Esiste un solo Vangelo, eppure il lieto annuncio di Cristo ci è giunto attraverso le redazioni di quattro evangelisti. Questi autori, Marco, Matteo, Luca e Giovanni, sono considerati i pilastri spirituali sui quali si sorregge il mondo cristiano. Le loro figure sono universalmente associate a simboli specifici, che affondano le radici in profonde visioni profetiche e apocalittiche.

Le Origini Profetiche dei Simboli
La rappresentazione degli Evangelisti con animali e figure alate affonda le sue radici nelle visioni profetiche dell'Antico Testamento, in particolare quelle di Ezechiele e Isaia, e trova poi la sua piena espressione nell'Apocalisse di Giovanni.
La Visione di Ezechiele
L'uso di associare animali e personaggi alati a figure spirituali risale al profeta Ezechiele, che visse tra la fine del VII secolo a.C. e l'inizio del successivo. Deportato in Babilonia, Ezechiele ebbe l'occasione di osservare frequentemente raffigurazioni di esseri misteriosi nei palazzi e nei templi mesopotamici. Nella sua visione, egli descrive quattro esseri viventi: ognuno dei quattro aveva fattezze d'uomo; poi fattezze di leone a destra, fattezze di toro a sinistra e, ognuno dei quattro, fattezze d'aquila.
Ezechiele prosegue riferendo che fra le creature risplendeva con vivo bagliore un fuoco. Sotto ciascuna di esse il profeta scorgeva una specie di ruota che ne conteneva un'altra; le due ruote erano munite di occhi ed erano in grado di dirigersi verso i quattro punti cardinali. Questa è la descrizione di una sorta di carro divino capace di spostarsi in tutte le direzioni, il seggio che trasportava il Dio d'Israele, svelandone la sua universalità.
Nella sua visione, Ezechiele attribuisce a ciascuno degli esseri quattro ali, due raccolte in alto e due piegate verso il basso, completamente ricoperte di occhi; da sotto di queste spuntano delle mani, mentre le gambe sono di vitello. Per comprendere l'origine di questi esseri antropomorfi è fondamentale riferirsi al modo arcaico di concepire il mondo.
I Serafini di Isaia e i Kerubini
Il profeta Isaia, in un'altra visione, descrive i serafini intorno al trono divino: «Attorno a lui stavano dei serafini, ognuno aveva sei ali; con due si copriva la faccia, con due si copriva i piedi e con due volava. Proclamavano l'uno all'altro: “Santo, santo, santo è il Signore degli eserciti”». Sebbene Ezechiele riduca il numero delle ali, la coincidenza di ali, mani e piedi con i serafini e il modo molto simile in cui i due profeti illustrano la posizione delle ali, rende possibile l'identificazione tra le due rappresentazioni.
Il sostantivo sĕrāphīm, che ricorre in Isaia solo al plurale, sembra derivare dall'aggettivo sāraph (ardere, bruciare). Le entità descritte sono menzionate spesso nella Bibbia anche come kĕrūbhīm (cherubini), un nome di etimologia incerta, forse collegabile all'accadico Karabu, cioè "benedire".
Le Creature dell'Apocalisse di Giovanni
Nel Nuovo Testamento, la rivelazione divina si manifesta pienamente in Cristo. Il libro dell'Apocalisse, composto alla fine del I secolo d.C., riprende queste immagini profetiche. Giovanni descrive quattro esseri viventi pieni d'occhi davanti e di dietro intorno al trono di Dio: «Il primo vivente era simile a un leone, il secondo essere vivente aveva l'aspetto di un vitello, il terzo vivente aveva l'aspetto d'uomo, il quarto vivente era simile a un'aquila mentre vola» (Apocalisse 4,7).
Queste creature, che il testo greco riporta come zôdia (animalia in latino), sono collegate agli angeli che sorreggono il mondo, riflettendo la cosmologia ebraica del tempo. Il numero quattro è, inoltre, un numero cosmico, associato ai punti cardinali, ai venti e alle stagioni.
Giovanni aggiunge che «I quattro esseri viventi hanno ciascuno sei ali, intorno e dentro sono costellati di occhi; giorno e notte non cessano di ripetere: “Santo, santo, santo il Signore Dio, l’Onnipotente, Colui che era, che è e che viene”» (Ap 4, 8). Queste creature, a un certo punto, prendono il libro e si prostrano davanti all’Agnello (cfr. Ap 5,8).
Interpretazioni Teologiche e Assegnazione dei Simboli
Le visioni antiche hanno fornito la base per l'interpretazione e l'attribuzione dei simboli agli Evangelisti, un processo sviluppatosi nei primi secoli del Cristianesimo.
Sant'Ireneo di Lione (II secolo d.C.)
Il primo a leggere simbolicamente le quattro creature descritte da Ezechiele in relazione ai Vangeli fu Ireneo di Lione (130 - 202 d.C.). Per sant'Ireneo, il Vangelo è unico, ma tetramorfo, richiamando la visione del carro divino di Ezechiele. Egli vi riconosce l'immagine di quattro Esseri Animati che richiamano i serafini di Isaia e che rappresentano i vertici delle gerarchie angeliche.
Sant'Ireneo, per assegnare a ogni Evangelista un simbolo specifico, ricorre all'Apocalisse, dove le quattro figure che reggono il trono sono rappresentate indipendenti tra loro. La sua interpretazione mette in relazione il prologo di ogni Vangelo, ritenendo che proprio dall'inizio di ciascuno di essi sia possibile trarre il simbolo. Ireneo vedeva nel leone la regalità, nel toro il sacrificio, nell’uomo l’incarnazione e nell’aquila lo Spirito che sorregge la Chiesa.
San Girolamo (IV-V secolo d.C.)
Fu grazie all'opera di san Girolamo (ca. 347-420 d.C.) che, alla fine del IV secolo, venne attribuito in modo definitivo a ogni evangelista un animale simbolico. San Girolamo perfezionò l’interpretazione di Sant'Ireneo, associando i quattro esseri viventi alla vita di Cristo.
San Gregorio Magno (VI secolo d.C.)
L'interpretazione cristologica dei quattro esseri viventi, sebbene già presente implicitamente negli studi teologici precedenti, si affermò pienamente nel VI secolo con san Gregorio Magno (ca. 540-604 d.C.). Il pontefice, nei suoi scritti, rivede nei simboli degli Evangelisti, come già aveva fatto sant'Ireneo, l'emanazione della divinità di Cristo che attraverso questi quattro testimoni si rivela agli uomini. Egli ribadisce l'assegnazione dei simboli ai Vangeli tenendo conto delle introduzioni di ciascuno, seguendo la linea interpretativa stabilita da san Girolamo.

Gli Evangelisti e i Loro Simboli Specifici
I quattro Evangelisti - Marco, Matteo, Luca e Giovanni - sono gli autori dei quattro Vangeli, scritti in greco nella seconda metà del I secolo d.C. I primi tre (Marco, Matteo e Luca) sono detti Vangeli sinottici per la loro notevole somiglianza strutturale e terminologica, mentre il Vangelo di Giovanni completa gli altri tre, distinguendosi per il suo approccio teologico profondo.
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San Matteo: L'Uomo Alato (o Angelo)
Matteo, prima di diventare apostolo, era un esattore delle tasse a Cafarnao. Scrisse il suo Vangelo attorno all’85 d.C., forse in Antiochia di Siria, rivolgendosi agli Ebrei convertiti al Cristianesimo. Il simbolo di Matteo è un uomo alato, o un angelo, perché il suo Vangelo inizia con la genealogia di Gesù, raccontando la sua storia umana dalla nascita al battesimo e ponendo enfasi sull'Incarnazione di Cristo, che assomma in sé la natura umana e quella ultraterrena.
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San Marco: Il Leone Alato
Marco, probabilmente un ebreo di Gerusalemme, scrisse il suo Vangelo per primo, tra il 65 e il 70 d.C., probabilmente a Roma, per i pagani convertiti e i cristiani non residenti in Palestina. Il suo Vangelo ignora l'infanzia di Gesù e si apre con la figura di Giovanni il Battista che predica nel deserto. Il simbolo di Marco è il leone alato, alludendo alla voce potente e solitaria di Giovanni nel deserto, paragonata al ruggito del leone. Nel Medioevo, il leone era simbolo di giustizia e si riteneva che la sua testa maestosa e la criniera simboleggiassero la natura divina, mentre il corpo e le zampe quella umana.
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San Luca: Il Bue (o Vitello) Alato
Luca era un medico siriano, discepolo e compagno di Paolo di Tarso. Scrisse il suo Vangelo nel 70 d.C., dopo la distruzione del tempio di Gerusalemme, dedicandolo a Teofilo e a tutti i cristiani provenienti dal paganesimo. È conosciuto come il "Vangelo della misericordia" per l'attenzione all'amore di Gesù verso i poveri e gli ultimi. Il suo simbolo è il bue alato (o vitello), poiché l'incipit del Vangelo di Luca ci presenta Zaccaria, che sta porgendo un sacrificio a Dio, richiamando l'idea del sacrificio e del servizio.
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San Giovanni: L'Aquila Alata
Giovanni, pescatore e l'apostolo più giovane e prediletto da Gesù, redasse il suo Vangelo verso la fine del I secolo a Efeso, in Asia Minore, per i cristiani perseguitati. Il Vangelo di Giovanni completa i sinottici, testimoniando con forza l’identità tra il Gesù storico e il Cristo, il Figlio di Dio. Il simbolo di Giovanni è l'aquila alata perché, secondo Girolamo, il suo Vangelo "vola spiritualmente più in alto di tutti gli altri" e "trascende le regioni degli angeli e va direttamente a Dio", simboleggiando forza, libertà e la capacità di contemplare le più alte verità divine.
Perché i Simboli degli Evangelisti Hanno le Ali?
Le ali che adornano i simboli degli Evangelisti non sono un elemento casuale, ma richiamano direttamente la loro origine nelle visioni profetiche ed apocalittiche. Gli esseri descritti da Ezechiele, i serafini di Isaia e le creature dell'Apocalisse sono tutti raffigurati con ali, simbolo di divinità, velocità, capacità di attraversare dimensioni celesti e di agire come messaggeri divini. Le ali sottolineano la natura ispirata e trascendente dei Vangeli, che trasmettono un messaggio celeste all'umanità.
I Vangeli e i simboli degli evangelisti
L'Iconografia del Tetramorfo e la Sua Diffusione
La raffigurazione di questa simbologia non appare prima del IV secolo; infatti, nei dipinti murali delle catacombe, sui rilievi dei sarcofagi e sui vetri con fondo dorato non si ritrova mai questo motivo iconografico. Successivamente, l'immagine del tetramorfo (i quattro simboli riuniti) ha assunto un ruolo fondamentale nell'arte cristiana.
Splendide e famose raffigurazioni si trovano in luoghi sacri come la Basilica di San Marco a Venezia, la cattedrale di Monreale, sul portale di Moissac e sul portale regio di Chartres. Molte miniature antiche, come quelle dell'Apocalisse carolingia di Treviri (IX secolo), presentano questa iconografia.
L'immagine del tetramorfo è centrale anche nelle raffigurazioni di Gesù Cristo Pantocratore in molte chiese romaniche e gotiche. Spesso, questa iconografia accompagna la figura di Gesù Cristo seduto in trono, entro una mandorla (una forma ovale o a mandorla che racchiude figure sacre), che regge un libro ed è circondato dagli evangelisti a mezzo busto o dagli animali simbolici che li rappresentano.
Una tipologia diffusa dall'inizio del XIII secolo, in particolare in Umbria ma anche altrove come nella cattedrale di Brema, vede i Simboli degli evangelisti disposti ai quattro angoli dell'ideale quadrato in cui si iscrive il rosone sulla facciata della chiesa. A Vicenza, ad esempio, una magnifica riproduzione dei quattro evangelisti è presente nel portale della chiesa di S. Lorenzo, scolpiti ai quattro angoli dell’ingresso principale, ognuno con il proprio simbolo.
Esistono anche esempi di questa simbologia in contesti non strettamente ecclesiastici, come nel Palazzo Agnusdio a Venezia, detto anche dei Quattro Evangelisti, risalente alla fine del XIV secolo. La sua pentafora, l'unico piano nobile del palazzo, è ornata con l'Angelo annunciante e l'Annunziata, e tra le due figure che rappresentano l'Annunciazione si osservano i bassorilievi sui capitelli degli Evangelisti, tutti alati e recanti il loro Vangelo.