Il Genocidio Armeno e l'Immagine delle Donne Crocifisse: Tra Verità Storica e Rappresentazione

Le donne armene, durante le deportazioni che hanno segnato il genocidio armeno, hanno superato prove durissime. Costrette a marce estenuanti verso il deserto siriano, si trovarono di fronte a scelte strazianti, come quella di quale figlio far sopravvivere e quale abbandonare. Alla loro forza morale è stata dedicata la relazione di apertura del convegno “Il genocidio armeno tra storia e memoria”, organizzato a Milano nel centenario dello sterminio. Questo evento, tenutosi il 24 aprile, è stato promosso dall’Unione armeni, dal Consolato Onorario della Repubblica d’Armenia e da Gariwo - la foresta dei Giusti. La ricorrenza commemorava lo sterminio ordinato nel 1915 dal governo dei Giovani Turchi, volto a eliminare una minoranza considerata nemica e a creare uno Stato turco etnicamente omogeneo.

La sala che ospitava il convegno di Milano è stata collegata via satellite con Yerevan, capitale dell’Armenia, per la toccante cerimonia a Dzidzernagapert (la Collina delle Rondini), dove sorge il Memoriale per le vittime del “primo genocidio del ‘900”, come lo ha definito Papa Francesco, suscitando forti reazioni da parte del governo turco.

Foto aerea del Memoriale del Genocidio Armeno a Dzidzernagapert, Yerevan, Armenia

Contesto Storico del Genocidio Armeno

L'olocausto armeno (Medz Yeghern, "Grande Male" in armeno) fu l'eliminazione da parte dell’esercito ottomano di più di 1,5 milioni di persone tra il 1915 e il 1916, sebbene i massacri siano proseguiti fino al 1923. Le decisioni furono prese sia per impedire l’alleanza tra gli armeni e i nemici russi, entrambi cristiani, sia in nome della guerra santa, la jihad, lanciata nel 1914. Questo genocidio era stato anticipato sul finire dell’Ottocento e nel 1909 da precedenti massacri in Cilicia e in altri luoghi.

L’eliminazione dei maschi adulti fu eseguita sul posto, mentre donne, vecchi e bambini furono avviati alle marce della morte. La deportazione e lo sterminio del popolo armeno hanno consegnato alla Storia la visione di massacri ed atrocità. Secondo lo storico britannico Arnold Joseph Toynbee, dietro le atrocità turche contro gli armeni c’erano uno schema, una premeditazione, una regia, derivanti non da una matrice religiosa, ma piuttosto ideologica e politica. Toynbee aveva raccolto un'ampia documentazione sui massacri degli armeni basata su testimonianze provenienti in parte da fonti diplomatiche americane, pubblicata nel 1916 come Libro Blu - Il trattamento degli armeni nell’impero ottomano. Più avanti, in un testo del 1960, definì gli eventi “genocidio” utilizzando il termine secondo la definizione adottata ufficialmente dall’ONU.

Vecchia mappa che mostra le rotte delle deportazioni armene nell'Impero Ottomano

La Brutalità Contro le Donne durante le Deportazioni

Toynbee descrisse quegli episodi accaduti nella primavera del 1915: «Venne emanato un decreto in base al quale tutti gli armeni avrebbero dovuto essere disarmati. Nei villaggi isolati la ricerca delle armi fu accompagnata da aperta violenza. Gli uomini furono massacrati, le donne violentate, le case bruciate dalle pattuglie della gendarmeria. Dopo che gli uomini armeni vennero convocati per essere messi a morte, in ogni città, c’era di solito un intervallo di qualche giorno, poi si udì ancora il pubblico araldo nelle strade ordinare a tutti gli armeni rimasti di prepararsi per la deportazione, mentre manifesti dello stesso tenore venivano affissi ai muri.»

Le donne avevano un solo mezzo per evitare la deportazione: convertirsi all’islam. Ma ciò, in pratica, diventava impossibile, perché avrebbe comportato l’immediato matrimonio con un uomo musulmano. Se la donna, invece, era già sposata o vedova (tenuto conto che pochi Armeni maschi erano ancora vivi) avrebbe dovuto separarsi da tutti i figli, rassegnandosi al loro affidamento a un fantomatico e inesistente “orfanotrofio governativo” per la loro educazione islamica. Ecco perché quasi tutte scelsero la deportazione, che però si trasformò in una marcia costellata da saccheggi, stupri e uccisioni.

Toynbee continua: «Era la stagione calda, i pozzi e le sorgenti talvolta erano a molte ore di viaggio, e i gendarmi spesso si divertivano a vietare alle loro vittime sfinite di dissetarsi. Alcune donne avevano avuto un’educazione raffinata e avevano vissuto nelle comodità per tutta la loro vita; alcune dovevano portare in braccio i bambini, troppo piccoli per camminare; altre erano in avanzato stato di gravidanza e partorirono lungo la strada. Nessuna di queste ultime sopravvisse perché, obbligate a riprendere la marcia dopo poche ore di pausa, morirono lungo la strada insieme ai neonati. Molti altri morirono di fame e di sete, di insolazione, di apoplessia o per pura debilitazione.»

«Dal momento in cui abbandonavano le periferie delle città non erano mai al sicuro dalle violenze. I contadini musulmani li assalirono e li derubarono quando attraversavano le terre coltivate, e i gendarmi erano conniventi con la brutalità dei contadini. Quando arrivavano in qualche villaggio le donne venivano esibite come schiave nella pubblica piazza, spesso fuori dalle finestre del palazzo del governo stesso, e ogni abitante musulmano era autorizzato a esaminarle e prenderne una per il proprio harem; i gendarmi stessi avevano poi mano libera sulle altre e le obbligarono a dormire con loro la notte. Ci furono atrocità ancora più orribili quando si giunse alle montagne, poiché là incontrarono bande di “chetties” e di curdi. I “chetties” erano briganti, reclutati dalle pubbliche prigioni e deliberatamente rilasciati dalle autorità. Quando questi curdi e chetties attaccavano i convogli, i gendarmi sempre fraternizzavano con loro e li imitavano. I primi ad essere massacrati furono i vecchi e i ragazzi - ogni maschio trovato nei convogli ad eccezione dei bambini in braccio alle madri - ma furono massacrate anche le donne. Le donne rimaste indietro venivano «trafitte con le baionette lungo la strada, o spinte nei precipizi, o gettate dai ponti». L’attraversamento dei fiumi, specialmente l’Eufrate, diventava l’occasione per nuove stragi.»

I curdi si gettavano sui convogli dei deportati per rapire donne e bambini, non solo per i loro harem ma anche per traffico di esseri umani. I Giovani Turchi, allo stesso tempo carnefici dei cristiani e diffusori dell'Islam, risparmiavano giovani donne, fanciulle e bambini sotto i 15 anni per incorporarli al popolo musulmano. Le giovani donne e fanciulle venivano acquisite all'Islam e vendute nei mercati. I bambini più piccoli, da 0 a 2 anni, erano spesso uccisi brutalmente.

Antonia Arslan, scrittrice e autrice del romanzo “La masseria delle allodole”, ha rievocato le violenze subite dalle donne, rimaste sole dopo l’arresto o l’uccisione dei mariti, e la loro straordinaria capacità di resistere. Gabriella Uluhogian (docente di Lingua e Letteratura armena all’Università di Bologna) ha rivelato un “tesoretto” di memorie familiari, tramandate nei racconti orali e nelle lettere scritte da donne sopravvissute, che erano bambine nel 1915 e ricordavano i tragici fatti di allora.

L'Immagine delle "Donne Crocifisse": Tra Rappresentazione e Realtà

Una delle immagini più sconvolgenti legate al genocidio armeno è quella di una fila di ragazze cristiane, nude, crocifisse. Questa immagine, spesso circolare in rete, presenta alcuni particolari che ne mettono in discussione la veridicità come foto documentaria: le croci che testimoniano un lavoro di falegnameria con bracci a incastro, difficilmente conciliabile con i patiboli affrettati, e le pose delle ragazze che richiamano quelle “artistiche” dei crocifissi, con i capelli a coprire le nudità. La scenografia stessa della foto, ben centrata con la fuga delle croci in prospettiva, suggerisce un'opera di mano professionale.

Fotogramma del film

Infatti, si tratta del fotogramma di un film del 1919, Ravished Armenia, prodotto dal colonnello William N. Selig, “l’uomo che inventò Hollywood”. Tecnicamente, quell’immagine di donne crocifisse è un “documento falso”. Anzi, un fantasma del primo falso. Nonostante ciò, essa viene spesso diffusa in rete con didascalie fuorvianti, che la presentano come "immagini del genocidio" o "documentario" o addirittura come "testimonianza della barbarie dell’Islam". Alcune versioni la attribuiscono addirittura all'Archivio Segreto del Vaticano, una completa falsità.

Benedetta Guerzoni, ricercatrice presso l’Istoreco, avverte sulla necessità di prudenza riguardo alle fonti della vicenda armena, sottolineando l’uso politico delle testimonianze e delle immagini. Tuttavia, pur essendo l'immagine un "documento falso", i fatti a cui si riferisce sono veri e purtroppo assai peggiori. Aurora Mardiganian, la ragazza che sopravvisse e ispirò il film, raccontò: «I turchi non facevano le croci in questo modo. I turchi facevano piccole croci appuntite, facevano spogliare le ragazze, e dopo averle violentate le impalavano. Gli Americani le mostrano in modo più civilizzato. Non possono mostrare cose così terribili.»

SULLE TRACCE DEL POPOLO ARMENO documentario di Gianfranco Cappellaro

Ravished Armenia: Il Film e Aurora Mardiganian

Il film muto Ravished Armenia (il termine “ravished” vuol dire sia “rapita” che “stuprata”) accende la cinepresa sulle persecuzioni del genocidio armeno. Uscito in anteprima nazionale il 19 gennaio 1919 ad Hollywood e successivamente a Londra, dove fu censurato per le scene troppo cruente e il titolo venne cambiato in Auction of Souls (“Anime all’asta”).

La Storia di Aurora Mardiganian

La storia avvincente del film è basata sulle memorie di Aurora Mardiganian (il cui vero nome era Arshaluys, "Luce del mattino"), che all'età di 14 anni, durante la Pasqua del 1915, visse l'orrore del genocidio. Suo padre, un ricco armeno, rifiutò di cederla a Husain Pasha, un uomo potente che voleva inserirla nel suo harem. La sua famiglia venne massacrata davanti ai suoi occhi e lei fu venduta al mercato degli schiavi in Anatolia. Riuscì a fuggire e, dopo un lunghissimo viaggio attraverso la Georgia e la Russia, giunse nel 1917 a New York.

Manifesto originale del film

A New York, Aurora incontrò lo sceneggiatore Harvey Gates, che la aiutò a scrivere le sue memorie, pubblicate dapprima a puntate nelle riviste di Hearst e poi in volume, vendendo oltre 300 mila copie. Il racconto inizia con gli eventi del 1915, le violenze subite, le marce estenuanti e la fuga.

Produzione e Impatto del Film

Il colonnello Selig, consapevole del potenziale commerciale della storia, realizzò il film e ne acquistò i diritti. Il film venne realizzato con la partecipazione di Aurora stessa, che interpretava se stessa, supportata da un cast di attori professionisti e con un notevole impiego di comparse armene, emigrate in California. Il regista Oscar Apfel dichiarò di aver puntato tutto sulla veridicità, opponendosi all'eliminazione di scene cruente per far comprendere la gravità di quanto accaduto.

Le scene raccontate dalla giovane sopravvissuta furono fedelmente adattate e montate con immagini di archivio della Prima Guerra Mondiale, con l'obiettivo di sensibilizzare l'opinione pubblica. Aurora si ritrovò a rivivere il suo trauma durante le riprese e alle presentazioni del film. Le fu chiesto di presenziare alle proiezioni nelle varie città americane per avvalorare lo spettacolo con le sue parole. Dopo un anno, Aurora crollò, prossima al suicidio, e furono selezionate sette ragazze simili a lei per presenziare alle proiezioni al suo posto. La studiosa Sushan Avagyan ha descritto questo processo come "Becoming Aurora", dove la vittima si trasforma in un simbolo nel sistema delle celebrità americano.

La studiosa Avagyan si interroga sul dialogo tra Aurora, che conosceva appena l’inglese, e Gates, che non sapeva una parola di armeno. Gates enfatizzò la dimensione religiosa delle atrocità, trasformando Aurora in una personificazione dell'Armenia e adottando modelli narrativi dei racconti di schiavi fuggitivi, popolari all'epoca. La sensibilità puritana americana influenzò l'uso di eufemismi per lo stupro, parlando di harem e vizio piuttosto che di sesso esplicito. La pubblicità del film, d'altro canto, era esplicitamente sensazionalistica, centrata su quattro parole chiave: rape, redemption, religion, race.

La Ricerca Storica, la Memoria e il Negazionismo

Nel convegno di Milano, la narrazione delle vicende individuali e le memorie dei sopravvissuti si sono alternate alle analisi dei fatti storici. Giulia Lami e Luca Maggioni (Università Statale di Milano) hanno analizzato la posizione di Arnold Joseph Toynbee, che su indicazione di Lord Bryce, aveva raccolto e pubblicato ampie documentazioni sui massacri degli armeni.

Tra le figure esemplari nella battaglia contro il negazionismo è stato ricordato Armin T. Wegner, definito da Gabriele Nissim (Presidente di Gariwo) come “primo e più importante testimone dello sterminio del popolo armeno attraverso le fotografie scattate quando era ufficiale sanitario dell’esercito tedesco in Anatolia durante la Prima Guerra Mondiale”. Wegner fu riconosciuto Giusto per gli armeni e gli ebrei, avendo protestato contro la persecuzione degli ebrei nel 1933 con una lettera a Hitler.

Pietro Kuciukian, Console onorario della Repubblica d’Armenia, ha parlato di “Giusti ottomani”, sottolineando la necessità di distinguere tra lo stato turco e la popolazione turca, impegnandosi a rintracciare gli ottomani che salvarono gli armeni. Agop Manoukian ha ripercorso il cammino della diaspora armena in Italia, evidenziando il contributo di questa alla società italiana.

Infine, l’intervento di Aldo Ferrari (Università Ca' Foscari di Venezia) ha portato l’attenzione sullo stato di degrado e abbandono del patrimonio artistico armeno in Turchia, documentato dalle fotografie di monumenti e chiese in rovina, definendolo un genocidio culturale. Questo include falsificazioni storiografiche e la distruzione o non manutenzione di migliaia di monumenti, soprattutto chiese, in Anatolia.

Il Genocidio Armeno nella Cultura e nel Cinema

La musica ha anch'essa un ruolo nella memoria. L'album Defixiones Will and Testament (2003) di Diamanda Galás è una meditazione e testimonianza dei genocidi armeni, greci, assiri e anatolici, e una denuncia del negazionismo. Il brano “La danza” riprende la poesia di Siamanto, raccontando le efferatezze subite dalle ragazze armene.

Il cinema ha scoperto il genocidio armeno in gran parte solo in questo secolo, attraverso un pugno di film, tra cui:

  • Auction of Souls (Apfel, 1919)
  • Il ribelle dell’Anatolia (Kazan, 1963)
  • Mayrig (Verneuil, 1991)
  • Quella strada chiamata paradiso (Verneuil, 1992)
  • Ararat - Il monte dell’arca (Egoyan, 2002)
  • Screamers (2006)
  • La masseria delle allodole (F.lli Taviani, 2007)
  • La legge del crimine (2009)
  • Aghet - Un genocidio (Friedler, 2010)
  • The Cut (Akin, 2014)
  • The Promise (2016)
  • Il tenente ottomano (Ruben, 2017) - un film dal contesto negazionista.

Fin da subito, le proteste turche sono state efficaci a far ritirare i film dalla distribuzione (come nel caso di Auction of Souls) e, negli ultimi decenni, a denigrare tramite i social, come nel caso di The Promise e Aghet, le rappresentazioni del dolore armeno, soprattutto dove sono numerose le comunità turche. Il regista tedesco di origine turca Akın, per aver offerto la consapevolezza turca del dolore e della memoria, ha ricevuto minacce di morte.

Oggi, solo 30 paesi riconoscono il genocidio armeno, peraltro certificato ufficialmente solo nel 2019 negli USA e in Italia. La Turchia, che riduce questo genocidio a un alto numero di morti, si oppone fortemente al suo riconoscimento storico, in forte contrasto con l’Unione Europea. Interessarsi al genocidio armeno significa avere il coraggio di affacciarsi su un profondo dirupo di orrori e devastazioni, che i libri e i giornali spesso e intenzionalmente coprono di silenzio.

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