San Francesco e la Profondità del Vangelo come Forma di Vita

San Francesco d'Assisi, spesso chiamato l'«Alter Christus», visse una somiglianza spirituale con Cristo così profonda che sembrava diminuire sé stesso affinché Cristo potesse crescere nei cuori di coloro che lo incontravano. Questa identificazione nasceva da un'esperienza radicale e ininterrotta della Parola di Dio. Come il Vangelo di Giovanni annuncia che «il Verbo si fece carne», così per Francesco la Parola di Dio non rimaneva solo un concetto astratto, ma si incarnava, divenendo corpo, sangue e vita immersa nella realtà degli uomini. Per il Poverello, conoscere bene Cristo significava conoscere a fondo la Parola di Dio, da cui tutto ha origine.

L'Esperienza Spirituale del Vangelo in San Francesco

Il Vangelo come "Forma di Vita"

L'esperienza spirituale della Parola di Dio in Francesco è descritta dallo stesso Santo nel suo famoso Testamento. Egli fa memoria di un avvenimento cruciale alla fine della sua vita con grande freschezza: «E dopo che il Signore mi dette dei frati, nessuno mi mostrava che cosa dovessi fare, ma lo stesso Altissimo mi rivelò che dovevo vivere secondo la forma del santo Vangelo. Ed io la feci scrivere con poche parole e con semplicità, e il signor Papa me la confermò».

All'interno delle Sacre Scritture, Francesco privilegia il riferimento al Nuovo Testamento e, in particolare, ai vangeli. Anzi, egli nomina rigorosamente il Vangelo sempre e solo al singolare. Per lui, nei differenti vangeli è sempre lo stesso Cristo che parla, e che parla oggi, qui e ora. Questa unità di dialogo con il medesimo interlocutore è fondamentale per San Francesco d’Assisi. È frequente nei suoi testi l'espressione «sicut dicit Dominus» (così dice il Signore) o i suoi sinonimi, come «dicit Dominus in evangelio» o semplicemente «dicit Dominus», seguita dalla citazione evangelica. Questa pratica è prova evidente della sua profonda conoscenza e compenetrazione delle Sacre Scritture. Francesco non usa i verbi al passato, poiché nel Vangelo il Signore parla in questo istante, a lui e ai suoi fratelli nel loro tempo presente.

Il Carattere Sacramentale della Parola

Emerge in Francesco una concezione sacramentale della Scrittura, per cui si deve «onorare nelle sue parole il Signore che le ha pronunciate». Inseparabile dall'amore per l'Eucaristia è, per Francesco, l'amore per la parola di Dio. La sua venerazione è rivolta alla presenza del Signore che si manifesta nella parola stessa del Vangelo. Egli aveva una profonda cura anche materiale della Parola: «E dovunque troverò i nomi santissimi e le sue parole scritte in luoghi indecenti, voglio raccoglierle, e prego che siano raccolte e collocate in luogo decoroso.»

Nella sua Prima Lettera ai Custodi, Francesco ordina che la Sacra Scrittura sia venerata come il Corpo di Cristo: «Vi prego, più che se riguardasse me stesso, che, quando vi sembrerà conveniente e utile, supplichiate umilmente i chierici che debbano venerare sopra ogni cosa il santissimo corpo e sangue del Signore nostro Gesù Cristo e i santi nomi e le parole di lui scritte che consacrano il corpo.» Questo brano rivela la profonda unione spirituale tra la Parola di Dio e l'Eucaristia in San Francesco. Egli possiede una sublime teologia sul significato della Parola in relazione con i sacramenti: «Molte cose infatti sono santificate mediante le parole di Dio, e in virtù delle parole di Cristo si compie il sacramento dell’altare.» Francesco sottolinea che non ci può essere il corpo di Cristo nell'Eucaristia se prima non è santificato dalla parola.

Nella sua Lettera ai fedeli, la Parola di Dio è inseparabilmente legata alla persona di Cristo e allo Spirito Santo. A riguardo, il Poverello d'Assisi scrive: «A tutti i cristiani… Poiché sono servo di tutti, sono tenuto a servire tutti e ad amministrare le fragranti parole del mio Signore. …mi sono proposto di riferire a voi, mediante la presente lettera e messaggio, le parole del Signore nostro Gesù Cristo, che è il Verbo del Padre, e le parole dello Spirito Santo, che sono spirito e vita.» Le parole del Signore sono descritte «fragranti», come il pane, una poesia teologica sublime che evidenzia come la Parola del Signore non solo faccia parte della vita di Francesco, ma sia illuminazione costante per la sua missione. La Sacra Scrittura è il porto da cui partire e nel quale approdare, sempre.

Rappresentazione di San Francesco che legge il Vangelo sotto una quercia, con i frati in ascolto.

La Scoperta Vocazionale attraverso il Vangelo

L'Episodio della Porziuncola e la Chiamata (Lc 10,1-9)

Il momento della vita di San Francesco in cui scopre la Parola di Dio è emblematico. Era l'anno 1208. Erano passati circa tre anni da quando Francesco aveva iniziato a seguire il comando impartitogli dal crocifisso di San Damiano: «Francesco, va e ripara la mia casa». In tutto questo tempo, oltre a restaurare chiese e servire i lebbrosi, aveva molto pregato e meditato sul Vangelo.

Un giorno, forse nella festa di san Luca, nella chiesetta della Porziuncola, durante la messa sentì leggere il brano evangelico relativo alla missione di predicare affidata da Cristo agli apostoli. Il testo era quello di Luca 10,1-9: Gesù manda a due a due i discepoli ad annunciare il Regno, con mansuetudine di agnelli, senza provviste di viaggio, senza borsa, portando il saluto di pace, mangiando quello che sarà loro messo dinanzi, curando i malati. Finita la messa, Francesco chiese al sacerdote di spiegargli quel Vangelo. Fu come lo spuntare di un giorno radioso dopo una lunga notte: «Di scatto, esultante di divino fervore, disse: Questo voglio, questo cerco, questo desidero fare con tutto il cuore!»

A questo punto, una volta compreso il significato della lettura, Francesco esclamò quei tre verbi che avrebbero segnato la sua vita: voglio, cerco, desidero. Egli non solo «vuole» ascoltare la Parola, la «cerca» e la «desidera», ma soprattutto la mette in pratica. Incarnando i consigli evangelici, divenne non solo un imitatore della Parola, ma egli stesso Parola vivente, così come il Suo Maestro, Cristo, è la Parola Incarnata.

Senza indugio, Francesco abbandonò il suo abbigliamento da eremita, che fino a quel momento era stato il segno pubblico della sua «vita di penitenza», e indossò una tunica semplice, da lui stesso ideata, stretta ai fianchi da una funicella. A piedi nudi, si mise a predicare, annunciando il regno di Dio e invitando alla conversione. Pochi giorni dopo, i primi discepoli iniziarono a raggrupparsi attorno a lui, adottando lo stesso modo «di vestire e di vivere». E così, senza averlo previsto, si trovò fondatore. Accolse il primo arrivato, l'amico Bernardo da Quintavalle, con un abbraccio. Francesco, che aveva dovuto accettare una lunga solitudine nonostante la sua natura socievole, ora vedeva il Signore donargli dei fratelli con cui condividere l'ideale evangelico.

La Vocazione di San Francesco

La Liturgia come Via alla Scrittura

La liturgia è stata il tramite fondamentale della conoscenza della Scrittura per Francesco. Tommaso da Celano, suo biografo, afferma che «egli infatti non era mai stato un ascoltatore sordo del Vangelo, ma, affidando ad una encomiabile memoria tutto quello che ascoltava, cercava con ogni diligenza di eseguirlo alla lettera.» Celano fa risalire la scelta di vita di Francesco proprio all'ascolto del Vangelo dell'invio degli apostoli, avvenuto durante una Santa Messa.

La conversione di San Francesco riguardo la Sacra Scrittura significò il passaggio da un concetto culturale a un concetto biblico, cioè a intenderla come il libro di vita. La «rivelazione» non si riferisce ad alcun fenomeno mistico, ma all'ascolto delle parole evangeliche che segnarono la forma di radicalità cristiana a cui Francesco diede vita. Si sottolinea l'importanza di «ascoltare a caso» il Vangelo nella liturgia, piuttosto che «aprirlo a caso» per cercare risposte, stando con le orecchie sempre ben aperte per riconoscere una parola di Dio per noi nel momento in cui essa viene proclamata.

L'Approccio di Francesco al Testo Sacro

Una Lettura Vitale, Pratica e Non Intellettuale

Affrontare la Scrittura da parte di San Francesco non era un atto intellettuale o mosso da interesse storico o esegetico, ma profondamente coinvolto, partecipe e vitale, teso a dare forma all'esistenza cristiana. Non si trovano in lui esempi di esegesi allegorica o tipologica, così diffusa al suo tempo, ma una sua interpretazione immediata e pratica. La vita è il luogo fondamentale per comprendere la Scrittura.

Francesco componeva spesso «centoni» di passi biblici, unendo diverse citazioni per essere sicuro di esprimersi con parole sicure e autorevoli. Egli era influenzato dalle questioni del suo tempo, come la Trinità, l'Eucaristia, la dignità dei ministri e dei sacramenti, il mondo e la violenza della cultura della guerra, e trovava nel Vangelo la risposta a queste sfide.

Infografica che illustra le caratteristiche dell'approccio di San Francesco al Vangelo: praticità, attualità, vitalità, incarnazione.

Cristo, la Parola "Abbreviata"

Nella Lettera ai fedeli si esorta a ricevere le parole del Signore nostro Gesù Cristo, che è la Parola del Padre, e le parole dello Spirito Santo, che sono spirito e vita. Cristo, la rivelazione stessa, è colui che si è «abbreviato» con l'incarnazione nel corpo di Maria. È colui che abbrevia anche, cioè rende essenziali le parole e i comandi biblici nel comando dell'amore. L'Ammonizione VII è un chiaro esempio di questo approccio, applicato al versetto di San Paolo: «La lettera uccide, lo Spirito, invece, dà la vita» (2Cor 3,6). Un passo della Vita seconda di Tommaso da Celano esprime bene il rapporto di Francesco con le Scritture. Quando un frate gli chiese di leggere le Scritture, Francesco rispose: «È bene leggere le Scritture e cercare in esse il Signore nostro Dio. Ma ho assimilato tanto dalle Scritture, da essere più che sufficiente alla mia meditazione e riflessione. Non ho bisogno di più, figlio: conosco Cristo povero e crocifisso.»

Il Vangelo negli Ultimi Momenti di Vita di San Francesco

La Cena del Signore e il Vangelo di Giovanni (Gv 13,1)

In prossimità della sua morte, mentre i frati versavano amarissime lacrime, Francesco si fece portare del pane, lo benedisse, lo spezzò e ne diede un pezzetto a ciascuno. Volle anche il libro dei Vangeli e chiese che gli leggessero il Vangelo secondo Giovanni, dal brano che inizia: «Prima della festa di Pasqua…» (Gv 13,1). Si ricordava in quel momento della santissima cena che il Signore aveva celebrato con i suoi discepoli per l'ultima volta, e fece tutto questo a veneranda memoria di quella cena e per mostrare quanta tenerezza di amore portasse ai frati. Le parole «E l'uno lavi i piedi dell'altro» risuonavano come un testamento spirituale.

Dipinto: San Francesco sul letto di morte, circondato dai suoi frati, mentre uno di loro legge il Vangelo.

I Principi Evangelici Fondanti dell'Ordine Francescano

Povertà, Umiltà, Obbedienza e Castità

Nella Parola di Dio Francesco scopre il modello di una vera umanità e fraternità: Cristo Gesù. Questo modello ha plasmato i valori fondamentali dell'Ordine Serafico. Il non possedere nulla di proprio, che noi impropriamente chiamiamo povertà, era per Francesco un mezzo essenziale per edificare la fraternità. Farsi povero come Gesù significava «spogliarsi» delle glorie umane per rivestirsi di umiltà, al fine di servire Dio e i fratelli in piena libertà. Povertà e umiltà, infatti, vanno a braccetto; altrimenti, la povertà rischia di diventare «orgogliosa ricchezza» e motivo di separazione. Non possedere nulla di proprio è un atto di fiducia che tutto ciò che si ha è dono di Dio da condividere gratuitamente con i fratelli, per arricchirsi reciprocamente.

L'obbedienza, per Francesco, non è l'annientamento della personalità e della libertà, ma avere fiducia che qualunque cosa richiesta sia per il bene, proprio e dei fratelli. La castità, infine, è intesa come la capacità di amare l'altro per quello che è, che sia fidanzato, sposo, fratello o sorella, evitando un uso egoistico dell'altro. Questi principi evangelici, vissuti e incarnati da San Francesco, continuano a essere il fondamento della vita francescana, testimoniando la potenza trasformatrice del Vangelo.

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