La Porta: Un Simbolo nella Storia della Salvezza
La porta è un simbolo carico di significati, che ci rimanda all’intera storia della salvezza. Già nelle prime pagine del racconto biblico troviamo una porta, chiusa, quella del giardino di Eden: l’uomo, dopo la sua disobbedienza, non vi può più entrare. Dio ha posto dei cherubini per custodirlo (cfr. Gen 3,24). Un ingresso sbarrato serve per custodire quanto sta dentro e per impedire di entrare a chi potrebbe farne un uso sbagliato. Il peccato originale è la pretesa dell’essere umano di conoscere tutto, di andare oltre i limiti creaturali, di poter fabbricare una vita indipendente da Dio. Questa pretesa di farcela da soli, senza Dio, è la radice di tutti i peccati e della lontananza da Lui. Questo atteggiamento di chiusura impedisce di accedere alla vita piena, perché vorremmo trovarla in noi stessi.

Un’altra porta chiusa, che stavolta non impedisce di entrare ma di uscire, è quella della morte, degli inferi. Non potendo accedere alla vita piena con Dio, l’essere umano è preda della morte, che come un drago lo inghiotte e non lo lascia più andare. Molte sono le rappresentazioni di questa situazione, soprattutto nell’arte orientale, in particolare dell’evento che mette fine a questo triste destino: la Risurrezione di Gesù Cristo, nella parte della discesa agli inferi. Proprio lì, quelle porte chiuse che tengono l’uomo prigioniero vengono divelte dalla potenza dell’amore di Dio che ha dato se stesso per noi: Cristo scende con la croce e sfonda questa barriera ritenuta invalicabile.

A questo punto, c’è una nuova porta che si apre: Gesù stesso, che nel Vangelo di Giovanni afferma: «Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato» (cfr. Gv 10,9). Stavolta è una porta aperta ed è anche promettente: quella vita piena, che sembrava perduta, qui si ritrova. Una porta spalancata per tutti ma... è facile entrarvi? Nel Vangelo ci troviamo spesso di fronte a porte strette che conducono al regno di Dio, mentre la via della perdizione è ampia e spaziosa. Questo non significa che Dio voglia renderci la vita difficile e porre ostacoli alla nostra salvezza. In realtà la porta non è stretta per Dio, ma siamo noi ad allargarci troppo, a tentare di entrare essendo troppo pieni di noi stessi. Una delle condizioni che Gesù pone per entrare attraverso quella porta è perdere qualcosa; per questo ribadisce più volte che un peso ingombrante sono le ricchezze, ciò a cui attacchiamo la vita, pretendendo di trovare in esse la nostra sicurezza. Invece, quante volte sono proprio esse la causa della nostra infelicità. Il desiderio di Dio è, al contrario, che abbiamo la vita e l’abbiamo in abbondanza (cfr. Gv 10,10).
La Porta Santa che si spalanca all’inizio del Giubileo rappresenta proprio Cristo che offre «l’esperienza viva dell’amore di Dio, che suscita nel cuore la speranza certa della salvezza» (cfr. Spes non confundit, n. 6). Un ingresso verso il quale siamo anzitutto invitati a incamminarci: "Pellegrini di speranza" è il motto dell’Anno Santo, che esprime un aspetto essenziale, quello del cammino, come continua ricerca del senso della vita e incontro con le sue molteplici esperienze. La meta del cammino è l’incontro con Cristo, nostra speranza, simboleggiato dalla porta: proprio attraverso di Lui entriamo nella vita vera, nell’autenticità del rapporto con noi stessi e con gli altri.
L'Appello di San Giovanni Paolo II: "Aprite le Porte al Redentore!"
Con le parole «Aprite le porte a Cristo Redentore», il santo papa Giovanni Paolo II inaugurava il suo pontificato il 22 ottobre 1978. Questo appello risuonò anche nel testo della Bolla con cui indiceva il Giubileo straordinario della Redenzione nel 1983. In un periodo di Guerra Fredda, l'invito ad aprire le porte a Cristo non era solo un appello spirituale, ma un manifesto di speranza, coraggio e libertà.

«Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo! Alla sua salvatrice potestà aprite i confini degli Stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi di cultura, di civiltà, di sviluppo. Non abbiate paura! Cristo sa cosa è dentro l’uomo». Questo l'invito che egli rivolgeva a tutta la Chiesa, rinnovando quanto espresso nella sua prima enciclica Redemptor Hominis: «Il compito fondamentale della Chiesa di tutte le epoche e, in modo particolare, della nostra, è di dirigere lo sguardo dell’uomo, di indirizzare la coscienza e l’esperienza di tutta l’umanità verso il mistero di Cristo, di aiutare gli uomini ad avere familiarità con la profondità della Redenzione, che avviene in Cristo Gesù» (RH 10).
Se si apre con sincerità il cuore al Cristo Risorto, si comprende come non si possa rimanere insensibili a nulla di ciò che serve al vero bene dell’uomo, e come non si possa rimanere indifferenti a nulla di ciò che lo minaccia. L’uomo che nasce, l’uomo che soffre, l’uomo che muore, l’uomo che non trova lavoro e giustizia, l’uomo impedito nell’esercizio dei suoi fondamentali diritti, ha un rapporto indissolubile con Cristo. È Cristo il Salvatore e vuole salvarci! Proprio per questo egli ha istituito la Chiesa e ha voluto che fosse strumento e sacramento di salvezza.
Giovanni Paolo II incoraggiava le comunità diocesane, come quella di Novara, a immersi in questa forza di redenzione e perciò ad aprire il cuore al Salvatore per essere pronte a comunicare ad ogni uomo la liberazione che sgorga dalla presenza di Cristo Salvatore. Dinanzi alla tristezza dei giovani senza fede o senza lavoro, dinanzi alla sofferenza e alla solitudine degli ammalati, degli anziani, degli emarginati, dei poveri, occorre proclamare alta la Parola di Cristo, Via, Verità e Vita; occorre partecipare alla grazia dei Sacramenti, fonte di salvezza; occorre testimoniare, con le opere, la carità, il servizio, la solidarietà, la condivisione. La Parola di Dio, i Sacramenti e la Carità sono canali della grazia della Redenzione. Non basta porre sulla guglia più alta della città la statua del Salvatore, ma occorre aprirgli generosamente le proprie case e, ancor più, le proprie intelligenze e volontà e dirgli con fede: «Signore, resta con noi!» (cfr. Lc 24,29).
La Redenzione di Cristo e l'Esperienza Umana dell'Amore
«L’uomo non può vivere senza amore. Egli rimane per sé stesso un essere incomprensibile, la sua vita è priva di senso, se non gli viene rivelato l’amore, se non s’incontra con l’amore, se non lo sperimenta e non lo fa proprio, se non vi partecipa vivamente» (Giovanni Paolo II, Redemptor Hominis, 1979). A Natale, i cristiani sostengono che nasce il Salvatore o il Redentore. Ma da cosa dobbiamo essere salvati o redenti? Esattamente da quel dubbio su Dio che portiamo nel cuore, che non ci fa comprendere qual è il senso profondo del nostro vivere e del nostro amare. «L’uomo che vuol comprendere se stesso fino in fondo - non soltanto secondo immediati, parziali, spesso superficiali, e perfino apparenti criteri e misure del proprio essere - deve, con la sua inquietudine e incertezza ed anche con la sua debolezza e peccaminosità, con la sua vita e morte, avvicinarsi a Cristo» (San Giovanni Paolo II, Redemptor Hominis, 1979).
L'approccio alla sessualità basato solo sul piacere o sulle emozioni può condurre la persona al vuoto di senso e all'incapacità di mantenere relazioni amorose durature. Successo, fama, soldi e sesso facilmente disponibile spesso non riescono a garantire una relazione autentica e gratuita, in cui si è amati per quello che si è, e non per quello che si fa. Possiamo paragonare l’attrazione sessuale al dito che indica la luna, facendoci esultare di gioia nel contemplarla. La luna è l’amore tra l’uomo e la donna, un amore vissuto come “alleanza”, in cui ciascuno vive per l’altro prima che per sé stesso. La luna a sua volta non fa altro che riflettere la luce del sole. E il sole è Dio, nel suo misterioso essere una “eterna comunione di persone”, e nella sua alleanza con l’uomo. Fuor di metafora, la coppia uomo-donna nell’unione coniugale è il più fedele riflesso visibile del mistero di Dio. Questa era l’intenzione originaria del Creatore riguardo al matrimonio.

Tra l’intenzione originaria e la nostra realtà concreta, c’è di mezzo il peccato originale: l’uomo ha messo in dubbio le buone intenzioni di Dio, e ha scelto di rompere l’alleanza con Lui. Rompendo l’alleanza con Dio, viene meno anche il significato dell’alleanza tra l’uomo e la donna. Di colpo, ci accorgiamo che la luna è irraggiungibile con le nostre forze. Allora volgiamo lo sguardo alla ricerca di qualcosa d’altro e... non vediamo altro che il dito! Almeno questo è raggiungibile: tanto vale accontentarsi. Così il dito non serve più ad indicare un orizzonte lontano, ma diventa esso stesso l’orizzonte. E per quanto il mio braccio sia lungo, il dito mi fa rimanere sempre nel ristretto spazio dell’io, e non fa nemmeno luce. Non c’è spazio per un “noi”, e non si vede più nulla. Rimaniamo soli, al buio: ecco il vuoto esistenziale!
Quando l’uomo e la donna non sono più capaci di pensare l’amore come un’alleanza, l’attrazione sessuale si riduce al solo piacere che essa dà, fisico o emotivo, perché si fatica a scorgerne altri significati meno immediati. Oppure si pensa di poter attribuire al sesso qualunque significato, a piacimento, generando così una incomunicabilità di fondo tra individui. Cristo sa cosa è dentro l’uomo. Partendo dalla centralità di Cristo, egli «rivela l’uomo all’uomo stesso. Ognuno, quindi, dovrebbe imparare da Lui cosa significa “essere umani”». Da qui passiamo alla conseguenza immediata, che è la grandezza dell’uomo creato a immagine e somiglianza di Dio, una grandezza grazie alla quale possiamo resistere agli attacchi che il nichilismo e l’utilitarismo contemporanei portano a ciascuno di noi. Possiamo rispondere che l’essere umano «è un valore per il fatto di essere una persona e non perché appartiene a questo o a quello, o perché si qualifica in questo o quel modo».
Mentre la nostra società sembra non concepire altro che il sospetto, l’inimicizia e l’odio, la «paternità di Dio» ci ricorda che siamo tutti fratelli: l’amicizia e la familiarità diventano la struttura della vita, «indipendentemente dalla differenza di lingue, culture, razze, nazioni, popoli e tribù». L’uomo è simile a Dio in quanto ha un istinto per la verità, e proprio questo istinto è così connaturato nell’uomo da diventare «una delle prove più chiare della spiritualità dell’uomo, della sua peculiare trascendenza nel mondo delle cose». La misericordia di Dio è il Bene che fa nascere il bene al posto del male. La misericordia non accetta il peccato e non lo guarda neanche, ma aiuta solo ed esclusivamente nella conversione dal peccato, in varie situazioni, a volte davvero definitive e decisive, e in vari modi.
Il Giubileo: Un Tempo di Grazia e Riconciliazione
Ogni anno liturgico è, invero, la celebrazione dei misteri della nostra redenzione; ma la ricorrenza giubilare della morte salvifica di Cristo suggerisce che tale celebrazione sia più intensamente partecipata. In occasione del 1950° anniversario di questo sommo evento, Giovanni Paolo II ha dedicato un intero anno alla speciale memoria della redenzione, affinché essa penetri più a fondo nel pensiero e nell’azione di tutta la Chiesa. Il mistero della Redenzione ha avuto il suo inizio allorché il Verbo si fece carne nel seno della Vergine di Nazaret, per opera dello Spirito Santo, e ha raggiunto il suo culmine nell’evento pasquale con la morte e risurrezione del Salvatore.
Tutta la vita della Chiesa è immersa nella redenzione, respira la redenzione. Per redimerci, Cristo è venuto nel mondo dal seno del Padre; per redimerci ha offerto se stesso sulla croce in atto di amore supremo per l’umanità, lasciando alla sua Chiesa il suo corpo e il suo sangue «in sua memoria», e facendola ministra della riconciliazione col potere di rimettere i peccati. La redenzione è comunicata all’uomo mediante la proclamazione della parola di Dio e i sacramenti, in quell’economia divina per la quale la Chiesa è costituita «quale sacramento universale di salvezza» (Lumen Gentium, 48).
- Il Battesimo, sacramento della nuova nascita in Cristo, inserisce vitalmente i fedeli in questa corrente che sgorga dal Salvatore.
- La Confermazione li vincola più strettamente alla Chiesa, li corrobora nella testimonianza a Cristo e nell’amore coerente verso Dio e verso i fratelli.
- L’Eucaristia in particolare rende presente l’intera opera della redenzione, che lungo l’anno viene perpetuata nella celebrazione dei divini misteri; in essa lo stesso Redentore, realmente presente sotto le sacre specie, si dona ai fedeli, avvicinandoli «sempre a quell’amore che è più potente della morte» (Dives in Misericordia, 13), li unisce a sé e, nello stesso tempo, tra di loro. In tal modo l’eucaristia costruisce la Chiesa, poiché è segno e causa dell’unità del popolo di Dio, e quindi fonte e culmine di tutta la vita cristiana.
- La Penitenza purifica i fedeli e il suo ministero di riconciliazione è un atto di fede nel mistero della redenzione e della sua attualizzazione nella Chiesa. È esigenza dello stesso mistero della redenzione che il ministero della riconciliazione, affidato da Dio ai pastori della Chiesa, trovi la sua connaturale attuazione nel sacramento della penitenza.
- L’Ordine sacro configura i prescelti a Cristo, sommo ed eterno sacerdote, e conferisce loro il potere di pascere in suo nome la Chiesa con la parola e la grazia di Dio soprattutto nel culto eucaristico.
- Nel Matrimonio «l’autentico amore coniugale è assunto nell’amore divino ed è sostenuto e arricchito dalla potenza redentrice del Cristo e dall’azione salvifica della Chiesa» (Gaudium et Spes, 48).
- Infine l’Unzione degli infermi, unendo le sofferenze dei fedeli a quelle del Redentore, li purifica in vista della redenzione completa dell’uomo anche nel suo corpo e li prepara all’incontro beatificante con Dio, uno e trino.

La grazia specifica dell’Anno della Redenzione è una rinnovata scoperta dell’amore di Dio che si dona, e un approfondimento delle ricchezze imperscrutabili del mistero pasquale di Cristo, fatte proprie mediante la quotidiana esperienza della vita cristiana. In questa prospettiva di grazia si situa anche il dono dell’indulgenza, proprio e caratteristico dell’anno giubilare, che la Chiesa offre a tutti coloro che, con le disposizioni dovute, adempiono le prescrizioni del giubileo. L’indulgenza non è separabile dalla virtù e dal sacramento della penitenza. Si confida che col giubileo possa affinarsi nei fedeli il dono del «timore di Dio», dato dallo Spirito Santo che, nella delicatezza dell’amore, li conduca sempre più a evitare il peccato e a cercare di ripararlo, per sé e per gli altri, nell’accettazione delle sofferenze quotidiane. Occorre riscoprire il senso del peccato e per giungere a ciò occorre riscoprire il senso di Dio! Il peccato è un’offesa recata a Dio giusto e misericordioso, che richiede di essere convenientemente espiata in questa o nell’altra vita.
La Chiesa intera è chiamata a vivere questo periodo in un rinnovato e approfondito spirito d’avvento, che la prepari al terzo millennio ormai vicino, con gli stessi sentimenti con i quali la Vergine Maria attendeva la nascita del Signore nell’umiltà della nostra natura umana. In Maria la Chiesa «ammira ed esalta il frutto più eccelso della redenzione, ed in lei contempla con gioia, come in una immagine purissima, ciò che essa tutta desidera e spera di essere» (Sacrosanctum Concilium, 103); in Maria riconosce, venera e invoca la «prima redenta» e, al tempo stesso, la prima ad essere stata associata più da vicino all’opera della redenzione. Auspica con trepida speranza un reciproco incontro di intenzioni in tutti coloro che credono in Cristo, per affrettare il tempo della indicibile gioia dei fratelli che vivono insieme, in ascolto della voce di Cristo nel suo unico gregge.
Lo Spirito Santo e la Vita Redenta
La Divina Provvidenza ha voluto mettere un segno di abbondanza che San Paolo e i primi discepoli fin da subito hanno sperimentato come incomparabile grandezza del suo potere in noi, noi che abbiamo creduto (Ef 1, 19). Nella Pentecoste, la trasformazione che sperimentarono gli apostoli è un segno del dono che anche noi abbiamo ricevuto. La nostra fede è molto limitata, così come la nostra memoria spirituale. Dimentichiamo le azioni dello Spirito Santo, sempre inattese e sorprendenti. Gli apostoli parlano in lingue che potevano comprendere solo i rispettivi nativi: questo è un segno dell’universalità della Chiesa e della preoccupazione dell’apostolo per ogni essere umano. In fin dei conti, amore e misericordia è il linguaggio che tutti capiamo. Nel Vangelo, ci viene detto che il primo regalo, il primo dono di Cristo Risorto è il perdono: Egli disse loro: «La pace sia con voi», e mostrò loro le sue mani e il suo fianco.
Noi chiudiamo continuamente le nostre porte; continuamente cerchiamo la sicurezza e non vogliamo che ci disturbino, né gli altri, né Dio. San Paolo parla della presenza dello Spirito nelle nostre vite quando ne menziona i «frutti», per esempio nell’epistola ai Galati: amore, allegria, pace, pazienza, delicatezza, generosità, fedeltà e moderazione. Il perdono, dato liberamente da Dio attraverso Cristo, è anche il nostro dono per gli altri, perché l’abbiamo ricevuto dallo Spirito Santo che abita in noi. Sbagliare è umano, perdonare è divino. La prima comunità di discepoli era certamente un gruppo non perfetto, ma Dio concesse a questa manciata di discepoli la capacità di discernere la Sua volontà e la forza per seguirla. Il primo passo fu accettare di non rimanere nello scontento verso gli altri. Poi, il passo successivo: ricevere il perdono divino e offrirlo agli altri. Questa è l’opera dello Spirito Santo, l’impronta della sua presenza in noi e il segnale decisivo del suo potere nella nostra vita.
Ci costa riconoscere la generosità dello Spirito Santo per le tante benedizioni ricevute, le tante ispirazioni e le tante decisioni nelle quali ci illumina. Ciò che più ci costa riconoscere nello Spirito Santo è ciò che più gratitudine merita: il portarci l’unità. Certamente, ci sono diversità di doni, ma tutti procedono dallo stesso Spirito. Ci sono diversità di ministeri, ma un solo Signore. Ci sono diversità di attività, ma è lo stesso Dio colui che realizza tutto in tutti. Cristo ci offre la sua pace. Ci invia i suoi amici, i suoi discepoli, anche con la nostra miseria umana, non malgrado essa: «Come il Padre ha inviato me, così io invio voi». Questa buona notizia è anche una sfida, perché «come il Padre ha inviato Gesù» significa che la croce va compresa. Con i doni dello Spirito Santo, non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me (Gal 2, 20). Possiamo essere persone differenti, un altro Cristo, e entrare in comunione con il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Ogni parola e ogni azione possono essere con Lui, per Lui ed in Lui.
L’audace spontaneità dello Spirito Santo, che ci trova a volte sprovveduti coi suoi messaggi inaspettati, riempie di gioia e crea nuove possibilità in un mondo che a volte risulta molto prevedibile. Lo Spirito Santo è l’agente di ogni purificazione: c’è una purificazione generale che ha a che fare con la connessione tra le nostre facoltà (mente, volontà e unione) e le nostre passioni. Siamo invitati ad accettare la nostra condizione, ad aprire il nostro cuore all’azione sanante dello Spirito Santo: siamo peccatori. Questa è la definizione più esatta. Quando lo Spirito divino arriva nel giorno di Pentecoste, la prima persona a cui si rivolge è Maria, sua Sposa, la più vicina al suo cuore; Maria, per il fatto di essere Madre di Dio e di Cristo, è anche Sposa dello Spirito Santo.
"Aprire le Porte a Cristo" Oggi: Sfide e Impegno dei Giovani
Lo slogan «Aprite le porte a Cristo» non è un invito occasionale, ma uno stile di vita che richiede una decisione e fiducia. Cristo non entra con la forza. Sta alla porta e bussa (cfr. Ap 3,20), aspettando un invito con pazienza, amore e tenerezza. Giovanni Paolo II ha dimostrato durante tutto il suo pontificato che i giovani non sono il «futuro della Chiesa», ma il suo presente. In questo spirito, l'invito ad aprire le porte a Cristo ha un carattere personale, ma anche comunitario.
Parole di San Giovanni Paolo II ai giovani cileni
Nella vita quotidiana, l'invito di Giovanni Paolo II può assumere forme molto concrete:
- Preghiera e sacramenti: l'apertura della porta inizia nel silenzio del cuore, nella preghiera, che è incontro con il Dio vivente. Un posto speciale occupano qui l'Eucaristia e il sacramento della penitenza, porte del perdono e della misericordia.
- Formazione spirituale e intellettuale: conoscere Cristo attraverso la Sacra Scrittura, la catechesi, le comunità giovanili o le pastorali universitarie permette di rafforzarsi nella fede.
- Il servizio al prossimo: aprire le porte a Cristo significa anche essere pronti ad agire. Il Papa ricordava spesso ai giovani di non essere passivi, ma di impegnarsi con amore nel mondo: nella famiglia, nella scuola, nella parrocchia, nella società.
- Fedeltà ai valori: aprire il cuore a Cristo richiede fedeltà alla coscienza, alla verità, alla purezza, all'amore che non è egoismo, ma dono di sé.
- Il coraggio della testimonianza: vivere il Vangelo oggi significa spesso andare controcorrente, essere un segno di opposizione all'indifferenza e al relativismo. È una sfida, ma anche un'occasione di gioia profonda.
I giovani di oggi devono affrontare molte difficoltà che impediscono loro di aprire completamente il proprio cuore a Cristo. Tra le più importanti vi sono la paura (di essere rifiutati, di rimanere soli, di non essere compresi), la pressione dell'ambiente (ideologie che promuovono l'egoismo, l'edonismo, il relativismo), la mancanza di testimonianza e le ferite e il peccato. Ecco perché è così importante il ruolo della comunità - della Chiesa, che non condanna, ma accoglie, non impone, ma invita. È una comunità in cui si può sperimentare l'amore, il perdono e la guarigione.