Il Bacio di Gesù e il Suo Significato Profondo nella Preghiera e nella Liturgia

Il Bacio di Gesù: Un Segno di Amore e Vita Eterna

La Quaresima è un tempo per tornare all’essenziale e mettere da parte le cose accessorie. Spesso, viviamo fermandoci alla superficie delle cose, con una vita spirituale che può apparire superficiale. In questo contesto, il "bacio di Gesù" assume un significato profondo. Quel cammino nel deserto della Quaresima inizia con un bacio sotto forma di cenere sulla fronte, un segno che non abbellisce, ma ci segna con un simbolo di morte e, al contempo, di vita eterna.

Prima c’è stato il fuoco, ora restano le ceneri, che indicano il cielo, segno di vita eterna. Questo bacio di Gesù è il bacio dell’amore più grande, dell’amore che non dimentica. Mi bacia e mi dice che mi ama, che crede in me, per non dimenticare la mia condizione di figlio, di bambino povero, di vagabondo in cerca di verità. Mi bacia la mia piccolezza, la mia condizione, la mia vocazione e il mio cammino, e mi parla di vita eterna, invitandomi a non temere.

Ceneri sul fronte che simboleggiano il bacio di Gesù e l'inizio della Quaresima

I Pilastri della Quaresima: Preghiera, Elemosina e Digiuno

Durante la Quaresima, Gesù ci chiede di condurre un’intensa vita di preghiera, di curare la nostra elemosina e di pensare al digiuno.

La Chiamata alla Preghiera Intensa

La preghiera non ha bisogno di tante parole; a volte è sufficiente un momento di silenzio profondo. Come ha detto il Curato d’Ars: «Guardo Lui e Lui guarda me... la preghiera non ha bisogno di tante parole». Questo ci ricorda che Cristo è venuto per stare con noi in un corpo, e la nostra fede è fisica, non solo intellettuale. Per questo noi cattolici costruiamo belle chiese piene di statue e vetrate, e nuvole di incenso solleticano i nostri sensi quando ci inginocchiamo davanti ad altari di pietra mentre veniamo irrorati con l'acqua benedetta.

Il cardinale Robert Sarah, nel suo libro «La Forza del Silenzio», sottolinea l'importanza del tempo di silenzio con Nostro Signore, riferendosi al rumore costante della nostra cultura come a una forma di dittatura. Osserva: «Attraverso il silenzio, torniamo alla nostra origine celeste, dove non c'è altro che calma, pace, riposo, contemplazione silenziosa e adorazione del volto radioso di Dio».

Anche nelle serate più stanche, quando non riusciamo a recitare il Rosario, un semplice bacio al crocifisso e un momento di silenzio possono essere una preghiera. Quando due persone si conoscono bene, non hanno bisogno di parlare, possono semplicemente rimanere l'una accanto all'altra. E così, perché le cose dovrebbero essere diverse con il nostro Unico e Vero Coniuge?

I luoghi del silenzio e della preghiera

L'Elemosina come Atteggiamento di Vita

Gesù ci chiede di curare la nostra elemosina, non quella che diamo con un gesto generoso offrendo quello che ci avanza, ma un atteggiamento di vita. Vivere pensando al prossimo e non tanto a noi stessi, a quello di cui abbiamo bisogno. L’elemosina mi decentra, perché è Cristo che soffre nel povero, in colui che non ha, in chi è solo, in colui che ha bisogno di me. Si smette di dare solo quello che avanza per vivere pensando agli altri, prendendosi cura della loro vita.

Il Digiuno dalla Superficialità

Il digiuno, infine, dovrebbe essere intrapreso in modo discreto, senza che nessuno lo noti. Non si tratta di digiunare dal cibo per mettersi in mostra, ma di rinunciare a ciò che nella nostra vita è un eccesso: le reti sociali, la vita dissipata e superficiale, gli acquisti e le spese superflui. Digiunare da quello di cui non abbiamo bisogno per vivere ci permette di vedere da quali cose dobbiamo distaccarci.

«Il digiuno è l’anima della preghiera, la misericordia è quello che dà vita al digiuno. Nessuno cerchi di separare queste cose, perché sono inseparabili. Chi pratica solo una di queste, o non le pratica simultaneamente, è come se non facesse nulla. Chi prega, quindi, digiuni anche, chi digiuna pratichi anche la misericordia. Chi desidera essere ascoltato nelle sue preghiere ascolti anche chi le chiede, perché chi non chiude le orecchie alle richieste di chi supplica apre le orecchie di Dio alle proprie richieste.» Le tre cose vanno unite, sono complementari e non si può capire l'una senza l'altra. Il digiuno ci apre alla fame altrui, la preghiera ci rende attenti a chi ci chiede qualcosa.

Il Bacio nella Tradizione Cristiana: Origine e Simbolismo

Nella cristianità, il bacio assume diverse connotazioni. È un gesto di forte valenza simbolica e di intenso coinvolgimento interiore, portando in sé qualcosa di divino.

Diverse Connotazioni del Bacio

Il bacio può rappresentare il tradimento, come nel caso di Giuda, che lo utilizzò per identificare Gesù ai soldati, simboleggiando l'inganno e la perfidia mascherati da affetto. Può essere anche un gesto di affetto elargito prima della morte, o sancire un fidanzamento, segnando il primo contatto fisico tra i promessi sposi. Il Dio biblico ama, è un Dio che bacia. Il bacio indica fraternità, amore, relazione e tenerezza. Il respiro di Dio, il suo bacio, ha reso l’uomo sua somiglianza e sua immagine. Tuttavia, quel bacio d’amore donante l’Amore è stato tradito e incompreso.

Ma il bacio tradito, in Dio, trova il bacio redentore. La morte, la maledizione, la sconfitta fatta di sputi e insulti trovano nell’ultimo attimo dell’esistenza di Cristo il tempo per un bacio. Come nella creazione dell’uomo, Dio bacia ancora; sulla croce, Gesù bacia l’umanità. Gesù bacia ancora l’umanità nel Cenacolo, offrendo la pace e la forza del perdono senza tempo. Dona il suo respiro, dona la sua vita, prima di morire, bacia come Risorto, ispirando vita nuova. Nella tradizione ebraica, la morte è a volte paragonata al "bacio freddo", un segno che permette di passare dagli incontri della terra all’incontro con Dio. I medici fanno notare che gli uomini, nel momento supremo, tendono a trattenere il respiro; Cristo, invece, lo dona.

Rappresentazione del bacio di Giuda a Gesù

Il "Bacio Santo" e il Bacio della Pace

Nei primi decenni della Chiesa antica, i "santi", cioè i credenti, si salutavano con il «bacio santo», un bacio sulla bocca che significava la condivisione dello spirito: «Salutatevi a vicenda con il bacio santo. Tutti i santi vi salutano. La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi» (2 Cor 13,12-13). Questo bacio sulla bocca aveva la particolarità di evidenziarne la perfetta reciprocità: quando entra in gioco la bocca, il baciare e l’essere baciato formano un tutt’uno. Questo gesto divenne un atto solenne con il quale i partecipanti al culto condividevano lo spirito gli uni degli altri, designando la reciproca unione nello Spirito Santo, espressione di una comunità che prende forma e vive nella pace in virtù del soffio di Dio.

A partire dal III secolo, l'osculum pacis fu evocato sotto il semplice nome di pax. Oggi la «pace» prima della comunione fa parte integrante della messa nel rituale romano, slavo, greco e siriaco. Non ci sono più le condizioni culturali per ripristinare l’uso dell’antico bacio, sostituito dalla stretta di mano o dall’abbraccio. Vivere questo gesto, pur essendo un sostituto del bacio, come un segno autentico di comunione sarebbe un modo consono per esprimere una «spiritualità trinitaria».

Raffigurazione dei primi cristiani che si scambiano il bacio di pace

Il Bacio Liturgico: Un Gesto di Venerazione e Iniziazione

Il bacio nella liturgia è un gesto di forte implicazione relazionale, riservato ad occasioni particolari. Si bacia esclusivamente la presenza di Cristo nei suoi principali segni sacramentali: l’altare e l’evangeliario. Per questo, il bacio è associato sempre al gesto del venerare ed è accompagnato il più delle volte dal silenzio o da una preghiera sussurrata nel cuore. In seconda istanza, questo gesto si estende alla presenza di Dio nei fratelli nel bacio di pace. Tutti gli altri baci di devozione, rivolti ad immagini e oggetti sacri (come la croce, la stola, le statue, le reliquie eccetera) ne sono, in un certo senso, un’estensione.

È stata proprio la riforma liturgica del Concilio Vaticano II a volerlo particolarmente prezioso, da riservare in modo esclusivo ai due momenti culminanti della celebrazione eucaristica: il bacio del Vangelo, vertice della Liturgia della Parola, e il bacio dell’altare, centro e culmine di tutta la celebrazione eucaristica. Il rito prevede il bacio dell’altare nella dinamica del saluto (riti di ingresso) e del congedo (riti di conclusione), quasi ad annodare insieme, in un'unica azione, il saluto a Cristo con il suo stesso corpo, la Chiesa.

Il bacio, così profondamente legato alla bocca e alla simbolica del nutrimento, riveste nella liturgia un particolare significato iniziatico ed eucaristico. Esso, infatti, così come è preludio alla relazione sessuale, lo è del momento di maggior coinvolgimento del battezzato: la celebrazione eucaristica. La bocca rappresenta quella soglia tra l’esterno e l’interno, l’entrare e l’uscire, di cui la lingua si fa mediatrice. Nella liturgia, infatti, il bacio si fa custode delle soglie, invita ad entrare ed accompagna l’uscita.

Anche nel rito del Battesimo la bocca diviene protagonista di una iniziazione attraverso il rito dell’Effatà («apriti!»), un gesto iniziatico che ogni battezzato è chiamato a rivivere ogni giorno attraverso il tocco santo delle dita nel rito dell’invitatorio della Liturgia delle Ore («Signore, apri le mie labbra. E la mia bocca proclamerà la tua lode»). Questo è preludio di un appagamento e sazietà che solo l’Eucaristia sa saziare e al tempo stesso accendere di nuovo desiderio.

C’è da chiedersi: perché la liturgia è così sobria di baci? La risposta va cercata nella natura stessa della celebrazione liturgica chiamata ad alimentare, accendere e sostenere il tempo della presenza/assenza del Risorto. Alla dimensione propriamente teologica della liturgia appartiene il gioco del desiderio: sfiorare senza trattenere, assaggiare senza saziare, sbirciare sotto il velo dei simboli, intuire senza mai presumere di aver compreso. Di qui, la predilezione per l’accensione dei sensi con pudore e sobrietà («In Lui gustiamo sobri l’ebbrezza dello Spirito», canta un antico inno liturgico). La liturgia non si impossessa del mistero, essa lo avvicina e dona largamente affinché sia creduto, compreso, per far sentire che, persino nella sua paradossale familiarità con noi, esso rimane inaccessibile. Dunque, anche nella liturgia il bacio è assaggio.

Il discepolo è chiamato a vincere il desiderio di possedere la presenza del Maestro, come avvenuto per l’emorroissa, che stringe tra le mani il mantello di Gesù (Marco 5, 28-30), o per Maria Maddalena presso la tomba vuota (Giovanni 20,17). Bacio e abbraccio che, dopo la risurrezione, diviene monito e attesa: Noli me tangere, non mi trattenere, ovvero, Noli me osculare. Il discepolo-amante dopo la risurrezione non potrà più trovare il Maestro e stringerlo a sé, ma sarà invitato ad un continuo errare, ritornando instancabilmente lì dove tutto è iniziato, in Galilea (Matteo 28,7), il luogo del primo sguardo d’amore.

«Il vangelo è chiaro: bisogna ritornare là, per vedere Gesù risorto, e diventare testimoni della sua risurrezione. Non è un ritorno indietro, non è una nostalgia. È ritornare al primo amore, per ricevere il fuoco che Gesù ha acceso nel mondo, e portarlo a tutti, sino ai confini della terra. Tornare in Galilea senza paura. “Galilea delle genti” (Matteo 4,15; Isaia 8,23): orizzonte del Risorto, orizzonte della Chiesa; desiderio intenso di incontro… Mettiamoci in cammino!» (Omelia della veglia pasquale del 2017). Il linguaggio rituale è il luogo di questo gioco di alternanze: un continuo andare e ritornare in Galilea, spazio in cui celebrare la dinamica tra separazione e congiunzione con Dio, lontananza e vicinanza, alterità e intimità, nel fluttuare continuo tra la potenza agente di Dio e il desiderio dell’uomo. Ciò che lo muove è il desiderio, e ciò che lo strugge è la lontananza. Tutta la logica rituale si muove al passo di questa danza sacra, fatta di tocchi che accendono e lontananze laceranti.

Nella liturgia, dunque, il bacio è domato e riscattato dalla tentazione della bramosia ma, al tempo stesso, annuncia e celebra una realtà già abitata: una comunione di respiro, bocca, chiamata a gustare e a lodare ad una sola voce che «Il Signore è risorto!». Non è forse questo il gesto che renderà possibile la confessione del Nome? L’alito, il respiro dalla bocca di Gesù che dà vita e restituisce anima alla comunità dei discepoli spaventati dentro una stanza asfittica (Giovanni 20,22). L’alito di Gesù si fa così immagine di quello spazio-tempo in cui tra la bocca di Gesù e la bocca dei discepoli si dilata l’attesa e il desiderio del suo ritorno. Tempo di abbracci e di baci dati e ricevuti, così come canta la bocca della sposa del Cantico dei cantici: «Mi baci dei baci della tua bocca» (Ct 1,1).

Non va dimenticato, infine, che il bacio prelude all’atto amoroso, quindi all’essere di noi tutti, alla nostra nascita, vita e morte. E, se nelle favole il bacio è in grado di ridonare la vita, di spezzare incantesimi o di trasformare i rospi in principi, anche nella realtà il bacio è pegno sicuro di speranza e di ogni trasformazione! «Mi baci con i baci…ma è con il b bacio Che Egli il suo respiro di nuovo si prende: il respiro che alitando bocca a bocca ti rese “persona vivens”, lassù… Da quella vetta dunque inizia la grande Contesa E Morte con Amore convive. E tu hai solo una scelta: aspirare il suo alito con la stessa passione….»

I luoghi del silenzio e della preghiera

La Liturgia come "Bacio": Un'Esperienza di Sobria Ebbrezza

La celebrazione liturgica deve tornare ad essere un luogo piacevole in cui sperimentare la sobria ebbrezza dello Spirito. Serietà e giocosità, verità e bellezza, comprensione e immaginazione, meditazione ed eccitazione, tutte queste componenti dell’essere umano devono poter trovare nel rito il loro giusto spazio ed equilibrio. La liturgia si fa maestra e guida degli affetti: li alimenta e al tempo stesso li contiene, li illumina e purifica, li accende e li eleva, preserva quel delicato confine tra l’esternazione e il riserbo, educando così al giusto rispetto dell’intimità. La liturgia è come un bacio.

Questa comprensione è stata vissuta da un parroco inviato a gestire una parrocchia nei Pirenei Aragonesi. Qui, un piccolo chierichetto di nome Gabriel, durante la Messa, meravigliato di fronte all'altare baciato dal sacerdote, imitò il gesto appoggiando la guancia all'altare con un grande sorriso. Il sacerdote gli aveva spiegato come in quel bacio ci si unisce a Cristo. Alla fine della Messa, il bambino affermò: «È vero, mi ha riempito di baci!!» Questo episodio mostra come il bacio all'altare, pur essendo un gesto riservato al sacerdote, divenga per il bambino una percezione tangibile e gioiosa della presenza di Cristo.

Sacerdote che bacia l'altare durante la Messa

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