La parola "codice", derivante dal latino codex, -icis, sebbene spesso definita semplicemente come "libro anteriore alla stampa", racchiude una ricchezza storica e culturale molto più profonda. Essa rappresenta un'evoluzione cruciale nel modo in cui l'umanità ha tramandato la conoscenza e le informazioni attraverso i secoli.
In sintesi, il codice è una forma di libro che si può definire una collezione di fogli piegati e riuniti insieme, generalmente protetti da una copertina. Questo formato ha segnato un punto di svolta fondamentale nella storia del libro e della conservazione dei testi.

L'Evoluzione dal Rotolo al Codice
Prima dell'avvento del codice, il formato predominante per la scrittura era il rotolo, realizzato in papiro o pergamena. Questi rotoli, pur essendo utili, presentavano diverse limitazioni: erano fragili, complessi da consultare in sezioni specifiche e richiedevano notevole spazio per la conservazione. Il codice emerse come una soluzione efficace a tali svantaggi.
Il codice è composto da fogli rettangolari, tipicamente di pergamena o papiro, cuciti su uno dei lati a formare un insieme simile ai libri moderni. La sua adozione iniziò nel II secolo d.C., ma si diffuse ampiamente solo a partire dal III secolo.
Il libro dell'antichità classica era dunque esclusivamente il rotolo. Fino al IV secolo, come testimonia l'epistola 171 di Sant'Agostino a San Girolamo in cui lo scrivente si giustifica per aver utilizzato un codice anziché un rotolo, la società colta disdegnava il codice. Questo era infatti essenzialmente il libro dei conti, degli appunti o degli esercizi scolastici. Era generalmente di pergamena, un materiale la cui produzione era quasi domestica, sebbene esistano esempi effettivi e testimonianze letterarie e giuridiche di codici di papiro, con gli esemplari esistenti provenienti prevalentemente dall'Egitto.
Contrariamente all'ipotesi di Birt che il codice fosse una sorta di liber pauperum, la sua affermazione è legata, per i documenti pervenuti e forse per un effettivo svolgimento storico, alle origini stesse delle decorazioni del libro, come suggeriscono alcune teorie (Nordenfalk).
La Diffusione del Codice e il Suo Ruolo Biblico
L'affermazione del codice rivela un marcato contrasto tra lo scarsissimo numero di codici nelle letterature pagane e il numero rilevante di libri di questo tipo nella letteratura cristiana dei primi secoli. Degli undici codici del II secolo, la grande maggioranza sono testi tecnici o professionali (come trattati medici) o testi scolastici (un Omero in corsivo). Per contro, dei 111 testi biblici finora rinvenuti in Egitto, 99 sono codici e solo 12 sono rotoli.
Queste osservazioni sono particolarmente significative se si considera che l'Egitto era proprio il luogo di origine del rotolo di papiro. I libri copti, che naturalmente seguono le pratiche ellenistiche egiziane, confermano tale tendenza: dalla metà del III secolo, quando le versioni copte iniziarono ad apparire, fino al V secolo, si contano 130 codici contro soli 2 rotoli opistografi.
La preferenza dei primi cristiani per la forma del codice è difficile da stabilire con esattezza, ma vi concorsero diverse circostanze:
- Circostanze sociali: La posizione di artigiani, piccoli commercianti, schiavi e liberti delle prime generazioni cristiane, persone abituate a ricorrere al codice per corrispondenza, affari legali e commerciali.
- Pratiche ebraiche: L'uso presso le comunità israelitiche di raccogliere gli insegnamenti rabbinici e i commenti alla Legge (e tale dovette apparire inizialmente lo stesso Vangelo) sotto forma di appunti e note, non in vere e proprie edizioni che, nei termini antichi, sarebbero state in forma di rotolo.
- Ipotesi evangelica: Sembra che il Vangelo di Marco, il più antico, sia stato pubblicato come codice. Questo fatto, sebbene ipotetico, avrebbe potuto avere un peso decisivo nell'accreditare questo tipo di libro presso i cristiani.
Anche l'Apocalisse giovannea e l'iconografia cristiana più antica offrono possibili prove dell'autorità del codice. Sembra persino di poter cogliere nella terminologia cristiana l'uso di riferirsi alla Legge come a rotuli (volumina, acta, chartae, libri) e al Nuovo Testamento come a codices (membranae, codices).
Fattori Chiave per l'Affermazione del Codice
Inizialmente, il codice avrebbe potuto rimanere una forma di libro religioso (tralasciando le edizioni di note e appunti) accanto al rotolo destinato ad opere letterarie. Tuttavia, altri fattori concorsero ad accreditare il codice presso tutto il mondo antico.
Vantaggi Pratici ed Economici
Uno di questi fu di ordine pratico: un libro scritto in forma di codice richiedeva la metà della pergamena necessaria per un rotolo, poiché sul codice si scrive su entrambe le facciate del foglio (recto e verso), mentre nel rotolo si scriveva su un solo verso. In un'età di generale impoverimento, con sempre meno persone in grado di mantenere costose e lussuose biblioteche, questo argomento ebbe un notevole peso presso quei ceti "piccolo borghesi" che necessitavano comunque di libri professionali o di edizioni poco costose degli autori classici.
Vantaggi Tecnici e di Consultazione
Da un punto di vista più tecnico, il codice si prestava a ritrovare i luoghi delle citazioni, aspetto fondamentale per giuristi e polemisti cristiani, e in generale per un'età che riponeva crescente fiducia nell'autorità degli scritti. Inoltre, il codice si rivelò lo strumento ideale per raccogliere il corpus di un autore (σῶματα era spesso usato in greco con il significato di codices), o per compilare epitomi e antologie.

Aspetti Artistici e Materiali del Codice
Per la storia dell'arte, il passaggio dal rotolo al codice non fu privo di importanza.
Scrittura e Decorazione
Sono ormai cadute le ipotesi che attribuivano al codice un tipo particolare di scrittura e, eventualmente, la paternità della cosiddetta "onciale biblica"; anzi, i codici più antichi non presentano alcun esempio di scrittura ornata. Soltanto in un secondo tempo, quando il codice soppiantò completamente il rotolo e poterono quindi apparire sotto questa forma delle vere e proprie edizioni di lusso, si cominciò dapprima a derivare alcuni motivi dal rotolo e poi si elaborarono principi estetici e caratteri tipici di questo nuovo libro. Uno dei motivi ispirati dal rotolo fu la stesura dello scritto su tre e anche su quattro colonne; anche codici cristiani, che assai difficilmente potevano essere derivati da rotoli, accolsero questa moda.
La Legatura
La legatura del codice rappresenta un aspetto significativo della sua importanza materiale e artistica. Probabilmente nessuno degli esempi pervenuti è più ricco della legatura di un evangeliario di Monza, recante la dedica della regina Teodolinda (circa 590) a San Giovanni, un capolavoro di oreficeria con cammei antichi, gemme à cabochon e granate cloisonnées entro cornici d'oro.
Altre testimonianze provengono dall'Egitto copto: due legature, una delle quali in argento dorato, da Luxor (ora al museo del Cairo), con iscrizioni e decorazioni non figurative. Si deve anche ricordare l'eccezionale copertura di evangeliario della Collezione Freer di Washington, in cuoio riportato su legno, su cui sono dipinte le figure degli evangelisti.
Un aspetto interessante di queste coperture è il trasferimento di una raffigurazione dall'interno all'esterno del codice. L'uso di apporre il ritratto dell'autore a frontespizio del libro è già testimoniato nel più antico ricordo che abbiamo di un codice (Marziale: ..... ipsius Vergilii vultus prima tabella gerit) ed è frequentemente documentato in codici di tutte le epoche. Oltre che dai pochi esempi effettivi pervenuti, l'arte della legatura è testimoniata dalla riproduzione di libri in monumenti (raffigurazioni di profeti, evangelisti, vescovi, ecc.); queste legature appaiono quasi sempre arricchite da metalli preziosi e gemme. Notevolissima la legatura che appare in un mosaico del mausoleo di Galla Placidia a Ravenna, dove è già testimoniata l'ampia custodia, di stoffa preziosa o talora di pelle, che foderava il libro.
Le testimonianze letterarie confermano l'importanza che la legatura doveva avere nell'apprezzamento del libro. Nella commissione di Costantino a Eusebio di Cesarea di cinquanta codici delle Scritture per le chiese di Costantinopoli, è specificato che i libri avrebbero dovuto avere una legatura preziosa (Euseb., Vita Cost., iii, 1, e iv, 36). Queste legature dovevano essere eseguite, con ogni probabilità, nello scriptorium stesso in cui veniva scritto e eventualmente decorato il testo.
Cassiodoro, nella sua descrizione dello scriptorium di Vivarium, fornisce notizie precise sul lavoro dei legatori (ricordati dalle fonti come libraridi, bibliopegi, librorum compactores, glutinatores, con distinzioni delle diverse mansioni). Egli avverte anche di aver raccolto in un codice una serie di disegni destinati a servire da modello per le legature da eseguire (De institutione divinarum Litterarum, c. xxx). Questo è forse il primo ricordo di un Musterbuch, un taccuino o un manuale di modelli ad uso delle biblioteche, collezionato non da un artigiano ma da un uomo di cultura.

Illustrazione e Miniatura
L'aspetto strumentale del codice si rivelò specialmente importante per le arti figurative nella decorazione e nell'illustrazione del testo. Il codice si affermò in un'epoca in cui era prevalso il criterio di accompagnare il testo con numerosissime illustrazioni che seguivano ogni momento del racconto. La frequenza delle illustrazioni faceva sì che, nelle edizioni di lusso, i rotoli raccogliessero ciascuno una parte limitata dell'opera, generalmente non più di un libro. Un rotolo che avesse raccolto, ad esempio, tutti e 24 i libri dell'Iliade con un'illustrazione intercalata ogni pochi versi, sarebbe stato di una lunghezza inimmaginabile.
L'adozione del codice, invece, non solo permetteva di avere tutti e 24 i libri del poema compresi tra i due piatti della legatura (si confronti l'osservazione di Marziale a proposito di un'edizione in codice di Virgilio: ... Vergilius in membranis - Quam brevis immensum cepit membrana Maronem!), ma consentiva di avere in un solo volume moltissime delle illustrazioni, se non tutte. L'Iliade Ambrosiana (Cod. F. 205 inf. della Biblioteca Ambrosiana di Milano) è l'esempio più illustre e significativo di quanto detto. Pur essendo stato illustrato da una sola mano, raccoglie miniature disponibili in vari gruppi per caratteristiche iconografiche e compositive; questi gruppi rimandano a modelli di varia datazione e stile, e coincidono con la suddivisione del poema in libri attribuita a Zenodoto. Sembra quindi che il miniatore attingesse, in modo più o meno diretto, all'illustrazione omerica rappresentata da più rotoli, contenenti ciascuno uno o due libri, fornendo un equivalente figurativo dell'ἔκδωσις filologica.
Poiché l'illustrazione dell'Iliade rimane per il momento un caso quasi del tutto isolato per il Medioevo, non è possibile valutarne le conseguenze nella tradizione successiva. Diversamente, nel caso dell'illustrazione biblica, anch'essa tradotta nei codici da rotoli contenenti singoli libri del Vecchio Testamento, è possibile definire stemmi di codici che, a partire dal V-VI secolo, ebbero valore normativo per quasi tutto il Medioevo, imponendosi infine anche nella pittura monumentale, al di là dell'illustrazione libraria.
Nei secoli IV e V, vi fu un'intensa attività di conversione delle biblioteche da rotoli a codici (è significativo che il De edictu di Ulpiano, scrittore morto nel 228, fosse riedito in forma di codice tra il 310 e il 320). Fu in quel periodo che si estrassero dai rotoli le illustrazioni che ci sono state tramandate nei codici. È stato a lungo discusso se il sistema di illustrazioni del codice fosse del tutto diverso da quello del rotolo. Sta di fatto che la storia della miniatura coincide sostanzialmente con l'affermarsi del codice; anzi, secondo Weitzmann, la vera e propria miniatura sarebbe nata con il codice, anche per circostanze materiali come la maggiore durevolezza della pergamena rispetto al papiro e la possibilità di dipingere su di essa non più solo disegni acquerellati, ma vere e proprie pitture a tempera, favorite dal formato del codice.
Al di là delle molte innovazioni nella distribuzione delle illustrazioni e nel loro rapporto con il testo, nella vera e propria decorazione del libro, e nelle soluzioni originali trovate per la compilazione e l'ornamentazione degli indici e delle tavole canoniche, va tenuta presente la conservazione di forme antiche insieme alla trasmissione del testo.
Codici Importanti: Profani e Biblici
Per documentare l'importanza del codice, si presenta un elenco dei più significativi esemplari pervenuti.
Esempi di Codici Profani Antichi
Le illustrazioni di questi codici possono essere ricondotte a originali databili tra il III e il VI secolo d.C.:
- Agrimensores: Catalogo dei codici in C. Thulin, Corpus Agr.
- Apollonio di Gizio: Firenze, Laurenziana, Plut., 74, 7. Secondo H. Schöne, originale del X sec.; secondo altri (Weitzmann), copia del X sec. di originale del IV.
- "Apuleio": Leida, Cod. Voss. Q 9; Kassel, Landesbibl., Cod. Phys. fol. 10; Londra, Brit. Mus., cod. Harley 4986; Vienna, Nat. Bibl., Cod. 93 e Cod. 187. Tre gruppi di manoscritti derivati da originali perduti del VI sec.; il manoscritto più antico (Leida) è forse del VII sec.
- Arato: Il Gasiorowski distingue tre classi fondamentali di manoscritti connessi genericamente all'Aratea (il poema di Arato di Soli o sue epitomi e traduzioni). L'unica copia greca è Invent. Gr. 1087.
- Codices Germanici: Basilea, A. N. iv, 19; Madrid, Bibl. Nac., A. 16; Vienna, Nat. Bibl., Cod. Lat. 2352; Monaco, Cml. 826 (influenzato da manoscritti astronomici arabi).
- Aratea di Cicerone e lo Pseudo-Igino: Brit. Mus., Harley 647; Harley 2504; Cotton Tiberius B. 5 (anglosassone derivato da un codice discusso da Ciriaco de' Pizzicolli); Wölfenbüttel, Landesbibl., 18-16, Aug. 4°.
- Descrizione del ciclo (Catasterismós): Berlino, Staatl. Bibl., Cod. Phil. 1832; Vienna, Nat. Bibl., Cod. Lat. 12600; Monaco, Cml. 560; Cml. 210; Colonia, Domsschatz, cod. lxxxiii; San Gallo, cod. 250; Monte Cassino, cod. n. 3; Dresda, cod. Dc.
- Cronografo del 354: Vedi bibliografia.
- Dioscuride: Vienna, Nat. Bibl., Cod. Med., gr. i.
I Codici Biblici del Nuovo Testamento
I manoscritti del Nuovo Testamento sono classificati in diverse categorie in base al materiale, alla scrittura e all'epoca. In particolare, si distinguono:
- Papiri: Manoscritti su papiro, generalmente frammentari, databili tra il II e il IV secolo.
- Maiuscoli: Codici in scrittura onciale (maiuscola), spesso preceduti da zero (es. 047), databili dal III all'XI secolo.
- Minuscoli: Codici in scrittura minuscola, designati da un numero (es. 33, 892), databili dal IX al XVI secolo.
- Lezionari: Manoscritti contenenti lezioni bibliche per la liturgia, indicati dalla lettera “l” con un numero in esponente, databili dal IV al XVI secolo.
Di seguito alcuni dei più importanti codici biblici:
- Codice Sinaitico (א o S): Contiene l'Antico Testamento (AT) e il Nuovo Testamento (NT). Risale al IV secolo ed è conservato al British Museum di Londra.
- Codice Alessandrino (A): Contiene AT e NT. È del V secolo e si trova al British Museum.
- Codice Vaticano (B): Contiene AT e NT (con lacune). Risale al IV secolo ed è conservato nella Biblioteca Vaticana, da cui il nome.
- Codice Ephraemi Rescriptus (C): Contiene AT e NT (con lacune). È del V secolo ed è conservato nella Biblioteca Nazionale di Parigi. È un "palinsesto", cioè un manoscritto riscritto in epoca successiva, nel VII secolo.
- Codice Bezae Cantabrigensis (D): Contiene i Vangeli, gli Atti degli Apostoli e alcune Epistole generali e paoline, con il testo greco sulla pagina destra e la versione latina su quella sinistra. È del V o VI secolo e si trova a Cambridge.
- Codice Claromontano (D2): Contiene le lettere di S. Paolo, sia in greco che in latino. È del VI secolo e si trova nella Biblioteca Nazionale di Parigi.
- Codice di Washington (W=032): Contiene i Vangeli di Matteo, Giovanni, Luca e Marco. È del IV o V secolo e conservato a Washington.
- Codice Koridethi (Θ=038): Contiene i Vangeli (con lacune). Risale al IX secolo, proveniente dal monastero omonimo sul Mar Nero e conservato a Tiflis, capitale della Georgia.
I Papiri Biblici
Molti dei più antichi testi del Nuovo Testamento sono su papiro, scoperti principalmente in Egitto:
- Papiro Ryland's (P52): Il più antico frammento del NT sinora rinvenuto, risalente alla prima metà del II secolo. Contiene Giovanni 18,31‑33.37‑38 e appartiene alla John Ryland's Library di Manchester.
- Papiri «Chester Beatty»: Acquistati in Egitto dall'inglese A. Chester Beatty nel 1930‑1931.
- P45: Composto da 30 fogli, riporta parti dei Vangeli e degli Atti. Risale al III secolo.
- P46: Composto da 86 fogli, riporta le lettere di S. Paolo (probabilmente anche quelle oggi perdute). Risale al III secolo.
- P47: Contiene l'Apocalisse. Risale al III secolo.
- Papiri «Bodmer»: Acquistati dalla Biblioteca Bodmeriana di Cologny (Svizzera).
- P66: Papiro «Bodmer II», contenente gran parte del Vangelo di Giovanni. Risale al II/III secolo.
- P75: Papiro «Bodmer XIV‑XV», contiene gran parte dei Vangeli di Luca e Giovanni. Risale al III secolo.
- P72: Papiro «Bodmer VII‑VIII», contiene le Epistole di Pietro e Giuda. Risale al III/IV secolo.
La Critica Testuale e le Versioni Bibliche
L'Importanza dei Codici per la Ricostruzione del Testo Originale
La critica testuale non è una scienza di nessun valore per la teologia e per la fede. Al contrario, gli scienziati della critica testuale si adoperano per ricostruire le vicende della trasmissione e trascrizione del testo biblico. Essi analizzano il testo debitamente valutato e classificato, motivati dalla riverenza dovuta alla parola divina, sapendo che gli errori e le varianti si insinuano negli scritti tramandati per molti secoli.
La critica testuale del NT, in particolare, si prefigge di ricostruire la storia del testo greco del NT. È un'attività che richiede indicazioni generali di metodo per affrontare i problemi derivanti dalle varianti, come nell'esempio di Isaia 21,8, dove una frase (tradotta da G. in modo molto strano) ha subito diverse interpretazioni e traduzioni. Un altro esempio si trova in Luca 10,42, dove la Vulgate e altre versioni hanno "Ma una sola è la cosa di cui c'è bisogno", mentre alcuni codici antichi omettono "una sola è la cosa di cui c'è bisogno", in riferimento al versetto precedente. La parola di Gesù passa innanzi ad ogni preoccupazione di ordine materiale.
Le Versioni Latine Antiche e la Vulgata
Le versioni latine si diffusero già alla fine del I secolo nelle regioni più lontane dai centri di irradiazione ellenica, come la Spagna e l'Africa settentrionale. Tertulliano, intorno al 200 d.C., cita le lettere di San Paolo e altri testi, dimostrando di trascrivere da una traduzione latina già determinata e in uso, utilizzata anche da San Cipriano. Resta tuttora aperta la questione se vi fossero due versioni latine distinte, una a Roma e un'altra in Africa, o se si trattasse di un'unica traduzione ampiamente diffusa in Africa.
La Vulgata, la versione latina "diffusa" tra il popolo, fu realizzata da San Girolamo alla fine del IV secolo. Per l'Antico Testamento (libri protocanonici), Girolamo tradusse direttamente dal testo ebraico, mentre per il Nuovo Testamento si limitò a rivedere l'antica versione latina sulla base di alcuni codici greci.
Per vari secoli, la Vetus Latina (vl) e la Vulgata (vg) lottarono tra loro, finché a partire dal IX secolo la Vulgata non ebbe il sopravvento, diventando la versione latina ufficiale e il fondamento della spiritualità della Chiesa latina. Le edizioni critiche moderne della Vulgata cercano di ricostruire il testo originale, sebbene Girolamo stesso non intendesse produrre un'edizione critica.
I Tipi Testuali del Nuovo Testamento
Nell'ambito della critica testuale del Nuovo Testamento, si identificano diversi "tipi testuali", ovvero famiglie di manoscritti che presentano caratteristiche comuni e che riflettono diverse fasi o aree di trasmissione del testo.
Il Tipo Testuale Alessandrino
Questo tipo testuale è considerato il più antico e puro. Si è formato in Egitto, e molti papiri e codici di questo tipo provengono da quella regione. I suoi testimoni principali sono i papiri (ad esempio P66, P75) e i codici maiuscoli B (Vaticano) e א (Sinaitico). È generalmente ritenuto il più vicino al testo originale.
Il Tipo Testuale Occidentale
Anch'esso molto antico, il tipo testuale occidentale si caratterizza per una maggiore libertà nelle interpolazioni e nelle omissioni rispetto ad altri tipi. I suoi principali testimoni sono i codici maiuscoli D (Bezae Cantabrigensis) e D2 (Claromontano), la Vetus Latina, e le citazioni di scrittori e Padri della Chiesa come Marcione, San Giustino, Taziano e Sant'Ireneo.
Il Tipo Testuale Cesareo
Questo tipo testuale rappresenta un compromesso tra il testo alessandrino e quello occidentale. La sua patria d'origine è spesso identificata con la Chiesa di Cesarea nel III secolo. I suoi testimoni includono alcuni papiri (P45), diversi codici minuscoli (1, 13, 28, 131, 209) e i codici maiuscoli W (Washington) e Θ (Koridethi).
Il Tipo Testuale Bizantino
Il tipo testuale bizantino è il più recente e ha prevalso nel Nuovo Testamento a partire dal IV secolo, dominando nella Chiesa orientale dal Medioevo fino ad oggi. Sembra avere i suoi inizi già nel IV secolo (ad esempio in A, C, E, K, P, Y per i Vangeli) e nelle citazioni di San Giovanni Crisostomo, Teodoreto di Ciro e San Cirillo Alessandrino. È un testo derivato da altri codici più antichi, spesso frutto di "armonizzazioni" e integrazioni, e i suoi testimoni principali sono la maggioranza dei codici minuscoli e numerosi lezionari.
Bibliografia Essenziale
- Kittel, R. - Kahle, P. - Eissfeldt, O. - Elliger, K. - Rudolph, W., Biblia Hebraica Stuttgartensia, Stuttgart 1967-1977.
- Bover, J.M. - O’Callaghan, J., Novum Testamentum Graece et Latine, Madrid 1977.
- Nestle, E. - Aland, K., Novum Testamentum Graece, Stuttgart 1979.
- Merk, A., Novum Testamentum Graece et Latine, PIB‑Roma 1964 (a cura di C.M. Martini).
- Aland, K. - Black, M. - Martini, C.M. - Metzger, B.M. - Wikgren, A., The Greek New Testament, Stuttgart 1975.
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