La storia civile della Sardegna futura avrà molto da dire su due personalità di spicco: Armando Corona (nato il 3 aprile 1921 e scomparso il 2 aprile 2009) e Mario Giglio (nato l'8 aprile 1921 e scomparso il 12 dicembre 2005). Le loro vite pubbliche si sono intrecciate in diverse imprese di vasto impatto, e il calendario domestico li ha visti nascere a pochi giorni di distanza nell'aprile del 1921. Questo avvenne appena una settimana dopo la Pasqua, in un periodo in cui la società isolana cercava di risarcire la perdita di dodicimila - o addirittura quindicimila - corregionali caduti nella Grande Guerra, con un bilancio tragico. Nacquero rispettivamente a Villaputzu, nel Sarrabus rurale, e a Sassari, capitale urbana del capo di sopra.
Lo sforzo di mantenere un'indipendenza morale nel giudizio delle loro fatiche e del chiaroscuro di molte delle loro condotte - tra politica, finanza, libera professione e imprenditoria - non può assicurare un risultato netto. L'amicizia affettuosa, prevalente anche nelle temporanee distanze, seppure favorisca la conoscenza di innumerevoli episodi di vita poco noti, mitiga ogni possibile processo e sentenza. Nonostante ciò, è possibile un accostamento onesto e congruo, utile a chi intenda indagare e approfondire meglio le loro figure. Di entrambi, attingendo alla memoria di lunghe conversazioni confidenziali e alle rivelazioni di tante carte, sono stati scritti numerosi libri e pubblicazioni d'occasione, e sono stati oggetto di conferenze. Non sempre si è trovata piena concordanza, e talvolta si sono incrociate aperte, e legittime, contestazioni.
Si cercherà di riunire i filoni e presentare, alternando le scene tra i due protagonisti e seguendo uno sviluppo tendenzialmente temporale (formazione personale tra famiglia e studi, affermazione professionale, sbocchi apicali nelle istituzioni politiche e in quelle creditizie, e, nel mezzo e alla fine, alta dirigenza massonica), la persona, non soltanto la figura, di Armando Corona e Mario Giglio. Ricordando, per quanto riguarda la Libera Muratoria d'obbedienza giustinianea, che il primo ne fu anche il Gran Maestro nell'ottennio 1982-1990, e il secondo Ispettore regionale del Rito Scozzese nonché membro della Giunta esecutiva nazionale dal 1978 al 1982.
Il rapporto con Armando Corona e Mario Giglio è stato affrontato con un approccio religioso, di amicizia fedele, recuperando il corso intero delle loro vite e avvertendo ancora con dolore il dramma delle loro cadute, specialmente quelle di salute così a lungo protrattesi nel tempo, e per le incomprensioni che entrambi avevano (spesse volte ingenerosamente) raggiunto; anche per le loro incomprensioni del contributo critico che, con lealtà piena (almeno all'apparenza trascurata), questo o quello avevano donato alla loro riflessione e decisione. Si è consapevoli di quanto le personalità titolari di importanti quote di potere - sia in politica che in finanza o nell'impresa - fatichino ad apprezzare o gradire le riserve, pur motivate ed ampiamente argomentate. Tuttavia, le distanze critiche non hanno mai abbattuto una rispondenza morale costruita fin dal primo momento con spirito di verità.
La famiglia Corona: radici sarde e l'educazione al piacere-dovere dello studio
Armando Corona era medico da un anno esatto quando un ordigno esplose a Quirra e Antonio entrò nella vita della famiglia, compensando la perdita di Giorgio, avvenuta pochi anni prima per una maligna pleurite, e donando nuova linfa a una compagine unita dal progetto di realizzarsi attraverso la realizzazione di ciascun suo componente. La famiglia contava quattro sorelle maggiori: Iolanda la primogenita (che supererà i centodue e anche i centotre anni), Ginoa, Claudia e Immacolata - Zella, scrittrice e collaboratrice speciale per vent'anni di padre Morittu. Tutte e quattro erano insegnanti, dalle elementari al liceo, e talvolta sommando le esperienze didattiche. Erano tutte politicamente schierate a sinistra, dal PCI al Partito Socialista, a quello Socialproletario di Lussu in ultimo tempo.
La personalità dei genitori, sposi dal 1907, è stata ben descritta dallo stesso Corona. Il signor Maurizio, originario di Ierzu, dal carattere d'acciaio, sgobbò per mantenere la famiglia con il suo umile commercio dei vini - su un carro da paese a paese, tra Ogliastra, Gerrei e Sarrabus - e dopo con l'esattoria. La signora Chiara Paderi, originaria di Villaputzu e con qualche frazione di proprietà avita da mettere a frutto, di salda fede cattolica a compensare l'agnosticismo integrale del marito (era nipote di un vescovo!), donò tutta se stessa all'educazione della prole. C'è l'uno e c'è l'altro, il bianco e il nero in giusta miscela, nell'educazione familiare. Ed entrambi gli apporti entrarono nella formazione di Armando bambino.

Gli anni della formazione: dal seminario agli studi liceali
Le elementari le frequentò in paese, il ginnasio - dal 1932 - al collegio serafico di Bonorva. Fu seminarista minore e fratino, vestendo il saio francescano anche, almeno al servizio delle messe domenicali, nelle solennità e nelle processioni. Studiava diligentemente e si faceva apprezzare in convento. Forse troppo convento, tanto che quando, un certo venerdì, ricevette dal superiore e preside una lettera d'invito a partecipare, la domenica successiva, a una cerimonia che avrebbe potuto essere della professione semplice del figlio, il signor Maurizio, procuratosi il passaggio in vettura da un amico fortunatamente provvisto, salì fino a quel cuore del Meilogu logudorese per riprenderselo il figlio, dicendogli: «Intra in macchina, torrausu a domu».
Fu il tempo di riaggiustare l'orientamento. Qualche mese di scuola ad Armungia, gli esami da privatista per la licenza ginnasiale e un corso intensivo di latino e greco con il professor Pitzalis in vista del triennio liceale a Cagliari, al Dettori, che aveva la sua sede nel quartiere della Marina. Dante vegliava all'ingresso dal 1913, e le aule, gli androni e le scale, tutto lì era un figlio scomodo e austero della lunga stagione gesuitica vissuta dall'edificio.
Lo accompagnarono, in questa fase della sua adolescenza, la madre e le sorelle, anch'esse ancora agli studi o all'esordio in cattedra. Il signor Maurizio andava e veniva, compatibilmente con i suoi impegni di lavoro lontani dal capoluogo. Il suo mestiere era quello di esattore, e il figlio lo aiutò più volte a compilare le cartelle delle imposte: «ciò mi dava una certa maturità e la possibilità di portare il mio piccolo contributo all’economia familiare». E intanto sentiva, proprio ad Armungia, i racconti delle gesta sempre mitiche di Lussu, tra la Grande Guerra, l'avversione alla dittatura, l'attentato subito nel 1926, la detenzione a Buoncammino, il confino e la fuga in Francia.

L'impegno giovanile e i primi approcci alle realtà sociali
Salvato dal francescanesimo militante e fattosi cagliaritano per la frequenza dei corsi al Dettori, Armando, ragazzo di 16-17-18 anni, partecipava alle attività della chiesa-convento di San Domenico, nel quartiere di Villanova. Viveva a poche decine di metri soltanto dall'antico compendio dei padri predicatori, tra i meglio organizzati nella pedagogia religiosa dei ragazzi e giovani. Nel giro dell'Azione Cattolica giovani, a San Domenico egli aveva pure un incarico ufficiale, quello di delegato allo sport. Era fisicamente portato allo sport, furetto e scoiattolo; era lui a insegnare ad andare in bicicletta a coetanei con i quali avrebbe condiviso moltissimo del suo tempo futuro.
Era molto attento alle cose della religione; era il più disciplinato nell'ascolto delle lezioni, e pari rispetto e diligenza esigeva dai suoi, forse meno sensibili di lui al fascino della dottrina. Ma l'ascendente della dottrina, con il sovrappiù del condizionamento delle parole d'ordine del regime che gli rimbalzavano dalla scuola, lo subiva anche in qualche sua incongrua espansione sociale: a quasi tre lustri dalla chiusura manu militari delle logge, si parlava ancora, si sussurrava anzi, di Massoneria irreligiosa e nemica dello Stato, sicché lui, fattosi fumatore, si rifiutava di rifornirsi, con l'amico del cuore che gli subentrava infatti nella missione, al tabacchino di piazza Garibaldi perché - si sussurrava appunto - esercito da un massone!
Gli studi universitari e la scelta della medicina
Studiava moltissimo, era conosciuto anche nelle altre classi e negli altri corsi. Si affiatò in particolare con Bruno Montaldo e Giannetto Visentini, poi entrambi medici, il secondo per lunghi anni anche presidente dell'UNICEF nuorese. La notte studiava con Tonino Usala, altro futuro medico e amico di tutta una vita, a partire dalla convivenza in attiva fraternità ad Armungia, dove Ginoa - una delle sorelle maggiori - aveva iniziato ad insegnare. Nell'anno accademico 1939-1940, si iscrisse alla facoltà di Medicina, laureandosi nel 1946. Ebbe la fortuna di perdere poco tempo con la guerra: la situazione di famiglia - studente, era il solo figlio maschio in casa - gli scampò, se non per poche settimane, il richiamo; molti suoi coetanei avevano dovuto dare di più, e nell'Isola e sul continente, alla patria in catene.
Cosa fosse l'università di Cagliari in quegli anni lo rappresentò il magnifico rettore Giuseppe Brotzu all'apertura dell'anno accademico. Nasceva la facoltà di Ingegneria mineraria, vinceva la linea di espandere l'area delle facoltà nel cuore di Stampace piuttosto che nei 16.000 mq. di San Lorenzo; Magistero compiva il suo primo anno d'attività superando alla grande i numeri di Lettere, Giurisprudenza accoglieva il corso di Scienze politiche, c'erano poi la Scuola sindacale e il Centro di Studi corporativi. Di Medicina, tra didattica, ricerca e assistenza sanitaria, diceva molto, ovviamente, il professor Brotzu, e anche di Scienze, Matematica, Farmacia e degli istituti di Chimica generale e Chimica applicata, di Geologia, di Botanica, di Zoologia, di Geografia.
I maggiori problemi erano effettivamente quelli dell'edilizia, specialmente di Medicina. Era appena stata iniziata la costruzione della Clinica medica; bisognava quindi pensare, secondo priorità, ad Anatomia patologica e Medicina legale, e a Clinica e Patologia chirurgica, Ostetricia e Neuropatologia. C'erano i littoriali (oltre 1.500 iscritti), quelli della cultura - Zella aveva appena vinto la seconda posizione al concorso di poesia e Cenza Thermes la terza nella narrativa - e quelli del lavoro, gli agonali, la mensa, la rivista Sud-Est, la Coorte della milizia, la Befana fascista, la Cassa e l'Opera; la Casa dello studente era stata appena autorizzata.
Si iscrisse a Medicina il futuro Gran Maestro, che certo non sapeva che la facoltà cagliaritana aveva avuto - prima della dittatura evidentemente - diversi presidi massoni: Pasquale Umana, Oddo Casagrandi, Roberto Binaghi, Pasquale Sfameni e prima di tutti Luigi Zanda che fu anche magnifico rettore per due volte negli anni '80 dell'Ottocento. Con il preside attuale Giovanni Zanda erano 68 i professori, e negli istituti, con quelli vincitori di concorso, gli assistenti volontari erano numerosi anch'essi, una trentina circa. L'intera popolazione universitaria contava 1.302 studenti in corso e 79 fuori corso; a Medicina erano 182 (soltanto 6 donne) e 15 fuori corso; le matricole della facoltà nell'anno accademico 1939-40 erano 35, di cui una sola donna.
Libri e corsia d'ospedale, tutti i giorni; mai una vacanza, non erano tempi. Dal professor Aresu, dal professor Setzu, esami, esami... lo studio combinato con colleghi, e con l'amico di sempre Tonino Usala nottate intere, cenando in fraternità con uova e uova, nella nuova casa di via XX Settembre. L'uno ripeteva all'altro, e vinceva sempre la parlata di paese: almeno la ripetizione era in sardo variante campidanese.
Furono anche gli anni degli innamoramenti. Qualcuno più importante che non la semplice cotta giovanile. E il rammarico, le lacrime perfino, per l'amore non corrisposto. Fino a che arriverà la donna, liceale a Cagliari, presto insegnante anche lei come le cognate, che gli darà, nei primi anni '50, tre figli.
La carriera di medico condotto e le sfide sul campo
Dopo la laurea, l'esercizio ambulatoriale a Villaputzu per un anno e qualcosa, poi la prima condotta. Sarà lui stesso a raccontarlo nel libro autobiografico Dal bisturi alla squadra (Bompiani, 1987):
«Quando nel luglio del 1946 presi la laurea la prima cosa che dovetti affrontare fu un grosso debito che mio padre aveva contratto per farmi terminare gli studi. La guerra aveva polverizzato ogni economia, e soltanto attraverso un prestito al Banco di Sardegna mio padre poté mantenermi negli ultimi anni di università…»
«Due anni dopo partecipai al mio primo concorso per diventare medico condotto. Fu un concorso estremamente difficile giacché in Italia era dal 1935 che non si facevano concorsi. Tutti i laureati, a partire da quella data fino al 1946, avevano presentato domanda per questo concorso; a questi andavano aggiunti tutti i vecchi medici, che nel frattempo avendo maturato tanti anni di servizio, tentavano quella prova per potersi avvicinare alla città. Io, che ero uscito con un’ottima preparazione dall’università, vinsi il concorso ma venni mandato nella condotta di un quadrilatero geografico costituito dal territorio di quattro centri abitati: Senis, Assolo, Nureci e Asuni, allora appartenenti alla provincia di Cagliari… Nel consorzio medico di Senis arrivai nel luglio del ’48. Fu grande la mia sorpresa poiché si trattava di un angolo di terra più povero e deserto dei paesi del Terzo Mondo. Non c’era acquedotto, non c’erano fognature, mancava l’energia elettrica e si tirava avanti con il lume a petrolio o a gas. Non c’era ambulatorio, mancavano le scuole, e le strade erano ancora polverose al punto che durante le giornate di pioggia si trasformavano in pantani. Non c’era nemmeno il prete poiché la popolazione, sentendosi abbandonata da tutti, aveva organizzato uno sciopero anche contro tutte le autorità religiose. Il primo provvedimento di rappresaglia preso dal clero fu quello di richiamare il prete e scomunicare la parrocchia… Il 95 per cento della popolazione attiva lavorava in agricoltura e il restante 5 per cento si occupava dei servizi: faceva il barbiere, l’artigiano, il becchino, scavava pozzi per l’acqua… I proprietari terrieri pagavano i salariati alle tariffe più basse di quelle contrattuali... I lavoratori agricoli percepivano il salario soltanto quando il tempo era buono e potevano prestare la loro opera: quando il tempo era troppo freddo o troppo caldo, piovoso o ventoso, vista l’impossibilità di lavorare, i braccianti non venivano pagati. Mancava ogni forma di assistenza sanitaria pubblica e i lavoratori non potevano pagarsela di tasca propria per l’estrema indigenza in cui versavano. Ma anche dopo il ’48 la legislazione italiana fu molto...»