Introduzione ai Quattro Evangelisti
I Quattro Evangelisti sono figure centrali nel Cristianesimo, identificati come gli autori dei quattro Vangeli nel Nuovo Testamento: Matteo, Marco, Luca e Giovanni [1]. I Vangeli, pur presentando variazioni nei dettagli, condividono una sostanza comune riguardo alla figura di Gesù e al suo messaggio. Nelle prime comunità cristiane, lo studio dei loro scritti era fondamentale per conoscere Gesù [4]. I Quattro Evangelisti sono quindi pilastri della fede cristiana, attraverso i quali i credenti possono accostarsi alla figura di Gesù e comprendere il suo ruolo salvifico [6]. Le differenze nei loro racconti, lungi dall'essere un problema, arricchiscono la narrazione e invitano a una riflessione più profonda sul mistero di Cristo [7].
Secondo il Cristianesimo, i Quattro Evangelisti sono Matteo, Marco, Luca e Giovanni, autori dei Vangeli nel Nuovo Testamento. Essi narrano la vita, gli insegnamenti e i miracoli di Gesù da prospettive uniche. Le loro narrazioni, pur presentando variazioni, condividono la sostanza degli eventi.
Il Significato del Termine "Evangelista"
Evangelista è il nome con il quale si identificano le quattro persone che hanno redatto i Vangeli, detti anche Evangeli, che sono Matteo, Marco, Luca e Giovanni. Il termine "evangelista" è pure riferito allo specifico ministero cristiano di colui o colei che è stato chiamato a predicare l'Evangelo, come si esprime il Nuovo Testamento in Atti 21, 8[1]: «Ripartiti il giorno dopo, giungemmo a Cesarea; ed entrati in casa di Filippo l'evangelista, che era uno dei sette, restammo da lui» e «Ma tu sii vigilante in ogni cosa, sopporta le sofferenze, svolgi il compito di evangelista, adempi fedelmente il tuo servizio» (2Timoteo 4, 5[2]).
Oltre a questo termine ve ne sono altri simili come “Evangelo” (Euaggelion) ed “Evangelizzare” (Euaggelizo), che appaiono nel Nuovo Testamento rispettivamente settantasei volte e cinquantasette volte. Il termine “evangelismo”, invece, non è mai usato. L’evangelista è stato definito “una persona che annuncia o proclama le buone notizie”, perciò, nel suo significato generale, il termine può essere riferito a tutti i cristiani fedeli che annunciano e proclamano la Buona Notizia per eccellenza: la possibilità della salvezza in Cristo per tutti gli uomini. I tre termini usati nell’originale hanno tutti la stessa radice e si riferiscono alla persona, al messaggio ed all’azione che occorrono per proclamare l’amore e la grazia in Gesù Cristo.
Nelle zone rurali del nostro Paese, i cristiani evangelici sono chiamati “evangelisti”, anche se l’appellativo è usato in modo improprio, tuttavia esprime la chiamata e la missione generale dei credenti fedeli all’Evangelo, i quali proclamano, con la parola e con la buona condotta, la Lieta Notizia della grazia di Dio in Cristo.
Il Ministero dell'Evangelista nel Nuovo Testamento
Bisogna inoltre riconoscere che, secondo la Scrittura, esiste un ministero di “evangelista”, il quale è per eccellenza il proclamatore, il banditore dell’Evangelo, colui che svolge il proprio ministero cristiano nel raggiungere gli inconvertiti. Il Nuovo Testamento non sembra istituire delle barriere “specialistiche” nell’opera del ministero. Tanto è vero che Paolo, parlando di sé stesso, afferma che i responsabili della comunità di Gerusalemme, precisamente Giacomo, Cefa e Giovanni, riconobbero che gli “… era stata affidata la evangelizzazione degli incirconcisi, come a Pietro quella de’ circoncisi” (Galati 2:7).
L’opera di evangelista, quindi, corrisponde all’attività del missionario o del pioniere cristiano che raggiunge nuove località, reca la buona novella dell’Evangelo agli inconvertiti e forma un primo nucleo di credenti. Dall’attività di Paolo e dei suoi collaboratori appare chiaro come egli abbia svolto prima il lavoro di “evangelista” e poi quello di “apostolo”. Infatti, con i suoi compagni d’opera andò in missione, evangelizzando villaggi senza la testimonianza dell’Evangelo, poi “… se ne tornarono a Listra, a Iconio ed Antiochia, confermando gli animi dei discepoli, esortandoli a perseverare nella fede …” (Atti 14:21, 22).
Da questo testo, preso ad esempio, si deduce che l’evangelista non è il predicatore itinerante che visita le chiese tenendo delle “campagne di evangelizzazione”, piuttosto è colui che va in luoghi dove l’Evangelo non è conosciuto e fonda delle comunità cristiane. L’evangelista è annunciatore per eccellenza del messaggio della salvezza, il suo ministero è accompagnato dai segni che seguono la predicazione della Parola e che sono sempre comprovati dalla Scrittura stessa e non da manifestazioni soltanto sensazionali, che hanno lo scopo unicamente di focalizzare l’attenzione sul predicatore. Questo metodo di evangelizzazione è ripetutamente messo in evidenza nel libro degli Atti degli Apostoli.

Filippo, ad esempio, andò a Samaria e”… vi predicò il Cristo” (Atti 8:5) e quelli che avevano “… creduto a Filippo che annunziava loro la buona novella relativa al regno di Dio e al nome di Gesù Cristo, furon battezzati, uomini e donne” (Atti 8:12), ma saranno poi Pietro e Giovanni, mandati dagli apostoli, a confermare la comunità nascente ed a pregare perché i credenti ricevessero il battesimo nello Spirito Santo (cfr. Atti 8:14-17).
Esempi di Evangelisti nel Nuovo Testamento
Gesù come Modello di Evangelista
Il vero modello dell’evangelista nel senso perfetto e completo è Gesù stesso, il divino salvatore, venuto”… per evangelizzare i poveri …” (Luca 4:18).
Filippo: L'Evangelista per Eccellenza
Dal punto di vista del ministero cristiano, l’esempio più calzante è quello di Filippo. Egli viene prima scelto come diacono della comunità di Gerusalemme e poi chiamato dal Signore a svolgere il ministero di evangelista. È l’unico credente nel Nuovo Testamento al quale è dato specificamente questo appellativo. Dalla sua opera e dal suo carattere possiamo, quindi, trarre l’insegnamento su quello che il Nuovo Testamento ed i cristiani dell’era apostolica intendevano per evangelista.
Caratteristiche dell'Evangelista Filippo
La prima caratteristica è l’umiltà. Filippo, infatti, “non si monta la testa”, non si sente l’evangelista perfetto che può fare a meno degli altri ministeri, perché ha ottenuto un grande successo in quella Samaria così invisa ad ogni giudeo e così lontana dalla tradizione ebraica. Infatti, quando Pietro e Giovanni giunsero a Samaria, sembra che Filippo scompaia dalla scena, conscio di aver adempiuto il compito affidatogli dal Signore, ed attende una nuova specifica chiamata per un’altra missione. Questa non tarda a venire, Filippo deve raggiungere una strada deserta “… che scende da Gerusalemme a Gaza….” (Atti 8:26) e la sua umiltà si manifesta con l’immediata ubbidienza: “Ed egli, levatosi, andò ...” (Atti 8:27). Portata a termine quest’ultima missione particolare, “… passando, evangelizzò tutte le città, finché venne a Cesarea” (Atti 8:40).
Un’altra caratteristica è la fedeltà alla Parola; questa si dimostra almeno in due modi: prima di tutto nell’annuncio del messaggio. Dio e al nome di Gesù Cristo, furon battezzati, uomini e donne …” (Atti 8:12). Si trattava, quindi, di una predicazione positiva che, alla luce della verità, permetteva di diradare da sola le tenebre dell’errore. Alcuni predicatori, soprattutto del mezzo televisivo, invece, esprimono spesso aggressività verbale e, talvolta, perfino arroganza, dimenticando che essi sono unicamente proclamatori della “Buona Novella” relativa al Regno di Dio e non dei ”tribuni della plebe”.
La fedeltà alla Parola si dimostra, inoltre, con la manifestazione dei segni che seguono l’annuncio dell’Evangelo. È la predicazione fedele che produce effetti evidenti e miracolosi e questi accompagnano sempre un ministero unto dallo Spirito Santo. L’annuncio dell’Evangelo è sensazionale per la sua stessa natura ed è potenza capace di operare nella vita di coloro che credono.
Tutte le manipolazioni psicologiche, operate da alcuni evangelisti, sono il risultato “di un fenomeno per il quale un comportamento si impone per l’azione ripetuta da una forza esterna irresistibile”, comunemente definito: suggestione di massa. Mentre, i segni che seguono la predicazione della Parola, secondo la Scrittura, sono il risultato diretto ed immediato dell’intervento di Dio stesso che opera nei cuori per mezzo dello Spirito Santo. Tutti i metodi usati per produrre artificiosamente “un’atmosfera spirituale”; come certa musica, certi canti o certe parole ripetute all’infinito, sono soltanto mezzi umani che coartano emotivamente l’uditorio ma che non producono effetti duraturi per quel che riguarda l’esperienza personale della liberazione e della conversione a Cristo. Questi mezzi appariranno come “strumenti liberatori” ingannevoli, mentre l’opera dello Spirito di Dio è durevole e trasformatrice.
Un altro elemento qualificante dell’evangelista è la dirittura morale. Se per tutti i credenti esiste il pericolo di deviazione e di caduta tanto più questo rischio sussiste per i ministri dell’Evangelo. Filippo, che abbiamo preso come esempio, non è assolutamente invulnerabile neanche in questo punto. Il successo di Samaria, l’onore di avere predicato ad un dignitario etiopo che a sua volta portò l’Evangelo in quella terra lontana, non fecero di Filippo un divo; infatti lo incontreremo circa trent’anni dopo a Cesarea come padre felice di quattro figliuole fedeli al Signore usate da Dio nel carisma di profezia (cfr. Atti 21:8, 9).
In questa occasione quello che deve meravigliare è la precisazione del testo, infatti è ricordato come”… uno dei sette …” (Atti 21:8). Non il famoso evangelista, quindi, ma ancora il diacono, eletto circa trent’anni prima dalla chiesa di Gerusalemme. Egli si considerava ancora soltanto diacono, cioè ministro di Gesù Cristo. Dal contesto ci appare non arricchito né inavvicinabile. Non aveva creato “un impero tutto suo”, non era divenuto un “personaggio”. Come semplicemente aveva servito le vedove della comunità di Gerusalemme ed aveva spezzato “il pane della grazia” a Samaria o sulla strada deserta tra Gerusalemme e Gaza al notabile etiopo, cosi continuava a servire coerentemente il Signore nell’ambito della propria famiglia, ospitando i fratelli di passaggio e servendo, quasi certamente, la comunità cristiana di Cesarea. Questa umiltà, questa fedeltà, questa dirittura morale sembrano troppo antiquate e semplicistiche per la vita sofisticata e frenetica di questi ultimi tempi; tuttavia questo deve essere il nostro modello scritturale se vogliamo essere fedeli a tutto l’Evangelo.
Altri Evangelisti e Figure Rilevanti
Matteo è il pubblicano chiamato dal Signore a seguirlo e a diventare apostolo: “Andando via di là, Gesù vide un uomo, chiamato Matteo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi». Marco e Luca lo chiamano Levi.
Marco invece non era tra gli apostoli. Papìa, amico e discepolo dell’evangelista san Giovanni, attesta quanto gli ha detto san Giovanni: “Diceva dunque quel seniore (S. Marco, divenuto interprete di Pietro, scrisse fedelmente tutto ciò che ricordava, senza omettere nulla né inventare nulla riguardo a quanto udito.”
Di San Luca il Frammento Muratoriano, che è un documento importantissimo che risale al 170, dice: “Il terzo libro del Vangelo è quello secondo san Luca. Questi, medico, essendo stato preso da Paolo dopo l’ascensione del Signore, come compagno di viaggio, scrisse tutto per ordine e a nome suo.
E perciò, benché nei singoli libri dei Vangeli si narrino diverse cose, non differisce però la fede dei credenti, perché tutto fu dichiarato in tutti da uno stesso principale Spirito, in ciò che riguarda la nascita, la passione, la risurrezione, la conversazione coi discepoli, la doppia sua venuta, l’una già effettuata nell’umiltà, l’altra da effettuarsi nella potestà regale. Qual meraviglia pertanto se Giovanni con tanta costanza afferma ogni cosa anche nelle sue lettere dicendo: «Ciò che vedemmo coi nostri occhi, ciò che udimmo colle nostre orecchie, ciò che toccammo colle nostre mani questo vi scrivemmo?».
Un’altra testimonianza del più grande valore storico ci viene da Sant’Ireneo, vescovo di Lione, e già discepolo di S. Giovanni: “Così Matteo scrisse nella lingua degli Ebrei il primo vangelo, al tempo in cui Pietro e Paolo evangelizzavano Roma e vi fondarono la Chiesa. Dopo la partenza di questi ultimi, Marco, discepolo e interprete di Pietro, mise per scritto quello che Pietro predicava. Dal canto suo Luca, il compagno di Paolo, consegnava in un libro il vangelo che il suo maestro predicava.”

Il dettaglio seguente è tratto dal Vangelo di Marco: “Allora tutti lo abbandonarono e fuggirono. Lo seguiva però un ragazzo, che aveva addosso soltanto un lenzuolo, e lo afferrarono. Ecco che cosa scrive il padre Marie-Jospeh Lagrange: “Cominciò allora lo sbandamento. La presenza di questi altri personaggi (Giuda e una folla con spade e bastoni, cfr. Mc 14,43, n.d.r.) finì per togliere ogni coraggio ai discepoli i quali finirono per abbandonare il Maestro e fuggirsene. Alcuno cercò di seguirlo. Tra questi un giovane che dormiva in quelle vicinanze, avvolto in un drappo leggero e che, attirato al rumore, era accorso senza essersi dato briga di vestirsi. Solo San Marco ci riferisce questa strana circostanza. Chi è quel giovane? L’evangelista avrebbe per tal modo messo la firma al suo evangelo con questo incidente rimasto scolpito nel suo cuore. In quella notte anch’egli aveva abbandonato Gesù, ma dopo aver meglio compreso quanto meritasse d’essere amato” (L’Evangelo di Gesù Cristo, p. 3.
I Simboli degli Evangelisti nell'Arte Cristiana
Nelle opere d'arte più antiche gli evangelisti sono paragonati ai quattro fiumi del Paradiso terrestre e rappresentati come corsi d'acqua che sgorgano da una roccia, interpretata come la roccia che Mosè aveva percosso con la verga per farne sgorgare l'acqua con cui ristorare il popolo assetato. Questa iconografia è individuabile in alcuni sarcofagi e sculture altomedievali.
Già dal II secolo i quattro esseri viventi della visione di Ezechiele e di san Giovanni a vengono identificati come i simboli degli evangelisti, secondo le diverse interpretazioni dei padri della Chiesa. Gli evangelisti, oltre che con le immagini simboliche, sono stati raffigurati con sembianze umane. San Matteo e san Giovanni, che fanno parte dei dodici apostoli, sono rappresentati come degli uomini anziani e saggi, mentre Luca e Marco, che erano discepoli, vengono presentati con un aspetto giovanile.
Sono numerosi, inoltre, le opere in cui sono ritratti come scribi intenti a redigere il proprio vangelo appoggiati su cattedre o seduti in sontuosi troni entro studioli. Oltre, ai diversi modi di rappresentare gli evangelisti, va posta l'attenzione anche dove questi sono stati e continuano a essere rappresentati: li ritroviamo, infatti, sui calici e reliquiari, sulle legature degli evangeliari e su molti altri oggetti liturgici e arredi sacri.
I Simboli e il loro Significato
San Matteo Evangelista è raffigurato con l'Angelo (o un uomo alato), a simboleggiare l'incarnazione di Gesù e la natura umana di Cristo. Questo per ricordarci che i cristiani dovrebbero sempre usare la loro ragione per raggiungere la salvezza. Nato in Galilea, originariamente Matteo (o forse Levi) era un ex pubblicano di Cafarnao (Israele) chiamato da Gesù ad essere uno dei Dodici Apostoli. È l'autore del primo racconto evangelico, il primo libro del Nuovo Testamento, che inizia con la genealogia di Giuseppe sin da Abramo.
Il secondo Evangelista, secondo l'ordine nella Bibbia, è San Marco, il cui attributo è il Leone Alato, figura di coraggio che rappresenta la risurrezione di Gesù; questo perché si credeva che il leone dormisse con gli occhi aperti, un paragone di Cristo nella tomba. Questo attributo vuole ricordare ai cristiani che devono sempre essere coraggiosi sulla via della salvezza. Si dice che sia il fondatore della Chiesa di Alessandria (Egitto), conosciuta anche come Chiesa Copta Cattolica, e la sua festa si celebra ogni anno il 25 aprile.
San Luca è l'autore del terzo racconto evangelico (e degli Atti degli Apostoli), e il suo attributo è il Bue Alato, o toro, che rappresenta sacrificio, servizio e forza. Il bue simboleggia che i cristiani dovrebbero essere preparati a sacrificarsi nella sequela di Cristo, come fece da martire. Si ritiene che fosse stato tra i servi alle Nozze di Cana che versò l'acqua che Gesù mutò in vino (Gv 2,1-11). È considerato il Santo Patrono dell'udito, dell'Ottica, dei Notai, degli Avvocati, dei Vetrai e dell'Egitto, tra tutti.
Ultimo ma non meno importante, San Giovanni Evangelista è l'autore del quarto racconto evangelico, e il suo attributo è l'Aquila, che simboleggia l'Ascensione di Gesù e la natura divina di Cristo. Questo perché l'aquila è considerata una figura del cielo e gli studiosi cristiani credevano che potesse guardare direttamente il sole.
I 4 Vangeli - Breve Riassunto
La Dottrina dei Cinque Ministeri e il Ruolo degli Evangelisti
A Efesini 4:11 ci si appella in molti circoli Pentecostali/Carismatici come prova dei loro attuali “Cinque uffici” o “Cinque ministeri.” Questo è sbagliato, primo, perché questo verso fa riferimento a quattro e non cinque, uffici: Cristo “ha dato alcuni [1] come apostoli, altri [2] come profeti, altri [3] come evangelisti e altri [4] come pastori e dottori,” (Efesini 4:11). L’ultima espressione è fondamentale in connessione a questo argomento. Esso non dice “alcuni, pastori; e alcuni dottori;” il testo afferma: “altri come pastori e dottori” indicando che “pastori e dottori” (entrambi retti da “altri”) si riferisce ad un ufficio, quello del pastore/dottore.
Consideriamo ognuno di questi quattro uffici, uno alla volta, iniziando con il primo elencato, quello degli “apostoli”. Gli apostoli, nel senso tecnico usato nella Bibbia, sono i dodici discepoli (Giuda è un apostata), Mattia (Atti 1) e Paolo (Atti 9). La qualifica di costoro include il loro aver visto il Cristo risorto; il loro essere commissionati direttamente da Lui; il loro avere autorità su tutte le chiese (II Corinzi 11:28); le loro terribili persecuzioni (1 Corinzi 4:9); e il loro operare genuini miracoli al servizio del vero Evangelo (II Corinzi 12:12).
Secondo, Efesini 4:11 parla di “profeti.” Questi profeti sono ufficiali straordinari con doni straordinari, specialmente perché essi ricevettero rivelazione direttamente da Dio. Ciò includeva l’inerrante predire eventi futuri. Perciò il profeta Agabo predisse la carestia nei giorni di Claudio Cesare (Atti 11:28-30) e la sofferenza di Paolo e il fatto che sarebbe stato legato a Gerusalemme (Atti 21:10-11). Abbiamo anche diversi libri canonici (Matteo, Marco, Luca, Atti, Giacomo e Giuda) scritti dai profeti ispirati del Nuovo Testamento.
Terzo, Efesini 4:11 parla di “evangelisti.” Questo nome è specificamente dato nel suo senso tecnico a Filippo (Atti 21:8) e Timoteo (II Timoteo 4:5). Questi uomini, ed altri, come Tito, servirono da assistenti agli apostoli. Gli evangelisti ricevettero una chiamata straordinaria; Timoteo fu ordinato al suo ministero “per profezia” (I Timoteo 4:14). Gli evangelisti esercitavano doni straordinari. Filippo operò miracoli in Samaria (Atti 8) e Timoteo ricevette il “dono di Dio” con l’imposizione delle mani da parte di Paolo (II Timoteo 1:6).
Questi tre uffici, anche se diversi tra di loro in diversi particolari, hanno importanti cose in comune. In primo luogo, essi sono uffici straordinari. Apostoli, profeti ed evangelisti ricevettero una chiamata straordinaria. Apostoli, evangelisti e profeti (probabilmente alcuni) operarono miracoli. In secondo luogo, questi tre uffici erano coinvolti in un’opera itinerante, spostandosi da un campo di lavoro all’altro. Terzo, e cioè è particolarmente importante contro l’assalto Pentecostale-ognuno di questi tre uffici era temporaneo. Gli apostoli ed i profeti posero il fondamento della chiesa, e questo ha bisogno di essere posto una volta soltanto (Efesini 2:20). Attraverso gli apostoli ed i profeti, noi oggi abbiamo le ispirate, inerranti, sufficienti e complete Scritture (II Timoteo 3:16-17; Apocalisse 22:18-19). Gli evangelisti scomparvero con l’ufficio che essi assistevano, che è quello degli apostoli. Quarto, gli uffici di apostolo, quello di profeta e quello di evangelista, come l’ufficio del pastore/dottore, sono uffici di insegnamento (Efesini 4:11). Questa è un idea chiave nel contesto (Efesini 4:11-16).
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