La "Casa del Signore": Significato e Rilevanza nella Prospettiva Cristiana Evangelica

Il concetto di "Casa del Signore" è un tema ricorrente e profondamente significativo nelle Sacre Scritture, la cui interpretazione si è evoluta dal Tempio fisico dell'Antico Testamento fino a comprendere la comunità dei credenti e il cuore di ogni individuo nel Nuovo Testamento, aspetti centrali della teologia evangelica.

Origini e Evoluzione del Concetto

Il Tempio di Gerusalemme: Dimora di Dio nell'Antico Testamento

La "Casa del Signore" si riferisce principalmente al tempio di Gerusalemme, luogo centrale di culto e sacrifici per gli Israeliti. Era vista come la dimora di Dio, dove si celebravano cerimonie religiose importanti come la Pasqua. Re come Ezechia cercarono di restaurarla e purificarla; Ezechia riaprì e riparò le porte della casa del Signore, ordinando ai Leviti di santificarla e rimuovere l'impurità. Il tempio del Signore era un luogo di grande importanza strategica, e i vasi usati per i servizi del tempio erano considerati umili e sacri. Era anche il luogo dove fu ucciso Zaccaria, figlio di Ioiada.

Ricostruzione schematica del Tempio di Salomone

Uno dei grandi temi della Bibbia è certamente quello della casa di Dio. Dall’Esodo, in cui Dio stesso descrive a Mosè come deve realizzare la tenda dell’alleanza e come in essa deve collocare l’Arca, al primo libro dei Re (e al secondo delle Cronache) in cui si racconta come viene costruito il tempio di Salomone. In seguito alla conquista di Gerusalemme nel 598 a.C. e alla distruzione del Tempio di Salomone, alcuni profeti affrontano il tema della ricostruzione.

In una grande visione Ezechiele descrive come dovrà essere costruito il nuovo tempio, fin nel dettaglio delle misure. Qualche decennio dopo Zaccaria e Aggeo, con la fine dell’Esilio, si preoccupano di sottolineare l’urgenza spirituale e sociale di costruire un tempio nuovo. In Aggeo, questo intento acquista caratteristiche di modernità, oltre che di apertura all’idea neotestamentaria del tempio non come luogo fisico, di pietra, per il culto del popolo eletto, ma come luogo in cui si realizza la comunione d’amore fra Dio e l’uomo, passo indispensabile per il compimento del mondo nuovo, promessa di pace (lo shalom) che abbraccia tutti i popoli. È la rinascita della comunità umana nella fede, che si realizza aprendo i cuori all’azione di Dio. Quel Dio che per Ezechiele è capace di rinnovare i cuori induriti come pietre, trasformandoli in cuori umani che, come si leggerà più tardi nella prima lettera di Pietro, sono elementi essenziali della nuova costruzione spirituale: «pietre vive» così come Cristo è «pietra viva».

La predicazione di Aggeo si muove su entrambi i binari, assumendo simultaneamente i toni del capopopolo e quelli del profeta “divorato dallo zelo per la casa del Signore”. Per Aggeo, il tempio ha un forte valore simbolico e identitario, e solo intorno ad esso il popolo di Dio può sanare le ferite e ritrovare l’antica compattezza. Il suo testo è impregnato di valori e di sguardi spirituali tali da renderlo universale, sottolineando che finché il popolo non tornerà a porre Dio al centro dei suoi interessi resterà una comunità di “impuri”. Solo con la conversione, quindi con il ritorno a Dio e alla relazione d’amore con lui (personale e comunitaria), ci si può liberare dalla vera schiavitù, quella che incatena l’uomo alla sua superbia. È il ritorno a Dio che consente di fare del bene comune un valore prioritario rispetto all’interesse privato. Solo in Dio si costruisce il popolo, la nazione e anche la comunità fra le genti. La promessa messianica e la pace che ne consegue, lo shalom, per Aggeo non riguarda solo Israele, ma si estende a tutti i popoli, come si legge anche in Isaia (56,7): «La mia casa si chiamerà casa di preghiera per tutti i popoli». Un messaggio di salvezza universale, costruito sulla certezza che Dio non abbandona il popolo, attendendo solo di essere liberamente interpellato per poter partecipare alla vita comune, all’edificazione della sua casa, regno di amore e di benessere. Il Dio di Aggeo vuole lavorare insieme all’uomo mettendo a disposizione le risorse che solo a lui appartengono (Ag 2,6-8) e ambisce a diventare il Dio con noi: «Salite sul monte, portate legname, ricostruite la mia casa. In essa mi compiacerò e manifesterò la mia gloria» (Ag 1,8).

La "Casa del Signore" nel Cristianesimo Primitivo

In ambito cristiano, "la casa del Signore" si riferisce principalmente al tempio, un luogo sacro dedicato al culto e alla preghiera. Nel cristianesimo primitivo, la "casa del Signore" era il luogo di culto dove i credenti si riunivano per pregare e cantare salmi. Si avverte che trascurare la separazione dei trasgressori dalla Chiesa può trasformare la dimora del Signore in un covo di ladri.

Dalla Struttura Fisica al Tempio Spirituale

Gesù Cristo e il Nuovo Tempio

Nel Nuovo Testamento, il concetto di "Casa del Signore" subisce una trasformazione radicale. In Giovanni 2,19 Gesù stesso, rispondendo a una provocazione farisaica, afferma: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo ricostruirò». Questa dichiarazione indicava che Lui stesso sarebbe stato il nuovo tempio, la casa non fatta da mani d’uomo, che è Cristo stesso. E in lui anche noi siamo tempio, pietra viva della sua Chiesa.

Il Credente come Tempio dello Spirito Santo

Se siamo stati battezzati ed illuminati dallo Spirito Santo, non dobbiamo fare chilometri o pellegrinaggi particolari per stare in Sua compagnia. La Scrittura ci conferma questo perché ci dice che siamo tempio dello Spirito Santo (1 Cor 3,16). Questo ci invita a riflettere: siamo la dimora che Dio ha scelto per camminare sulla terra. Ad esempio, se uno dà il proprio corpo alla fornicazione, di conseguenza anche l’anima e lo spirito saranno contaminati.

Analogamente alla struttura del Tempio ebraico, possiamo considerare il nostro essere suddiviso:

  • Il Santissimo: dimorava la presenza di Dio e veniva custodita l’arca dell’alleanza; solo il sommo sacerdote vi poteva entrare una volta all’anno, per il sacrificio di espiazione. Nel credente, questo rappresenta lo spirito, vivificato in Cristo, vivo della vita eterna di Dio, che è vita di risurrezione e non può più morire.
  • Il Santo: potevano entrare gli altri sacerdoti che, a turno, offrivano profumi ed incensi sui preposti altari. La nostra anima è il santo: è la parte che più ci caratterizza come individui, formata da mente, sentimenti, volontà. Tramite essa possiamo offrire preghiere e suppliche, simboleggiate dall’incenso e dai profumi. Dobbiamo stare molto attenti però, perché il rischio di contaminazione è molto forte in questo luogo, e siamo chiamati a vigilare in quanto sacerdoti in Cristo.
  • Il Cortile esterno: poteva entrare il popolo; vi erano vasche differenziate per le abluzioni di sacerdoti, animali e attrezzi. L’altare degli olocausti si trovava qui. Il nostro corpo è il cortile del tempio: è la parte che entra in contatto con il mondo esterno. Prima di essere battezzati, il nostro tempio era vuoto, un semplice involucro senza scopo. Poi siamo stati battezzati, e Dio è venuto a vivere dentro di noi. Questo non può più cambiare. Una volta che Gesù è entrato nella nostra vita, ha reso vivo in noi il suo sacrificio di espiazione. I nostri peccati sono espiati, tutti. Questo deve darci grande pace, perché Gesù ha fatto quello che nessuno di noi sarebbe mai stato in grado di fare. Il corpo deve essere custodito e non trascurato perché è parte del tempio di Dio.
Schema: il corpo, l'anima e lo spirito come il Tempio

La Chiesa come Edificio Spirituale di Dio

Dio è un costruttore. Troviamo del continuo nella Scrittura le parole “costruire” ed “edificare”. Nell’ordinare a Mosè di costruire il tabernacolo nel quale Egli sarebbe venuto ad abitare fra gli uomini, non fu per capriccio che gli disse di fare ogni cosa, fin nei minimi dettagli, secondo il modello che aveva visto sul monte (Esodo 25:40). Queste costruzioni dell’Antico Patto furono gloriose; ma la loro gloria non può essere paragonata con quella dell’edificio che Dio sta costruendo nel Nuovo Patto, cioè la Chiesa (2 Corinzi 3:7-11). E anche questa volta, Dio ha stabilito dei criteri ben precisi, che non permetterà a nessuno di trascurare. Poiché l’edificio dovrà essere un tempio santo, la dimora a Dio stesso (Efesini 2:21-22), è indispensabile la massima cura perché tutto sia fatto secondo il Suo progetto, rivelatoci chiaramente nelle Scritture. La Chiesa non può essere altro che la Chiesa di Gesù Cristo, una Chiesa che porta la parola liberatrice dell’Evangelo a coloro che sono oppressi e gravati da pesanti fardelli e che è capace di affrontare le nuove povertà. È la costruzione di una Chiesa aperta allo Spirito di Dio e attenta ai segni dei tempi, una Chiesa in cui “Nessuno può porre altro fondamento oltre a quello già posto, cioè Cristo Gesù” (1 Corinzi 3, 11).

Il più bel progetto ha poco valore se non si mette mano al lavoro per realizzarlo. Nessuno può abitare una casa di cui esiste solo sulla carta! Lo puoi ammirare, approvare, credere alla possibilità di realizzarlo, ma non ti darà mai la sicurezza, la protezione, il calore della casa stessa. Ma, per quanto indispensabile, neanche il solo fondamento è la casa; anzi, non risulterà di alcun valore se non ci si costruisce sopra.

Vivere nella "Casa del Signore": Implicazioni Pratiche

Il Ravvedimento e la Fede: Fondamenti Indispensabili

Non ci sono dubbi, il singolo credente è pienamente responsabile del modo in cui costruisce la casa. Purtroppo, sono assai numerosi coloro che pensano che sia poco importante il modo in cui costruiscono, cioè, il modo in cui vivono la loro vita. Essi costruiscono “come capita”, senza badare molto al modello che lo Spirito di Dio continua insistentemente a proporre loro. Non c’è dunque da meravigliarsi se tanti credenti sono sempre in crisi. Una difficoltà improvvisa, un incidente imprevisto, una tempesta si abbatte sulla loro vita e... tutto crolla! Scoraggiati, depressi, ansiosi e disorientati, si ritrovano davanti le conseguenze della loro stoltezza. E tutto ciò perché non avevano costruito secondo il progetto di Dio, non avevano fondato la loro casa sul fondamento stabilito dal Signore.

Per la sovrabbondante grazia di Dio, nel Suo Regno ci è offerta la possibilità di ricominciare da capo, quando, a motivo della nostra imprevidenza e trascuratezza, ci ritroviamo davanti ad un cumulo di macerie, una vita distrutta e rovinata. La Scrittura ci invita ad essere “rinnovati nello spirito della nostra mente” (Efesini 4:23) e “trasformati mediante il rinnovamento della nostra mente” (Romani 12:2). Il rimedio si trova dunque nella sede dei nostri pensieri, dei nostri ragionamenti, del nostro modo di vedere le cose; ed è qui che deve aver luogo un mutamento radicale, una trasformazione totale.

Fu questo un tema fondamentale dell’insegnamento di Gesù e degli apostoli. “Ravvedetevi e credete…”, fu l’insegnamento di Gesù (Marco 1:15, Matteo 4:17). I discepoli predicavano che la gente si ravvedesse (Marco 6:12). Il messaggio degli apostoli alla folla religiosa fu: “Ravvedetevi…” (Atti 2:38, 3:19). Anche per bocca di Paolo, Dio fece annunciare che tutti gli uomini in ogni luogo devono ravvedersi (Atti 17:30). Tuttavia, molta gente, anche tra i credenti, ha un’idea completamente sbagliata del significato del ravvedimento. Per alcuni, il ravvedimento (o conversione) è quell’atto di aver “accettato Gesù” quale Salvatore della loro vita: ora frequentano una chiesa evangelica, imparano a pregare, a cantare, a leggere la Bibbia, ad ascoltare pazientemente un sermone e a testimoniare. Per altri, ravvedersi significherà forse piangere, sentire rimorso per un male fatto. Ma neanche questo è ravvedimento, come non lo è il fatto di chiedere scusa per aver offeso qualcuno, né lo sforzo di non peccare più. Le nostre chiese sono piene di persone che non hanno mai conosciuto un vero ravvedimento, anche se sono state battezzate in acqua e magari manifestano dei doni spirituali!

Il vero ravvedimento è piuttosto uno stile di vita diverso. È una scelta radicale, quella di ubbidire sempre e in qualsiasi circostanza, costi quel che costi, alla volontà di Dio. Vivere la propria vita in un atteggiamento di ravvedimento vuol dire ascoltare la Parola di Dio e metterla in pratica, così come è scritta, senza “ma” o “però”, senza discussioni o ragionamenti, senza cercare un compromesso per salvare capra e cavoli, senza voler fare un po’ la propria volontà e un po’ la volontà di Dio (se conviene!). Non ci si ravvede (o ci si converte) una sola volta. Lo si fa mille volte, diecimila volte, cioè ogni volta che si deve scegliere se ubbidire ai desideri e alle voglie della carne, oppure a Dio; se seguire il ragionamento della propria mente oppure il pensiero di Dio; se fare la propria volontà oppure quella di Dio. E quando scegliamo Dio e la Sua volontà, il Suo pensiero, la Sua via, il Suo modo di agire, allora realizziamo nella nostra vita il ravvedimento. Solo così, come persone sagge, poniamo le basi perché, in qualsiasi tempesta della vita, la nostra costruzione rimanga in piedi.

All’attento lettore delle Scritture non sfugge che l’epistola agli Ebrei, nel parlare del fondamento della vita cristiana e degli “insegnamenti elementari”, collega strettamente ravvedimento e fede (Ebrei 6:1). Questi due elementi vanno di pari passo, come i due remi di una barca. Se uno manca, la barca girerà sempre in cerchio, in un senso o nell’altro; per vogare diritto, occorre usare entrambi. Infatti il ravvedimento da solo, senza una vita di fede, produce scoraggiamento, frustrazioni e tensioni; perché senza fede, è impossibile vivere come Dio vuole, cioè nella giustizia e nella vittoria. Dopo tanti sforzi di fare le scelte giuste, si arriva inevitabilmente all’amara conclusione: “Me infelice! Non approvo quello che faccio: infatti non faccio quello che voglio, ma faccio quello che odio. Infatti il bene che voglio, non lo faccio; ma il male che non voglio, quello faccio” (vedi Romani 7:15-23). Ma lo è anche la fede senza il ravvedimento. Infatti, è perfettamente possibile porre fede nelle promesse di Dio e fare le opere della fede, senza essersi veramente ravveduti. Così ci si trova in un gravissimo pericolo: “Molti mi diranno in quel giorno - ci avverte Gesù - `Signore, Signore, non abbiamo noi profetizzato in nome tuo e in nome tuo cacciato demoni e fatte in nome tuo molte opere potenti?’ Allora dichiarerò loro: `Io non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, voi tutti, operatori d’iniquità’“ (Matteo 7:22-23).

Le sole opere della fede non fanno affatto entrare nel regno dei cieli; anzi, c’è la possibilità di trovarsi esclusi e rigettati a causa della malvagità, la disubbidienza e la ribellione nei confronti della Parola di Dio, quelle opere della carne, “circa le quali vi preavviso - scrive l’apostolo - che chi fa tali cose non erediterà il regno di Dio” (Galati 5:21). Perché dunque il ravvedimento non porti a frustrazioni e tensioni, è necessario esercitare giornalmente la fede nelle promesse di Dio. Se il Signore ci ha detto di non lasciarci dominare dal peccato (Romani 6:14), di essere santi in tutta la nostra condotta (1 Pietro 1:15), di essere irreprensibili davanti a Lui (Efesini 1:4), di vivere una vita di giustizia senza peccare (1 Corinzi 15:34), Egli non pretende certamente che facciamo questo con i nostri sforzi personali, con le nostre capacità umane e neanche con le nostre pratiche religiose. Con il sacrificio di Gesù, Dio si è impegnato a portare a termine l’opera meravigliosa già iniziata in noi (Efesini 1:23). Egli, il Padre celeste, è potente da preservarci da ogni caduta e farci comparire irreprensibili e con gioia davanti alla Sua gloria (Giuda 24). È Lui che opera per condurre il credente sempre in trionfo in Cristo (2 Corinzi 2:14); Egli è potente da far abbondare su di noi ogni grazia, affinché possiamo abbondare in ogni opera buona (2 Corinzi 9:8). E, nella misura in cui mettiamo la nostra fiducia nell’opera di Dio nella nostra vita, constatiamo che il frutto del ravvedimento cresce talmente in noi che raggiungere “la statura perfetta di Cristo” (Efesini 4:13) non sembra più un sogno, un’utopia o un traguardo puramente teorico. Ci rendiamo conto che, nella perfetta redenzione di Cristo, è compresa anche la salvezza dalle nostre incapacità, debolezze, insufficienze e manchevolezze. Ogni giorno, dunque, dobbiamo riporre la nostra fede, senza mai vacillare, in Colui che ha fatto le promesse, perché Egli è fedele (Ebrei 10:23), e chi crede in Lui non sarà mai svergognato (Romani 10:11)! Così, unendo al ravvedimento un atteggiamento di tranquilla fiducia e di fede operante, porremo le uniche basi utili perché l’edificio - il tempio di Dio - venga costruito secondo il progetto e il modello divino.

Comunione, Lode e Ringraziamento

Salmi 27:4 dice: "Una cosa ho chiesto al SIGNORE, e quella ricerco: abitare nella casa del SIGNORE tutti i giorni della mia vita, per contemplare la bellezza del SIGNORE, e meditare nel suo tempio". Davide afferma con forza che il suo desiderio più grande è abitare nella casa del Signore tutti i giorni della sua vita. Questo desiderio scaturisce dalla luce e dalla salvezza che solo Dio poteva dargli, portando alla domanda "di chi avrò paura?". Dimorare nella casa dell'Eterno ci parla di un'intima e durevole comunione con il nostro Dio, un privilegio frutto della salvezza che Gesù ci ha elargito. Chi cerca questo contatto particolare e continuo con Dio con tutto il suo cuore, godrà di una splendida comunione con Dio, ora, e per tutta l’eternità. I risultati sono contemplare la bellezza dell'Eterno, che descrive un'intima e costante comunione con Dio, il che ci porta ad avere il cuore pienamente soddisfatto.

Questa comunione si deve avere anche con i propri fratelli in Cristo, rispettando l'ordine di Dio, poiché "quant'è piacevole che i fratelli vivano insieme!". Ciò si realizza quando siamo radunati nella casa dell'Eterno, adorando Dio "in spirito e verità", perché il Padre cerca tali adoratori. Il libro degli Atti racconta che il giorno di Pentecoste, tutti erano insieme nello stesso luogo, e la casa dove essi erano seduti fu riempita dello Spirito Santo, manifestando il bisogno di ciascuno e lodando Dio con semplicità di cuore.

Il Salmo 116 è un canto di lode, ringraziamento e consacrazione. Una diretta e appassionata dichiarazione d’amore apre il Salmo 116:1 “Io amo l’Eterno poiché ha udito la mia voce e le mie suppliche…” come anche “Ti amo Signore, mia forza!” (Sal.18:2). Il motivo qui espresso da Davide, che lo induceva ad amare Dio, era dovuto dall’attenzione che il Signore riservava nell’ascoltare la sua voce e le sue preghiere, anche quando le sue parole erano angustiate e rotte dal pianto, un sospiro ineffabile. L’amore sbocciava e scaturiva dalla gioia profonda di sapere che Dio rispondeva e risponde, che non è muto al grido di angoscia! E cos’altro è questo Salmo se non una rievocazione del passato? Quando chi scrive ricorda di essersi trovato sull’orlo della disperazione e della morte, ma per l’intervento e la grazia del Signore è stato liberato e ora innalza con gioia e lode un canto di gratitudine per tutto il bene che ha ricevuto. Non si tratta di un cerimoniale, un atto liturgico esteriore-formale! Il salmista non tiene per sé né l’afflizione né la gioia, vuole condividerle nella più ampia assemblea del popolo per esaltare e celebrare Dio (vv14-18). Da notare che egli si dichiara per sempre servitore di Dio. La risposta che noi figli/e suoi abbiamo dato liberamente a Dio promettendo di seguirlo e amarlo con tutto il cuore, è proprio l’unica che possiamo dare in contraccambio, dopo tutto quello che il Signore ha fatto per noi. Abbiamo motivi innumerevoli per amare e ringraziare il Signore. Essere grati aiuterebbe a vivere meglio: non lamentarsi per ciò che manca ma desiderare ed apprezzare quel che già si possiede. È un atteggiamento mentale contro-intuitivo, perché abbiamo la tendenza a evidenziare la mancanza e la negatività. Tuttavia si può sempre cominciare a re-imparare ad essere naturalmente grati, come stile di vita! Un buon esercizio potrebbe essere quello di provare a individuare tre o dieci motivi per cui ci sentiamo grati, e farlo ogni giorno! Siamo esortati ad esercitarci come suggerisce di nuovo il salmista: “Benedici, anima mia, l’Eterno; e tutto quello ch’è in me, benedica il nome suo santo.” (I. Di Loyola in: E.).

Un Approccio all'Eternità

Il Salmo 121, un salmo delle “ascensioni”, veniva cantato quando gli ebrei salivano verso Gerusalemme nelle feste di pellegrinaggio. A Gerusalemme potevano visitare il tempio, casa del Signore in muratura, un'intramontabile emozione. In allegoria, nella casa del Signore si può vedere la fase definitiva ed eterna del Regno di Dio o della Vita eterna o del Paradiso. La logica e la sapienza del Vangelo è quella di considerare storia e vicende di questo mondo attraverso il filtro dell’eternità.

Da una parte c'è il desiderio degli uomini, come nel Salmo 27: «Una cosa ho chiesto al Signore, questa sola io cerco, abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita». Dall’altra, il desiderio di Dio: «Nella casa del Padre mio vi sono molti posti...» (Gv 14,2). La promessa messianica e la pace che ne consegue per Aggeo non riguarda solo Israele, ma si estende a tutti i popoli, un messaggio di salvezza universale. Il Dio di Aggeo vuole lavorare insieme all’uomo mettendo a disposizione le risorse che solo a lui appartengono (Ag 2,6-8) e ambisce a diventare il Dio con noi. La "Casa del Signore, la Chiesa" è intesa come una Chiesa che porta la parola liberatrice dell’Evangelo e affronta le nuove povertà, basandosi su Cristo come unico fondamento.

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