Il Borgo della Martella e le Sue Radici Culturali

Il borgo rurale della Martella, sorto negli anni Cinquanta a 7 km da Matera, rappresenta un esempio inedito di pianificazione urbanistica nell’Italia del dopoguerra. Progettato da un gruppo di intellettuali e architetti, questo intervento coordinato di più enti fu la prima iniziativa edilizia del periodo che affrontò il problema della casa insieme a quello del lavoro e dell’educazione sociale, rifiutando un metodo di lavoro basato sull’astrazione.

Gli urbanisti, come Giancarlo De Carlo, non inseguirono il sogno di una città ideale, ma si confrontarono con i limiti reali del problema. Prima di raccogliere dati, entrarono in contatto diretto con la città, i Sassi e i contadini per i quali avrebbero costruito. Il modello della Martella furono proprio i vicoli scoscesi dei Sassi, un apparente "disordine inumano" che si rivelò, agli occhi degli studiosi, un "ordine umanissimo". Questo ordine si rifletteva nella vita dei Sassi, organizzata secondo una struttura di legami primari, socialmente e topograficamente individuati, che la suddividevano in tante unità di vicinato, come un tessuto organico è diviso e costruito in cellule.

Pianta del borgo della Martella, con evidenziate le unità di vicinato e i percorsi pedonali

Federico Gorio descriveva questa schiva città che, a chi la volesse conoscere onestamente, svelava a poco a poco il suo volto umano; e quello che era sembrato un disordine inetto, un disfatto abbandono, si manifestava come un altro ordine, un ordine diverso dal nostro e tuttavia civile. Questi estratti da due articoli che Casabella (n. 200 febbraio-marzo 1954) dedicò al “Villaggio della Martella” descrivono l’idea e lo spirito corale che animarono la costruzione del borgo.

"La Benedizione dei Campi" e il Legame con la Terra

La mostra "La Benedizione dei Campi" (2016, 2018), con le fotografie di Pierangelo Laterza e le "Vòffele" (intreccio di spighe di grano) di Angelo Loglisci di Gravina in Puglia, esplora il legame profondo tra la ciclicità agricola e la fede.

Fotografia di un contadino che prepara le

Come il *Christus patiens* risorge in *Christus triumphans*, così i chicchi di grano, disseminati e morti nella terra gelida invernale, ritornano in vita nel rigoglio della terra calda e fertile primaverile. Alla passione e alla resurrezione di nostro Signore Gesù Cristo rispondono la "passione" e la resurrezione del grano: lo spirito divino e lo spirito vegetale si fanno nutrimento, dell’anima e del corpo, dell’umanità.

La festa del Crocifisso e della benedizione dei campi affonda le proprie radici nell’evidenza del rito magico-sacrale della beneaugurante ciclicità morte-vita. Il contadino gravinese alla fine della mietitura sottraeva all’ultimo covone un ciuffo di spighe, lo tagliava negli steli fino a una lunghezza di 20-30 cm, lo legava con spago o del nastro e, ritornato a casa, lo affiggeva quindi sulla porta d’ingresso della sua dimora o presso una sacra effigie o nella stalla. Questo mazzetto di spighe è chiamato nel dialetto gravinese Vòffele.

Tradizioni, Design e Emigrazione

Le Nuove Tradizioni

Secondo Riccardo Balbo, direttore IED Torino, affrontare il tema delle nuove tradizioni è una contraddizione. Le tradizioni non si discutono, né interessa chi le abbia istituite. Non c'è qualcuno che le inventa, ma sono la sedimentazione di processi molto lunghi che a un certo punto si coagulano attorno a un gruppo di persone. Chiunque si sia confrontato con una tradizione sa che solo apparentemente esse restano uguali nel tempo: subiscono variazioni impercettibili o scossoni, pur mantenendo forti il loro valore, il concetto e la struttura. Non esistono tradizioni congelate: la loro forza è rinnovarsi senza tradirsi. Il design maneggia tradizioni, ci gioca, le insegue, si nasconde, poi riappare, si ritrovano. Da loro forma, le traghetta ai più giovani e le ricorda agli adulti. Queste riflessioni sono state pubblicate in Overground / Contemporary visual culture and lifestyle, una rivista pubblicata da IED Torino, curata e prodotta da Undesign, powered by Hannibal store, con direzione creativa ed editoriale di Michele Bortolami & Tommaso Delmastro (Ottobre 2017).

Expo Milano 2015 e l'Emigrazione

La partecipazione della Repubblica di San Marino all'Expo Milano 2015 è stata celebrata con l'emissione filatelica "Feeding the Planet, Energy for Life", un foglio con tre francobolli dai toni evocativi e simbolici. Il foglio mostra tre personaggi che rappresentano il lavoro dell'artigiano, il sole e la terra, elementi essenziali nel miracolo della Vita. Nel primo ci sono l'uva e quindi il vino, nel secondo, un ramo d'ulivo per celebrare l'olio d'oliva, nel terzo, tre spighe di grano.

Francobollo di San Marino dedicato a

"VOID. FOTOGRAFIE VIAGGIANTI" è una serie di 8 cartoline (10,5x15 cm) che costituiscono un'ode al vuoto lasciato nelle vite di alcune persone i cui cari hanno dovuto lasciare il sud Italia all'inizio del XX secolo. Erano emigranti in cerca di fortuna nel nuovo continente, gli Stati Uniti. Fino agli anni '50 Saverio Marra documentò la vita sociale del suo paese dove visse e lavorò, San Giovanni in Fiore in Calabria. Mentre Mario Cresci (ligure) a partire dal 1963 documentò a Tricarico in Basilicata le condizioni di vita di coloro che non erano partiti. Void è un aneddoto sull'emigrazione, il tempo e la fotografia appreso da Mario Cresci e raccontato da me con due immagini di Saverio Marra (GRAM #4 - 327 g of VOID Introducing: Mauro Bubbico grampublishing.com/buy/).

La Conocchia: tra Lavoro e Magia

Le conocchie con figure antropomorfe e zoomorfe, in legno (tra il 1820 e il 1950, Museo Ridola Matera) erano oggetti che il pastore lavorava con particolare predilezione, perché di regola, venivano da lui offerti in dono alla sposa. Dal punto di vista simbolico, la conocchia è connessa al lavoro femminile, quale emblema di vita laboriosa e casta. Alla conocchia sonora può essere attribuita una funzione di "controllo" sul lavoro: il movimento dei sassolini, pallini, legumi secchi o altro, contenuti nel rigonfiamento, determina una sorta di scansione ritmica che accompagna il lavoro e impedisce di tralasciarlo. È stato ipotizzato anche un originario scopo di carattere magico: il suono doveva servire per tenere lontani gli spiriti maligni per "tener desta la donna che addormentandosi, potrebbe essere allettata dalle fate".

Brigantaggio e Cultura Popolare

L'Album Fotografico del Brigantaggio Meridionale

Un "Album fotografico del brigantaggio meridionale 1860-1865", a cura di Oreste Grossi, è stato esposto in una mostra ad Accettura (4-11 dicembre 1983, Palazzo del Municipio Vecchio). Il volume, supplemento di Popular Photography italiana, stampato originariamente in Xerox e ristampato in Risograph in 30 copie a Montescaglioso nell'agosto 2017, include l'articolo "LE FOTO DEI BRIGANTI E I BRIGANTI DELLE FOTO" di Ando Gilardi.

Rara fotografia di un gruppo di briganti meridionali del XIX secolo

Gilardi sottolinea la rarità di queste immagini, scampate a un "brigantaggio fotografico" iniziato in Italia intorno al 1850. L'autore ha il merito di aver riunito le superstiti di un feroce massacro di documenti storici. Molte di queste immagini, eloquenti e impressionanti, sono state vittime di furti, circolazione rischiosa per curiosità morbosa, manipolazione da parte di grafici improvvisati o distruzione accidentale. Molte sono sbiadite, graffiate, macchiate, ammuffite, o esistono solo in versioni retinate, avendo perso le stampe originali nell'inferno della tipografia. Gilardi critica la "Civiltà delle immagini" che valuta un francobollo raro milioni ma non riconosce il valore scientifico e morale della fotografia storica, spesso maltrattata negli archivi e nei musei.

La Notte dei Cucibocca e le Tradizioni Lucane

La "Notte dei Cucibocca, edizione 2016" è stata promossa da una locandina 35x50 in stampa digitale. Questa volta la figura del Cucibocca evoca il cavalier Carritelli (Salamone) cittadino di Montescaglioso, narrato da Rocco Scotellaro a pag. 67 ne "L'uva puttanella. Contadini del Sud" (Laterza 1964). Scotellaro lo aveva conosciuto da recluso nel carcere di Matera. Era l'uomo che avrebbe ucciso un suo bambino, dandogli da ingoiare due soldi. E poiché anche il primo bambino era morto improvvisamente fu sospettato dalla moglie e la legge doveva affermare la sua responsabilità. Nel sottotitolo della locandina è citato nuovamente Scotellaro: "il mondo è vicino da Chicago a qui / sulla montagna scagliosa che pare una prua". La prua richiama la figura del pirata-diavoletto-monachicchio minaccioso, mentre il bambino è rappresentato con un disegno Disney di Alice nel Paese delle Meraviglie, per richiamare nuovamente le favole.

Manifesto della

"EL CAPRO" falcetto-diavoletto congiunge il carnevale di San Costantino Albanese e il rito del falcetto di San Giorgio Lucano, sintetizzando i carnevali della Basilicata. Rappresenta il mascheramento dell'azione del mietere: i mietitori si comportano come se l'operazione fosse in realtà una battuta di caccia al capro. Il titolo del manifesto è una strofa della "Canzone della Rabata", anonima testimonianza letteraria di dolore e di ribellione, di rampogna e di minaccia. In testa al capro ci sono un toupet di rose, accessorio tipico del carnevale di Tricarico, e una corona. I simboli della corona e della civetta derivano entrambi da un mio precedente lavoro sull'identità di Gravina in Puglia. La corona è ripresa dai finimenti del cavallo presente nel museo contadino di Gravina, mentre la civetta è presente su un vaso greco del museo Ettore Pomarici Santomasi. Le culture agropastorali delle Murge sono così tutte idealmente strette in un afflato corale di buon auspicio.

La Canzone della Rabata

La "Canzone della Rabata" è un canto "aperto", una testimonianza letteraria di dolore e ribellione. Come tutte le composizioni popolari, nacque con il contributo di più persone che in comune avevano le esperienze di miseria e l'aspirazione a una vita migliore. È un canto di lotta che parla delle condizioni dei contadini della Rabata. La canzone nacque una sera in un gruppo di contadini, fra cui Rocco Tammone, Giuseppe Cetati, Giuseppe Paradiso, e Rocco Scotellaro, che collaborò in una misura non precisabile all'elaborazione della canzone (Ernesto De Martino, Furore Simbolo Valore, Il Saggiatore). Il testo recita:

  • La Rabatana è tutta rovinata,
  • andiamo facendo sempre frate o frate.
  • Promettono le strade e le latrine
  • poi fanno le piazzette e le assassine.
  • Deve finire questa cuccagna,
  • e se non ci volete stare, le mazzate devono camminare.
  • Ci chiamano zulù e beduini,
  • noi mangiamo assieme alle galline.
  • Nella Rabata non ci sono signori,
  • non c'è né Turati né Santoro.
  • Noi siamo la mamma della bellezza,
  • non siamo né trifoglio e neanche avena.
  • Voi che fate l'intelligente,
  • non capite proprio niente.
  • Se non fosse per i cafoni,
  • ve li mangereste i coglioni.

Carnevali lucani

"L'Ombra dell'Infanzia" di Silvia Rosa: Una Vita in Versi

"L’ombra dell’infanzia" di Silvia Rosa (PeQuod, 2025) è uno di quei libri "di una vita", frutto di un lungo percorso di scrittura. È un libro difficile da commentare perché la vita dell'autrice rischia di sovrapporsi all'opera, confondendosi con l'autobiografia e dimenticando il lavoro di affinamento degli strumenti espressivi. Il libro affronta il tema delle molestie a una bambina, molestie in famiglia, in particolare di un patrigno verso una figlia, e di come tali esperienze condizionino la crescita della bambina nel confronto disturbato con sé stessa. Racconta il cammino di riscatto che quella figlia intraprende per ritrovare un equilibrio.

Esistono molti libri in prosa, romanzi e saggistica, che parlano di queste tematiche, ma pochissimi in versi, scritti da una donna, e ancora meno che lo facciano con la stessa ampiezza di temi e asciuttezza di sguardo, con la stessa partecipazione distaccata con cui lo fa Silvia Rosa. I versi, già lunghi, rompono al loro culmine l’argine della misura; l’aggettivazione incessante, tipica dell’autrice, qui si fa a tratti "furiosa", seppur sempre controllata per evitarne l'implosione. Si entra con lei in uno stato di lucida febbrile alterazione, quasi una regressione in un reparto psichico della mente pieno di cassetti semiaperti e vestiti appesi in mostra negli armadi. Anche per questo è un libro "di una vita", perché si mette a nudo come pochi nelle proprie stanze private, e serve molta esperienza per maneggiare una simile materia con i giusti mezzi emotivi ed espressivi. Importante e necessaria, in questo senso, è la bibliografia. I capitoli più intensi e crudeli, i più intimamente violenti, sono i primi, dove la crudezza del racconto si mescola col linguaggio della favola: un espediente tanto efficace sul piano retorico quanto necessario e sensato, poiché la favola serve da sempre a raccontare l’indicibile e spalancarlo verso il mondo dell’infanzia. Vi è questa porta che viene aperta e dopo è impossibile tornare indietro.

Copertina del libro

Per chiunque abbia avuto problemi col proprio corpo sarà impossibile non identificarsi con l’adolescente che a metà volume lo rigetta, lo nega dopo l’esperienza subita, lo mette a confronto con l’ambiente cittadino, a una bruttezza interiore corrisponde specularmente una bruttezza esterna di case in cemento che è l’affacciarsi della psiche sul mondo. Da qui, però, riparte nella donna una consapevolezza universale del dolore che porta alla politicizzazione del problema, all’ingresso in una "sorellanza" che, se da un lato può essere il capitolo più didascalico, è anche altrettanto necessario all’equilibrio dell’opera nel momento in cui la tragedia personale, che si fa testimonianza, diventa motivazione collettiva a una presa di coscienza. Anche in ciò non bisogna dimenticare che quando si parla di poesia civile, si parla anche di libri come questo, tanto delicati sul piano intimo quanto a loro modo politici nella denuncia di un sistema attraverso i mezzi dell’arte. Non a caso è dedicato "alle sopravvissute".

Eppure, e questo è il tocco di genio dell’autrice che rimette in pari cuore e mente, dopo la denuncia vi è un ultimo inaspettato balzo all’indietro, verso uno spazio di luce per gli attimi di gioia o buffi rubati a un'infanzia disastrata, lì dove i momenti di rivelazione o meraviglia, comuni a qualsiasi giovinezza, diventano ancore di salvezza per la memoria. Fino a chiudere il cerchio nell’ultima poesia in cui la piccola poetessa di otto anni parla alla donna che sarà e la donna risponde alla bambina che è stata, per dirle che il futuro sarà a suo modo luminoso e questo libro ne è la prova, la promessa. Un vero messaggio di speranza a qualsiasi figlia con uguale destino. Un libro non solo da comprare per sé, ma anche da regalare a chi si vuol bene. Al centro della silloge si colloca la narrazione di una vicenda di abusi infantili: l’esito poetico sul tema della violenza prende spunto da un lavoro di ricerca che da tempo spinge l’autrice a indagare in ogni possibile direzione testimoniale, permettendole di attuare un serrato confronto con una pluralità di destini e di analizzare quel male all’interno di una cornice etico-sociale-culturale di più ampia riflessione. Orchi, matrigne malvagie, abbandoni, prigionie, avvelenamenti, incantesimi: c’è tutto il repertorio fiabesco, ma rielaborato in chiave lirico-saggistica, a capovolgere la falsa immagine, così cara anche alla pubblicità, della famiglia standard. Distrutte per sempre la gioia e la leggerezza, crolla, inevitabilmente, anche il lessico infantile nella nominazione del mondo: la poeta lo carica di lemmi grevi, inventa metafore dolenti e si avvale di una simbologia trasfigurata, come "batte sui denti cariati", "brina spessa", "scarpe chiodate", "buio e grandine di applausi", "tormenta", "se dio esiste, non è per loro", "un trilione di lucciolii da dare il vomito", "esercito di fantasmi", "boreale di un passaggio, altrove", "amare", "anneriti", "rionale".

Silvia Rosa è nata a Torino, dove vive e lavora come docente. Ha esordito in poesia nel 2010 con il libro *Di sole voci* (LietoColle), a cui sono seguite le raccolte poetiche *SoloMinuscolaScrittura* e *Genealogia imperfetta* (La Vita Felice 2012 e 2014), *Tempo di riserva* (Ladolfi 2018) e *Tutta la terra che ci resta* (Vydia 2022). Ha curato i volumi antologici: *Bestie. Femminile animale*, di cui è anche coautrice, e *Confine donna: poesie e storie di emigrazione* (VAN Editrice 2023 e 2022); *Maternità marina* (Terra d’ulivi 2020), con sue immagini fotografiche; *Italia Argentina ida y vuelta: incontri poetici* (La Recherche 2017), per il quale si è occupata anche delle traduzioni in italiano. Ha scritto il saggio di storia contemporanea *Italiane d’Argentina. Storia e memorie di un secolo d’emigrazione al femminile (1860-1960)* (Ananke 2013) e la raccolta di racconti *Del suo essere un corpo* (Montedit 2010).

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