Femminismo, Resistenza e Atti di Contesto Religioso: Un'Analisi

Il femminismo, in quanto forza politica e sociale, ha dimostrato in diverse occasioni la sua capacità di mobilitazione e la sua posizione critica nei confronti di varie forme di oppressione, inclusi gli atti di violenza, il militarismo e le disuguaglianze di genere. Questo movimento ha assunto forme diverse nel corso della storia, manifestandosi sia in azioni dirette che in movimenti di resistenza culturale e politica.

Atti di Contestazione in Ambito Religioso: I Precedenti e le Reazioni

Le espressioni di protesta che toccano l'ambito religioso spesso generano dibattiti accesi. Un episodio che ha suscitato scalpore ha avuto luogo due mesi fa, quando alcune femministe russe, le Pussy Riot, hanno manifestato le loro idee politiche intonando un inno blasfemo nella cattedrale del Salvatore. Questa azione, avvenuta nella chiesa ortodossa più importante di Mosca, è stata interpretata come un insulto diretto al Patriarca.

In un altro contesto, un gruppo di persone ha scelto di recitare con tranquillità il rosario di fronte a manifestanti, venendo sporcati di pittura sul volto e sugli abiti, ma evitando di reagire alle provocazioni. Tuttavia, il gruppo di esaltate è riuscito a vandalizzare i muri della cattedrale con scritte. Il vescovo di Posadas, mons. [nome del vescovo non specificato nel testo originale], ha dovuto affrontare le conseguenze di tali azioni.

Un caso simile ha riguardato la scultura "La Vergine Partoriente" dell'artista Esther Strauss, esposta nella cattedrale di Linz, in Austria. Questa statua, raffigurante la Madonna nell'atto di dare alla luce Gesù, è stata giudicata blasfema da molti cattolici e in breve tempo è stata decapitata da ignoti. I resti della scultura sono stati ritrovati a pezzi, come segnalato dalla polizia locale, ponendo fine a un'esposizione che aveva suscitato feroci critiche.

VANDALISMO E RESTAURI SULLE OPERE D'ARTE

Alexander Tschugguel, un cattolico tradizionalista austriaco noto per aver gettato nel Tevere le statue della Madre Terra (Pachamama) durante il sinodo dell'Amazzonia in Vaticano nel 2019, ha elogiato "l'eroe" di Linz per aver distrutto la statua. Tschugguel ha sostenuto che, di fronte a una "caricatura abominevole e blasfema", era necessaria "un'azione urgente e decisiva", definendo la decapitazione il modo più rapido per sfigurare la scultura e impedire che assomigliasse a Maria. Il vicario episcopale della diocesi di Linz, Johann Hintermaier, ha condannato l'atto di vandalismo, pur riconoscendo che l'installazione avrebbe potuto "ferire i sentimenti religiosi delle persone", ma ha sottolineato l'importanza del dialogo e la libertà dell'arte.

Il Ruolo delle Donne nella Resistenza Italiana al Nazifascismo

La storia ha spesso trascurato il ruolo cruciale delle donne in movimenti di resistenza e liberazione. Non erano delle fanatiche, né portavano per partito preso il coltello in mano o fra i denti le 35mila donne che dal 1943 al 1945 parteciparono alle azioni di guerriglia partigiana per liberare l’Italia dal nazifascismo. Le oltre 4.500 arrestate, torturate, condannate, le 623 fucilate, impiccate o cadute in combattimento, oppure le circa tremila deportate in Germania, cercavano semplicemente un’esistenza più dignitosa in un Paese libero dall’autoritarismo fascista.

Agognavano spazi di libertà al di fuori dagli schemi precostituiti di un regime che le aveva relegate sempre più a fondo nella sfera familiare e domestica. Molte combatterono in montagna dimostrando abnegazione e coraggio, altre cospirarono, fiancheggiarono, fornirono supporto di ogni tipo ai ribelli nella più totale clandestinità, altre ancora tennero tenacemente in piedi famiglie divise, segnate da violenze e lutti.

Foto storica: donne partigiane armate in un contesto urbano
"Gappiste a Milano". Foto propagandistica scattata in via Brera a Milano. Foto: Valentino "Tino" Petrelli - Web, Pubblico dominio

Eppure, soltanto una trentina di queste fautrici della Resistenza italiana al nazifascismo fu decorata con medaglie d’oro o d’argento al valore militare. Al momento della Liberazione, forse per non destabilizzare lo stereotipo del maschio-guerriero, le donne vennero escluse dalle sfilate partigiane nelle città liberate. Importante fu il riconoscimento collettivo, di natura storiografica, venuto circa un trentennio dopo la fine della guerra. Si trattava cioè della tardiva ma necessaria presa di coscienza che quello femminile alla Resistenza non era stato semplicemente “un contributo” ma qualcosa di più importante: un’adesione larga e consapevole a un movimento libertario dagli esiti incerti che passava per la guerra, della quale le donne accettarono le atroci regole.

La "Resistenza Taciuta" e la Riscoperta del Contributo Femminile

Nel 1965, in occasione del ventesimo anniversario della Liberazione, usciva il documentario "Le donne nella Resistenza" della regista carpigiana Liliana Cavani che, per la prima volta, dava voce alla presenza femminile nella Resistenza italiana. Progressivamente, a partire dal trentennale della Liberazione (1975), il cosiddetto fenomeno della “Resistenza taciuta” - cioè quel silenzio prolungato sul ruolo rivestito da migliaia di donne ignorate dalla storiografia - poteva dirsi superato.

Il risultato fu il proliferare di testimonianze, storie di donne più o meno giovani, di ogni fascia sociale, professione e provenienza, antifasciste per scelta personale, retaggio familiare o necessità, che a un certo punto abbracciarono la lotta antifascista e partigiana.

Le Combattenti

Fu una ragazza di diciassette anni, Germana Boldrini, a lanciare il segnale che la sera del 7 novembre 1944 segnò l’inizio della battaglia di Porta Lame a Bologna tra partigiani e i nazifascisti: «Quando arrivai a Porta Lame con la mia arma automatica e le bombe a mano lanciai il fuoco, i miei compagni mi seguirono e ci fu un grande combattimento». Germana è una delle circa 500 donne cui durante la Resistenza vennero affidati compiti di comando. Molte erano entrate a far parte sia delle bande armate extra-urbane sia dei gruppi e delle squadre di azione patriottica (GAP e SAP) nelle città e nelle fabbriche, e non di rado assunsero posizioni di vertice.

L’emiliana Norma Barbolini prese il comando della prima divisione partigiana “Ciro Menotti” nel 1944, dopo il ferimento del fratello Giuseppe a Cerrè Sologno nel Reggiano, durante uno scontro coi nazifascisti. Sono diversi gli esempi di donne giovanissime che scelsero di battersi fino alla morte. La forlivese Iris Versari entrò nel gennaio del 1944 nella banda partigiana di “Silvio” Corbari. Ferita gravemente a una gamba e accerchiata in una casa colonica insieme ad altri partigiani, il 17 agosto del 1944 preferì uccidersi anziché essere catturata dai nemici. Il giorno dopo il suo cadavere fu trovato appeso, a mo’ di monito, in piazza a Forlì.

Quelle che non riuscirono a sfuggire alla cattura vissero l’inferno del carcere con relative torture, sevizie, stupri di gruppo e violenze sessuali singole, come quelle commesse nel carcere vicentino di San Michele e denunciate da una partigiana al momento della Liberazione. Le vittime preferite dagli aguzzini erano le condannate a morte come la marchigiana Angela Lazzarini, che prima di morire fucilata rivelò di essere stata violentata da diversi militari.

Le Staffette

C’era una serie di compiti di fondamentale importanza che donne appena diciottenni svolgevano senza paura, perché la lotta partigiana necessitava anzitutto di cura. Le staffette partigiane accompagnavano brigate e comandi per strade sicure, esploravano, reperivano informazioni sul nemico, trasportavano armi e munizioni, ricongiungevano le formazioni disperse dopo i rastrellamenti, e soprattutto macinavano chilometri su chilometri.

Anna Cherchi era una giovane staffetta che guidava i partigiani tra i boschi piemontesi, in mezzo alla neve. Il 19 marzo 1944 venne avvistata da una colonna di militari tedeschi. Il comandante partigiano le ordinò di procedere verso i nemici, dando ai suoi il tempo necessario a mettersi in salvo. I tedeschi la portarono prima ad Alba, poi a Torino. Alle carceri “Nuove” fu torturata ogni giorno per un mese, ma nemmeno le scariche elettriche riuscirono a farla parlare. Poi su un carro bestiame fu deportata a Ravensbruck, campo di concentramento per sole donne.

Foto storica: Partigiani garibaldini in piazza San Marco a Venezia
Partigiani garibaldini in piazza San Marco a Venezia nell'aprile 1945. Foto: Di ignoto - scan da AA.VV., Storia d'Italia, vol. 8, DeAgostini 1979, Pubblico dominio

A far luce sugli oscuri e rischiosi compiti delle staffette è una di loro, Marisa Ombra, antifascista piemontese: «Dormivano per lo più nelle stalle, insieme ai ragazzi, scandalosamente. Condividevano tutto, la paura, la fuga, il nascondiglio, il freddo, la fame […] possedevano prontezza di riflessi, lucidità, sangue freddo, capacità di mimetizzarsi e di improvvisare gesti e parole credibili. Forse dovute proprio al secolare allenamento specifico degli esseri giudicati inferiori: costretti a imparare la diplomazia, la recita, l’arte di arrangiarsi».

Le Madri della Resistenza

Quello delle donne impegnate nella Resistenza dopo l’8 settembre del 1943 fu un «maternage di massa», concetto con cui la storica Anna Bravo alludeva alla «disponibilità femminile nei confronti di un destinatario ben determinato, il giovane maschio vulnerabile che si rivolge in quanto tale alla donna come a una figura forte e protettrice, vale a dire a una madre». Le madri della montagna continuarono a lavorare, tagliare, cucire, preparare indumenti, confezionare pacchi viveri portati dalle staffette in montagna ai partigiani, avvisavano dei rastrellamenti consentendo ai loro uomini di mettersi in salvo. E in molti casi versarono lacrime per i figli veduti cadere sotto i propri occhi.

È il caso della piemontese Maria Giraudo che durante una rappresaglia vide ammazzati due dei suoi tre figli, o della madre della patriota fiorentina Anna Maria Enriques Agnoletti che vide la propria figlia in carcere «andare verso il suo ultimo destino», la fucilazione. Infine mamma Genoveffa Cocconi, la resdòra - ovvero la reggitrice delle sorti domestiche della famiglia Cervi - morì il 14 novembre del 1944 per le conseguenze di un infarto avuto a seguito della perdita dei suoi sette figli, fucilati al poligono di tiro di Reggio Emilia il 28 dicembre del 1943. Addolorata si congedò dal marito Alcide con queste parole: «Torno a stare con i figli miei».

Il Femminismo Transnazionale e la Lotta Contro la Guerra

Il movimento femminista e transfemminista si è sempre più affermato come una forza globale contro la guerra, il patriarcato, l'autoritarismo e il militarismo. La chat Telegram denominata Феминистское Антивоенное Сопротивление, ovvero "Resistenza femminista contro la guerra", con lo slogan "Uniamoci nella lotta per la pace!", rappresenta un esempio significativo di tale mobilitazione. Ella Rossman, ricercatrice alla School of Slavonic & East European Studies di Londra, è una delle coordinatrici di questa iniziativa.

Il 24 febbraio, verso le 5:30 ora di Mosca, il presidente russo Vladimir Putin ha annunciato una “operazione speciale” sul territorio dell’Ucraina. Le femministe russe e coloro che condividono i valori femministi hanno preso una posizione forte contro questa guerra, evidenziando come il femminismo non possa essere dalla parte di un conflitto, specialmente di occupazione. La guerra significa violenza, povertà, migrazione forzata, vite spezzate, insicurezza e scomparsa di un futuro, e si oppone all'essenza stessa del movimento femminista, esacerbando la disuguaglianza di genere e minando le conquiste dei diritti umani.

Il manifesto della Resistenza femminista contro la guerra è stato tradotto in molte lingue e sta circolando a livello internazionale, proponendo un'azione "sotto un unico nome per rendere più visibile il movimento", senza volontà di accentrare o monopolizzare la lotta. È fondamentale che il movimento resti una "rete di cellule auto-organizzate" per garantirne la sicurezza e la continuità operativa anche in caso di repressione del gruppo centrale.

L'Accessibilità come Atto Politico nel Movimento Femminista

Il dibattito sull'accessibilità nel movimento femminista si è intensificato, riconoscendola non solo come una questione logistica, ma come un vero e proprio atto politico. Non Una di Meno, una rete non istituzionale e non sponsorizzata, si impegna a implementare nuove modalità di partecipazione e lotta che rendano accessibili spazi fisici (cortei, piazze, assemblee) e virtuali. Questo include il riconoscimento e il supporto all'attivismo web di persone disabili e neurodivergenti, che spesso trovano in queste modalità le uniche vie per partecipare e lottare.

La partecipazione alla marea femminista non deve dipendere da condizioni economiche, personali, motorie, cognitive, di salute, psicologiche, di età, colore della pelle o identità di genere. Il movimento è consapevole che molte di queste barriere sono imposte da condizioni materiali che rendono le persone povere, precarie e prive del benessere che spetta loro. L'obiettivo è diventare uno spazio sicuro in grado di accogliere tutte le soggettività, affrontando le sfide poste da una società abilista e ciseterosessista.

La Guerra, la Violenza sulle Donne e le Intersezioni con Razzismo e Sfruttamento

A due mesi dall’invasione in Ucraina, il movimento femminista e transfemminista ha ribadito la sua opposizione alla guerra, connettendosi a livello transnazionale. Si riconosce che gli stupri sono un’arma di guerra sistematicamente utilizzata per intimidire, soggiogare e distruggere il nemico, al fine di “contaminare l’etnia”, costruire l’identità fra “popolo” e nazione e affermare la supremazia di un popolo sull’altro. La violenza sulle donne, l’invasione dei loro corpi attraverso lo stupro, diventa simbolo di conquista militare di un territorio e di sottomissione della popolazione.

La violenza sulle donne agisce non solo sui fronti di guerra ma nelle case e in ogni ambito della società. La guerra cerca di ristabilire con la sua violenza ruoli e gerarchie basate sul genere: gli uomini devono essere sacrificabili, combattenti che difendono le “proprie” donne e i “propri” figli; le donne tornano ad essere solo madri che scappano con i figli, mogli che piangono i mariti, vittime da salvare, proteggere e controllare, ma mai protagoniste delle proprie scelte e delle proprie lotte.

VANDALISMO E RESTAURI SULLE OPERE D'ARTE

In questo contesto di ristabilito binarismo, le persone LGBTQIA+ scompaiono da ogni narrazione, e la loro stessa esistenza è una minaccia per l’ordine patriarcale. Il trattamento riservato alle donne trans alle frontiere, interrogate, toccate, spogliate e molestate con la scusa di “accertarne” il genere, e spesso rispedite indietro, è una chiara evidenza di questa discriminazione amplificata dalla guerra.

La guerra alimenta il razzismo e lo sfruttamento: milioni di persone attraversano i confini per non morire, per non essere stuprate, per non dover combattere. Sono bambin*, anzian* e persone con disabilità, ma soprattutto donne che ora dovranno fare i conti con un’accoglienza che già prevede il loro sfruttamento e le espone al rischio della tratta. Le rifugiate ucraine, come altre migranti, entrano in un mercato del lavoro di cura con salari da fame, destinati a diventare ancora più bassi.

Il femminismo e transfemminismo antimilitarista sa che il militarismo serve a definire nuove strategie di profitto, impoverimento e devastazione ambientale. La corsa al riarmo e l’aumento delle spese militari, pagate coi fondi del PNRR, si ripercuoteranno sulle vite di tutti, aumentando i prezzi dei carburanti, dell’energia e dei generi alimentari. Se la pace è una fine dei combattimenti che lascia intatto lo sfruttamento, l’oppressione patriarcale e il razzismo, non è una pace di cui ci si può accontentare.

La Tragedia di Alexandra Măceșanu e la Complicità Istituzionale

La vicenda di Alexandra Măceșanu, una ragazza di 15 anni rapita, stuprata e uccisa in Romania, ha rivelato la profonda complicità della polizia e delle istituzioni con la violenza sulle donne. Alexandra, nonostante avesse chiamato la polizia per ben tre volte durante i tre giorni di prigionia, è stata trattata con sarcasmo e arroganza, con le sue richieste di aiuto minimizzate. Questi eventi hanno generato un'ondata di solidarietà e rabbia, culminata nella manifestazione "Se Cade Una, Cadiamo Tutte!" del 28 luglio di fronte al Ministero degli Interni.

Questa tragedia è stata spesso ridotta nel discorso pubblico a tematiche come la critica contro il Partito Social Democratico, la corruzione o la così detta “arretratezza” rumena, evitando di affrontare la radice del problema: un ordine patriarcale che domina la società, basato sull'esclusiva circolazione del potere, delle risorse e dei benefici materiali tra uomini, e sostenuto dall'infrastruttura di disciplina e controllo dello Stato e delle forze dell'ordine.

Voci Russe Contro la Guerra: Attivismo e Repressione

In Russia, l'attivismo contro la guerra è diventato estremamente rischioso. Un'attivista arrestata per aver distribuito cartellini dei prezzi con informazioni sulla guerra ha condiviso la sua esperienza: è stata fermata due giorni dopo aver esposto cartellini falsi in un supermercato, identificata tramite il pagamento con carta. Ha raccontato di essere stata chiamata "traditrice", minacciata e fotografata contro la sua volontà in questura. Questa testimonianza fa parte della rubrica #Russian_ok_voices, che pubblica storie anonime e non anonime di cittadini russi che si oppongono al conflitto in Ucraina.

L'attivista ha anche fornito consigli per la sicurezza: scegliere abiti neutri, usare solo contanti, muoversi in coppia, essere consapevoli delle telecamere e indossare la mascherina. Nonostante le intimidazioni, l'attivismo continua, supportato da volontari che offrono sostegno morale e assistenza legale gratuita, dimostrando che "Non sei solo."

Le intersezioni tra militarismo, imperialismo e patriarcato sono evidenti: sono sistemi costruiti sul "sangue straniero". Le vittime di violenza spesso non vengono credute, e le persone sono pronte a inventare accuse pur di non incolpare i propri cari. Ma sorge una giusta domanda: se questo mondo è stato costruito su illusioni e sangue, non merita di crollare? Questo è un buon mondo? È questo il mondo che volevamo? Per molti, la risposta è no.

Un esempio straziante è la storia di Lyubov Vorobyova, madre di un soldato di leva russo, Daniil Vorobyov, che è stato fatto prigioniero in Ucraina. La madre ha scoperto la prigionia del figlio tramite un messaggio da un numero ucraino e ha potuto parlare con lui solo tramite collegamento video. Nonostante il figlio non avesse firmato un contratto, è stato inviato al fronte, un dramma condiviso da molte famiglie.

Un'altra testimonianza drammatica proviene da un'attivista che descrive l'orrore della guerra attraverso le esperienze della sua famiglia a Mykolaiv, bombardata per più di un mese. La nonna, che ha smesso di chiamare per paura di mettere in pericolo la nipote, e lo zio, che ogni notte deve scegliere chi salvare, sono testimonianze della devastazione psicologica e fisica causata dal conflitto. La frase "Quando una zia cade a terra al suono di un tram e inizia a piangere" illustra la profondità del trauma collettivo.

Le femministe continuano a lottare per la trasformazione radicale della società, praticando il loro discorso e le loro azioni nelle manifestazioni del 25 aprile e mobilitandosi a livello transnazionale per il primo maggio. Il filo rosso (e fucsia) che lega queste nuove generazioni di attiviste ai partigiani di ieri è il desiderio di un presente e un futuro migliore, e la volontà di costruirlo, non rimanendo indifferenti all'ingiustizia.

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