Introduzione alla Tradizione delle Croci Votive
La tradizione della “benedizione delle Croci” è un rito profondamente radicato nella cultura popolare italiana, che richiama ritualità ancestrali connesse al passaggio stagionale dall’inverno alla primavera. Questa pratica segna simbolicamente l’inizio dell’anno agrario, secondo una concezione del tempo oggi in parte distante ma ancora viva in molte comunità. Fulcro della celebrazione è il momento della benedizione, che conferisce significato simbolico all’intero rituale, proteggendo i raccolti e propiziando la fertilità della terra. Sebbene le manifestazioni esteriori possano evocare pratiche di origine pagana, i loro significati profondi rimandano alle dinamiche comunitarie e alla forte connessione con la fede cristiana.

Origini e Evoluzione Storica del Rito
Riti Pre-Cristiani e la Cristianizzazione
L'esigenza di propiziazione dei prodotti del proprio lavoro non è un bisogno impellente che risale solo alle origini della cristianità occidentale. Le “Rogazioni”, infatti, inglobarono le “Ambarvali” del periodo romano, un termine che possiamo tradurre con “intorno al campo” (etimologia: dal lat. ambarvalĭa, termine neutro pl., comp. del pref. ămb- ‘intorno’ e un deriv.). Fu Papa Liberio nel IV secolo dopo Cristo che spinse per sostituire ed inglobare nel sentimento religioso e rituale cristiano le festività dei “Ambarvali” che si continuavano a svolgere nelle campagne il 25 aprile e nei primi di maggio.
Per la data del 25 aprile, un’altra festività romana collegabile e "sovrapponibile" era la Robigalia, legata anch'essa a una “propiziazione”, ovvero un rito funzionale all'allontanamento del flagello della ruggine. Questa ritualità era svolta in un bosco dedicato alla dea divinità secondaria a doppio aspetto della “ruggine del grano” (Robigus). Come la maggior parte dei geni della vegetazione e della vita rustica, era funesta e allo stesso tempo propizia, di sesso maschile o femminile. Nell’antica Roma, in questo caso, era presente il sacrificio di animali.
Un’antica iscrizione latina relativa agli “Ambarvali” mostra la richiesta al “crudele Marte” di “passare oltre”, ovvero di risparmiare il raccolto: neve lue rue Marmar [si]ns incurrere in pleores Satur fu fere Mars limen sali sta berber (Sii sazio, crudele Marte. Vai oltre la soglia. Rimani fermo lì). Tale esigenza di propiziazione è rintracciabile anche nella precedente società ad economia agro-pastorale del periodo tra il V e IV secolo avanti Cristo, come attestano i bronzetti del mondo umbro-etrusco, ritrovati a Monte Acuto, a forma di bovino, ovino ed altri animali, che servivano da “ringraziamento e richiesta di protezione per l’allevamento del donatore”.
In questo contesto, il riferimento al termine latino pagus è significativo: indicava un villaggio o una circoscrizione rurale posta al di fuori del centro urbano principale. È da sottolineare che la “benedizione” non può essere accostata in modo incondizionato al paganesimo, ma è da ricondurre a un contesto cattolico. La genesi non cristiana è evidente, ma chi prende parte a queste tradizioni si sente fortemente ancorato alla fede cristiana.

La Festa della Santa Croce nel Calendario Cattolico
L’origine della festività della Santa Croce si fa risalire al recupero da parte dell'imperatore Eraclio della “Vera Croce” dalle mani dei Persiani nel 628 dopo Cristo. Tuttavia, si sostiene che con il festeggiamento di questo “recupero”, si sia cristallizzata definitivamente una festività del periodo primaverile già presente fin dal IV secolo dopo Cristo, più di due secoli prima.
Nell’Italia centro-settentrionale, solitamente la “festa della santa croce” si festeggia il 3 maggio, sebbene la festa religiosa ufficiale sia collocata a settembre. Infatti, nell’usanza gallicana, a partire dal VII secolo d.C., la festa della Croce si teneva il 3 maggio. Tuttavia, questa festività, già formalmente di secondo piano per il rito cattolico, venne tolta dal calendario liturgico romano nel 1960/1962, in seguito alle riforme del “Missale Romanum” avvenute sotto il pontificato di Giovanni XXIII. Oggi, a calendario, resta solo quella del 14 settembre come giorno della “Esaltazione della Santa Croce”, ma non c’era la ripresa della natura a settembre, il che spiega la persistenza dei riti primaverili.
Le Rogazioni: Preghiere e Processioni Agrarie
Le ritualità di primavera, funzionali a propiziarsi l’andamento della vita agricola, avvenivano durante il periodo delle “Rogazioni”. Questa parola deriva dal latino “rogare”, che significa pregare. Nella Roma antica, la “rogazione” era una proposta di legge che il magistrato faceva al popolo adunato nei comizi curiati per la sua approvazione. Successivamente, divennero dei riti propiziatori del buon esito dell’annata agraria.
Nel culto cattolico, le “Rogazioni” sono delle suppliche che si fanno per propiziare il raccolto. Questa usanza risale al V secolo, quando nella Gallia si abbatterono calamità e un terremoto, e il vescovo di Vienna decretò un triduo di preghiere e solenni processioni, chiamate “rogazioni”, approvate nel Concilio d’Orleans del 511. Queste festività erano due: la maggiore il 25 aprile e la minore di tre giorni a maggio, dove con preghiere e processioni si chiedeva alla divinità clemenza per il raccolto. Questo è attestato in diverse parti dell’Umbria, ad esempio a Trevi, oltre che in numerose zone d’Italia.
A fianco del rito, si sviluppò nelle campagne una tradizione che dura ancora oggi: i contadini fabbricavano delle croci con i rami potati delle colture, che venivano adornate con rametti d’olivo pasquale benedetto. Poi venivano piantate nei campi per proteggerli dalle calamità naturali. Il percorso delle processioni, che iniziava alle 5 del mattino e si snodava per diversi chilometri, era studiato in modo che tutto il territorio della parrocchia potesse essere toccato. Il punto di partenza era sempre la chiesa parrocchiale e durante il cammino il sacerdote intonava litanie ed invocazioni specifiche.
Famosa in Veneto è la “Grande Rogazione” che si tiene nell’altopiano di Asiago, un cammino di fede che da più di tre secoli si ripete il giorno prima dell'”Asension” (Ascensione). Viene chiamata anche "giro del mondo", in quanto i 33 chilometri che si percorrono sono circolari e lambiscono i confini del comune di Asiago, che rappresenta quindi “il mondo” degli asiaghesi.
Il Prof. Angelo Angeletti racconta alcuni aspetti legati alle "invocazioni" che venivano recitate durante le processioni tra Montemigiano e Niccone nel periodo a cavallo della seconda guerra mondiale: «in primavera si facevano le Rogazioni che avevano come santo patrono S. Vincenzo, festeggiato, onorato ed invocato per impetrare buoni raccolti e per scongiurare le molte calamità che potevano mettere a rischio il pane; per questo in aprile, nel periodo più delicato per la campagna, si recitavano le Rogazioni...» Durante le cerimonie, gli uomini delle campagne ascoltavano il latino delle litanie e rispondevano in maniera più sentita a ciò che sentivano proprio, ovvero la paura per il raccolto, o che riuscivano realmente a capire nella lingua della liturgia.
«C’erano altre cose che mi lasciavano perplesso: si trattava delle litanie cantate durante la processione alle quali la gente rispondeva all’unisono “Libera nos Domine!” Ma quando il sacerdote cantava “A peste, a fame et bello” il “Libera nos” calava di tono fin quasi a diventare poco più che un mormorio perché, dopo l’invocazione per tener lontana la peste e la fame su cui tutti erano d’accordo, quel “bello” suonava alquanto stonato; molto più chiaro e condiviso era invece il “Libera nos”, quando il sacerdote cantava “a flagello terraemotus, a morte improvisa” e tutti, ma proprio tutti avrebbero voluto rispondere cento volte alla invocazione “a folgore et tempestate”: era quella la preghiera veramente importante cantata da uomini e donne mentre guardavano i loro campi e le loro vigne.»
La persistenza di tali festività è testimoniata anche dal fatto che, nel periodo della dominazione francese, e poi specificatamente Napoleonica, il Seminario, dipendente dalla Diocesi di Gubbio, chiudeva per festeggiare nei giorni dedicati a questa festività. Cesarina Giovannoni, nel suo lavoro di Laurea inedito “Vicende di un paese Umbro nell’età francese. Fratta (ora Umbertide) dal 1796 al 1814”, elenca tali periodi festivi. In una nota appare una “Tabella delle vacanze nelle scuole dipendenti dal Seminario vescovile di Gubbio”, dove viene indicato che la scuola era chiusa per il mese di maggio per “I tre giorni delle Rogazioni, il 15 vigilia di S. Ubaldo ma solo il dopo pranzo e per la festa del Santo, il 26 per la Festa di San Filippo Neri”.

Le Croci Votive: Materiali e Simbolismo
Materiali Tradizionali e Preparazione
I materiali utilizzati per le croci variano a seconda delle tradizioni locali. Nel contesto di Moio della Civitella, piccole croci lignee vengono ottenute dall’unione di due rametti di castagno. Nelle Marche, le croci sono spesso fatte di canna con rametti di ulivo benedetti la Domenica delle Palme o durante la festa di San Pietro il 29 Aprile. Analogamente, in Umbria e in altre zone d'Italia, i contadini fabbricavano delle croci con i rami potati delle culture che venivano adornate con rametti d’ulivo pasquale benedetto.
Al MAF (Museo della Civiltà Contadina) di San Bartolomeo in Bosco (Ferrara), per riproporre l'antica pratica delle "croci di maggio", è stato ripristinato il cerimoniale che si effettuava con l'impiego dei fusti legnosi della canapa, già liberati dalla fibra. Si utilizzava un fusto lungo per il braccio verticale e uno più corto per quello orizzontale. Con la roncola si praticava un'incisione nella parte alta del braccio verticale per potervi inserire il braccio orizzontale con un ramoscello di ulivo, benedetto dal parroco la Domenica delle Palme. Alcuni collocavano anche un frammento della candela che veniva distribuita in chiesa il 2 febbraio, Giorno della Purificazione di Maria, popolarmente noto come "Giorno della Candelora". I pochi contadini che ancora la praticano, essendo scomparsa la coltivazione della canapa, hanno ripiegato sulle canne palustri o su rami d'albero.
Croce in legno d'ulivo
Scopo e Collocazione
La tradizione delle croci richiama alla memoria antichissimi riti di fertilità, cristianizzati e collegati alla celebrazione del ritrovamento della Croce di Cristo. Lo scopo principale di queste croci è la protezione del raccolto, specialmente il grano, dalla grandine, dalle intemperie e da tutto ciò che poteva danneggiarlo. Vengono piantate in ogni appezzamento di terreno recitando una preghiera e vengono lasciate in genere nei campi fino alla mietitura del grano. La pratica prevedeva una croce per ogni campo di grano; dopo il raccolto, le croci non dovevano essere assolutamente distrutte: soltanto la forza della natura avrebbe potuto distruggerle.
Il significato di questo simbolo unito al ramoscello d’ulivo, non si limita alla protezione del raccolto. Le croci sono un segno folkloristico-religioso, di una religiosità semplice che si tramanda da secoli, per “garantire” la propria vita e gestire la paura del futuro a protezione delle proprie fatiche. La connessione tra la vita materiale e la spiritualità degli uomini, legati dal bisogno di sopravvivere, è un dominatore comune di queste storie.
Tradizioni Regionali e Specificità
Moio della Civitella: Tra Antichità e Sacralità
Nel contesto di Moio della Civitella, piccolo centro situato su una propaggine del versante nord-occidentale del Monte Gelbison, la radura antistante un modesto pianoro sulla collina della Civitella si anima ogni 25 marzo, in occasione della Annunciazione, con il rito della benedizione delle croci. A breve distanza dall’abitato si estende un pianoro sul quale sorge una chiesetta, collocata su un naturale terrazzo panoramico. Da questo punto lo sguardo può spaziare agevolmente in diverse direzioni: verso l’alto si impone la maestosità del cosiddetto “Sacro Monte”, mentre verso valle l’orizzonte segue dapprima il corso del Torrente Badolato e, oltre le colline, raggiunge le acque del litorale dove sorse l’antica Elea, successivamente nota come Velia.
In questo contesto territoriale rientrava anche la cittadella fortificata edificata sulla collina della Civitella. Dei suoi antichi splendori vi è oggi testimonianza nei resti delle mura perimetrali e la grandezza della colonia si evince dai grossi blocchi che, probabilmente, rappresentano ciò che sopravvive della ‘rocca’. Vi è poi il basamento di un’antichissima porta che lascia intuire, ancora una volta, la maestosità di questo luogo. Il complesso è ora inglobato all’interno di un contesto paesaggistico che conferisce ulteriore fascino sia di carattere storico, proprio per la presenza dei resti archeologici, che culturale e religioso, data la sopravvivenza del rito della ‘benedizione delle croci’ nel giorno dell’Annunciazione del Signore. Non va dimenticato che ci troviamo nelle vicinanze di un noto riferimento mariano del Cilento: il Santuario di Novi Velia che la leggenda delle “Sette Sorelle” o delle “Sette Madonne” accomuna proprio all’Annunziata sulla Civitella.

Le Marche: Antica Usanza Contadina
Sono tante le tradizioni alle quali i marchigiani sono particolarmente legati. Il 3 Maggio è la festa della Santa Croce ed è all’alba e a digiuno che il contadino pianta nel suo terreno le croci adornate con dei ramoscelli d’ulivo benedetti. Ancora oggi in tanti territori delle Marche questa tradizione viene rispettata e portata avanti. Domenica 2 maggio a Sant'Elpidio a Mare, la partecipazione nella Basilica Imperiale di Santa Croce al Chienti è stata numerosa, attenta e rispettosa delle regole, e ha fatto rivivere una antichissima tradizione della campagna marchigiana che si è tramandata negli anni: la benedizione delle croci di canna.
«Il Covid sta limitando le attività della nostra Associazione Santa Croce - ha spiegato Manfredo Longi - ma, rispettando le regole, abbiamo potuto riproporre questa usanza che risale a tanti anni indietro nel tempo, e alla quale gli agricoltori sono particolarmente legati». La bella risposta di gente è stata la conferma dell’attaccamento all’antica credenza popolare. È toccato a Don Iginio Marcelli, parroco di Casette d’Ete, benedire le palme prima che venissero distribuite tra i presenti. «È bello riprendere una tradizione come questa - ha detto il parroco - e anche io, che vengo dalla campagna, ricordo che mio padre rispettava questa usanza.»

L'Umbria: Memoria e Continuità
Anche nel territorio umbro la tradizione della benedizione delle croci e delle rogazioni è ben attestata. A Umbertide, la persistenza della tradizione della “croce nei campi” è visibile anche in presenza di cambiamenti storici come la coltivazione del tabacco e la moderna tecnologia per irrigare, che non hanno fatto scomparire questa usanza millenaria. Diverse croci sono visibili in vari appezzamenti che salgono verso il Castello di Civitella Ranieri, per propiziare il raccolto di diverse tipologie di coltivazioni.
Nella zona nord di Umbertide, detta delle "Petrelle", la si vede nelle graminacee. E anche nei primi metri dopo il limite con il Comune di Montone, presso il bivio di S. Lorenzo, si può notare una croce tra le piante da frutto. L'usanza è presente su tutto il territorio, visto che si trovano anche nei pressi dell'abitato di Spedalicchio di Umbertide, nella pianura ed all'inizio della strada che sale verso S. Anna. Storie che hanno il dominatore comune nella connessione tra la vita materiale e la spiritualità degli uomini che hanno abitato questo territorio, legati dal bisogno di sopravvivere.
A Grignella e Borgo Santa Maria, i fedeli, insieme al loro parroco don Lucio Pollini, si sono ritrovati al podere dei F.lli Luigino e Fernando Grisotto, in loc. Acquamarza, dove alle 6 è stata celebrata la S. Messa della Mietitura sull’aia e al termine si è svolto il rito della benedizione delle croci. Al termine del rito religioso, come in ogni momento di aggregazione dei fedeli della frazione, si è tenuta una buona colazione preparata con i prodotti tipici della zona.
San Bartolomeo in Bosco (Ferrara): Il Ritorno delle "Croci di Maggio"
Tra le riproposizioni delle antiche tradizioni rurali, al MAF di San Bartolomeo in Bosco è stata simbolicamente ripresa l'antica pratica delle "croci di maggio", che un tempo veniva attuata a protezione dei prodotti della terra e, in particolare, del raccolto del grano.
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