona volontà” si dice “pace in terra agli uomini, amati dal Signore”. Questa modifica è più conforme al testo greco dell’evangelista Luca, in cui eudokìa indica l’amore benevolo di Dio, non la buona volontà dell’essere umano.

Il Dibattito Teologico: Prova vs. Tentazione-Insidia

La questione non riguarda solo una sfumatura linguistica, ma una diversa concezione del rapporto tra Dio, il male e la libertà umana. È necessario distinguere tra “tentazione - prova” e “tentazione - insidia”, accezioni entrambe possibili nel greco peirasmos usato da Matteo. La prova può avere come soggetto Dio che vaglia la fedeltà e la purezza della fede dell’uomo, come nel caso di Abramo (Genesi 22), Giobbe, o Israele nel deserto (Deuteronomio 8,5). È un’educazione alla fedeltà, alla donazione disinteressata, all’amore puro e senza doppi fini.

Diversa è la “tentazione insidia” che mira alla ribellione dell’uomo nei confronti di Dio e della sua legge, e che a prima vista dovrebbe avere come radice Satana o il mondo peccatore. Mentre è facile comprendere l’applicazione nel caso della prova (si chiede a Dio di non provarci troppo aspramente e di non lasciarci soccombere), è più complesso giustificare l’attribuzione della tentazione-insidia a Dio.

Nella tradizione biblica e patristica, “indurre in tentazione” non equivale a “indurre al male”, ma può significare “condurre in una situazione di prova in cui è necessario scegliere tra il bene e il male”. È lo spazio drammatico e fecondo del libero arbitrio. Il libro dell’Esodo racconta che «Dio mise alla prova Abramo» (Gen 22,1), e Mosè afferma: «Dio è venuto per mettervi alla prova» (Es 20,20). L’episodio delle tentazioni di Cristo nel deserto è esplicito: «Allora Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto per essere tentato dal diavolo» (Mt 4,1). Qui, il condurre nella prova è opera dello Spirito stesso e, attraverso lo Spirito, del Padre, e non può essere interpretato come un atto ostile. San Paolo ricorda (Ebrei 4,15): “non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia compatire le nostre debolezze: egli stesso è stato tentato in ogni cosa come noi, escluso il peccato.”

Cambia la preghiera del Padre nostro

Le Interpretazioni dei Padri della Chiesa e di Benedetto XVI

I Padri della Chiesa hanno sviluppato in modo circostanziato la tesi che la tentazione, come esperienza, non sia eliminabile. Sant’Agostino, per esempio, è convinto che ciò che la preghiera domanda è che essa non diventi caduta. Il Signore tenta non per sapere della fede del credente, ma per far conoscere a colui che è tentato lo spessore della propria fede. Il vero scopo della tentazione è indurre a saggiarne la profondità. Nella preghiera non si chiede di non essere tentati, ma di non essere introdotti nella tentazione, ovvero di non essere indotti a scegliere di assecondarla. La preghiera ricorda che la libertà umana non è autosufficiente e che la Grazia è necessaria per resistere.

San Tommaso d’Aquino, riprendendo questa linea, nella Summa Theologiae (II-II, q. 83, a. 9, ad 3) scrive: «Si dice dunque: non ci indurre in tentazione, cioè: non permettere che siamo introdotti in tentazione. Dio infatti tenta per provare; il diavolo invece, per ingannare.» Tommaso introduce una distinzione netta: la tentazione può avere un significato positivo (ad probationem), come prova pedagogica, o negativo (ad deceptionem), come seduzione al male.

Anche Benedetto XVI, nel secondo volume del suo Gesù di Nazaret, affronta la questione: «Quando preghiamo così, chiediamo a Dio di non imporci delle prove che superano le nostre forze… ma, se deve accadere, di darci in ogni caso la forza di resistere.» La domanda resta viva, non per imputare a Dio la tentazione in senso malizioso, ma per riconoscerlo come Signore anche del tempo della prova.

La Prospettiva del Cardinale Gianfranco Ravasi

Il Cardinale Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio consiglio della cultura, ha contribuito significativamente al dibattito. Ravasi spiega che la presenza di interpretazioni contrastanti è comprensibile alla luce della mentalità semitica: essa, per evitare di introdurre il dualismo di fronte al bene e al male (cioè l’esistenza di due divinità, una buona e una malvagia), «cerca di porre tutto sotto il controllo dell’unico Dio, bene e male, grazia e tentazione.» A sostegno di ciò, cita Isaia: «Sono io che formo la luce e creo le tenebre, faccio il bene e causo il male: io; il Signore; compio tutto questo!» (45,7).

In realtà, Ravasi sottolinea che il male morale dev’essere ricondotto «o alla libertà umana o al tentatore per eccellenza, Satana.» Egli osserva che la frase del Secondo Libro di Samuele («Dio incitò Davide a fare il male attraverso il censimento di Israele», 24,1) viene corretta nel parallelo dei libri delle Cronache con: «Satana spinse Davide a censire gli israeliti» (I,21,1). Questo evidenzia una distinzione nel modo di attribuire l'origine del male, che non è mai direttamente da Dio come incitamento al male morale.

Secondo Sant’Agostino, anche Satana è creatura e il male non è una sostanza opposta a Dio, ma una privazione del bene (privatio boni). San Tommaso d’Aquino ribadisce che Dio può «permettere» la tentazione, non per volere il male, ma per trarre un bene maggiore dalla prova. Escludere ogni forma di permissione divina significherebbe attribuire al male un’autonomia e un potere originario non compatibili con il monoteismo cristiano, che afferma che Dio resta Signore anche della prova, mantenendo la sovranità sull’intera vicenda.

Le Critiche alla Nuova Traduzione dalla Prospettiva di Ravasi e Altri

La scelta dell’espressione “non abbandonarci alla tentazione” presuppone, secondo alcune critiche, che Dio non abbia avuto alcun ruolo nell’indurre in tentazione, come se questo fosse un compito specifico di Satana non autorizzato da Dio. Questo, secondo Don Giulio Meiattini, monaco benedettino, non risolve la difficoltà teologica, ma la sposta: «un padre che abbandona il figlio nella tentazione non sia meno scandaloso di un padre che induce nella tentazione il figlio non abbandonandolo nella tentazione.» Egli argomenta che se la tentazione dipende da Satana e Dio può abbandonare a essa, Dio risulterebbe essere connivente con l’azione di Satana. Invece, se la tentazione viene da Dio ed è una prova, ha senso chiedere a Dio di non abbandonare nessuno in essa.

La traduzione approvata dalla CEI è stata criticata per il rischio di introdurre una logica dualista che, come evidenziato da Matteo Taufer, sembra il frutto «dell’eredità gnostica.» Egli sostiene che la nuova traduzione «non ha la minima giustificabilità filologica entro il greco evangelico.» Il pericolo è di sfigurare il volto di Dio, introducendo una distinzione totale tra Cristo e il "demiurgo inferiore" veterotestamentario.

Il Cardinale Ravasi mette in guardia: se Dio non ci può “indurre” nella tentazione, «non si vede nemmeno perché invece gli sia consentito di “abbandonarci” ad essa, e la preferenza accordata alla traduzione oggi in uso trascura il fatto che in realtà evitare la prova significa vanificare la Croce.» L’espressione “non ci abbandonarci alla tentazione” fa apparire Dio come colui che potrebbe abbandonarci, e questo «introduce in una logica dualista e gnostica.»

Grafico che illustra il dibattito teologico sul ruolo di Dio nella tentazione

Il Padre Nostro nei Vangeli: Confronti e Significati

Tutti i cristiani conoscono a memoria la preghiera che Gesù ha insegnato ai suoi discepoli. Tuttavia, aprendo il Vangelo di Luca (11,2-4), si ritrovano a pregarlo con cinque invocazioni anziché sette, e non del tutto coincidenti con le formule liturgiche. La versione più ampia, offerta dall’evangelista Matteo (6,9-13), riflette probabilmente un adattamento all’uso che già si faceva della preghiera di Gesù nella comunità cristiana delle origini. Questa variazione non intacca la sostanza dell’orazione ed è conferma che i Vangeli, pur riferendo dati storici, non sono manuali storiografici in senso stretto, ma annunziano la storia della salvezza.

Luca, con la sua invocazione “Páter” (che sembra riflettere l’aramaico abba, “babbo”), fa fiorire la preghiera da una domanda di un discepolo che chiede a Gesù una preghiera distintiva. Le cinque invocazioni di Luca sono forse la forma originaria del Padre nostro, prima delle aggiunte introdotte dall’uso comunitario e riferite da Matteo. Luca ha reso le invocazioni più comprensibili anche ai suoi interlocutori cristiani di origine non ebraica, per questo si legge «Perdona a noi i nostri peccati» invece di «Rimetti a noi i nostri debiti…», come in Matteo. Nella lingua usata da Gesù, l’aramaico, i peccati erano appunto chiamati hobáin, “debiti” nei confronti di Dio.

  • «Sia santificato il tuo nome»: Espressione considerata criptica, poiché il nome di Dio è già santo in sé; la richiesta è che sia riconosciuto come tale dagli uomini. Ci si interroga se sia più esatto usare “santo” o “glorioso”.
  • «Venga il tuo Regno»: Questa invocazione è in un certo senso lo sviluppo logico della precedente.
  • «Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra»: La volontà divina ha per oggetto proprio l’attuazione del Regno di Dio, che si compie nella pace, nella salvezza, nella giustizia. «Dio nostro salvatore vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità» (1Timoteo 2,3-4). Fare la volontà del Padre è anche l’impegno fondamentale di Cristo («Io sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà ma la volontà di colui che mi ha mandato», Giovanni 6,38-39) e il primario impegno del discepolo.
  • «Dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano»: La scelta «il pane necessario» è considerata difficile da giustificare, perché nessuno sa cosa significhi davvero il termine “epiousion” (forse, come testimonia san Girolamo, vuol dire “del domani”).
  • «Perdona a noi i nostri peccati, anche noi infatti perdoniamo a ogni nostro debitore»: Il passaggio dalla resa «Perdona... come noi abbiamo perdonato» è stato giudicato fuorviante rispetto al testo latino liturgico, poiché inserisce il passato al posto del presente (“dimittimus”). Nell’originale greco si trova aphekamen, “li abbiamo rimessi”.
  • «Non abbandonarci alla tentazione» (nuova versione): Questa è la modifica centrale discussa.
  • «Liberaci dal male!»: È la versione positiva della precedente. Nell’originale greco il vocabolo poneroù può significare sia “del male” sia “del Maligno”, cioè il diavolo, ed entrambi i significati sono accettabili e possono coesistere. L'espressione "liberaci dal Maligno" implica che il Maligno tentatore è nel potere di Dio. Durante l’ultima cena Gesù offre a Pietro una rappresentazione suggestiva dell’aiuto divino a “liberarci dal male/Maligno”: «Simone, Simone, ecco Satana vi ha cercato per vegliarvi come il grano. Ma io ho pregato per te, perché non venga meno la tua fede» (Luca 22,31-32).

Considerazioni Finali e Implicazioni Pastorali

Modificare una preghiera millenaria non è un atto semplice. Le perplessità che la nuova traduzione ha suscitato riguardano sia aspetti linguistici che eminentemente teologici. Da una parte, la nuova traduzione evita il rischio catechetico di far pensare che Dio sia autore del male; dall’altra, però, sposta l’accento verso un Dio che, pur onnipotente, si limita a “non abbandonare”, lasciando aperta la possibilità d’intendere che la prova sia sempre estranea al suo volere e frutto dell’azione di un altro potere.

Il Padre Nostro, in ogni sua parola, custodisce secoli di interpretazioni che manifestano diverse forme di sensibilità. La discussione su questa frase mostra quanto il linguaggio della Fede sia legato a visioni profonde dell’uomo e di Dio e come una semplice modifica possa aprire questioni che caratterizzano in modo significativo la spiritualità cristiana.

Sarebbe importante che qualsiasi traduzione del testo originale rendesse chiaro che l’indurre in tentazione - nel senso di sottoporre a prove che siano in grado di costringere a esercitare il proprio libero arbitrio e che siano in questo senso anche prove a cui ogni Fede autentica viene sottoposta - è cosa diversa dal cercare d’indurre a fare il male. Sollecitando l’esercizio del libero arbitrio si evidenzia un supremo dono divino di cui non si può eludere l’esercizio. Al contrario, concepire l’indurre in tentazione come un’azione diabolica estranea al volere di Dio immette in una logica dualista, che appare come una “vecchia scheggia gnostica”, come sottolineato da Matteo Taufer.

Mappa concettuale delle diverse interpretazioni teologiche della tentazione

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