L'Immagine e il Significato del Buon Pastore nella Bibbia e nel Cristianesimo

L'immagine del Buon Pastore è una delle rappresentazioni più iconiche, note e diffuse nella tradizione cristiana, ricca di significati che affondano le radici nella cultura biblica e si evolvono fino ai giorni nostri. È un simbolo rassicurante e idilliaco, ma al contempo impegnativo, che esprime la cura, la protezione e l'amore sacrificale di Gesù Cristo per l'umanità.

Mappa delle rotte di pastori nomadi nell'antico Vicino Oriente

Le Radici Bibliche del Pastore nell'Antico Testamento

L'immagine del pastore affonda le sue radici nella matrice nomadica del popolo ebraico, basata sull'allevamento del bestiame. La vita dei pastori era spesso sentita in tensione con quella sedentaria degli agricoltori. Nell'Antico Testamento, il pastore è la guida del gregge e lo conduce anche attraverso la valle oscura; il bastone è il simbolo e lo strumento della sua autorità; la presenza del pastore è sicurezza per il gregge (Salmo 23).

Tuttavia, l'immagine del pastore è usata anche dal profeta Ezechiele (Ez 34, 2) per delineare il comportamento negativo dei pastori di Israele, ossia dei capi politici e religiosi. Essi si preoccupano solo di "nutrirsi di latte, di rivestirsi di lana, di ammazzare le pecore più grasse, ignorando le pecore deboli, non curando le inferme, non fasciando le ferite, non riportando le disperse". Questo contesto di critica verso i "cattivi pastori" crea il terreno per la rivelazione del Buon Pastore in Gesù.

Gesù Cristo: Il Buon Pastore e la Porta delle Pecore

Nel Vangelo di Giovanni, Gesù si presenta in modo inequivocabile con l'affermazione: «Io sono il Buon Pastore». Questa definizione, quasi un identikit di se stesso, ha avuto un grandissimo successo e rappresenta il fulcro del suo messaggio di salvezza.

Le Qualità del Buon Pastore secondo Giovanni

Gesù è descritto con tenero realismo da Giovanni (10,11-16) e rivela le qualità essenziali del Buon Pastore:

  • Dare la propria vita: Il Buon Pastore dà la propria vita per le pecore. A differenza del mercenario, che non è pastore e al quale le pecore non appartengono, il Buon Pastore difende il gregge dal lupo sino a sacrificare la vita per le sue pecore. Questo dono è libero e volontario, poiché nessuno gli toglie la vita, ma è lui a metterla a disposizione.
  • Conoscenza reciproca: «Io conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre». Questo rapporto di conoscenza profonda riflette quello tra Gesù e il Padre. Le pecore, riconoscendone la voce, lo seguono e camminano dietro di lui. Un estraneo, invece, non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui perché non conoscono la voce degli estranei.
  • Unità del gregge: Il desiderio del Buon Pastore è quello di «guidarle tutte nello stesso recinto», affinché «ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore». Gesù ha altre pecore che non provengono da questo recinto, e anche quelle deve guidare, perché diventeranno un solo gregge sotto un solo pastore, per tutti gli uomini.
  • Vita in abbondanza: Gesù afferma: «Io sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza». Questo contrasta con il ladro che viene solo per rubare, uccidere e distruggere.

Gesù: La Porta delle Pecore

Il Vangelo di Giovanni (10, 1-10) presenta anche Gesù come «la porta delle pecore». Chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un'altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. Gesù è questa porta aperta, e chi lo segue varca una soglia che conduce a un mondo nuovo, a un nuovo modo di intendere e vivere la vita. Chi entra attraverso di lui «sarà salvato», «potrà uscire ed entrare» avendo libertà di movimento e troverà «pascolo», cioè cibo solido e abbondante per vivere.

Questa similitudine è anche una critica ai capi religiosi di Israele (i farisei) che, non comprendendo di che cosa parlasse loro Gesù, non riconoscevano la sua autorità legittima.

Gesù il Buon Pastore - Giovanni 10 - Marco deFelice

Il Buon Pastore nell'Iconografia Cristiana Primitiva

Fino all'inizio del IV secolo, l'unica iconografia di Gesù utilizzata era la sua rappresentazione come Buon Pastore, recante sulle spalle una pecorella smarrita. L'immagine era rassicurante e rasserenante nella vita non facile che dovevano affrontare le prime comunità cristiane, le quali preferivano non rappresentare il Crocifisso - un'immagine dolorosa - ma amavano molto la figura del Buon Pastore.

A Roma, nelle catacombe di Priscilla, si trova una famosissima icona del Buon Pastore: un affresco del III secolo dopo Cristo che lo rappresenta giovane, con un corpo dinamico nonostante il peso dell’agnello che gli grava sulle spalle, circondato da altre due pecore, da due alberelli e da due colombe con un ramoscello di ulivo nel becco (forse un riferimento al Paradiso terrestre). Questa iconografia, diffusa sia nelle pitture che nelle lapidi sepolcrali dei cubicoli, era simbolo della virtù della filantropia e della felicitas, spiegando il suo successo nei contesti funerari del tempo. La raffigurazione lo mostrava spesso senza calzari, con gli agnelli che alzavano fiduciosi lo sguardo verso di lui.

Affresco del Buon Pastore dalle catacombe di Roma

La "Scomodità" e la Profondità del Significato

L'icona del Buon Pastore è, in un certo senso, rasserenante, ma è anche impegnativa e una provocazione rivolta ad ogni cristiano. Questa immagine è "scomoda" per diversi motivi:

  1. Critica ai capi: È un messaggio rasserenante per i suoi, ma polemico nei confronti dei capi di Israele, sottolineando la differenza tra il pastore buono e quelli «mercenari» che abbandonano il campo appena vedono avvicinarsi il lupo.
  2. Umiltà di Gesù: Ai tempi di Gesù, i pastori non godevano di grande prestigio sociale. Gesù, presentandosi come pastore, sceglie di identificarsi con un lavoro umile, maleodorante e povero, non solo una morte infamante in croce.
  3. Creazione di comunità: Il vero dono che Gesù fa ai suoi è quello di creare comunità, un "solo gregge", nonostante i lupi che cercano di disperderla.
  4. Sacrificio radicale: La figura del Buon Pastore non è solo poetica, ma implica il duro impegno di colui che vigila sul gregge, lo difende dai lupi e dai ladri, e decide chi può entrare e chi può uscire. Gesù è colui che si consegna vittima, portando il suo patibolo per ricondurre la pecora perduta, rovesciando il fallimento della croce nella vittoria sulla morte.

Oggi, il simbolo di Gesù Pastore Buono provoca in alcuni cristiani un certo fastidio, in quanto non desiderano essere trattati come pecore di un gregge, ma vogliono essere rispettati e non necessitano di nessuno che governi o controlli la loro vita. Tuttavia, i primi cristiani non la pensavano così: la figura di Gesù, Buon Pastore, divenne molto presto l'immagine preferita, che si prende cura delle proprie pecore con premura, senza abbandonarle mai, vivendo per loro e stando attento alle più deboli o malate.

Il Buon Pastore come Modello per la Comunità Cristiana

Tradizionalmente, il Buon Pastore è un modello applicato a vescovi e sacerdoti, ai quali è chiesto l’impegno di prendersi cura dei loro fedeli. Tuttavia, questo modello riguarda tutti coloro che hanno responsabilità nella Chiesa, e in una Chiesa che sia comunione, riguarda praticamente tutti: catechisti, animatori, genitori, nonni, volontari. Tutti abbiamo un piccolo gregge - fatto magari solo di un pugnetto di amici - di cui prenderci cura.

Per essere pastori buoni, siamo chiamati a "dare la propria vita" per le altre pecore, il che non significa necessariamente morire per loro, ma donarsi: il proprio tempo, i propri pensieri, il proprio affetto. Non si diventa "buoni pastori" con l'ordinazione sacerdotale o la consacrazione episcopale, ma ogni cristiano, laico o consacrato, genitore o meno, è chiamato a esserlo. Questo si realizza anche nelle piccole e quotidiane cose: un sorriso, una pace, un perdono, una parola buona, una stretta di mano, un silenzio.

Il Buon Pastore è modello di vita per tutti i cristiani, che sono chiamati a conoscerlo e ad ascoltare la sua voce, rendendosi disponibili a dare la loro vita per le altre pecore. Questo è il modello di Gesù con cui i pastori della Chiesa devono identificarsi, a partire da Pietro, che riceve la missione di pascere le pecore del gregge di Cristo risorto.

Ascoltare la Voce del Pastore

Per l'evangelista Giovanni, nella fede cristiana è decisivo «fare attenzione alla voce» di Cristo. Solo le pecore che riconoscono la voce del Pastore e si sentono chiamate da lui sono capaci di seguirlo fedelmente. È fondamentale che, nella Chiesa, noi credenti ascoltiamo «la voce» di Gesù Cristo in tutta la sua originalità e purezza, senza confonderla con il peso delle tradizioni, le mode, le preoccupazioni degli ecclesiastici o i gusti dei teologi. Non dobbiamo dare per scontato che in ogni intervento dei vescovi, in ogni predicazione dei parroci, in ogni scritto dei teologi o in ogni esposizione dei catechisti si stia ascoltando fedelmente la voce di Gesù. Il vero Maestro parla dal di dentro.

La comunicazione con Dio non si improvvisa, ma richiede un atteggiamento interiore di apertura. Per i cristiani, Dio è anzitutto Amico e Padre, e cogliere la sua presenza amichevole cambia tutto. Dobbiamo rischiare la fiducia, aprendoci al Dio rivelato in Gesù Cristo e imparando ad ascoltare nel fondo del proprio essere le parole decisive: «Non temere». Cogliere Dio come creatore della vita e il suo Spirito che abita in noi significa rafforzare la nostra vera identità, crescere come persone e vivere intensamente la vita, cercando di ascoltare la sua volontà, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto.

La Vita come Dono e la Fede come Principio Vitale

Siamo portati a lamentarci dei problemi e delle sofferenze quotidiane, rischiando di dimenticare che la vita stessa è un dono, unico e irripetibile. Ogni persona rappresenta qualcosa di nuovo, originale e unico. Se non fossimo nati, nessuno avrebbe sentito la nostra mancanza. Il primo comandamento che noi uomini riceviamo da Dio è quello di vivere, amare la vita, accoglierla con cuore grato e coltivarla.

Vivere non significa solo il buon funzionamento del nostro organismo fisico, ma crescere come esseri pienamente umani, ascoltando la chiamata del Creatore e aprendoci all'amore. La fede è un vero e proprio principio di vita, e di vita sana. Dio è «uno che fa vivere», che sostiene la vita anche nei momenti più avversi, che dà la forza di ricominciare e alimenta una speranza indistruttibile. Quando il credente ascolta le parole di Gesù: «Io sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza», ne comprende il senso profondo senza bisogno di ulteriori spiegazioni.

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