L'Alba dell'Umanesimo Artistico e il Ruolo dei Maestri
Quello che inizia attorno al 1408 a Firenze è l'inizio dell'Umanesimo artistico: un avvenimento che cambierà il mondo nel senso della percezione nuova della realtà che avranno tutti coloro che guardano le cose attraverso la Bellezza. L'Umanesimo artistico introduce nella percezione visiva del bello una nuova sintesi di elementi costitutivi di questa visione. Questa innovazione, però, non avviene tutta in un momento, come del resto tutte le cose umane: avviene in un processo decennale e con il contributo determinante di varie genialità, tutte in profonda relazione tra loro. Donatello è colui che dà il primo avvio a questo rinnovamento partendo dalla scultura, Masaccio vi darà inizio nel 1422 nella pittura; tra i due si colloca il genio di Brunelleschi.
Nella Mostra dei tre Crocifissi donatelliani a Padova ("Donatello svelato. Capolavori a confronto", 2015), noi possiamo ripercorrere una parte importantissima di questo inizio e comprendere, quindi, quali sono stati i grandi eventi dello spirito e le grandi conquiste nella genialità umana che hanno caratterizzato l'inizio del Rinascimento e che sono ora un patrimonio universale ma che non sono da tutti bene riconosciute. Procedendo nello studio di questi Crocifissi, ci sorprenderemo a scoprire qualcosa di assolutamente straordinario: il Rinascimento nasce già grande, pur muovendo piccoli passi; nasce già contenendo in sé tutto ciò che di grande andrà a sviluppare nei due secoli successivi.

Il Celebre Aneddoto di Vasari: Donatello e Brunelleschi a Confronto
Esistono storie spesso curiose che accompagnano le opere d'arte realizzate dagli artisti nel corso dei secoli. Una delle più note leggende che avvolge due crocifissi in legno, realizzati a Firenze da due grandi maestri del Rinascimento, riguarda il Crocifisso di Donatello, conservato nella basilica di Santa Croce, e il Crocifisso di Filippo Brunelleschi, custodito nella basilica di Santa Maria Novella. L'aneddoto è riportato dallo storiografo Giorgio Vasari nella sua opera "Vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori".
All'inizio del Quattrocento, Donatello, all'epoca non ancora ventenne, scolpì un crocifisso in legno e lo mostrò con fierezza all'amico Filippo Brunelleschi, chiedendogli un parere, «parendogli aver fatto una cosa rarissima». La reazione di Brunelleschi non fu però quella che Donatello si aspettava. Filippo, ruvido e schietto come suo solito, quasi sbeffeggiandolo, gli disse infatti che gli sembrava avesse messo in croce un contadino al posto di Gesù Cristo, «il quale fu delicatissimo, et in tutte le parti il più perfetto uomo che nascesse giammai». Donatello, che si sentiva "mordere più a dentro che non pensava" dove sperava di essere lodato, risentito per il giudizio ricevuto, rispose prontamente: «Se così facile fusse fare come giudicare, il mio Cristo ti parrebbe Cristo, e non un contadino: però piglia del legno e pruova a farne uno ancor tu».
Brunelleschi accolse la sfida e, senza che nessuno lo sapesse, nei mesi successivi lavorò con impegno al suo crocifisso. Un giorno Brunelleschi invitò Donatello a mangiare con lui. Al Mercato Vecchio, nella zona dell'attuale piazza della Repubblica, comprò uova, formaggio e altre cose per il pranzo e le diede all'amico, chiedendogli di avviarsi verso casa sua, dove l'avrebbe presto raggiunto. Entrato dunque Donato in casa, giunto che fu in terreno, vide il Crocifisso di Filippo a un buon lume, e fermatosi a considerarlo, lo trovò così perfettamente finito, che vinto e tutto pieno di stupore, come fuor di sé, aperse le mani che tenevano il grembiule. Onde cascatogli l'uova, il formaggio e l'altre robe tutte, si versò e fracassò ogni cosa.
Brunelleschi tornò a casa e, trovando l'amico a bocca aperta, si compiacque di aver colpito nel segno; guardando il pranzo sul pavimento, finse però di preoccuparsi per il suo stomaco vuoto e gli chiese ridendo: «Che desinaremo noi avendo tu versato ogni cosa?». A Donatello, però, la visione di quel capolavoro aveva fatto passare l'appetito. «Io per me», gli rispose, «ho per istamani avuta la parte mia, se tu vuoi la tua, pigliatela. Ma non più, a te è conceduto fare i Cristi, et a me i contadini.» Possiamo immaginare Donatello tornarsene a casa a testa bassa e Brunelleschi raccogliere le uova rotte da terra, con il sorriso soddisfatto di chi sa di aver vinto una sfida.
Donatello
Il Crocifisso di Donatello in Santa Croce: L'Umanità del Dolore
Contesto Storico e Devozionale
Il primo capolavoro in ordine cronologico è il Crocifisso di Santa Croce a Firenze, realizzato tra il 1406 e il 1408 circa. La chiesa francescana di Santa Croce si basa sull'idea centrale che la Croce di Cristo è al centro del Destino dell'uomo, una concezione fortemente sostenuta dal francescanesimo. La Croce rappresenta il sacrificio, il dramma che si svolge nella Settimana Santa, e il suo significato è che, perché la vita abbia senso, l'uomo deve accettare la logica del dono gratuito di sé all'altro, la negazione, l'ostilità, il dolore e la Resurrezione. Tutto ciò deve essere accettato per amore e in offerta totalmente libera, un dono che l'uomo può solo ricevere da Dio stesso, che per renderlo credibile lo fa assumere dal suo Figlio fattosi uomo.
Il vertice di questa idea è il Crocifisso di Cimabue che troneggia sull'altare maggiore dal 1295. Il Crocifisso di Cimabue è una rappresentazione realistica della morte ispirata all'arte bizantina, dove il colore verdastro e la postura abbandonata alludono a questo. Con San Francesco, la visione cambia: la Croce diviene identificazione totale con il sacrificio di Cristo, con la povertà come virtù primaria e scelta radicale di non possesso della realtà, espressa anche dalla nudità del Cristo.
Il Rinascimento non si oppone alla tradizione, ma si configura come cambiamento nella continuità. All'inizio del XV secolo, nuove esigenze di devozione e preghiera liturgica cercavano nuove forme espressive. Il fiorire di una nuova e profonda devozione per la Croce derivò dalla Devotio moderna e dall'Imitazione di Cristo, che si diffusero tra la fine del Trecento e l'inizio del Quattrocento. Numerosi crocifissi lignei scolpiti venivano intensamente venerati, e l'arte sacra, come analizzato da Timothy Verdon, tendeva a una drammatizzazione sempre più intensa della scena biblica, in rapporto stretto con la liturgia. L'opera di Donatello si colloca in questa via di drammatizzazione liturgica, innovativa ma in forte continuità con una tradizione ricca e viva.

Caratteristiche Stilistiche e Interpretazione
Il Crocifisso in legno dipinto di Donatello, sebbene la datazione sia ancora dibattuta (tra il 1406 e il 1408), è considerato un'opera giovanile, pur mostrando una componente realistica e un'indagine della sofferenza che farebbero pensare a una fase più matura. Rispetto al linguaggio aulico, dolce e raffinato del Gotico internazionale, lo stile di questa scultura rappresenta uno scarto deciso.
Il Crocifisso di Donatello è un'impressionante analisi del dolore umano, reso con un realismo sconcertante e crudo, rafforzato anche dalla pittura. L'artista sembra orientato a un coinvolgimento dello spettatore che risulta quasi brutale rispetto alla dolcezza della tradizione tardogotica italiana. Il tema del sacrificio supremo di Cristo è interpretato secondo una religiosità profonda, con grande immediatezza espressiva e in un linguaggio molto diretto, completamente privo di filtri e abbellimenti. Donatello rappresenta l'attimo di passaggio tra la vita e la morte di un Cristo che sembra aver abbandonato la sua essenza divina per vivere un'esperienza concretamente umana.
Non mancano i particolari macabri come la tensione muscolare che fa rialzare le spalle e incassare pesantemente la testa tra di esse o il dettaglio del diaframma rialzato nell'ultimo spasmo. Impressionante è la testa, reclinata su un lato con un senso di spossatezza, con i lineamenti deformati dallo strazio, la bocca semiaperta e le palpebre che si stanno abbassando su uno sguardo già vitreo. L'espressione del volto è un misto tra il dolore e l'incredulità di trovarsi di fronte a un destino così terribile.
Il Cristo donatelliano presenta caratteri gotici evidenti, come l'andamento sinuoso del perizoma e l'eccessivo allungamento delle membra; è costruito secondo un asse centrale, come se la figura fosse eretta, e richiede un punto di vista frontale. Allo stesso tempo, tuttavia, il suo naturalismo è senza precedenti, soprattutto nel volto, rappresentato nel momento dell'agonia con gli occhi socchiusi e la bocca semiaperta. I tratti rozzi del viso e la corporatura robusta, tipica di chi è abituato a una vita di fatica, sono evidenti, così come il colore un po' scuro della pelle, che sembra bruciata dal sole, come poteva essere quella dei contadini di allora, richiamando la critica di Brunelleschi.
Grazie a recenti restauri, è stato possibile conoscere lo stato di conservazione dell'opera e recuperare il suo aspetto policromo. È stata rimossa una ridipintura a finto bronzo, scoprendo una raffinata policromia a olio, stesa a velature. Le parti più sporgenti del corpo si presentano arrossate, memoria dei flagelli patiti, e sono realizzate sopra un'imprimitura rossa. Rosso è anche il sangue che sgorga dalle ferite, reso più realistico dal rilievo dato alle colature per mezzo di spessori di gesso. È stato anche confermato che il Cristo, per un lungo periodo, ha avuto un perizoma lungo di stoffa.
Collocazione Originale e Funzione Liturgica
Il Crocifisso si trovava nella sua collocazione d'origine, ben diversa da quella odierna. Non era un crocifisso-icona, come quello di Cimabue, ma una scultura tridimensionale collocata in uno sfondo che rappresentava la scena della crocifissione. L'altare della Crocifissione (1408-10 circa) si trovava nella navata sinistra di Santa Croce, circondato da affreschi con i due dolenti canonici, con Davide e con Isaia, e con le piccole figure inginocchiate dei committenti in preghiera, opera di Bicci di Lorenzo. Il Cristo incombeva su un altare della parete nord della basilica minorita, al centro della quarta campata della navata sinistra, nella chiesa dei laici, separata rispetto a quella del clero dall'antico tramezzo.
Qui avviene un cambiamento radicale: la tridimensionalità della statua viene collocata in una rappresentazione storica, in una rievocazione scenica. La drammaticità del Crocifisso viene inserita nella rappresentazione e nell'azione della crocifissione stessa. La fede del cristiano aveva bisogno di essere aiutata, all'inizio del Quattrocento, da una rappresentazione realistica del dramma, e non era più sufficiente limitarla a elementi simbolici, come nell'icona bizantineggiante cimabuesca, bensì voleva vivere anche interamente e intensamente un dramma. Le due funzioni sono quindi riunite: la funzione invitatrice all'adorazione dell'icona è qui rappresentata dalla statua di Cristo; la funzione dell'immedesimazione nel dramma è rappresentata dall'affresco della Crocifissione di Bicci di Lorenzo. La scultura e la pittura si intrecciano così come il gotico (Bicci) e il primissimo Rinascimento (Donatello) in questa fusione di forme con lo scopo di unire alla venerazione dell'immagine l'immedesimazione viva ed esperienziale nel dramma.
La presenza di Davide e di Isaia, oltre che dei dolenti e dei committenti, ha un significato molto pregnante: sottolineano insieme la regalità di Cristo (discendente da Davide) e la sua identificazione con il Servo sofferente, l'Ecce Homo, "senza bellezza né splendore" di cui parla Isaia. L'essenza di questo dramma in cui il fedele è chiamato a immedesimarsi è che il vero potere sulle cose (regalità) è dato dal sacrificio e dall'offerta totale di sé per amore.
Inoltre, il Crocifisso di Donatello non ha solo un rapporto intenso con la Crocifissione intesa come azione e dramma, ma anche con la rappresentazione scenico-liturgica della Deposizione nel Venerdì Santo. Il prof. Luciano Bellosi ha molto enfatizzato questa attitudine alla rappresentazione scenico-liturgica, sottolineandone la forza drammatizzante: il Crocifisso ligneo di Donatello in Santa Croce può divenire, con la rotazione delle braccia, un Cristo in pietà da esporre il venerdì santo. L'opera d'arte si piega così totalmente alle esigenze della fede e della liturgia, inserendosi in uno spazio totale e in un'azione drammatico-teatrale per rappresentare un avvenimento nel suo svolgersi e nella sua totalità affinché il fedele sia facilitato a immedesimarvisi e a commuoversi in vista del suo cambiamento. Le proposte della Devotio moderna e dell'Imitazione di Cristo riguardo alla fondamentale funzione della Croce nella vita cristiana sono così pienamente soddisfatte: l'arte si mette a disposizione della fede per rendere possibile con maggiore efficacia il percorso di cambiamento del cristiano. Non c'è autoreferenzialità da parte dell'artista, ma totale disponibilità alle esigenze liturgiche richieste dal tempo, dal luogo, dalla committenza e dall'uso devozionale dell'opera.

Il Crocifisso di Brunelleschi in Santa Maria Novella: L'Idealizzazione Divina
Stile e Perfezione Anatomica
Il Crocifisso di Brunelleschi, datato intorno al 1410 circa, si trova nella Basilica di Santa Maria Novella. Quello che Donatello vide nell'abitazione dell'amico era un corpo anatomicamente perfetto, composto e aggraziato, che metteva in luce l'aspetto divino di Cristo, idealizzandone la figura. Brunelleschi, che era un architetto, diede vita a un corpo studiato in ogni sua parte, seguendo proporzioni armoniose e una resa idealizzata.
Il Crocifisso brunelleschiano presenta un modellato dolcissimo e il suo volto, reclinato senza stanchezza, mostra un'espressione priva di pathos, in netto contrasto con l'intensità drammatica dell'opera di Donatello. Il corpo ruota verso la propria destra, consentendo numerosi angoli visuali e invitando lo spettatore a girargli attorno, dimostrando la concezione scultorea "a tutto tondo". L'altezza, che coincide con la larghezza delle braccia, ne fa il primo esempio di homo ad quadratum rinascimentale, costruito secondo i dettami vitruviani, un simbolo di perfezione e armonia classica.

Il "Cristo Contadino" e Altre Attribuzioni Donatelliane
Nonostante l'aneddoto di Vasari, la paternità di questi crocifissi non è mai stata messa in discussione. Tuttavia, parte della critica ritiene infondato l'aneddoto della disputa, in quanto le due sculture non sembrano essere state realizzate nello stesso periodo. Altri studiosi, invece, ritengono che Vasari abbia riportato un aneddoto vero, ma abbia confuso le opere da confrontare.
Il "Cristo contadino" di Donatello, contemporaneo a quello di Brunelleschi e solo di recente attribuitogli, sarebbe un altro crocifisso, conservato nel Convento del Bosco ai Frati, vicino a Firenze. Quest'opera presenta un corpo smagrito e affilato di Gesù, il viso macilento con gli occhi semichiusi che affondano nelle orbite incavate, e le ciocche di capelli a ciuffi scomposti, che ne fanno una delle più alte interpretazioni sul tema della morte offerte dalla scultura del Quattrocento. Sebbene non esistano documenti o resoconti dell'epoca che confermino con certezza l'attribuzione a Donatello, è plausibile pensare che durante il Rinascimento, grazie alla generosità dei Medici, sull'altare maggiore della chiesa non potesse esserci una scultura di un artista sconosciuto o di scarso valore. La maggior parte degli studiosi attribuisce questo crocifisso a Donatello, mentre solo pochi lo attribuiscono a Desiderio da Settignano o a Michelozzo. È una questione ancora aperta nel mondo dell'arte.

Il Contributo di Masaccio all'Alba del Rinascimento
Sebbene l'attenzione si concentri principalmente sui crocifissi lignei di Donatello e Brunelleschi per la loro influenza sulla scultura e l'architettura rinascimentale, è importante ricordare che Masaccio fu una figura chiave nell'inizio del Rinascimento per quanto riguarda la pittura, avviando un nuovo stile nel 1422. La sua casa natale a San Giovanni Valdarno ha ospitato importanti mostre sul Rinascimento, testimoniando il suo ruolo fondamentale nella trasformazione artistica dell'epoca.