Il concetto di "servo" e "servizio" riveste un ruolo centrale nella dottrina cristiana, spesso espresso attraverso l'immagine del "servo inutile". Questo principio evangelico, che invita a un servizio disinteressato e umile, si riflette non solo nella vita di ogni credente ma anche nel ministero episcopale e diaconale, delineando una Chiesa che si fa prossima agli ultimi e testimone di una fede autentica.
Il Messaggio Evangelico del Servizio e l'Esempio di Gesù

Nel Vangelo, l'episodio in cui Giacomo e Giovanni, figli di Zebedeo, chiedono di sedere alla destra e alla sinistra di Gesù nella sua gloria, evidenzia una comprensione ancora immatura del vero significato di "gloria" nel Regno di Dio. La gloria, secondo l'insegnamento di Gesù, non è essere visti, riconosciuti o identificati in una posizione di potere, ma piuttosto essere amati e accolti. Sebbene la loro richiesta possa sembrare un desiderio di stare col Maestro, Gesù li avverte: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io bevo, o essere battezzati nel battesimo in cui io sono battezzato?».
Il calice rappresenta l'immenso dolore che il Figlio di Dio avrebbe vissuto, fatto di incomprensioni, tradimenti, sofferenze e un amore ridotto a brandelli. Il battesimo, non un mero sinonimo, ma un "oceano di dolore nel quale il Signore è immerso", indica un'immersione totale nella sofferenza accettata, come espresso in Lc 22,42: "Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà". Il calice è la "firma di Gesù sul progetto", il battesimo è la "realizzazione nella sua carne di questo progetto d’amore e di dolore".
Gesù contrasta la logica mondana del dominio e dell'oppressione, tipica dei governanti delle nazioni. Egli ammonisce i suoi discepoli: «Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti». Questa è una radicale inversione della prospettiva comune: "vuoi essere riconosciuto, amato, stimato? Vuoi essere il più grande? Sii servo di tutti". Il modello perfetto è Cristo stesso, che "non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti". Ogni istante della sua vita è stato servizio e umiltà, chinandosi sulle bassezze umane per trarre da esse "quel tesoro dimenticato, sepolto tra i cadaveri dell’egoismo". Gesù è "servo fino all’ultimo respiro", in croce, nel sepolcro, apparendo alle donne, e "oggi, in ogni tabernacolo del mondo", sempre pronto a "riaccendere speranza e donare pace".
La Teologia del "Servo Inutile"
VANGELO DEL GIORNO - La parabola del servo inutile spiegata da Gesù
Il brano di Lc 17,7-10 introduce l'espressione "siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare". Questa affermazione, a prima vista, può generare "qualche contrarietà", specialmente in una società dominata dalla "logica dell'utilità". Il vangelo, invece, invita a una "inutilità" che rima con libertà: "siamo, cioè, persone che servono senza guadagno (in-utile), senza voler niente in cambio". L'efficacia lascia il posto alla "bellezza del servizio, che nasce dallo scoprirsi amati". Il "servo inutile" è colui che si affida totalmente al Signore, senza pretese o calcoli, riconoscendo che "la potenza che fa germogliare il seme non viene dalle mani del seminatore; l’energia che converte non sta nel predicatore, ma nella Parola". Questo significa "libertà di far qualcosa senza per forza voler ottenere un ritorno", una "follia della gratuità" che "genera il grande albero".
Il Ministero Episcopale e la Diaconia
Parlare del vescovo, nella Chiesa, "non è mai stato un esercizio amministrativo". Agostino, nel suo Discorso 340, confessava: «Da quando è stato posto questo carico sulle mie spalle [...] la preoccupazione della mia dignità mi tiene veramente in ansia continua». Egli distingue tra l'ufficio di vescovo ("segno dell'incarico ricevuto", "occasione di pericolo") e l'essere cristiano ("segno della grazia", "terreno comune che lo salva"), affermando che un vescovo che si ricorda di essere "uno dei redenti insieme al suo popolo" sarà "più efficacemente vostro servo". Questa "teologia del ministero nasce dal rifiuto di trattare l'episcopato come una promozione".
Il ministero diaconale, in questo contesto, assume un significato profondo. Fin dalla sua origine (Atti 6,1 ss), i diaconi sono chiamati a permettere agli apostoli di dedicarsi "alla preghiera e alla predicazione". Nonostante il disagio storico e le incertezze teoretiche sul suo status, la questione diaconale rappresenta "una grazia", un'occasione "per parlare seriamente di salvezza, di destino del mondo e di natura della chiesa". Il diacono non è un "sotto-prete" o un sostituto, ma ha "qualcosa di proprio, di specifico", ovvero il servizio alla Chiesa "nell’espletamento totale della sua missione".
La Chiesa Sinodale e il Servizio al Mondo

La Chiesa è chiamata a essere "tutta sinodale, tutta ministeriale, tutta attratta da Cristo e perciò protesa al servizio del mondo". Papa Francesco sottolinea che "camminare insieme, essere sinodali, questa è la vocazione della Chiesa. I cristiani sono chiamati a fare strada insieme, mai come viaggiatori solitari". Questa comunione, generata dallo Spirito Santo, si contrappone alle "logiche del potere" e privilegia quelle "dell’amore". La "regola suprema, nella Chiesa, è l’amore: nessuno è chiamato a comandare, tutti sono chiamati a servire; nessuno deve imporre le proprie idee, tutti dobbiamo reciprocamente ascoltarci; nessuno è escluso, tutti siamo chiamati a partecipare; nessuno possiede la verità tutta intera, tutti dobbiamo umilmente cercarla, e cercarla insieme".
La parabola del fariseo e del pubblicano illustra la differenza tra un "camminare insieme" apparente e una vera comunione. Il fariseo, ossessionato dal proprio io, "elogia sé stesso" e "giudica con disprezzo" l'altro, chiudendosi in sé. Il pubblicano, invece, con la sua umiltà, incarna la condizione di chi si riconosce "bisognoso di Dio e bisognoso gli uni degli altri". Le équipe sinodali e gli organi di partecipazione sono chiamati a "comprendere che, nella Chiesa, prima di qualsiasi differenza, siamo chiamati a camminare insieme alla ricerca di Dio", allargando lo spazio ecclesiale perché diventi "collegiale e accogliente". Questo aiuta a trasformare le tensioni "tra unità e diversità, tradizione e novità, autorità e partecipazione" in opportunità di discernimento comune, guidati da "un cuore inquieto e innamorato dell’Amore".
La Chiesa deve essere "umile", non "dritta in piedi come il fariseo, trionfante e gonfia di sé stessa", ma "si abbassa per lavare i piedi dell’umanità". Deve essere "luogo ospitale per tutti e per ciascuno", in ascolto di Dio e degli altri. Questo servizio si estende al mondo della cultura, al dialogo interreligioso e all'impegno per una "cultura dell’accoglienza, della legalità, della crescita del bene comune, contro ogni forma di potere oppressivo dell’uomo e del creato".
VANGELO DEL GIORNO - La parabola del servo inutile spiegata da Gesù
La fede è un "dono" che si riceve aprendo la propria libertà, spesso presuntuosa di autosufficienza, a Dio. È la "porta spalancata" perché la potenza divina irrompa e cambi le vite, rendendo possibile l'impossibile, come l'esempio del gelso che può essere sradicato e trapiantato nel mare con una piccola fede. Il "servo inutile" è colui che, cessando di dire Amen a sé stesso e agli idoli mondani, dice Amen solo a Dio, scoprendo che questa consegna è già una grande ricompensa, rendendo possibile l'impossibile nella sua vita.
L'Arcivescovo Corrado Lorefice: Un Esempio di "Servo di Tutti"

Monsignor Corrado Lorefice, da semplice parroco ad arcivescovo di Palermo, incarna pienamente la visione di una Chiesa "serva". La sua nomina a sorpresa da parte di Papa Francesco è stata vista come un segno della "linea di Papa Bergoglio", ma anche di quella di padre Pino Puglisi, al quale Lorefice è "devotissimo". Nel suo primo messaggio, Lorefice ha espresso il suo "stupore per l'inattesa nomina" e il desiderio di essere "il più piccolo e il servo di tutti". Questa scelta ha riacceso le speranze nella diocesi per l'iter di proclamazione di Pino Puglisi a compatrono di Palermo.
Lorefice, autore del libro "La compagnia del Vangelo. Discorsi e idee di don Pino Puglisi a Palermo", ha approfondito l'insegnamento vocazionale del sacerdote ucciso dalla mafia. Originario di Ispica, parroco a Modica e vicario episcopale per la pastorale della diocesi di Noto, Lorefice è noto per la sua "attenzione verso gli ultimi". La sua formazione, avvenuta anche nella cappella privata della casa paterna di tradizione nobiliare, lo ha radicato nella fede. Tra i suoi testi più importanti, oltre quello su don Puglisi, figurano opere sulla difesa del Concilio Vaticano II e sull'opera di don Giuseppe Dossetti e del cardinale Giacomo Lercaro, pilastri del cattolicesimo sociale e fautori di una "Chiesa povera per i poveri".
Nel suo saluto alla diocesi di Palermo, Lorefice ha ribadito il senso di inadeguatezza, ma anche il desiderio di "proseguire l’ardua ed esaltante giornata di lavoro" già avviata dai suoi predecessori. Ha sottolineato l'importanza della "preghiera" e dell'intercessione di Maria Santissima, e ha espresso la volontà di dedicare un "ascolto attento" ai presbiteri, invitando i diaconi a mantenere "vigile l'attenzione ai più piccoli, ai più poveri, agli ammalati", per aiutare la Chiesa ad abitare "le vie delle «periferie umane»". Ha esortato i seminaristi a maturare "il senso del dono totale e incondizionato della vita", e i religiosi e le religiose a far risuonare "le note gioiose della profezia e della speranza". Il suo impegno è di "accogliere tutti, dialogare con tutti", promuovendo una "cultura dell’accoglienza, della legalità, della crescita del bene comune", in linea con il Concilio Vaticano II, che insegna che la missione della Chiesa, sebbene religiosa, "contribuisce a costruire e a consolidare la comunità degli uomini secondo la legge divina".
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