Lo scrittore latino Seneca tentò di spiegare il profondo senso religioso degli Etruschi affermando: "Questa è la differenza tra noi e gli Etruschi...". Presso gli Etruschi, i sacerdoti-mago erano gli aruspici, figure socialmente considerate e avviate alle arti divinatorie sin da giovanissimi. Provenivano il più delle volte dalle grandi famiglie aristocratiche.
Origini Etrusche dell'Aruspicina
Gli Aruspici: Sacerdoti e Interpreti
Nelle fonti latine, questi sacerdoti sono detti haruspices, ovvero "gli interpreti della ‘mente e volontà’ degli Dei secondo la tecnica divinatoria etrusca". Tra il IV e V secolo, la religione "rivelata" dal fanciullo divino Tagete, secondo la tradizione orale trasmessa scrupolosamente di generazione in generazione e raccolta anche da Cicerone, pone le basi di questa disciplina. Pochi popoli hanno vissuto ancorati ai buoni e cattivi presagi nell’andamento della vita quotidiana come gli antichi romani. In ogni momento del giorno o della notte poteva presentarsi un segno di cattivo auspicio. Per esempio, se un romano inciampava sulla soglia di casa, pensava che quel giorno fosse meglio non uscire.
Agli inizi del II secolo a.C., il senato importò a Roma una nuova categoria di indovini: gli aruspici etruschi. Si tratta di un caso eccezionale, poiché poche società antiche concedevano a un sacerdote di nazionalità straniera di partecipare alle questioni religiose e politiche nazionali, soprattutto considerando che Roma e l’Etruria erano state potenze nemiche irreconciliabili per oltre due secoli. Il sacerdozio degli aruspici era prestigioso e inizialmente legato alle famiglie aristocratiche etrusche, sostituite con il passare del tempo da aruspici di origine romana o latina che agivano come consiglieri di governatori provinciali e imperatori, funzionari delle città o indovini dell’esercito romano.
Il "Fegato di Piacenza"
Uno degli strumenti di lavoro dell’aruspice è giunto fino a noi: il cosiddetto "Fegato di Piacenza". Si tratta di un modellino di bronzo di un fegato ovino, ritrovato nel 1877, diviso in settori, ognuno dei quali riporta il nome della divinità che lo governava. Presenta i nomi delle divinità iscritti nei “registri” o “caselle” (sedes deorum) nelle diverse sezioni dell’organo.

L'Aruspicina a Roma
Dipendenza e Riconoscimento Ufficiale
I Romani finirono per dipendere dagli aruspici più o meno come gli Etruschi. Accadeva lo stesso negli affari pubblici: prima di riunire un’assemblea, eleggere un magistrato o andare in battaglia si considerava imprescindibile consultare la volontà degli dei per assicurarsi risultati favorevoli. Fu un aruspice di nome Spurinna a mettere in guardia Cesare con la famosa frase: "Attento alle Idi di marzo". Sempre un aruspice, dopo aver sventrato un animale privo di cuore, intimò a Cesare di starsene a casa il giorno in cui Bruto lo avrebbe colpito.

L'Ordo LX Haruspicum e la "Disciplina Etrusca"
Gli haruspices impiegati dallo stato romano vennero riuniti nell’ordo LX haruspicum. Benché sia difficile, dalle fonti pervenuteci, stabilire le date della formazione dell’ordine degli aruspici, dovevano essere molto antiche. Il Catalano conferma quanto in precedenza affermato dal Thulin, il quale "vede il ‘punto di partenza’ dell’istituzione dell’ordo già dopo il primo intervento del senato a sistemare le cose dell’aruspicina etrusca, durante la Repubblica". Il vocabolario della lingua arcaica aveva una precisa scelta semantica nella classificazione ed interpretazione dei fenomeni ritenuti sovrannaturali e misteriosi. Uno degli aspetti forse poco considerato del mos maiorum è quello concernente i rapporti dell’aruspicina con la tradizione giuridico-sacrale romana.
Infatti, Cicerone, che era anche un augure, ricordava (De div., I, 92): "L’Etruria conosce profondamente i presagi tratti dai luoghi colpiti dal fulmine, e sa interpretare il significato di ciascuna apparizione portentosa [ostendatur monstri atque portentis]. Giustamente, perciò, al tempo dei nostri antenati, quando il nostro Stato era in pieno fiore, il senato decretò che dieci figli di famiglie eminenti, scelti ciascuno da una delle genti etrusche, fossero fatti istruire nell’aruspicina, per evitare che un’arte di tale importanza, a causa della povertà di quelli che la praticavano, scadesse da autorevole disciplina religiosa a oggetto di traffico e di guadagno". Una vetusta legge imponeva "che si sottopongano, quando il senato lo decida, i prodigia e i portenta agli aruspici etruschi e che l’Etruria insegni ai principes la disciplina" (de leg.II, 9, 21; Cfr. Valerio Massimo, I, 1).
Il console Postumio, nel 186 a.C., aveva equiparato per la prima volta i responsa degli aruspici ai decreti dei pontefici e ai senatoconsulti. L’Ordo LX haruspicum "aveva per membri dei principum filii, che, come mostrano gli elogia Tarquiniensia, erano particolarmente orgogliosi di far parte dell’ordo, e che in età giulio-claudia erano per lo più di rango equestre e appartenevano solo all’Italia". Il suo haruspex primarius o maximus divenne in età imperiale l’aruspice ufficiale dell’imperatore.
Il Ruolo degli Aruspici nella Storia Romana
L’Imperatore Claudio, storiografo ed etruscologo prima di giungere ai vertici dello stato romano, perorò in senato la riorganizzazione del collegio degli aruspici perché non andasse perduta per trascuratezza questa "vetustissima Italiae disciplina" (Tacito, Ann. XI 15) e conseguentemente, con la sua riforma conferì ulteriore prestigio all’Etrusca disciplina (ibid.), la quale aveva mantenuto un ruolo di primo piano nella Roma repubblicana. Nel discorso al senato, Claudio riconosce che l’aruspicina è garante delle fortune dell’impero, poiché apparteneva alle antiche tradizioni romano-italiche, opposte alle externae superstitiones.
La città di Roma fu fondata Etrusco ritu. Come ha evidenziato il Catalano "l’uso della nozione di ritus sottolinea la necessità che il fondatore si conformi ad un preesistente ordinamento divino. Orbene, l’attività degli aruspici riguarda in generale i riti: i libri Etruscorum, concernenti l’haruspicina in senso lato, si suddividono in haruspicini, fulgurales e rituales (Cicerone, De div.)". Le testimonianze ciceroniane, d’indiscutibile competenza, proseguono: nel de haruspicum responso considera "la tecnica aruspicina qualcosa di valore assoluto, eredità degli antenati. Così com’è convinto della eccelsa loro saggezza (prudentia maiorum) in ambito religioso (har. Resp. 18)".
Del Ponte nei suoi studi ha evidenziato una formula derivata dai libri pontificali nei quali precisa trattarsi "di un verbum ... sollemne sacrificantibus, derivato vuoi ex disciplina haruspicum, ma anche ex praecepto pontificum, ‘da precisa disposizione dei pontefici’". Questa è una indicazione preziosa, perché fa intravedere un ambito semantico sacrale comune all’ordo haruspicum e al collegium pontificum, cosa di cui non c’è da stupirsi, dal momento che gli aruspici, pur non confondendosi coi collegia e con le sodalitates, sono i depositari di una tecnica divinatoria particolare che esercitano nei sacra eseguiti Romano ritu: quindi non sottoposti ai Sacris Faciundis, custodi dei sacra peregrina, ma naturalmente soggetti alla sorveglianza dei pontefici.
Differenze e Confronti con Altre Forme di Divinazione Romana
A Roma la funzione più propriamente divinatoria veniva compiuta dall’aruspicina, antica scienza introdotta dagli etruschi, e dall’astrologia. Per contro, per molto tempo l’accesso all'incarico di augure fu limitato ai patrizi, l’aristocrazia che dominava Roma sin dalla costituzione della repubblica. Tuttavia, nel 300 a.C. Publio Decio Mure assistette all'interpretazione dei segni durante il sacrificio.

Gli Auspici e gli Auguri
A tal fine, veniva utilizzata una particolare pratica di divinazione: gli auspici, ovvero l’osservazione degli uccelli - dal latino auspicium o avispicium -, più concretamente del loro volo o del canto. Come asserì il filosofo e politico Cicerone, dall’abolizione della monarchia all’instaurazione della repubblica «a Roma nessuna decisione riguardante lo stato, in pace come in guerra, si prendeva senza essere prima ricorsi agli auspici».
Romolo e Remo: I Primi Auguri
La pratica degli auspici risale alle origini dell’Urbe. Secondo il noto racconto della fondazione di Roma, i fratelli Romolo e Remo decisero di consultare gli auspici per sapere chi dei due dovesse fondare la nuova città. Remo si posizionò sul colle Aventino e avvistò sei avvoltoi, mentre Romolo dal Palatino ne scorse il doppio. Romolo e Remo furono considerati i primi àuguri, sacerdoti incaricati dell’interpretazione dei segni degli uccelli. A Numa Pompilio, secondo re di Roma, fu attribuita più tardi la fondazione del collegio augurale. In origine il collegio era presumibilmente composto da tre membri, numero che Tarquinio portò a sei e che raggiunse i sedici membri nel I secolo a.C.
Il Collegio Augurale e i Segni Distintivi
Determinanti per tutta l’epoca imperiale, gli àuguri si riconoscevano da due segni distintivi: il lituus o lituo, un bastone arcuato all’estremità superiore, e la trabea, un tipo di toga con le strisce di color rosso brillante e l’orlo porpora.
Il Lituo: Simbolo del Potere
Si ritiene che il lituo di Romolo fosse custodito nella curia dei Salii, sul Palatino, e che fosse miracolosamente scampato all’incendio che aveva bruciato il recinto nel 390 a.C., quando Roma fu invasa dai galli. Quando questi ultimi abbandonarono la città l’importante reliquia apparve sul pavimento dell’edificio incendiato senza aver subito alcun danno. Il lituo era emblematico per il potere della repubblica e veniva persino raffigurato sulle monete. La scienza augurale godeva di grande prestigio a Roma, grazie al particolare legame che questa aveva con Giove, che si consultava e invocava dall’alto del colle.
Il Ruolo degli Auguri: Interpreti, non Indovini
Tuttavia, occorre ricordare che gli àuguri non erano intermediari tra gli dei e gli uomini ma, come sostiene Cicerone, «interpreti degli dei». Infatti, i veri intermediari (internuntiae Iovis) di cui si serviva il dio per comunicare con gli uomini erano gli uccelli, non gli àuguri. L’augure osservava e interpretava i segni offerti dagli uccelli, senza preoccuparsi di prevedere o annunciare il futuro. Chiedeva a Giove di inviargli un segno per capire se fosse lecito intraprendere una guerra, celebrare un’assemblea o nominare un sacerdote. La risposta della divinità poteva essere solo affermativa o negativa, e non illuminava mai sul futuro. L’auspicio aveva infatti la sola finalità di conoscere la volontà di Giove, ovvero di sapere se la divinità approvasse o meno i progetti dei politici e dei militari romani, e non cosa riservasse alla città il destino. Il responso aveva inoltre una validità precisa, scadeva alla fine del giorno, anche se si poteva ripetere quello successivo o in altri momenti. L’augure romano non era, pertanto, un indovino con il ruolo di predire il futuro.
Classi di Auspici: Oblativa e Impetrativa
Gli auspici si potevano racchiudere in due tipologie. Gli auspicia oblativa erano quelli che si presentavano inaspettatamente, come potevano essere i lampi o i tuoni, definiti ex caelo, ovvero segni del cielo. Venivano considerati molto sfavorevoli poiché rappresentavano l’interruzione della pace con gli dei (pax deorum) ed erano interpretati come il segno che doveva impedire o annullare un determinato progetto. Se si verificavano durante i comizi o una sessione al senato, bisognava interrompere immediatamente l’evento. La seconda tipologia era costituita dagli auspicia impetrativa, ovvero compiuti da un magistrato con diritto di auspicio, come un console o un pretore. Era uno di loro a “osservare” o “ricevere il segno” inviato dagli dei, sempre con l’aiuto dell’augure che, in qualità di “esperto” o di “consigliere”, interpretava i segni diretti al magistrato. Il magistrato doveva pertanto sottostare ai responsi degli àuguri, con conseguenze rilevanti, dato che questi potevano paralizzare o ritardare i propri piani.
La Metodologia degli Auspici
Per la richiesta di auspici si rispettava un procedimento ben disciplinato. I sacerdoti si posizionavano nell’auguraculum, uno spazio quadrangolare di piccole dimensioni, generalmente recintato e con un’unica entrata, e posto in cima a un colle. Al centro si innalzava una tenda o capanna, con all’interno una sedia in pietra su cui prendeva posto l’augure. Da qui tracciava con il lituo uno spazio celeste immaginario, o templum, e procedeva con l’osservazione. La richiesta si compiva all’alba e in assoluto silenzio. Qualsiasi rumore, la caduta di un oggetto, lo squittio di un topo o semplicemente un errore del celebrante nel recitare la formula annullava gli effetti del consulto.
L’orientamento nord-sud ed est-ovest era fondamentale dato che divideva lo spazio celeste in quattro porzioni proiettate in forma immaginaria sulla terra, il templum terrestre. Forse guardando verso sud l’augure osservava gli uccelli entrare nel templum: quelli favorevoli venivano da sinistra, e quelli sfavorevoli da destra.
I Messaggeri Divini: Gli Uccelli
Gli àuguri esaminavano non solo il volo ma anche la specie di uccelli in questione. Gli alites (avvoltoio, aquila, falco), per esempio, esprimevano segnali attraverso il volo ed era importante considerare la “regione” in cui comparivano, l’altezza e le tipologie di volo, nonché il luogo in cui si posavano. Invece gli oscines (corvo, cornacchia, gufo) davano segni attraverso il canto e se ne valutava il tono, la direzione del suono o la frequenza. In entrambi i gruppi esisteva una gerarchia tra gli uccelli, in cui l’aquila e il picus (ovvero il picchio) assicuravano gli auspici più significativi.
Auspici nello Stato Romano e in Battaglia
Gli auspici erano precettivi in numerose circostanze della vita dello stato romano. Si effettuavano, per esempio, nell’assunzione delle funzioni dei principali magistrati, come consoli, censori e tribuni militari. Nel caso di magistrati eletti, se gli auspici non erano favorevoli bisognava rinunciare all’incarico, anche se comunque la consultazione si poteva ripetere un altro giorno. Cicerone ricorda la capacità degli àuguri di sciogliere le assemblee o il senato, di annullare le sessioni già iniziate e persino di riuscire a far sì che i consoli rinunciassero al loro mandato. Anche sul campo di battaglia era obbligatorio consultare gli auspici prima di entrare in combattimento.
Tito Livio racconta che, durante la guerra tra Roma e la città etrusca di Veio, agli inizi del IV secolo a.C., l’esercito romano non poté sferrare l’attacco, nonostante gli etruschi aspettassero rinforzi, poiché il dittatore Camillo «fissava con insistenza la cittadella, da dove gli àuguri dovevano inviare il segnale convenuto, non appena i presagi fossero stati propizi». Quando i romani cominciarono a combattere lontano dalle città, la comunicazione con gli àuguri diventò più difficile. Difatti, prima di partire per una campagna i generali disponevano una cerimonia nel Campidoglio che li legittimasse a consultare gli auspici di guerra fuori dai confini della città.
Tecniche di Minor Prestigio: Il Tripudium
Nel I secolo a.C., l’ultimo della repubblica, la scienza augurale entrò in crisi o, forse, si trasformò per adattarsi ai nuovi tempi. Gli auspici tradizionali furono sostituiti dalla tecnica del tripudium, che consisteva nell’osservazione dell’appetito e del comportamento dei polli sacri. Se all’uscita dalla gabbia in cui erano rinchiusi i volatili mangiavano con avidità i chicchi appena gettati, e qualche granello si staccava dal becco e cadeva a terra, allora il presagio era favorevole. Se, al contrario, non avevano appetito o battevano le ali, il presagio era sfavorevole. La spiegazione del cambiamento risiede probabilmente nella semplicità del nuovo metodo, in contrasto con la complessità dell’osservazione e interpretazione degli uccelli augurali. Al tripudium ricorrevano i capi militari e i magistrati che non avevano diritto di auspicio. In quegli anni sembra che si consultassero i polli sacri in diverse occasioni, sul campo di battaglia o prima di iniziare una sessione in senato. La popolarità del metodo è dimostrata dal fatto che l’imperatore Augusto si facesse ritrarre con i polli sacri in opere come il Cammeo di Colonia o nell’altare dei lari del Vicus sandalarius, quartiere dei fabbricanti di sandali a Roma. Ciononostante, erano in molti a sostenere che questo metodo non avesse lo stesso valore degli auspici tradizionali. Cicerone, che oltre a essere un politico e filosofo era anche un augure, lamentava che non si osservassero più a cielo aperto uccelli nobili e grandi come l’aquila ma semplici polli chiusi in gabbia.
Oracoli e Astrologia
I romani non erano gli unici nell’antichità a consultare gli dei sul futuro. I greci avevano molti oracoli, come quelli dei santuari di Zeus a Olimpia o di Apollo a Delfi. Anche i romani avevano un oracolo, quello della Sibilla Cumana. I responsi della pitonessa si basavano sui libri di profezie portati a Roma dai primi re della città, e che furono in seguito consultati dai magistrati, i decemviri, ogni volta che nell’Urbe si prospettava una sventura. Le cronache raccontano che i Libri sibillini furono consultati in occasione delle copiose piogge di pietre su Roma. Il responso, confermato dall’oracolo di Delfi, fu di portare a Roma, dalla città di Pessinunte (in Asia Minore), un betilo o pietra sacra, che rappresentava la dea Cibele. All’infuori di questi libri, la divinazione romana era ben lontana dal competere con quella greca o etrusca.
Nel I secolo a.C. furono introdotte altre forme di divinazione provenienti dall’estero, ovvero l’astrologia, l’interpretazione dei sogni o le tecniche profetiche di engastrymithoi (ventriloqui) e harioli (indovini). In epoca imperiale si diffusero profezie e oracoli, con circoli di profete germane (Veleda, Ganna, Aurinia) o druidi galli (Maricco) che annunciavano la fine di Roma. Quando il tempio di Giove Capitolino subì un nuovo incendio nel 69 d.C., i druidi interpretarono il fuoco come un segno della collera degli dei e profetizzarono non solo l’imminente fine dell’impero, ma anche la nuova egemonia dei galli.
Le Tecniche Divinatorie degli Aruspici
L'Aruspicina o Estispicina: Osservazione delle Viscere
Gli aruspici utilizzavano tre tecniche divinatorie: l’aruspicina o osservazione delle viscere delle vittime sacrificali, l’interpretazione del significato dei fulmini e l’interpretazione di fenomeni quali terremoti, eclissi solari, passaggio di comete, nascita di bambini con malformazioni o di animali con due teste. Gli aruspici diventarono famosi per tutte e tre le tecniche, ma la più importante fu senza dubbio l’aruspicina. Questa pratica divinatoria incentrava l’attenzione sul fegato, una delle sei viscere estratte dall’animale (le altre erano milza, stomaco, reni, cuore e polmoni).
Anzitutto, si osservava la posizione all’interno del corpo e, dopo l’estrazione, si analizzavano il colore e l’aspetto esterno. Con una postura rituale caratteristica, l’aruspice teneva il fegato nella mano sinistra e lo palpava con la destra mentre poggiava il piede sinistro su una roccia. Il fegato doveva orientarsi sempre verso sud. Per determinare la divinità corrispondente e il significato di qualsiasi anomalia o deformità, l’indovino era solito servirsi di uno strumento ausiliario, un fegato di bronzo di piccole dimensioni come il già citato "Fegato di Piacenza".

Gli etruschi sono stati il primo grande popolo italiano, ancora prima degli antichi romani
Interpretazione dei Fulmini e dei Prodigi
Oltre all'esame delle viscere, gli aruspici erano esperti nell'interpretazione dei fulmini e dei prodigi, eventi straordinari che si riteneva fossero segni della volontà divina. Questa parte della loro disciplina era cruciale per avvertire lo stato romano di pericoli imminenti o per guidare decisioni politiche e militari.
Il Declino e la Persistenza dell'Aruspicina
L'Ambiguo Ruolo di Costantino
Interrottasi la successione imperiale per adozione, dopo la morte di Commodo, ritornò importante conoscere e rendere nota la volontà degli Dèi riguardo alla scelta del nuovo sovrano, attraverso omina e prodigia imperii (come abbondantemente attestato da Dione Cassio e dall’Historia Augusta). I problemi per gli aruspici e l’antichissima disciplina cominciarono con l’ambiguo Costantino. Nel 319 ne interdisse con un editto la consultazione privata, ma appena due anni dopo con un altro editto raccomandò la consultazione degli aruspici, esperti dei libri fulgurales, nel caso di caduta di un fulmine su un edificio pubblico. Nel 324, nel fondare l’Altera Roma, Costantino seguirà i riti tradizionali (presumibilmente l’Etrusco ritu): se rimane "incerta la presenza di aruspici nella fondazione di Costantinopoli, un dato più sicuro è (...) la presenza, in quest’occasione, di Vettio Agorio Protestato, corrector Tusciae et Umbriae ed esperto di aruspicina, attestato da Giovanni Lido (Mens., IV, 2)".
La Resistenza Pagana e la Fine dell'Impero
Fra il IV e V secolo, eminenti esponenti della resistenza pagana erano esperti di cose etrusche e dei riti tramandati dal primus aruspex Numa Pompilio. Tra questi sono da ricordare Servio, il commentatore di Virgilio, e Vettio Agorio Pretestato, "augure, pontefice e XVvir sacris faciundis, e uno dei suoi atti pubblici di prefetto urbano del 367-368 fu il restauro del tempio degli Dei Consentes, che avevano parte, secondo la tradizione, nella disciplina fulgurale etrusca. La sua attività di sacerdote e cultore pubblico dei sacra degli Etruschi si accompagnava poi allo studio ‘privato’ dell’aruspicina e della scienza augurale". Nel VI secolo Giovanni Lido poté scrivere il De ostentis, trattato di argomento divinatorio, sulla scorta dei più noti autori latini di cose etrusche (da Cornelio Labeone a Nigidio Figulo a Plinio il Vecchio).
Tuttavia, àuguri e aruspici mantennero le loro funzioni fino alla fine dell’impero. Ancora nel 410 d.C. offrivano i loro servigi al prefetto di Roma per frenare l’invasione dei barbari di Alarico richiamando i fulmini contro l’esercito nemico.
